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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Alessandro Andrei PDF Stampa E-mail
Mercoledì 14 Agosto 2019 08:21

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Qui sopra: una bella copertina della rivista «Atletica», dedicata ad Alessandro Andrei. A destra, il risultato ufficiale completo della finale olimpica del lancio del peso al Coliseum di Los Angeles

Era l'11 agosto 1984... Quel giorno...Meglio quel tardo pomeriggio, sera incombente. Le dodici catapulte umane che avevano superato il turno di qualificazione la mattina, tornano in pedana alla ricerca di oro, argento e bronzo.In California, una terra che aveva conosciuto la febbre dell'oro, o corsa all'oro, stavolta non sportivo, un secolo prima, a partire dal 1849, per tanti poveracci una tragica epopea finita nell'alcol, nella miseria, nel delitto, nel suicidio. Il meraviglioso film, muto, prodotto e interpretato di Charlie Chaplin, nel 1925, dice più di tutte le parole; se volete, guardate questo traler. In quel pomeriggio avanzante dell'11 agosto 1984, anche per Alessandro Andrei the dreams became reality, i sogni divennero realtâ. Dopo il decimo posto ai Campionati d'Erupa dell'82. il settimo ai primi campionati del mondo '83, il coronamento di otto anni di carriera (dal 1976). Alessandro veniva da una terra di lanciatori di peso che avevano scritto grand parte dell'albo d'oro italiano: Aurelio Lenzi, di Pistoia, Angiolo Profeti, di Castelfiorentino, Silvano Meconi, di Firenze, come Andrei e come Marco Montelatici, che in quella finale olimpica californiana fu sesto.

Per ricordare quel successo vi lasciamo ad un articolo a mezzo fra il ritratto e la cronaca che, dopo i Giochi, Dino Pistamiglio scrisse per la rivista «Atletica». Dino era caporubrica al quotidiano torinese «Tuttosport», osservatore attento, pignolo, preparatissimo, di lui sempre ci impressionò la capacità di lucida analisi di una giornata di atletica iniziata alle 9 del mattino e finita a sera tarda: ti snocciolava prestazioni, tempi di passaggio, dettagli anche poco appariscenti come se li avesse annotati un attimo prima.

Alessandro

di Dino Pistamiglio

"Alessandro Andrei stringeva il fascio di rose rosse come se tenesse la mano di una ragazza dolce; il viso era ormai rilassato. Tutti i riti del dopo gara, dall'antidoping alle interviste, erano ormai esauriti. Restava ancora da abbracciare Roberto Piga, il suo allenatore, l'uomo col quale aveva intessuto, per più anni, un lungo discorso di passione e di lavoro con il lancio del peso.

"Un italiano, un toscano, un fiorentino di venticinque anni era campione olimpico del peso. Forse uno dei titoli più inattesi nella storia del nostro Paese, che ci descrive estrosi, veloci, resistenti ma raramente uomini forti.

"Trentasei anni dopo l'oro di Consolini nel disco a Londra, toccava a un altro lanciatore di casa nostra centrare il titolo più sognato da uno sportivo. C'era grande emozione, anche se Andrei teneva il pallino del discorso con distenzione, pronto alla battuta, al commento ironico ("Cosa faccio quando ho finito di allenarmi? Mi riposo dalle fatiche dell'allenamento...").

"Era la serata di Alessandro Andrei e Gabriella Dorio, quel sabato 11 agosto, che resterà impresso nella nostra memoria come il ricordo giusto di questo giovanottone. In un anno Alessandro il grande ha compiuto un salto di qualità che spaventa, portandosi da un valido 20.35 a misure tipo 21.50 che l'hanno proiettato, già alla vigilia olimpica, come un possibile protagonista. Maledetti e grandi toscani, l'hanno scritto in tanti, ma Andrei nel sorriso sempre contenuto, nelle affermazioni sincere e ragionate, pare quasi non avere le caratteristiche della sua città.

"Il personaggio forse non piacerà al pubblico di casa nostra, abituato alle dichiarazioni separate e alle polemiche da caffè, con il primo interlocutore uno che insulta l'altro, come forma abituale di dialogo.

"A noi invece garba, anche se frequenta forse una delle specialità più difficili dell'atletica, con quel gran contorno di lavoro in palestra, ore e ore di sollevamento pesi che spaventano e hanno rotto più di un campione.

"In un anno Alessandro da Scandicci è diventato olimpionico; ha riscattato tanti anni di battute sul rendimento agonistico dei pesisti della sua città, che hanno fatto cose grosse da Profeti a Meconi, ma che si sono anche persi nelle competizioni internazionali. Lui invece, nel grande prato verde del Coliseum, quel sabato 11 agosto, ci è sembrato sempre controllato, sempre sicuro, sempre consapevole di quel che si verificava sulla pedana del peso.

"Spara Carter, spara Wolf, spara Laut, ma il migliore è stato, fin dal primo lancio di prova, questo ragazzone che con la palla da 16 libbre quest'anno ci ha divertito un mondo, sparando lontano, in direzione Los Angeles".

Ultimo aggiornamento Domenica 18 Agosto 2019 07:51
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Gabriella Dorio (2) PDF Stampa E-mail
Martedì 13 Agosto 2019 07:19

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Copertina della rivista «Atletica»: la foto si riferisce ai Giochi Olimpici di Mosca '80, dove Gabriella Dorio fu ottava negli 800 e quarta nei 1500. L'altra immagine è la copia dei risultati ufficiali della finale dei 1500 a Los Angeles '84

Era l'11 agosto 1984... Quel giorno...Questa è la seconda parte del nostro racconto della medaglia d'oro olimpica conquistata, sui 1500 metri, da Gabriella Dorio ai Giochi Olimpici di Los Angeles 1984. Un ritratto fine, elegante, disegnato da un bravo giornalista come Gianni Ranieri, Stampa e Stampa Sera a quel tempo. Lo scritto apparve nel numero olimpico della rivista della Federazione italiana, settembre '84, alle pagine 56 e 57. Un brano da antologia.

Gabriella

di Gianni Ranieri

"Gabriella Dorio, amabilmente e affettuosamente chiamata Gabriellina da coloro che sentono irresistibile la necessità di ammorbidire i nomi anche alle persone più dure, è una caratterista veneta di 27 anni. Come sarebbe a dire? Ho sempre pensato, guardandola, che, se non avesse scelto il mestiere di correre così adeguato ai nostri trafelatissimi tempi, Gabriella Dorio avrebbe potuto, e con sicuro successo, riempire della sua avvenenza e della sua parlata gli schermi cinematografici. Attenzione. Non si tratta della solita idea scaturita dall'attenta osservazione dei mezzi fisici del soggetto in questione. Avvicinate Gabriella Dorio, inducetela al colloquio, chiedetele il permesso di chiudere gli occhi mentre lei parla (fatelo con molta gentilezza e molto garbo: chiudere gli occhi mentre una giovane donna parla non è cosa galante) ed ecco che, abbassate le palpebre, sarete visitati da due tipi di immagine. La prima sarà quella di una Dorio corrente: la sua bionda figura, costuita con i migliori mezzi a disposizione dal signor Gino e dalla signora Agnese, genitori di Gabriella, vi balzerà incontro prepotente e festante raccontandovi, in una sintesi-baleno, la storia di un'atleta che galoppa alla testarda ricerca di qualcosa che non riesce ad afferrare e ormai il tempo stringe, gli anni sono passati ma un giorno, un giorno americano, in un grande stadio della California, al bronzo europeo e al quarto posto olimpico che non possono da soli testimoniare d'una classe indiscutibile, si aggiunge l'oro dei 1500. Ma quest' immagine si dissolve con uno sventolare da bandiera della chioma più fotogenica dell'atletica italiana per far posto a un disegno umano confuso, un insieme di colori alla caccia del proprio componimento dai quali si leva una voce, che è la voce del Veneto come l'abbiamo sentita nei film e a teatro.

"Mi sia concesso di continuare su questo insolito terreno. Gabriella Dorio è per me (una personalissima impressione, intendiamoci) un arguto, musicale, divertente fenomeno. E anche un'esimia campionessa, si capisce. Ma io ne afferro soprattutto il suono, che mi rammenta «Signore e Signori» di Germi, mi ripropone vicende di una terra che crepita di voci femminili di una grazia non caramellosa ma eccitante. E siccome il nostro cinema ha dato alle voci venete ruoli di carattere, si spiega perchè assimilo l'effetto Dorio all'effetto che solitamente produce in uno spettatore l'avvento in scena di una caratterista veneta.

"Mi sembrava a Los Angeles, nel Coliseum così geloso dei propri assi americani, che Gabriella Dorio corresse e corresse per arrivare prima su un set favoloso e che una volta approdata a quel sognato traguardo, investita dalle luci al magnesio, dovesse recitare nel più giulivo dei nostri dialetti, la sua gloria di ventisettenne olimpionica. Anche in quella occasione pensavo non tanto a una ragazza in corsa, ma a una voce impegnata a battere altre voci in un veemente desiderio di imporre la novità, per quella pista, di un accento, la freschezza di un'eco.

"Ricordo Gabriella Dorio davanti alla telecamera di una trasmissione «Sport Sette». Alla voce brunita di una speaker, seguivano in un incredibile e simpaticissimo spaccato dialettale, le sue parole che riempivano la sala di inusitati rumeri caserecci. C'era profume di Cartizze e, considerata l'oa serale, veniva, ascoltandola, una voglia di pasta e fagioli, di baccalà alla vicentina. Una melodiosa dolcezza esalava dalla futura vincitrice alle Olimpiadi.

"Tutto questo, me ne rendo conto, può apparire come una sorta di sconvolgimento del personaggio, un tentativo di falsarne il valore, un irrispettoso contrappunto al tema atletica. Le capacità atletiche di Gabriella sono stampate nelle classifiche, sono annunciate dai risultati, stanno incise e incancellabili nei libri. L'analisi tecnica della Dorio è già abbondantemente compiuta. Ma spesso il campione, definito e divulgato in cifre, resta prigioniero nel muto quadrato d'un'istantanea. La sua felicità è fotografica. E, allora, al di là dei suoi numeri, sarà opportuno di tanto in tanto coglierne un dato che ce lo renda più prossimo. Nel suo bel sorriso e nella sua voce la Dorio ci offre un mezzo per interpretarla e liberarla dal freddo astuccio in cui, tra una gara e l'altra, stanno chiusi i campioni".

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Agosto 2019 13:00
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Gabriella Dorio e Sandro Andrei PDF Stampa E-mail
Lunedì 12 Agosto 2019 08:20

Era l'11 agosto 1984... Quel giorno...Non stupitevi del ritardo, oggi siamo al 12. È la settimana di Ferragosto e anche i nostri numerosi redattori hanno diritto alle ferie, dopo tutto il lavoro che fanno durante l'anno per tenere vivo e attuale questo sito. Per cui in redazione è rimasto solo un povero tapino che deve occuparsi di tutto. Il benevolo e comprensivo lettore, siamo sicuri, comprenderà e scuserà gli inevitabili ritardi.

Dunque, era l'11 agosto 1984...Non avremmo mai pensato di ricevere una email da Jacques de La Palice (1470 - 1525), sapete quello che si fece scrivere sulla tomba "Ci-gît le Seigneur de La Palice: s'il n'était pas mort, il ferait encore envie", qui giace il signore di La Palice: se non fosse morto, sarebbe ancora vivo. Con garbo signorile, Monsieur Jacques ci ricorda di scrivere che quel sabato d'agosto 1984 resta, almeno al momento (siamo degli inguaribili ottimisti), l'unico giorno nel quale l'atletica italiana conquistò due medaglie d'oro. Una ragazza del Nord Est, Gabriella Dorio, e un maciste fiorentino, Alessandro Andrei, la bionda signorina i 1500 metri, Sandrone (come soleva nominarlo il telecronista Paolo Rosi) il getto del peso. Aggiungeteci l'aureo dischetto conquistato da Alberto Cova, e il bottino californiano eguaglia quello conquistato sulle rive della Moscòva quattro anni prima: Damilano, Simeoni, Mennea, gli eredi Cova, Dorio, Andrei.

Se diamo la precedenza a Gabriellina, altro diminutivo in voga all'epoca, siete d'accordo? In ogni caso, così è (se vi pare), secondo saggezza pirandelliana. Due flash da quel giorno, mutuati dal numero di settembre '84 della rivista «Atletica»: il primo una cronachetta tratta dal «pastone» omnicomprensivo delle gare femminili al Coliseum, il secondo un ritrattino in punta di penna compitato da Gianni Ranieri, un bravissimo giornalista, passato attraverso esperienze di  giornali che...erano giornali, come «Paese Sera», «Tuttosport», «La Stampa», «Stampa Sera», e una persona piacevolissima. E adesso, dalle chiacchiere alla lettura e alla visione: oggi vi offriamo la cronachetta della gara, tanto per rinfrescare la memoria, e il filmato degli ultimi 300 metri con il commento di Paolo Rosi. Domani vi proporremo la lettura del ritratto uscito - metaforicamente - dalla penna di Gianni Ranieri.

 

1500, Gabriella Dorio, Italia

"Sesta a Montreál otto anni fa, quarta a Mosca nel 1980, campionessa olimpica a Los Angeles.Un crescendo che porta la firma di Gabriella Dorio. La vicentina aveva un conto in sospeso con sé stessa: il settimo posto dei campionati del mondo l'aveva profondamente ferita nell'orgoglio che in questa donna, insieme alla combattività, è uno degli elementi più spiccati. A Helsinki doveva andare sul podio e invece naufragò miseramente negli ultimi 300 metri di corsa,in una gara dai contenuti non esaltanti. Stavolta non ha sbagliato nulla, dando un vigoroso colpo di spugna a quel fastidioso ricordo. È arrivata alla finale dopo quattro prove, tre sugli 800 e una sola sui 1500, dal momento che il ristretto campo delle partenti (22) aveva imposto la cancellazione del primo turno di qualificazione. Un campo di partenti non eccezionale che comunque aveva alcune protagoniste segnate da vecchie rivalità (Dorio contro la coalizione rumena formata da Melinte, Puica e Lovin).

"Già in semifinale si era potuto constatare la ritrovata efficienza dell'atleta italiana dopo i molti malanni dell'inverno e della primavera. La finale, dal punta di vista tattico, è stata tra le più insidiose: inizio al Valium,con l'inglese Boxer a fare l'andatura per i primi 800 metri (1:06.14, 2:14.66) con la Dorio che transita in 1:06.42 e in 2:14.75, guardata a vista dalla Melinte che le sta incollata come un francobollo (1:06.56 - 2:14.90). La lucidità della vicentina la porta ben presto a considerare i pericoli di questo trantran, tanto che ai 900 metri la Dorio rompe gli indugi e prende decisamente il comando allungando la fila.. Ai 1100 transita in 3:01.77 sempre tallonata dalla spilungona rumena che fa gara su di lei (3:02.07). Ai 200 finali è la rumena che passa e la Dorio getta l'amo del suo trabocchetto: la lascia passare, la tallona per una ottantina di metri, quindi quando mancano pochi metri all'ingresso in rettilineo allarga e la passa irrimediabilmente. Il passaggio ai 1200 era stato rispettivamente di 3:16.92 e 3:17.26. L'azzurra capisce di aver vintonma la gioia per l'imminente vittoria è mitigata da una grandissima paura. «Sono stati i 30 metri più lunghi della mia vita» dirà poi.

"Il finale migliore lo ha avuto comunque Maricica Puica che ai 1200 era ancora quinta nel mucchio. Finale tattica che ai 1200 presentava una situazione cronometrica quasi analoga a quella di Helsinki: allora si transitò in 3:16.67 contro i 3:16.92 della Dorio; il finale della gara finlandese fu comunque più gagliardo.

"Un ultimo particolare`: Gabriella Dorio ha messo in fila due altre olimpioniche dal momento che la Melinte aveva già vinto gli 800 e la Puica il giorno prima aveva conquistato il titolo sui 3000".

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Agosto 2019 07:33
 
Gianni Brera e Ottorino Mancioli, un incontro fortuito che segnò una lunga amicizia PDF Stampa E-mail
Venerdì 09 Agosto 2019 07:43

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A seguito della nostra pubblicazione del primo articolo a tema sportivo di Gianni Brera, nell'agosto 1945, quando già era stato assunto dal giornale, Alberto Zanetti Lorenzetti, nostro socio fondatore e attualmente segretario dell' A.S.A.I., ci ha inviato un interessante ricordo dei rapporti personali fra Brera e il disegnatore Ottorino Mancioli. Alberto ha dedicato ricerche al lavoro di Mancioli: presentò una relazione in un convegno tenutosi all'Arena di Milano qualche anno fa, e una ricca documentazione dei lavori grafici dell'artista romano fu poi pubblicata nel nostro volume della storia dei Campionati italiani per il periodo 1933 - 1940. Qui di seguito il testo di Alberto Zanetti Lorenzetti e sopra due disegni di Mancioli.

Galeotto fu il paracadute

La Gazzetta dello Sport

Giornale sportivo, fondato a Milano nel 1896 grazie alla fusione del settimanale torinese La tripletta e della rivista milanese Il ciclista. Indicato come la “rosea” per il colore delle pagine, è quotidiano dal 1919, ed è il giornale sportivo più letto in Italia. Organizza dal 1909 importanti manifestazioni sportive, quali il Giro d’Italia e la Milano-San Remo.

Gianni Brera

Nato a San Zenone al Po l’8 settembre 1919, deceduto in un incidente stradale a Codogno il 19 dicembre 1992. Giornalista e scrittore, viene ancora oggi considerato come la migliore penna della stampa sportiva italiana.

Ottorino Mancioli

Nato a Roma il 26 aprile 1908, morto a Jesi il 21 marzo 1990. Laureato in medicina, ma anche pittore, grafico e scultore di opere spesso aventi come tema soggetti sportivi.

C’è un filo che lega il giornale sportivo e i due personaggi, ed è il paracadutismo. Tempo di guerra. Brera e Mancioli si conobbero nel 1941 a Viterbo, frequentando il corso per paracadutisti e venendo arruolati nella divisione Folgore. La loro amicizia si consolidò nel tempo, e la stima per la vena artistica di Mancioli portò Brera a definirlo “il più completo ed appassionato disegnatore di sport”, preferendolo anche a Renato Guttuso.

Quando si incontrarono, un giovanissimo Brera aveva già avuto collaborazioni con il settimanale milanese Lo schermo sportivo e Il nuovo schermo sportivo, per poi scrivere articoli per il Guerin Sportivo, mentre Mancioli era un affermato pittore e grafico: aveva partecipato alle Olimpiadi dell’arte di Los Angeles nel 1932 e di Berlino nel 1936, ed era stato un celebrato autore, spesso assieme al fratello Corrado, di numerose e apprezzate opere grafiche, dedicate in particolare  allo sport.

Entrambi paracadutisti, quindi, e questa disciplina dell’aria fu il tema del primo articolo firmato da Brera sulla Gazzetta dello Sport: “Come Gioân salvò i paracadute”, un pezzo che non celebra epiche imprese sportive, ma descrive il profilo umano di un povero diavolo, tale Gioân Colli. Un anonimo militare che nei giorni della sconfitta di El Alamein riuscì a portare in salvo i materiali della Folgore. L’articolo fu pubblicato un giorno particolare, l’8 settembre 1943. Data sinistra nella storia italiana, durante la quale i vertici aristocratici, militari e politici nazionali stabilirono il primato di velocità sulla distanza Roma-Pescara lasciando il Paese allo sbando, ma era anche compleanno di Brera.

Terminato il conflitto, diventato dapprima redattore e successivamente direttore della Gazzetta dello Sport, Brera offrì all’amico Mancioli, che al pari di grafici come Gino Boccasile era caduto in disgrazia, la possibilità di pubblicare disegni per la “rosea”, iniziando una collaborazione che durò per lungo tempo. Fra le opere dell’artista romano non mancarono soggetti riguardanti l’atletica leggera e, naturalmente, il paracadutismo.

Il seguito della storia di Brera è noto: dall’abbandono della Gazzetta dello Sport per divergenze con la direzione amministrativa Bonacossa sull’attenzione concessa al mezzofondista sovietico Vladimir Kuts, ai libri di successo, sportivi e non, agli articoli scritti dapprima sul Giorno, poi Guerin Sportivo, di nuovo Gazzetta dello Sport, infine Il Giornale di Montanelli e Repubblica.

Mancioli proseguì l’attività artistica aggiungendo ai disegni, dipinti e opere grafiche anche lavori di scultura, mantenendo lo sport come soggetto preferito. Lo ricordiamo come autore della copertina del libro “Atletica d’Italia”, annuario Fidal edito nel 1950.

Nel 1968 la pubblicazione ufficiale della Federazione di atletica leggera cessò il formato e la funzione di bollettino e divenne rivista, evento che accomunò nuovamente i due personaggi, con Brera impegnato a scrivere profili dedicati ad alcuni campioni e Mancioli autore di una serie di disegni. Bella annata per la pubblicazione, non c’è che dire. Se potete, andate a sfogliarla: troverete anche illustri firme del giornalismo italiano, fra le quali il socio fondatore e primo presidente dell'A.S.A.I., Roberto L. Quercetani, e – udite, udite – perfino Bruno Bonomelli.

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Agosto 2019 10:32
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Alberto Cova PDF Stampa E-mail
Mercoledì 07 Agosto 2019 14:23

 

Atene 1982 Helsinki 1983 Los Angeles 1984
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Qui sopra trovate le riproduzioni dei risultati originali dei tre grandi successi consecutivi di Alberto Cova: Campionati d'Europa, Atene 1982; Campionati del mondo, Helsinki 1983; Giochi della XXIII Olimpiade, Los Angeles 1984. Risultati originali significa quelli usciti immediamente, e non quelli «aggiustati» in seguito, dopo poco edificanti vicende (leggi: doping). Per ingrandire cliccare su ognuna delle pagine. Se volete vedere il finale degli Europei '82 cliccate invece qui.

 

Era il 6 agosto 1984... Quel giorno...La concomitanza della data ci ha suggerito di dividere in due giorni il racconto delle medaglie d'oro olimpiche di Ondina Valla e Alberto Cova, ottenute a distanza di quarantotto anni una dall'altra. Per raccontare la vittoria del corridore brianzolo abbiamo scelto due scritti di due amici a noi particolarmente cari: Augusto Frasca, socio fondatore del nostro Archivio Storico e attualmente vicepresidente, e Giorgio Reineri, socio da sempre. La fonte è stata la rivista «Atletica», che dedicò un corposo numero di 126 pagine - quello di settembre -  di cui 80 alla vicenda olimpica, e le altre alle celebrazioni post-olimpiche, Golden Gala a Roma, incontri delle Nazionali e Cagliari e Catania con Cova a onorare la maglia azzurra (sprintino finale sui 5000 metri in 14:16, nella finale olimpica era passato in 14:20), meeting di Viareggio, di Riccione,  di Rovereto (era la ventesima edizione, proprio stamane abbiamo ricevuto il poster che annuncia la cinquantacinquesima, il prossimo 27 agosto), il rimpianto Meeting di Rieti, il Trofeo Industria a Como, e poi le corse su strada «vere» con corridori  «veri». Parafrasando il titolo di quello splendido film di Sergio Leone «C'era una volta il West», osiamo dire «C'era una volta l'atletica». In omaggio a Sergio Leone, Ennio Morricone, Claudia Cardinale, Henry Fonda, Paolo Stoppa, Charles Bronson, Gabriele Ferzetti, e perchè no? Alberto Cova, che dal lontano West riportò in Brianza una medaglia d'oro olimpica, fate una pausa di tre minuti e ascoltatevi una delle più belle colonne sonore da film che siano mai state scritte.

Frasca - Reineri, dunque. Il primo fu il redattore della cronaca. I nove giorni olimpici furono raccontati sulle pagine della rivista con questa ripartizione: Augusto le corse maschili, Dino Pistamiglio i concorsi maschili, Gianni Corsaro le gare di marcia, Ottavio Castellini tutte le gare femminili. Altre firme: Roberto L. Quercetani, Gianni Ranieri (di «Stampa Sera», un giornalista di grande stile umano e professionale), Giulio Signori (de «Il Giorno», un gentleman), Nico Pacilio e Fabio Camerini. Era davvero un bel leggere. Giorgio Reineri cesellò il ritratto di Alberto Cova. Adesso tocca a voi. Leggere.

 

10.000, Cova, Cova, Cova

di Augusto Frasca

"Tre batterie per i quindici uomini della finale. Al termine della prima, i sogni di qualcuno di vedere Antibo sicuro fra le medaglie acquistano poderosa consistenza. La sicurezza del ragazzo è in effetti stupefacente. Prima ripoerta tutti sotto Virgin al settimo chilometro, strattona i sette rimasti in testa. La sorpresa è nei piedi di Antibo all'arrivo, alluci straziati da scarpe nuove malmesse in ogni senso. L'ingenuità d'un ragazzo sprovveduto, aggiunta alla disattenzione di chi gli era attorno ed alla stupida protervia d'un commerciante di calzature privano sicuramente Antibo, all'arrivo finale, di ben altre soddisfazioni. La seconda batteria, quella di Cova, offre l'eliminazione a sorpresa di Shaahanga, uno degli ereoi di Helsinki, e di Cummings. Nella terza, infine, poca storia per Panetta.

"Venerdì 3 agosto, ore 19.45, ventisei gradi centigradi. Nove persone su dieci, addetti e non, danno Cova. È duro vincere avendo in pugno tutti i pronostici. La vicenda della gara è trascurabile fino ai 4600 metri, quando Mamede perde due metri. Sarebbe il caso di allungare. Non ve n'è bisogno. Fernando, quel viso oblungo veramente triste come una salita, lascia la compagnia ed entra direttamente negli spogliatoi a dodici giri dalla fine. La chiave di soluzione della gara la fornisce Nick Rose a undici dal termine, con un allungo secco al quale reagiscono con prontezza solo Vainio e Cova. Per Rose si tratta in effetti d'un fuoco di paglia. Basteranno quattro zampate di Vainio a togliere di mezzo il britannico.

"Sono solo in due. Viste le caratteristiche dei due atleti, se Cova tiene la vittoria è sua. Alberto dirà all'arrivo di non aver mai sofferto tanto, due strappi di Vainio, specie quello tagliente a 850 metri dall'arrivo, sono per la verità micidiali. E mentre Cova va a raccogliere l'apoteosi a metà della curva finale, Evangelisti consuma il proprio splendido dramma personale su una pedana che offre all'Italia il miglior risultato di sempre. Apoteosi per Cova, memorabile tris d'un grande campione. Frattanto, con gli alluci rappezzati e con uno scupio imperdonabile di energie che meriterebbe una bruciante sculacciata, Antibo regala agli avversari una medaglia di bronzo, soprattutto con il tardivo attacco ai 120 finali, sbattendo peraltro su Musioki, recuperando poi alla disperata, perdendo infine il bronzo per ventotto centesimi".

P.S. - Per coloro che ignorano, per i deboli di memoria, per evitare che arrivi l'immancabile Pierino/Pierina (adesso parità di genere) so tuto mi che faccia notare..., diciamo subito che il palo telegrafico finlandese Marti Vainio ebbe qualche intoppo di troppo nell'urinare e fu tolto di classifica. Le ultime righe dello scritto di Frasca, a proposito di Antibo, già riflettono questa situazione post-gara. I più attenti avranno anche notato che il titolino rieccheggia la emozionante telecronaca di Paolo Rosi negli ultimi metri al Mondiale di Helsinki '83. A ricordo del grande Paolo e di un altrettanto grande indimenticabile momento (per quelli che c'erano...) vi riproponiamo il video di quel finale.

 

Alberto

di Giorgio Reineri

"Non era mai accaduto che l'Italia vincesse il titolo olimpico dei 10 mila. La corsa lunga - 10 mila e maratona - misura la capacità di resistenza di un popolo, il grado di civiltà atletica di una nazione. Nella corsa, l'uomo scava se stesso alla ricerca delle energie indispensabili per trasportare il proprio corpo: la corsa di lunga lena è difatti, prima che un esercizio fisico, un ritiro spirituale. Le guance scavate, le braccia rinsecchite dalla fatica, le rotondità piallate dai chilometri, le ossa che traspaiono sotto la pelle sono i segnali distintivi del corridore di mezzofondo (e fondo).

"Gli stessi segni si possono trovare tra gli anacoreti del deserto o i solitari frequentatori di boschi di betulle, tra i fachiri del dolore e i cultori del silenzio: gli uni  e gli altri cercano in se stessi la forza per procedere sul logorante sentiero della vita. La corsa dei 10.000 (come ogni corsa di mezzofondo prolungato e di fondo) è la proiezione agonistica delle quotidiane angosce: esse si snocciolano giorno dopo giorno così come, giro dopo giro, si snocciola la gara. Chi arriva al traguardo è un vincitore, chi vi arriva per primo ha diritto alla corona di alloro che spetta ai poeti. È dei poeti, difatti, la ricerca mistica: nell'atletica in generale, ma nel mezzofondo e fondo in particolare, la mistica vale più di un allenamento.

"Alberto Cova è un mistico. Se non si possiede senso mistico non si reggono gli allenamenti. La preparazione ad una gara olimpica dei 10 mila metri è difatti un esercizio che attiene ai muscoli, al cuore, agli enzimi, ma soprattutto alla volontà. La volontà si nutre di valori profondi, più che degli scintillii della moda: essa, la volontà: essa, la volontà, va esercitata e rafforzata attraverso la mistica della fatica.

"Grandi religiosi furono, e sono, i finlandesi. La loro mistica è quella che esalta l'anima nascosta nei muscoli, il giusto panico della natura; la loro volontà è mitica e imbattibile: si chiama sisu.

"I finlandesi hanno storicamente dominato il mezzfondo prolungato; a loro si accodarono altri uomini del nord: le renne di Svezia, i polacchi, i cugini ungheresi, i cecoslovacchi e gli inglesi (che in realtà li avevano preceduti, essendo gli inventori del mezzfondo moderno). Ma è in Finlandia che la sintesi di tutte le qualità si compì: da Hannes Kholehmainen a Paava Nurmi, da Ritola a Salminen, da Iso-Hollo a vaatainen a Viren: gli uomini del nord e del freddo, delle lunghe notti e degli infiniti, silenziosi spazi insegnarono al mondo la religione della corsa.

"In Finlandia si va pellegrini, come  a San Pietro o alla Mecca. Il Finlandia ci si ritrova per rafforzare lo spirito: e Alberto Cova è un frequentatore di quell'immensa chiesa, che ha per pavimento il muschio, per candelabri le betulle e per cupola la volta del cielo.

"In Finlandia, Alberto Cova ci è andato prima di precipitare a Los Angeles; e ci era stato nel 1982, avanti Atene; e nel 1983, prima di ritornarci per divenire campione del mondo.

"Certo, in Finlandia l'aria è fina e leggera, e il corridore è rispettato come un sacerdote nelle nostre campagne, un tempo. Certo, in Finlandia si recupera la fatica, con facilità; il corpo non è disidratato dalla calura, ma nutrito dai freschi tepori dell'estate. Però tutto ciò non basterebbe a spiegare i pellegrinaggi in quella terra se non ci fosse il desiderio, il bisogno fisico e spirituale, prima che atletico, di tornare alle origini, là dove la religione della corsa ha la sua più celebre cattedrale, elevata nel nome di Nurmi e della fierezza nazionale.

"Alberto Cova ha la fierezza di un brianzolo che corre. Difficile dire se sia più fiero un brianzolo che fatica di un finlandese (che non sta mai fermo, se non corre, beve). I brianzoli hanno avuto ottimi corridori, come l'Ambrosini di Monza, che falcò con successo piste internazionali negli Anni Trenta. I brianzoli sono gente tosta, gente dura: di crapa, nel senso che non si rassegnano; di muscoli, nel senso che non li spaventano le asprezze della quotidianità. Lembi di Finlandia, insomma, nella penisola italiana. L'Italia sarà magari uno sfascio geologico, ma dallo sfascio chi emerge possiede in sommo grado la virilità.

"Molti sono stati gli italiani emersi, ma mai nessuno capace d'arrivare al titolo olimpico dei 10 mila. Ed anche Cova teneva contro di sé la cabala dei numeri. È diffcile vincere una volta, difficilissimo ripetersi: quasi impossibile triplicare i successi.

"Alberto ci è riuscito. Storicamente, nessuno ha mai fatto l'uguale: dice, mai fu data ad alcuno l'occasione. È vero: i campionati del mondo sono di freschissima nascita, ma ciò non cambia le cose: anche tra i viandanti di questo tempo, nessuno vè riuscito.

"In altri periodi, Nurmi, Zatopek e Viren furono i soli a vincere due Olimpiadi dei 10 mila; campionato del mondo e Olimpiadi hanno, in atletica, identico valore tecnico; ci concedete, allora, di assimilare ai successi dei Tre Grandi, i successi del nostro omino?

"Oh, non diciamo che Cova Vale Nurmi, Zatopek e Viren: sarebbe discussione oziosa, perchè ciascuno è figlio dei propri giorni. E la grandezza storica è la proiezione mitica di un periodo: ma perchè, allora, non ritenere che i giorni che viviamo equivalgano a quelli che, agonisticamente, vissero Nurmi, Zatopek e Viren?

"Non è una bestemmia, è in fondo una constatazione: Cova è il primissimo del suo tempo, e questo tempo non è da meno di quelli che lo precedettero. L'Italia ha dunque il suo eroe, e per esso sarebbe infine giusto erigere una cattedrale: la cattedrale del mezzofondo, affinchè anche quaggiù, nel sud d'Europa, cresca e si sviluppi la religione della corsa. Alberto Cova, come missionario, ha compiuto l'opera sua: agli altri, ora il compito di continuarla".


Ultimo aggiornamento Lunedì 12 Agosto 2019 08:24
 
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