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Preistoria del campo a través e dei troteros nella Spagna medioevale (Parte prima) PDF Stampa E-mail
Sabato 15 Luglio 2017 15:00

 

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Riproduzione della prima pagina del giornale "El Globo" su cui spicca il disegno della figura di Mariano Bielsa soprannominato "Chistavín", el andarìn de Berbegal, del quale narrasi che si misurò con Achille Bargossi nella Plaza de Toros di Zaragoza e lo superò. Nell'altra foto, i componenti della squadra dei podisti dell'Atlético di Madrid con il trofeo conquistato in quella che viene considerata la prima "carrera pedestre" a Madrid nel 1905.

Crediamo sia nostro dovere sgomberare subito possibili fantozziani equivoci (omaggio al grande Paolo Villaggio) per coloro che scarseggiano di fondamenti della lingua castellana: nell'idioma di Alonso Quijana,  el ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, "campo a través" non significa che i campi si sono messi di traverso. È l'omologo della nostra "corsa campestre", quella nota come "cross country" in quella accozzaglia di popoli celtici chiamati Britanni, oggi meglio identificati come "quelli della Brexit". Non occorre una fantasia particolarmente immagifica per figurarsi che la corsa o la camminata attraverso i campi era del tutto normale nella antichità, ma anche nell' Era Moderna: fino a 100 - 150 anni fa dove erano le strade come noi le intendiamo oggi? Tratturi, sentieri, nel migliore dei casi, attraverso i campi, appunto. Lo dice la Genesi:" Dio disse: Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l'asciutto. E così avvenne. Dio chiamò l'asciutto terra...nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata...". Piano piano fece l'uomo, piantò un giardino in Eden, e poi, un bel giorno, l'uomo si mise prima a rubare mele poi a camminare e a correre (o sarà avvenuto l'inverso?), e correre nella natura e nei prati e nei boschi pare sia sempre piaciuto. Dal diletto alla attività organizzata, a dar retta a Bruno Bonomelli il primo cross dell'umanità fu quello organizzato sotto le mura di Troia nel 1189 a. C., con una sfida fra Aiace Oileo, Odisseo e Antiloco, figlio di Nestore. L'Oileo stava prevalendo quando ci mise lo zampino la dea Atena invocata in soccorso da Odisseo, la quale dea dispettosa fece inciampare Aiace su un ostacolo naturale...sterco di buoi!  Più bucolico di così...Quindi, senza bisogno di scomodare la Eurospotech del nostro amico Gino Bassi e le sue sofisticate diavolerie informatiche, questo l'ordine d'arrivo, scalpellato sulla pietra viva da Omero: primo Odisseo, secondo Aiace e terzo Antiloco. Nessun keniano o africano...altri tempi.

La corsa attraverso i campi non ha mai suscitato amorosi afflati nei dirigenti, ovunque e a qualsiasi livello, e ancor più alle italiche latitudini. Negli ultimi anni poi ci pare di vedere uno speciale accanimento nel volersi togliere dai piedi 'sta rottura, freddo, fango, sempre i soliti africani che vincono: che palle! E nella Hispania? Lo abbiamo scoperto dilettandoci a sfogliare e a leggere alcune parti di due bei libri il cui autore è Ignacio Mansilla Calzo  che ha approfondito la conoscenza degli antenati del campo a través e compilato una storia del campionato di Spagna. Il secondo libro è lo sviluppo del primo: nel 2007 si pubblicò "Historia del campo a través en España" e nove anni dopo "100 años de campo a través en España - 1916 - 2016". Abbiamo chiesto all'autore il permesso di pubblicare in queste nostre umili pagine un paio di capitoli, i primi, della sua seconda fatica compilatoria. Permesso accordato, e si ringrazia. Da anni abbiamo tentato di instaurare un rapporto di collaborazione fra l' Associazione degli storici e statistici spagnoli e la nostra A.S.A.I. Siamo sinceri: non è successo molto, anzi, diciamola tutta, niente. Purtroppo, ognuno cura il proprio orticello, e si sente appagato. A noi piacerebbe invece molto di più allargare i nostri orizzonti (non di gloria) e stabilire relazioni fra la nostra storia atletica e quella degli altri, una specie di Comunità europea del piste e pedane. Per l'amor di Dio! Non bestemmiamo. Per ora dilettiamoci a leggere la bella ricerca di Ignacio, in castellano, con un po' di attenzione e pazienza si legge senza grandi sforzi. L'uso di idiomi diversi è sempre stato un pallino di questo sito. E poi di che vi lamentate? Non vi facciamo neppure pagare le lezioni di lingua spagnola!

Nei prossimi giorni vi offriremo la seconda parte di questa ricerca.

 

Si bien el 6 de febrero de 1916 marca el pistoletazo de salida para el pos2terior desarrollo del campo a través en nuestro país con la disputa en Madrid del primer Campeonato de España de la especialidad, encontramos antecedentes anteriores de la práctica de esta disciplina o al menos de la carrera a pie, algunos de ellos remontándose incluso a la Edad Media. Es lo que podríamos denominar la “prehistoria” del campo a través en España.

Para acercarnos a esta cuestión tenemos que tener en cuenta que la distinción entre carreras campo a través y en ruta en los orígenes de nuestro deporte no estaba tan bien definida como puede estar en la actualidad debido a una serie de circunstancias. Una de ellas era la ausencia de superficies asfaltadas en la mayor parte del país y otra la precariedad a la que se enfrentaban aquellos pioneros de nuestro deporte, que hacía que utilizaran cualquier superficie para su práctica, como el piso de circuitos urbanos, carreteras asfaltadas o empedradas. Podríamos decir por tanto que ambas especialidades (la ruta y el campo a través) tendrían un origen común en lo que se ha dado en denominar tradicionalmente “pedestrismo”, que tan de moda pusieron los anglosajones en los siglos XVIII y XIX y que también llegó hasta nuestras fronteras en manifestaciones que se encuadraban dentro del programa de las tradicionales fiestas populares que abundaban a lo largo de toda la geografía española. En algunas zonas de España como Valencia, Aragón, Cataluña o el País Vasco hemos encontrado información ampliamente documentada de estas carreras.

Por ejemplo, en varios puntos del territorio español uno de los precedentes más remotos es el de los conocidos “troters”, “troteros” o “trotaconventos”, que eran personajes que cubrían largas distancias en la Edad Media para repartir correo y mensajes corriendo. A finales del siglo XIII tenemos noticias del establecimiento en la Capilla de Marcús de la cofradía de correos de Barcelona, con troteros que realizaban este servicio, siendo la primera organización postal que existió en Europa. Sus salarios se establecían en función de las distancias a recorrer, los días que tardaban o por la prontitud en el servicio prestado. Igualmente, en Aragón el rey Pedro El Ceremonioso en el siglo XIV tenía nada menos que 80 a su cargo para este menester. Estos personajes llevaban las cartas en unas carteras llamadas “busties” y llegaban a recorrer largas distancias. Con el tiempo, forman sus propias asociaciones. Entre ellas, tres alcanzaron, en los reinos hispanos, en el siglo XV, especial profesionalidad en sus tareas mensajeras. Se trata de los correos del reino de Valencia, el Hoste de Correos de Zaragoza, y la citada Cofradía de Correos de Barcelona. Estos personajes también dieron origen a leyendas orales y sus andazas aparecían en textos de la época como en “El Libro del Buen Amor”, escrito por Juan Ruiz, el Arcipreste de Hita, en el siglo XIV. Allí, en uno de los versos se dice “Yo l' dixe: Trotaconventos, ruégote, mi amiga que lieves esta carta ante que yo gelo diga: E si en la rrespuesta non te dexiere nemiga, puede ser que de la fabla otro fecho se ssyga”. En otro también podemos leer lo siguiente: “Estando en mi casa con don Jueves Lardero, troxo á mí dos cartas un lygero trotero. Desirvos hé las nuevas: servos a tardinero, ca las cartas leydas dilas al menssajero...”. Incluso se conoce el nombre de algunos de estos personajes como Pedro Vázquez de Saavedra, trotero mayor de Sevilla.

Legg tutto...

Ultimo aggiornamento Lunedì 24 Luglio 2017 07:56
 
Storia di un elzeviro, ce la racconta Augusto Frasca, ascoltando l'Adagio di Albinoni PDF Stampa E-mail
Martedì 11 Luglio 2017 12:00

 

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Chissà se qualcuno dei nostri utenti, pochi o tanti che siano i misteriosi "contatti", avrà dedicato un ritaglio di tempo, normalmente sprecato sui "social" (o meglio "a-social"), per leggere Giovanni Arpino, di cui abbiamo riprodotto uno scritto datato 1976, nel numero speciale del mensile "Atletica" dopo i Giochi della XXI Olimpiade. Parliamo di Giovanni Arpino, capito bene?, uno scrittore vero, non di qualche imbrattacarte come noi. Nel presentare quell'elzeviro vi dicemmo che c'era un nostro socio che era stato pronubo di quel contributo per una delle due riviste tutte dedicate al nostro sport - oh, ab illo tempore - usando amicizia e stima reciproca e vicinanza fisica nella tribuna stampa dello Stadio Olimpico canadese (vedasi foto a corredo). Augusto Frasca fu uno degli intrepidi fondatori di questa combriccola cui fu dato nome di Archivio Storico ecc. ecc. ecc. Frasca, chi era costui? Non vi parliamo della persona ma del ruolo, e allora leggete:

Comunicato n.162 del 18 dicembre 1969, sulla riunione del Consiglio Federale del 14 dicembre, e tra gli argomenti...

Ufficio Stampa - Il Dr. Pasquale Stassano ha pregato il Presidente di esimerlo, causa i suoi incarichi ed aumentati impegni nell'ambito del Comitato d'Europa della I.A.A.F., dall'incarico di Capo dell'Ufficio Stampa. Il Presidente ha ringraziato, a nome di tutto il Consiglio Federale, il dott Stassano per il ventennale lavoro svolto in questo settore. L'incarico di Capo Ufficio Stampa è stato affidato al Sig. Augusto Frasca.

E lì rimase, "come roccia che non vacilla" (Libro dei Salmi), nella buona e nella cattiva sorte, fino al giugno del 1989. Ma non vogliamo raccontarvi la vita di "Augustarello", come parecchi dei giornalisti italici lo apostrofava, semmai ci penserà lui stesso in una corposa autobiografia futura. Di Frasca, Arpino e di quel testo di 41 anni fa abbiamo preso impegno a riferirvi. E per farlo, abbiamo chiesto conforto proprio all'amico abruzzese,  che in quella terra solcata da profonde ferite ha le sue solide radici, alla sua memoria, al suo archivio. Ecco cosa ne è venuto fuori.

Conobbi Giovanni Arpino

...a Torino, in occasione delle Universiadi del 1970. Lo rividi l'anno successivo, in una livida serata invernale, a Venezia, lui alle prese con le selezioni del premio Campiello, io catturato sentimentalmente da una deliziosa ma poco arrendevole figura femminile. Dinanzi ad un paio di whisky, salatissimi, all'Harry's Bar, Arpino mi regalò copia del suo ultimo romanzo, Randagio è l'eroe. Nella solitudine notturna di una stanza d'albergo, coinvolto dall'intensità del racconto, dalla qualità della scrittura e dal particolare stato d'animo, ne portai velocemente a termine la lettura. La mattina successiva, nell'isola di San Giorgio, ne feci omaggio alla mia accompagnatrice, mai immaginando che da quella lettura sarebbe nata nel giro di poche ore una radicale quanto inattesa trasformazione del nostro rapporto. Incontrai Arpino successivamente, in più occasioni, frequentandolo in particolare durante l'Olimpiade di Montreal del 1976, fianco a fianco in tribuna stampa nei lunghi giorni del programma atletico. Gli raccontai la vicenda veneziana, e di come la lettura del suo romanzo ne avesse felicemente favorito la conclusione. Gli chiesi, inoltre, di scrivere qualcosa per i lettori di Atletica. Cosa che fece puntualmente, con un meraviglioso saggio. Un mese dopo ricevetti il seguente messaggio:     

Caro Frasca, vedo il numero di "Atletica" e ti ringrazio per il rilievo dato alla mia cosuccia canadese. Con maggior calma avrei potuto far meglio, naturalmente. Ho visto Luca Argentieri, mio figlioccio, durante un rapido passaggio a Roma per il pallone maledetto. M'ha detto come tu l'abbia appoggiato. E te ne sono gratissimo. Spero che possa venir fuori dalle panie. Ne ho parlato anche a Giorgio Tosatti: chissà. Bisogna pur far qualcosa per questi ragazzi d'oggi: proprio i migliori rischiano lo sbando. Per quanto ancora farai, hai già tutta la mia riconoscenza. E magari riuscirò ancora ad esserti paraninfo letterario. Ricordati che a ottobre esce un mio libricino (Einaudi) che potrà servire da chiavistello. Un abbraccio da Giovanni Arpino. 30 settembre 1976.

Scorcio della tribuna stampa allo Stadio Olimpico di Montréal 1976: in piedi Elio Papponetti; in prima fila, a sinistra Vanni Lòriga, e Salvatore Massara; a salire, cominciando sempre da destra, Giovanni Arpino, Augusto Frasca, Giulio Signori, Bruno Perucca; in terza fila, Mario Gherarducci; in quarta Gianni Melidoni, Luigi Vespignani, Franco Colombo; in quinta, Elio Trifari, Gianni Brera, Marco Cassani, Dante Merlo, Donato Martucci (Capo Ufficio Stampa del C.O.N.I.) e Fiammetta Scimonelli (che gli sarebbe succeduta) - Archivio Augusto Frasca

 

 


 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Luglio 2017 05:24
 
Liste italiane ogni tempo: una nuova versione aggiornata con i risultati del 2017 PDF Stampa E-mail
Domenica 09 Luglio 2017 09:15

Prima edizione delle liste italiane di ogni tempo allestite dai nostri soci Enzo Rivis ed Enzo Sabbadin, dopo la prima parte della stagione 2017.

Veloce promemoria sulla ricerca e utilizzo che l' appassionato di compilazioni statistiche può fare delle liste. Nella colonna di sinistra della "copertina" del nostro sito l'utente trova una rubrica che recita "Liste italiane di ogni tempo" con due sottotitoli "Uomini", "Donne" , dove sono pubblicate le liste degli atleti/atlete italiani di ogni tempo, che vanno ad affiancare quello storiche compilate e aggiornate da Marco Martini, in altra Sezione. Troverete per tutte le attuali discipline olimpiche, e in aggiunta 3000 metri - mezza maratona - marcia 10 mila metri - giavellotto vecchio modello, i / le migliori 40 - 50 atleti/e, e le migliori 20 prestazioni. Evidenziati in rosso/giallo i risultati ottenuti nel 2017; performances e record personali in pista coperta sono in calce ad ogni disciplina. Pubblicheremo la prossima edizione di queste liste alla vigilia dei Campionati del mondo, in programma a Londra nel prossimo mese di agosto. Chiunque, dopo averle consultate, avrà dei rilievi da fare, o apportare aggiornamenti, o correggere qualche dato del passato, sia tanto gentile di farle avere direttamente ai due compilatori ai loro indirizzi di posta elettronica   Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.   e  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.  

NEW - On the left site of this page you can find a new section "Liste italiane di ogni tempo - Uomini - Donne". It is a compilation of the Italian All-time Lists, Men & Women, compiled by the two ASAI members Enzo Sabbadin and Enzo Rivis. The Lists (40 athletes, 20 performances for each event) are updated  as at May 2017 season/ Listas italianas todos tiempos: el link en la columna de la izquierda de esta misma pagina/ Listes italiennes de tous le tempes: hommes, femmes

Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Agosto 2017 10:21
 
Un mito da proporre ai giovani che sognano Olympia: sei la nostra storia... PDF Stampa E-mail
Sabato 08 Luglio 2017 07:56

https://www.msn.com/it-it/video/guarda/maradona-un-bicchiere-di-troppo-e-il-discorso-%C3%A8-una-sofferenza/vi-BBDPCb2

E' diventato virale il discorso di Diego Maradona a Villa D'Angelo, nel corso della cena organizzata lo scorso 4 luglio. La stanchezza per il viaggio e forse un bicchiere di troppo hanno reso incomprensibili le parole del Pibe de Oro
(testo pasquale tina, video youtube)

Alfonso IV d'Aragona, Rex Utriusque Siciliae, ma chi cacchio sei? DAM è "la nostra storia"...Non servono altri commenti.

Ultimo aggiornamento Sabato 08 Luglio 2017 18:26
 
Atletica come linguaggio, un elzeviro datato 1976, firmato Giovanni Arpino PDF Stampa E-mail
Giovedì 06 Luglio 2017 08:00

Giovanni Arpino (1927 - 1987), scrittore e giornalista, vinse il Premio Strega 1964 e il "Campiello" 1972. Autore di sedici romanzi, centinaia di racconti, libri per ragazzi, sceneggiature per cinema e tivvù., qualcosa anche per il teatro. A chi piace leggere di sport, suggeriamo il romanzo "Azzurro tenebra", edito da Einaudi nel 1977: una ironica, graffiante istantanea del mondo del calcio visto dietro le quinte, ma dentro gli spogliatoi: in quelle pagine il calcio è davvero nudo. Racconta le avvilenti vicende della Nazionale italiana ai Mondiali in Germania nel 1974, eliminata al primo turno (Haiti, Argentina, Polonia, e a casa).

Ma non di calcio, certo, vogliamo parlarvi in questo spazio, ma di atletica. E di un filo che legò Giovanni Arpino al nostro sport e alla rivista federale in occasione dei Giochi della XXI Olimpiade Montréal 1976. Riproduciamo, a seguire, un elzeviro - ci sembra il termine più azzeccato -  dello scrittore e giornalista, a quell'epoca a "La Stampa" di Torino, pubblicato nel numero 9, settembre 1976, pagine 9 e 10.

Nei prossimi giorni pubblicheremo un inedito ricordo di un nostro socio fondatore sulla "nascita" di questo testo. 

Nel frattempo se qualcuno volesse leggere un ricordo di Arpino, scritto in punta di penna, in occasione del novantesimo anniversario della nascita può andare su questo indirizzo http://www.huffingtonpost.it/darwin-pastorin/celebriamo-giovanni-arpino-luomo-che-ha-trasformato-il-pallone-in-letteratura_b_14239612.html

*********************

Cos'è l'atletica, se non un linguaggio? Fu Pasolini, molto avventurosamente, a vedere un "linguaggio" nel football: ma i suoi intuiti critici sembrano un po' forzati, vanno dalla discordia che il pallone suscita nei bar ad un mistilinguismo spettacolare e atletico che non sempre trova riscontro nei fatti. A mio parere il football ha la forza e la rozza autorità di un dialetto, ma il linguaggio, isolato, puro, sonoro, e con tutti i verbi a posto, senza necessità di eufemismi beceri, ce lo dona soltanto l'atletica.

All'indomani di una Olimpiade, quando si aprono i bilanci, si conteggiano - ed è un male, ma anche uno stimolo statistico, quindi un bene - le diverse medaglie, mi sembra che ancorarsi a questo concetto basilare dell'atletica come linguaggio sia indispensabile.

Nell'antologia dei gesti, delle prestazioni, del furore vincente, dello spasimo agonistico che l'Olimpiade di Montréal ha offerto, ciascuno può ricavare un suo nutrimento: parlando della magnifica Simeoni o di Grippo, naturalmente per risalire a quei protagonisti che hanno inciso profondamente nei Giochi, si tratti di Juantorena o Viren o Crawford o Nemeth. Ma qui il linguaggio si fa storicamente "datato", si fortifica nella memoria, lascia l'emozione all'immagine, rivedibile sempre in fotogramma.

L'atletica brucia nel momento in cui agisce, subito dopo è un testo da studiare a tavolino. Essa è scienza esatta, dove non puoi sgarrare con i "beniaminismi" così cari al critico passionale. Una curca, una progressione, una partenza, un accumulo di secondi, una stessa contrattura od inciampo improvviso - quindi il caso - diventano elementi di un problema che cancella le sue risposte incognite, e si fa esatto nella soluzione, tesa alla logica.

Naturalmente, mentre la si guarda, l'atletica non strozza il grido nella gola di chi la segue: il critico si fa chirurgo, ma dopo, così come alla vigilia era matematico. Nel furoreggiare del suo "durante", l'atletica offre a chicchessia emozioni, cardiopalmi, nervosismi e quasi un senso di angoscia. Ecco il giornalista che vorrebbe soffiare nei polpacci di un quattrocentista, per aiutarlo, anche se sa benissimo che i "tempi" gli chiudono ogni gloriosa avventura. Ecco lo statistico che sa in ogni caso rispondere ad un urgente interrogativo. Che ha fatto il Caio nel settembre dell'anno tale nello stadio X? Subito lo statistico sa rispondere, minuti e secondi e centesimi esatti, la data, magari la temperatura e la pressione atmosferica.

Qui, come possiamo vedere, l'atletica diventa una malattia, una sorta di "virus" che circola per arterie e vene. Non inquinante, è logico, non mortale, ma senz'altro inguaribile. In una tribuna stampa, mentre gli atleti, laggiù, siedono tra i loro stracci colorati, o saltellano prima di una gara, o si ripiegano su se stessi, dopo il traguardo, per ripigliare fiato, in quella tribuna stampa, dunque, accadono tiri incrociati di discorsi che farebbero felice un filologo: è il massimo momento espressivo del linguaggio, che si traferisce da piste e pedane in sede critica. Ogni tre sillabe, una cifra. Ogni tre cifre, un aggettivo: e quando gli aggettivi sono così scarsi, vuol dire che il significato vive robusto, che non esiste l'alea dell'opinabilità. Ancorato ad un cronometro, ad un metro, il linguaggio atletico non consente facile "epos". La sua implacabile certezza registrante, la sua realtà scartano immediatamente lo svolazzo. Il linguaggio si commenta all'interno di sé, chi tenta di operar contrabbando di elogi o invettive scade subito a cronista di mercato, quindi a nemico. Rischia l'espulsione dalla tribù, perché il mancato rispetto del linguaggio è già tradimento, confusione, trappola, tentativo di mistificare e stravolgere la realtà.

Sto rendendomi conto di redigere un articolo impossibile: non si può infatti "scrivere sullo scrivere" e "scrivere su chi scrive" in atletica. Si rischia di precipitare in un mercato di parole abusive, e contibuire ad una corruzione. Ogni vangelo tenta, di per sé, d' escludere il commento. Preferisce, semmai, un fratello apocrifo.

Ma una cosa mi resta da dire: durante quest'ultima Olimpiade, molti illustrissimi politologi dei Giochi hanno discusso intorno all'"anima" che gli è dentro. Un' Olimpiade moderna - al di là di sforzi immensi e forse sproporzionati, montagne di dollari, eventi e secessioni politiche, diatribe sui significati marginali o sulle finalità - possiede ancora questa "anima" , si sono domandati studiosi di ogni parte e tendenza, persino qualche importante gerarca della piramide che gestisce i Giochi?

Si è giunti a dire, quasi in uno sfrozo inventivo per superare il groviglio delle idee: l'Olimpiade ebbe pur sempre un' anima, o religiosa o civile e democratica, o addirittura condannata perchè pagana (dal misticismo cristiano) e poi ricresciuta, seppur in laboratorio, per riportare in onore l'animale uomo dei tempi moderni; l'ultima sua "anima" nasce dalla religione del progresso, che condiziona, forse corrode, ma è costante irreversibile dell'esistenza contemporanea.

Sono discorsi crudi, talora forse indigeribili, che non evitano di sbandare nel generico. A questi discorsi l'atletica, che è figlia, regina, madre ed erede del gesto olimpico, ha risposto con suo "fare". Anche stavola il linguaggio ha preferito essere se stesso, non dipendere da logomachie altrui. Precipitatasi sull'erba e sul tartan, l'atletica ha voluto rendere omaggio soltanto alla propria consistenza, ripetendo le antiche sfide al "limite umano", riproponendosi di fronte ai rischi di sempre. La sua solitaria bellezza non ha mai chiesto altro.

Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Luglio 2017 17:25
 
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