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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Ugo Frigerio (1) PDF Print E-mail
Sunday, 18 August 2019 07:35

Era il 18 agosto 1920... Era il 21 agosto 1920...In quei due giorni la pagina bianca della storia della partecipazione italiana ai Giochi Olimpici dell'Era Moderna assunse sfumature dorate. Un giovanotto milanese, Ugo Frigerio, vinse le prime due medaglie d'oro olimpiche della nostra atletica. Un paio di medaglie, un po' meno preziose, erano state portate a casa in precedenza: d'argento, quella conquistata, negli 800 metri, ai Giochi di Londra, dal genovese Emilio Lunghi, uno dei più grandi atleti che l'Italia possa annoverare. La grandezza di Lunghi fu oscurata dalla vicenda rocambolesca del maratoneta Dorando Pietri, l'uomo che vinse ma perse la vittoria, come fu definito in un titolo del «Corriere della Sera». L'altra, di bronzo, sempre da un marciatore, sempre milanese, Fernando Altimani, a Stoccolma 1912.

Raccontiamo qualche dettaglio di quelle quattro giornate allo Stadio di Beerschot, ad Anversa, che ospitò la settima Olimpiade. Due le gare di marcia: prima un 10 mila metri (17 e 18 agosto) e poi un 3 mila (20 e 21). Prima giornata di quelle citate due serie della gara più lunga. Tutti e due gli italiani nella prima, Frigerio e Donato Pavesi. Vince nettamente il primo con un tempo strepitoso...ma mancava un giro alla corretta distanza, un classico dei giudici di atletica, sai quante ne abbiamo viste di 'ste cazzate...Quarto Pavesi, i primi sei classificati passano in finale, quindi entrambi i nostri. La gara che assegna le medaglie è un monologo di Frigerio, lo dicono i tempi: lui 48:06, lo statunitense Pearman 49:40, arrotondati. Pavesi, tanto per non smentirsi, squalificato, era abbastanza frequente.

Due giorni dopo, i 3 mila, due serie che qualificano, sempre i primi sei. Dominio azzurro: Pavesi nella prima vince con il primato olimpico, Frigerio si afferma nella seconda e abbassa il fresco record di sei secondi. Finale: trionfo di Ugo Frigerio che demolisce il primato olimpico, così come tutti e dodici i partecipanti, normalissimo, la distanza era poco o nulla praticata. Stessa solfa per Pavesi: quarto al traguardo, e poi tolto di classifica, altra tiritera che ha afflitto la marcia a tutti i livelli per decenni.

Marcia, parliamo di quella olimpica degli albori. Le prime distanze in una edizione ufficiale dei Giochi furono un 3500 metri e una dieci miglia, 16 chilometri novanta metri e spiccioli di centimetro. Dove? Londra. Quando? 1908. Chi vinse? Un britannico, tal George Larner, originario di Langley, nel South East England (meglio chiarire perchè con questo nome nel Regno Unito ci sono quattordici località, cittadine, quartieri). Larner, all'epoca era poliziotto a Brighton, i suoi superiori gli concessero il tempo per allenarsi e lui li ricambiò vincendo due titoli olimpici. Nel 1912, a Stoccolma, una sola distanza: i dieci chilometri. Successo di un altro George, Goulding stavolta, canadese, il suo tempo, 46:28.4, fu il primo registrato dalla Federazione internazionale nel suo libro dei primati del mondo della disciplina. Terzo, come ricordato qualche riga fa, Fernando Altimani.

1916, gli unici primati sono quelli delle centinaia di migliaia di morti della Prima Guerra Mondiale, in Francia e in Italia, macelleria di poveracci. I Giochi Olimpici tornano nel 1920, per noi sono i Giochi di Ugo Frigerio. 

(segue)

Last Updated on Monday, 19 August 2019 09:18
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Alessandro Andrei PDF Print E-mail
Wednesday, 14 August 2019 08:21

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Qui sopra: una bella copertina della rivista «Atletica», dedicata ad Alessandro Andrei. A destra, il risultato ufficiale completo della finale olimpica del lancio del peso al Coliseum di Los Angeles

Era l'11 agosto 1984... Quel giorno...Meglio quel tardo pomeriggio, sera incombente. Le dodici catapulte umane che avevano superato il turno di qualificazione la mattina, tornano in pedana alla ricerca di oro, argento e bronzo.In California, una terra che aveva conosciuto la febbre dell'oro, o corsa all'oro, stavolta non sportivo, un secolo prima, a partire dal 1849, per tanti poveracci una tragica epopea finita nell'alcol, nella miseria, nel delitto, nel suicidio. Il meraviglioso film, muto, prodotto e interpretato di Charlie Chaplin, nel 1925, dice più di tutte le parole; se volete, guardate questo traler. In quel pomeriggio avanzante dell'11 agosto 1984, anche per Alessandro Andrei the dreams became reality, i sogni divennero realtâ. Dopo il decimo posto ai Campionati d'Erupa dell'82. il settimo ai primi campionati del mondo '83, il coronamento di otto anni di carriera (dal 1976). Alessandro veniva da una terra di lanciatori di peso che avevano scritto grand parte dell'albo d'oro italiano: Aurelio Lenzi, di Pistoia, Angiolo Profeti, di Castelfiorentino, Silvano Meconi, di Firenze, come Andrei e come Marco Montelatici, che in quella finale olimpica californiana fu sesto.

Per ricordare quel successo vi lasciamo ad un articolo a mezzo fra il ritratto e la cronaca che, dopo i Giochi, Dino Pistamiglio scrisse per la rivista «Atletica». Dino era caporubrica al quotidiano torinese «Tuttosport», osservatore attento, pignolo, preparatissimo, di lui sempre ci impressionò la capacità di lucida analisi di una giornata di atletica iniziata alle 9 del mattino e finita a sera tarda: ti snocciolava prestazioni, tempi di passaggio, dettagli anche poco appariscenti come se li avesse annotati un attimo prima.

Alessandro

di Dino Pistamiglio

"Alessandro Andrei stringeva il fascio di rose rosse come se tenesse la mano di una ragazza dolce; il viso era ormai rilassato. Tutti i riti del dopo gara, dall'antidoping alle interviste, erano ormai esauriti. Restava ancora da abbracciare Roberto Piga, il suo allenatore, l'uomo col quale aveva intessuto, per più anni, un lungo discorso di passione e di lavoro con il lancio del peso.

"Un italiano, un toscano, un fiorentino di venticinque anni era campione olimpico del peso. Forse uno dei titoli più inattesi nella storia del nostro Paese, che ci descrive estrosi, veloci, resistenti ma raramente uomini forti.

"Trentasei anni dopo l'oro di Consolini nel disco a Londra, toccava a un altro lanciatore di casa nostra centrare il titolo più sognato da uno sportivo. C'era grande emozione, anche se Andrei teneva il pallino del discorso con distenzione, pronto alla battuta, al commento ironico ("Cosa faccio quando ho finito di allenarmi? Mi riposo dalle fatiche dell'allenamento...").

"Era la serata di Alessandro Andrei e Gabriella Dorio, quel sabato 11 agosto, che resterà impresso nella nostra memoria come il ricordo giusto di questo giovanottone. In un anno Alessandro il grande ha compiuto un salto di qualità che spaventa, portandosi da un valido 20.35 a misure tipo 21.50 che l'hanno proiettato, già alla vigilia olimpica, come un possibile protagonista. Maledetti e grandi toscani, l'hanno scritto in tanti, ma Andrei nel sorriso sempre contenuto, nelle affermazioni sincere e ragionate, pare quasi non avere le caratteristiche della sua città.

"Il personaggio forse non piacerà al pubblico di casa nostra, abituato alle dichiarazioni separate e alle polemiche da caffè, con il primo interlocutore uno che insulta l'altro, come forma abituale di dialogo.

"A noi invece garba, anche se frequenta forse una delle specialità più difficili dell'atletica, con quel gran contorno di lavoro in palestra, ore e ore di sollevamento pesi che spaventano e hanno rotto più di un campione.

"In un anno Alessandro da Scandicci è diventato olimpionico; ha riscattato tanti anni di battute sul rendimento agonistico dei pesisti della sua città, che hanno fatto cose grosse da Profeti a Meconi, ma che si sono anche persi nelle competizioni internazionali. Lui invece, nel grande prato verde del Coliseum, quel sabato 11 agosto, ci è sembrato sempre controllato, sempre sicuro, sempre consapevole di quel che si verificava sulla pedana del peso.

"Spara Carter, spara Wolf, spara Laut, ma il migliore è stato, fin dal primo lancio di prova, questo ragazzone che con la palla da 16 libbre quest'anno ci ha divertito un mondo, sparando lontano, in direzione Los Angeles".

Last Updated on Sunday, 18 August 2019 07:51
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Gabriella Dorio (2) PDF Print E-mail
Tuesday, 13 August 2019 07:19

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Copertina della rivista «Atletica»: la foto si riferisce ai Giochi Olimpici di Mosca '80, dove Gabriella Dorio fu ottava negli 800 e quarta nei 1500. L'altra immagine è la copia dei risultati ufficiali della finale dei 1500 a Los Angeles '84

Era l'11 agosto 1984... Quel giorno...Questa è la seconda parte del nostro racconto della medaglia d'oro olimpica conquistata, sui 1500 metri, da Gabriella Dorio ai Giochi Olimpici di Los Angeles 1984. Un ritratto fine, elegante, disegnato da un bravo giornalista come Gianni Ranieri, Stampa e Stampa Sera a quel tempo. Lo scritto apparve nel numero olimpico della rivista della Federazione italiana, settembre '84, alle pagine 56 e 57. Un brano da antologia.

Gabriella

di Gianni Ranieri

"Gabriella Dorio, amabilmente e affettuosamente chiamata Gabriellina da coloro che sentono irresistibile la necessità di ammorbidire i nomi anche alle persone più dure, è una caratterista veneta di 27 anni. Come sarebbe a dire? Ho sempre pensato, guardandola, che, se non avesse scelto il mestiere di correre così adeguato ai nostri trafelatissimi tempi, Gabriella Dorio avrebbe potuto, e con sicuro successo, riempire della sua avvenenza e della sua parlata gli schermi cinematografici. Attenzione. Non si tratta della solita idea scaturita dall'attenta osservazione dei mezzi fisici del soggetto in questione. Avvicinate Gabriella Dorio, inducetela al colloquio, chiedetele il permesso di chiudere gli occhi mentre lei parla (fatelo con molta gentilezza e molto garbo: chiudere gli occhi mentre una giovane donna parla non è cosa galante) ed ecco che, abbassate le palpebre, sarete visitati da due tipi di immagine. La prima sarà quella di una Dorio corrente: la sua bionda figura, costuita con i migliori mezzi a disposizione dal signor Gino e dalla signora Agnese, genitori di Gabriella, vi balzerà incontro prepotente e festante raccontandovi, in una sintesi-baleno, la storia di un'atleta che galoppa alla testarda ricerca di qualcosa che non riesce ad afferrare e ormai il tempo stringe, gli anni sono passati ma un giorno, un giorno americano, in un grande stadio della California, al bronzo europeo e al quarto posto olimpico che non possono da soli testimoniare d'una classe indiscutibile, si aggiunge l'oro dei 1500. Ma quest' immagine si dissolve con uno sventolare da bandiera della chioma più fotogenica dell'atletica italiana per far posto a un disegno umano confuso, un insieme di colori alla caccia del proprio componimento dai quali si leva una voce, che è la voce del Veneto come l'abbiamo sentita nei film e a teatro.

"Mi sia concesso di continuare su questo insolito terreno. Gabriella Dorio è per me (una personalissima impressione, intendiamoci) un arguto, musicale, divertente fenomeno. E anche un'esimia campionessa, si capisce. Ma io ne afferro soprattutto il suono, che mi rammenta «Signore e Signori» di Germi, mi ripropone vicende di una terra che crepita di voci femminili di una grazia non caramellosa ma eccitante. E siccome il nostro cinema ha dato alle voci venete ruoli di carattere, si spiega perchè assimilo l'effetto Dorio all'effetto che solitamente produce in uno spettatore l'avvento in scena di una caratterista veneta.

"Mi sembrava a Los Angeles, nel Coliseum così geloso dei propri assi americani, che Gabriella Dorio corresse e corresse per arrivare prima su un set favoloso e che una volta approdata a quel sognato traguardo, investita dalle luci al magnesio, dovesse recitare nel più giulivo dei nostri dialetti, la sua gloria di ventisettenne olimpionica. Anche in quella occasione pensavo non tanto a una ragazza in corsa, ma a una voce impegnata a battere altre voci in un veemente desiderio di imporre la novità, per quella pista, di un accento, la freschezza di un'eco.

"Ricordo Gabriella Dorio davanti alla telecamera di una trasmissione «Sport Sette». Alla voce brunita di una speaker, seguivano in un incredibile e simpaticissimo spaccato dialettale, le sue parole che riempivano la sala di inusitati rumeri caserecci. C'era profume di Cartizze e, considerata l'oa serale, veniva, ascoltandola, una voglia di pasta e fagioli, di baccalà alla vicentina. Una melodiosa dolcezza esalava dalla futura vincitrice alle Olimpiadi.

"Tutto questo, me ne rendo conto, può apparire come una sorta di sconvolgimento del personaggio, un tentativo di falsarne il valore, un irrispettoso contrappunto al tema atletica. Le capacità atletiche di Gabriella sono stampate nelle classifiche, sono annunciate dai risultati, stanno incise e incancellabili nei libri. L'analisi tecnica della Dorio è già abbondantemente compiuta. Ma spesso il campione, definito e divulgato in cifre, resta prigioniero nel muto quadrato d'un'istantanea. La sua felicità è fotografica. E, allora, al di là dei suoi numeri, sarà opportuno di tanto in tanto coglierne un dato che ce lo renda più prossimo. Nel suo bel sorriso e nella sua voce la Dorio ci offre un mezzo per interpretarla e liberarla dal freddo astuccio in cui, tra una gara e l'altra, stanno chiusi i campioni".

Last Updated on Friday, 16 August 2019 13:00
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Gabriella Dorio e Sandro Andrei PDF Print E-mail
Monday, 12 August 2019 08:20

Era l'11 agosto 1984... Quel giorno...Non stupitevi del ritardo, oggi siamo al 12. È la settimana di Ferragosto e anche i nostri numerosi redattori hanno diritto alle ferie, dopo tutto il lavoro che fanno durante l'anno per tenere vivo e attuale questo sito. Per cui in redazione è rimasto solo un povero tapino che deve occuparsi di tutto. Il benevolo e comprensivo lettore, siamo sicuri, comprenderà e scuserà gli inevitabili ritardi.

Dunque, era l'11 agosto 1984...Non avremmo mai pensato di ricevere una email da Jacques de La Palice (1470 - 1525), sapete quello che si fece scrivere sulla tomba "Ci-gît le Seigneur de La Palice: s'il n'était pas mort, il ferait encore envie", qui giace il signore di La Palice: se non fosse morto, sarebbe ancora vivo. Con garbo signorile, Monsieur Jacques ci ricorda di scrivere che quel sabato d'agosto 1984 resta, almeno al momento (siamo degli inguaribili ottimisti), l'unico giorno nel quale l'atletica italiana conquistò due medaglie d'oro. Una ragazza del Nord Est, Gabriella Dorio, e un maciste fiorentino, Alessandro Andrei, la bionda signorina i 1500 metri, Sandrone (come soleva nominarlo il telecronista Paolo Rosi) il getto del peso. Aggiungeteci l'aureo dischetto conquistato da Alberto Cova, e il bottino californiano eguaglia quello conquistato sulle rive della Moscòva quattro anni prima: Damilano, Simeoni, Mennea, gli eredi Cova, Dorio, Andrei.

Se diamo la precedenza a Gabriellina, altro diminutivo in voga all'epoca, siete d'accordo? In ogni caso, così è (se vi pare), secondo saggezza pirandelliana. Due flash da quel giorno, mutuati dal numero di settembre '84 della rivista «Atletica»: il primo una cronachetta tratta dal «pastone» omnicomprensivo delle gare femminili al Coliseum, il secondo un ritrattino in punta di penna compitato da Gianni Ranieri, un bravissimo giornalista, passato attraverso esperienze di  giornali che...erano giornali, come «Paese Sera», «Tuttosport», «La Stampa», «Stampa Sera», e una persona piacevolissima. E adesso, dalle chiacchiere alla lettura e alla visione: oggi vi offriamo la cronachetta della gara, tanto per rinfrescare la memoria, e il filmato degli ultimi 300 metri con il commento di Paolo Rosi. Domani vi proporremo la lettura del ritratto uscito - metaforicamente - dalla penna di Gianni Ranieri.

 

1500, Gabriella Dorio, Italia

"Sesta a Montreál otto anni fa, quarta a Mosca nel 1980, campionessa olimpica a Los Angeles.Un crescendo che porta la firma di Gabriella Dorio. La vicentina aveva un conto in sospeso con sé stessa: il settimo posto dei campionati del mondo l'aveva profondamente ferita nell'orgoglio che in questa donna, insieme alla combattività, è uno degli elementi più spiccati. A Helsinki doveva andare sul podio e invece naufragò miseramente negli ultimi 300 metri di corsa,in una gara dai contenuti non esaltanti. Stavolta non ha sbagliato nulla, dando un vigoroso colpo di spugna a quel fastidioso ricordo. È arrivata alla finale dopo quattro prove, tre sugli 800 e una sola sui 1500, dal momento che il ristretto campo delle partenti (22) aveva imposto la cancellazione del primo turno di qualificazione. Un campo di partenti non eccezionale che comunque aveva alcune protagoniste segnate da vecchie rivalità (Dorio contro la coalizione rumena formata da Melinte, Puica e Lovin).

"Già in semifinale si era potuto constatare la ritrovata efficienza dell'atleta italiana dopo i molti malanni dell'inverno e della primavera. La finale, dal punta di vista tattico, è stata tra le più insidiose: inizio al Valium,con l'inglese Boxer a fare l'andatura per i primi 800 metri (1:06.14, 2:14.66) con la Dorio che transita in 1:06.42 e in 2:14.75, guardata a vista dalla Melinte che le sta incollata come un francobollo (1:06.56 - 2:14.90). La lucidità della vicentina la porta ben presto a considerare i pericoli di questo trantran, tanto che ai 900 metri la Dorio rompe gli indugi e prende decisamente il comando allungando la fila.. Ai 1100 transita in 3:01.77 sempre tallonata dalla spilungona rumena che fa gara su di lei (3:02.07). Ai 200 finali è la rumena che passa e la Dorio getta l'amo del suo trabocchetto: la lascia passare, la tallona per una ottantina di metri, quindi quando mancano pochi metri all'ingresso in rettilineo allarga e la passa irrimediabilmente. Il passaggio ai 1200 era stato rispettivamente di 3:16.92 e 3:17.26. L'azzurra capisce di aver vintonma la gioia per l'imminente vittoria è mitigata da una grandissima paura. «Sono stati i 30 metri più lunghi della mia vita» dirà poi.

"Il finale migliore lo ha avuto comunque Maricica Puica che ai 1200 era ancora quinta nel mucchio. Finale tattica che ai 1200 presentava una situazione cronometrica quasi analoga a quella di Helsinki: allora si transitò in 3:16.67 contro i 3:16.92 della Dorio; il finale della gara finlandese fu comunque più gagliardo.

"Un ultimo particolare`: Gabriella Dorio ha messo in fila due altre olimpioniche dal momento che la Melinte aveva già vinto gli 800 e la Puica il giorno prima aveva conquistato il titolo sui 3000".

Last Updated on Tuesday, 13 August 2019 07:33
 
Gianni Brera e Ottorino Mancioli, un incontro fortuito che segnò una lunga amicizia PDF Print E-mail
Friday, 09 August 2019 07:43

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A seguito della nostra pubblicazione del primo articolo a tema sportivo di Gianni Brera, nell'agosto 1945, quando già era stato assunto dal giornale, Alberto Zanetti Lorenzetti, nostro socio fondatore e attualmente segretario dell' A.S.A.I., ci ha inviato un interessante ricordo dei rapporti personali fra Brera e il disegnatore Ottorino Mancioli. Alberto ha dedicato ricerche al lavoro di Mancioli: presentò una relazione in un convegno tenutosi all'Arena di Milano qualche anno fa, e una ricca documentazione dei lavori grafici dell'artista romano fu poi pubblicata nel nostro volume della storia dei Campionati italiani per il periodo 1933 - 1940. Qui di seguito il testo di Alberto Zanetti Lorenzetti e sopra due disegni di Mancioli.

Galeotto fu il paracadute

La Gazzetta dello Sport

Giornale sportivo, fondato a Milano nel 1896 grazie alla fusione del settimanale torinese La tripletta e della rivista milanese Il ciclista. Indicato come la “rosea” per il colore delle pagine, è quotidiano dal 1919, ed è il giornale sportivo più letto in Italia. Organizza dal 1909 importanti manifestazioni sportive, quali il Giro d’Italia e la Milano-San Remo.

Gianni Brera

Nato a San Zenone al Po l’8 settembre 1919, deceduto in un incidente stradale a Codogno il 19 dicembre 1992. Giornalista e scrittore, viene ancora oggi considerato come la migliore penna della stampa sportiva italiana.

Ottorino Mancioli

Nato a Roma il 26 aprile 1908, morto a Jesi il 21 marzo 1990. Laureato in medicina, ma anche pittore, grafico e scultore di opere spesso aventi come tema soggetti sportivi.

C’è un filo che lega il giornale sportivo e i due personaggi, ed è il paracadutismo. Tempo di guerra. Brera e Mancioli si conobbero nel 1941 a Viterbo, frequentando il corso per paracadutisti e venendo arruolati nella divisione Folgore. La loro amicizia si consolidò nel tempo, e la stima per la vena artistica di Mancioli portò Brera a definirlo “il più completo ed appassionato disegnatore di sport”, preferendolo anche a Renato Guttuso.

Quando si incontrarono, un giovanissimo Brera aveva già avuto collaborazioni con il settimanale milanese Lo schermo sportivo e Il nuovo schermo sportivo, per poi scrivere articoli per il Guerin Sportivo, mentre Mancioli era un affermato pittore e grafico: aveva partecipato alle Olimpiadi dell’arte di Los Angeles nel 1932 e di Berlino nel 1936, ed era stato un celebrato autore, spesso assieme al fratello Corrado, di numerose e apprezzate opere grafiche, dedicate in particolare  allo sport.

Entrambi paracadutisti, quindi, e questa disciplina dell’aria fu il tema del primo articolo firmato da Brera sulla Gazzetta dello Sport: “Come Gioân salvò i paracadute”, un pezzo che non celebra epiche imprese sportive, ma descrive il profilo umano di un povero diavolo, tale Gioân Colli. Un anonimo militare che nei giorni della sconfitta di El Alamein riuscì a portare in salvo i materiali della Folgore. L’articolo fu pubblicato un giorno particolare, l’8 settembre 1943. Data sinistra nella storia italiana, durante la quale i vertici aristocratici, militari e politici nazionali stabilirono il primato di velocità sulla distanza Roma-Pescara lasciando il Paese allo sbando, ma era anche compleanno di Brera.

Terminato il conflitto, diventato dapprima redattore e successivamente direttore della Gazzetta dello Sport, Brera offrì all’amico Mancioli, che al pari di grafici come Gino Boccasile era caduto in disgrazia, la possibilità di pubblicare disegni per la “rosea”, iniziando una collaborazione che durò per lungo tempo. Fra le opere dell’artista romano non mancarono soggetti riguardanti l’atletica leggera e, naturalmente, il paracadutismo.

Il seguito della storia di Brera è noto: dall’abbandono della Gazzetta dello Sport per divergenze con la direzione amministrativa Bonacossa sull’attenzione concessa al mezzofondista sovietico Vladimir Kuts, ai libri di successo, sportivi e non, agli articoli scritti dapprima sul Giorno, poi Guerin Sportivo, di nuovo Gazzetta dello Sport, infine Il Giornale di Montanelli e Repubblica.

Mancioli proseguì l’attività artistica aggiungendo ai disegni, dipinti e opere grafiche anche lavori di scultura, mantenendo lo sport come soggetto preferito. Lo ricordiamo come autore della copertina del libro “Atletica d’Italia”, annuario Fidal edito nel 1950.

Nel 1968 la pubblicazione ufficiale della Federazione di atletica leggera cessò il formato e la funzione di bollettino e divenne rivista, evento che accomunò nuovamente i due personaggi, con Brera impegnato a scrivere profili dedicati ad alcuni campioni e Mancioli autore di una serie di disegni. Bella annata per la pubblicazione, non c’è che dire. Se potete, andate a sfogliarla: troverete anche illustri firme del giornalismo italiano, fra le quali il socio fondatore e primo presidente dell'A.S.A.I., Roberto L. Quercetani, e – udite, udite – perfino Bruno Bonomelli.

Last Updated on Tuesday, 13 August 2019 10:32
 
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