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Estadio Universitario, México City, ore 15.15, finale dei 200 metri, Mennea, 19.72 PDF Print E-mail
Thursday, 12 September 2019 09:37

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12 settembre 1979 - 12 settembre 2019. Quarant'anni da quel giorno, da quel primato, 19.72, da quel primatista, Pietro Mennea. Erano le 15,15 del pomeriggio, le 23,15 in Italia. Nell' Estadio Universitario di México City, quello stesso che era servito per i Giochi della XIX Olimpiade del 1968, era in programma la finale dei 200 metri dei Giochi mondiali universitari, la Universiada, come la chiamavo lassù. Quattro decenni fa, quel pomeriggio, in quel posto, c'erano quattro persone che, a titolo pressochè uguale, di professione parliamo, erano lì e videro quella straordinaria volata del giovanotto di Barletta. Chi erano? Ve lo faremo scoprire nei prossimi giorni, con la speranza che ciascuno di loro ci racconti quel pomeriggio, ci faccia partecipe di qualche episodio, aneddoto, sentimento. Nell'attesa, alziamoci reverenti nel ricordare Pietro Mennea, che ci lasciato troppo presto. Corrediamo queste poche righe con la copertina che la rivista «Atletica Leggera» dedicò all'eccezionale evento.

Last Updated on Thursday, 12 September 2019 16:12
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Alex Schwazer PDF Print E-mail
Tuesday, 27 August 2019 10:54

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La copertina della rivista «Atletica» celebrò così il successo di Alex Schwazer; nell'altra immagine l'abbraccio fra l'atleta e colui che l'aveva guidato al successo: Sandro Damilano (le foto sono di Giancarlo Colombo per Omega / FIDAL)

Era il 22 agosto 2008...Scrisse Franco Arese, allora presidente della Federatletica italiana, nell'editoriale che apriva il numero settembre - ottobre della rivista «Atletica», quello che faceva i consuntivi dei Giochi Olimpici di Beijing 2008:"...ci riempiono d'orgoglio e di gioia le due medaglie della marcia, lo spledido oro di Alex Schwazer e l'altrettanto splendido bronzo di Elisa Rigaudo...". Giocando sulle parole, il campione europeo di Helsinki 1971, volle iniettare una dose di fiducia nell'ambiente atletico nazionale con un "...potremmo dire che siamo in marcia...". La marcia aveva salvato, ancora una volta, il bilancio italiano in una grande manifestazione, quelle furono le uniche due medaglie nostre. Per il successo del giovanotto altoatesino si sprecarono aggettivi, iperboli, si diede fondo a tutto il repertorio...pindarico! In effetti, fu una gran bella vittoria, una gara da manuale, 50 chilometri da primato olimpico. Oro olimpico fu, oro olimpico resta. Noi abbiamo deciso di riproporre quanto scrisse Fabio Monti, sulla rivista federale. Uno scritto equilibrato, privo di accenti omerici esagerati, ma ancorato saldamente al presente - di allora - e al futuro - che non è ancora passato, ma incombe. C'è un passaggio nell'ultimo capoverso che suona come la quarta tromba dell'Apocalisse, quella che oscura il sole e la luna. Scrisse Fabio:"Basta che le sirene post-olimpiche non lo rovinino e che a novembre tutti ritorni come prima". No, non tornò tutto come prima. Anzi...

"O quam cito transit gloria mundi". Nonostante gli sforzi titanici e congiunti di una serie di personaggi che, per motivi diversi, hanno voluto ergersi a paladini di non si è mai capito bene cosa, resta inoppugnabile il fatto che l'uomo e l'atleta hanno ascoltato le sirene post-olimpiche, vanificando, vada come vada, una immagine che avremmo tutti voluto vedere in tutto il suo fulgore. Non è stato così, non sarà mai più così. Finora, ignobilmente, hanno pagato solamente delle persone per bene, che non hanno mai imbrogliato, non hanno mai mentito, non hanno mai vaneggiato di trame della mafia russa, che hanno sempre aperto le porte di casa loro alle forze dell'ordine senza farsi negare e mettendo nei guai i familiari. Sono tre persone che colpe non hanno, non ne hanno mai avute, tre persone che hanno sempre fatto il loro mestiere con inattaccabile rettitudine. Si chiamano Giuseppe Fischetto, Pierluigi Fiorella, Rita Bottiglieri. I loro nomi li ricorderemo sempre con profonda stima, quelli di tutti gli altri coinvolti a vario titolo faremo in modo di dimenticarceli. Il che non potranno fare Beppe, Pierluigi e Rita.

 

Il cammino del trionfo

di Fabio Monti

Lacrime di passione dentro il nido di Pechino per Alex Schwazer, 24 anni da compiere il 26 dicembre, altoatesino di Calice, frazione di Racines, sopra Vipiteno, sulla strada che porta al passo di Gioco, nuovo signore della marcia, la terra promessa dell'Italia, quella che ha sempre un frutto da offrire, anche nei momenti più difficili. Lo dicono: 17 medaglie azzurre sulle 59 vinte in atletica ai Giochi Olimpici vengono da lì. Erano 44 anni che si aspettava una medaglia così, sulla 50 km, la gara più lunga, quella che non consente di sbagliare nulla e che non finisce mai. Alex come Abdon, Alex come Pamich, altro uomo di frontiera, altro oro spuntato all'alba (italiana) dall'Oriente, il solo di Pechino invece della pioggia di Tokio, ma identico prodotto. Senza dimenticare Pino Dordoni, il campione olimpico di Helsinki '52, l'uomo che ha marciato dalla terra alla luna per costruire le sue vittorie. E gli altri ori: Ugo Frigerio (addirittura tre) e Maurizio Damilano, due monumenti carichi di medaglie, Ivano Brugnetti, l'uomo del blitz di Atene. E nemmeno Elisabetta Perrone, fermata sulla strada dell'oro otto anni fa da una giuria in cerca di assurde vendette, quando era solissima.

La medaglia di Schwazer è stata straordinaria, perchè prenotata in anticipo e perchè riassume il senso dell'atletica e indica la strada da percorrere per essere grandi. L'immenso talento di Alex è stata la pietra angolare sulla quale è stato costruito questo, che è davvero un trionfo: senza la sua classe, l'oro non sarebbe mai arrivato. Però il capolavoro è stata la costruzione dell'edificio, che ha permesso di arrivare in cima al mondo. La prima grande intuizione è stata quella di Vittorio Visini, pronto a recuperare un atleta che sembrava aver preso altre strade sportive e riportarlo alle origini e dove sarebbe esploso, lasciando perdere hockey e ciclismo. La seconda grande idea è stata quella di consegnarlo a Sandro Damilano, che ha saputo trasformare una grande promessa in un super-campione, lavorando con lui tutti i giorni, sulle strade intorno a Saluzzo o in quota e mettendo insieme quantità del lavoro e qualità del gesto, perchè la marcia di Schwazer è prima di tutto eccellenza tecnica. La terza leva per sollevare il mondo è stata la forza di volontà, cioè la capacità di sacrificarsi, di allenarsi, di soffrire di Alex, uno nato per marciare, ma uno che ha sempre avuto il coraggio di pensare in grande, fin da quando stupì tutti sulle strade di Helsinki, tre anni fa, con il bronzo mondiale. Uno capace di dire al presidente Arese che era andato a trovarlo a Saluzzo:«Vado a Pechino per vincere l'oro».

Nella storia dell'oro di Alex c'è davvero tutto: il recupero di un atleta, in un Paese che disperde molte delle sue migliori promesse; la grandezza di un tecnico come Sandro Damilano, che dopo 36 anni da predicatore della marcia e una valanga di medaglie euromondiali (44) meriterebbe un monumento; il rigore da professionista vero di Alex, perchè si fa in fretta a parlare, ma ci vuol un bel coraggio per marciare per 8.000 chilometri in una stagione, come se fosse andato da Roma a Pechino a piedi; una programmazione senza sbavature; l'organizzazione perfetta di un centro come quello del cammino di Saluzzo, che è davvero un gioiello e dove tutto funziona; l'appoggio di una federazione che non ha mai fatto mancare niente a chi ha dimostrato di meritarselo. Senza tecnici preparati, senza voglia di allenarsi, senza organizzazione, senza i fatti non si va da nessuna parte. Se la base è questa, le medaglie arrivano, perchè l'atletica è spietata, ma sa anche essere riconoscente con chi rispetta le sue regole e ha rispetto del proprio talento.

Per questo, quella dell'oro di Schwazer è sembrata persino una medaglia in discesa; per questo lui ha confessato che per «trenta chilometri è come se avessi assistito alla gara di marcia sul divano di casa mia». Del resto che Schwazer avrebbe vinto l'oro lo si era intuito già a Osaka, il 31 agosto 2007, quel bronzo pieno di lacrime del Mondiale («una medaglia vinta per me, un oro perduto per lui», il commento di Damilano): non perchè avesse sbagliato gara, ma perchè uno che arriva in quelle condizioni di freschezza non può che pensare in grande. la certezza che, salvo terremoti, Schwazer sarebbe arrivato al titolo olimpico la si era avuta a Cheboksary, l'11 mggio, la domenica di Coppa del mondo di marcia in riva al Volga: per batterlo a cento giorni dall'Olimpiade, un russo, Nizhegorodov, era stato costretto a marciare a tempo di record mondiale e l'atro, Kanaykin, sarebbe stato trovato positivo al controllo antidoping. Il peggio lo ha passato Sandro Damilano costretto a litigare con Schwazer, che avrebbe voluto allenarsi anche di notte e che ha voluto marciare anche il giorno prima della gara di Pechino, mentre gli altri cercavano di raccogliere tutte le energie da spendere in gara, perchè lui non riesce proprio a stare fermo.

Così è nato il capolavoro cinese, l'uscita dal «Nido» davanti a tutti, dopo un chilometro, sempre governata da re (illuminato), gli avversari che si sono cotti uno dopo l'altro, penultimo l'australiano Tallent, ultimo il russo Nizhegorodov. E, massima sublimazione del cuore, il ritorno solitario, dopo i cinque chilometri finali che sono stati una marcia nell'allegria e uno dei migliori spot che l'atletica potesse regalarsi.

Nemmeno questa è stata una sorpresa, perchè Alex aveva raccontato, ancora in inverno, che se «le cose funzionano e stai davanti, gli ultimi cinque chilometri sono l'emozione più bella per un marciatore, quelli che ti ripagano di tutti i sacrifici che hai fatto». Chi ha faticato con lui, anche stando seduto davanti alla tv dentro lo stadio a guardarlo mentre gli avversari crollavano, chi al traguardo era più stanco di Alex, che avrebbe potuto marciare per altri cinquanta chilometri, adesso ha una sola speranza: che la profezia di Damilano possa avverarsi. «Ha le qualità e l'età per vincere tre volte l'Olimpiade». Ci sono tutte le condizioni per un'impresa così. Basta che le sirene post-olimpiche non lo rovinino e che a novembre tutti ritorni come prima. L'anno prossimo c'è il mondiale di Berlino e c'è ancora chi ha voglia di marciare accanto a lui per altri 50 chilometri. E di sentire Damilano dire alla fine:«Io smetto, non alleno più». Porta bene e non ci crede nessuno.

Last Updated on Friday, 20 September 2019 16:31
 
Torino 1934, Campionati d'Europa: Roger Rochard strapazza i finlandesi PDF Print E-mail
Friday, 06 September 2019 10:12

Presentiamo qui di seguito il riassunto degli argomenti dell'ultima «Lettre» prodotta dagli amici della Commissione Documentazione e Storia della Federazione francese. Il primo argomento ha una eco italiana, riportandoci ai primi Campionati d'Europa ospitati a Torino nel 1934. Per saperne di più leggete l'«edito» (il pezzo di apertura) siglato come sempre dall'amico Luc Vollard.

EDITO- C'EST ARRIVÉ EN SEPTEMBRE ... 1934

Rédacteur Luc VOLLARD

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Longtemps l’athlétisme continental fut géré par l’IAAF et son comité Europe. C’est ainsi que naquirent les premiers championnats d’Europe, uniquement sur le programme masculin car la FSFI était encore à cette époque la fédération au pouvoir pour la pratique féminine. Les épreuves se déroulèrent à Turin du 07 au 09 septembre 1934 et la seule victoire française fut une très belle surprise, créée par celui que certains appelaient encore ’’le môme’’. L’Ebroïcien ... en lire plus sur la page d'accueil du site ou dans la colonne de gauche, menu EDITO

ACTUALITES

Rédacteur Gérard DUPUY

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En effet il y a longtemps qu'une actualité "ordinaire" (le décès de Monsieur Roberto Quercetani étant incontournable sur notre site) n'était pas apparue ici.
Et pourtant ! Nous n'avons pas chômé... 
 
Une vingtaine de dossiers ont eu des améliorations notables ces derniers mois (et beaucoup d'autres de menus ajustement ou précisions). Certaines nouveautés sont totalement inédites (ce qui est logique pour des nouveautés !).
 
Dans la liste qui suit il y a certainement des oublis, que leurs auteurs me pardonnent et n'hésitent pas à me le signaler, je les rajouterai à la prochaine occasion.
 
Pêle-mêle vous pourrez donc trouver des changements et des mises à jour dans :
Les relais mondiaux (ex challenge mondial des relais)
Le championnat d'Europe par équipe d'épreuves combinées (dernière édition malheureusement)
Les Bilans anciens (de 1884 à 1886 et de 1917 à 1923)
Les internationaux disparus (déjà seize recensés en 2019 !)
Les titres collectifs de champion de France (relais, interclubs, coupe des spécialités, cross, etc.) (point 16)
 
Tous les champion(ne)s de France élite individuel(le)s depuis l'origine dans l'ordre décroissant du nombre de titres (de 34 à 1) (points 17 et 18)
 
L'histoire de divers meetings (dans le menu : Palmarès divers - épreuves qui durent)
 
Etc., etc. Nous avons été bien occupés, mais il faut avouer que nous avons été beaucoup aidés par notre ami Gaston comme le montre l'image jointe ! ☺

INFORMATION - CE SITE EST TENU PAR DES PASSIONNÉS BÉNÉVOLES A 100%
Pour mémoire le texte complet est situé tout au début dans la colonne de gauche de notre site :
 
NEWSLETTER CDH
Elle se trouve sur la colonne de gauche sous format PDF :
http://cdm.athle.com/asp.net/espaces.html/html.aspx?id=39695

MISE A JOUR DU SITE
Mises à jour du site - menu situé en haut et à droite de la page d'accueil.
Les prestations des athlètes français figurent dans les dossiers suivants
Plus d'infos à partir de ce lien : Mises à jour du site

LA CDH ITALIENNE
Un site équivalent à la CDH française, mais réalisé pour l'Italie.
A découvrir absolument ! http://www.asaibrunobonomelli.it/
 

INFOS PRATIQUES : LES REVUES FFA
La revue fédérale Athlétisme Magazine en partenariat avec la BNF a mis en ligne tous les numéros du magazine officiel de la FFA de 1921 à 2000.
Les revues mensuelles fédérales sont accessibles à partir de la page d'accueil du site, colonne de droite.

 

Last Updated on Saturday, 07 September 2019 14:23
 
Trekkenfild numero 73: un agosto con tanta atletica, stavolta tutta italica PDF Print E-mail
Friday, 06 September 2019 10:24

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Ci era venuto il dubbio che Walter e Daniele avessero gettato la spugna: non arrivava più nessun segnale da «Trekkenfild»...Falso allarme: era solo lazzaronite ferragostana dei due editori-direttori-redattori. Ed ecco il numero nuovo, il 73, interamente dedicato alle vicende atletiche italiane. Buona lettura. Per i più tosti di capa, ricordiamo che per aprire tutte le pagine, basta fare click sulla copertina.

Last Updated on Friday, 06 September 2019 14:32
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Ivano Brugnetti PDF Print E-mail
Friday, 23 August 2019 15:03

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Due copertine dedicate al successo olimpico di Ivano Brugnetti: a sinistra quella del secondo volume dell'Annuario edito dalla Federazione italiana, datato 2005 ma relativo all'anno 2004. La seconda da una copertina della rivista della stessa federazione: Brugnetti bacia il suolo dopo l'arrivo ad Atene, gesto mistico del Papa Giovanni Paolo II che divenne una «moda» fra gli atleti

Era il 20 agosto 2004...La settima medaglia olimpica di metallo dorato conquistata da un atleta italiano arricchisce il Pantheon sportivo della Città di Milano. Ugo Frigerio era milanese, Ivano Brugnetti pure, di Bresso. Se contiamo medaglie meno preziose come lega metallica, dobbiamo aggiungere il bronzo di Fernando Altimani. Altri milanesi che ci hanno provato, due eclettici: Donato Pavesi e Raffaello Ducceschi, di Sesto San Giovanni. Tutti meneghini. E sai quanti altri ancora a scorrere le liste messe in fila da chi ha passione e pazienza. Quel lunedì 20 agosto  Atene era una fornace, era il primo giorno di gare nello Stadio uscito dalla progettualità dell'archistar Santiago Calatrava (andateci adesso a vedere «le nuove macerie di Atene»). Chi aveva avuto la fortuna era andato il sabato 18 in trasferta a Olympia, al Sacro Recinto, per le due gare di lancio del peso, che della sacralità del luogo se ne infischiarono presentando atleti che non si alimentavano solo a pane e Nutella. La storia di Brugnetti ce la racconta Piero Mei, all'epoca inviato del quotidiano romano «Il Messaggero», il quale scrisse un ritratto del neo-campione olimpico per la rivista «Atletica», numero luglio - agosto, pagine 18 - 21. Di quella gara, un ricordo incancellabile: la determinazione di Brugnetti dal primo all'ultimo metro di quei bollenti 20 chilometri, sempre davanti, o solo o comunque con i primi, e poi la schermaglia a tre, lui, l'australiano Deakes e lo spagnolo «Paquillo» Fernández, altro che affonderà, dopo qualche anno, nelle sabbie mobilissime dell'illegalità e della bugia. Una noticina invece che ha a che fare con la marcia senza regole fisse della fortuna: i genitori di Deakes avevano vinto, qualche mese prima, la bella somma di un milione di dollari australiani (oltre 600 mila Euro ai valori odierni) giocando cinque centesimi ad una poker machine.

 

 

Una marcia trionfale lunga quanto l'Equatore

di Piero Mei

Ivano è innamorato. E, siccome è un bravo ragazzo, anche quando è sfancato da venti chilometri fatti di marcia, ha un pensiero gentile:"Questa vittoria - dice - la dedico alla mamma della mia ragazza, che sta molto male". La ragazza è quella di sempre, che Ivano sposerà in primavera e il secondo pensiero è anche quello normale. Con i soldi dei premi finirà i lavori per la casa che lo aspetta insieme con la promessa sposa.

È questa la "cifra" di Ivano Brugnetti: la normalità. Eppure non deve apparire un tipo normale a quei balordi o sperduti che al Parco Nord lo vedono nella bruma d'ogni mattina non camminare né correre, ma marciare, che dovrà fare loro l'effetto di quei tipi strani che inseguono un sogno, un pensiero, la strada, il sentiero è uguale. Forse un cane gli abbaia dietro, qualche volta, magari Ivano gli allunga una carezza, chissà.

Ne ha macinati di chilometri e di pensieri, prima di questi venti olimpici di Atene, e prima di quella dedica e di quel desiderio d'investire in un nuovo sogno, questa volta a due. Ne ha marciati quasi seimila l'anno, che in sette anni fanno il giro intero dell'Equatore con un pezzetto d'avanzo, forse quello per tornare a casa. Ne ha marciati, prima seguendo il fratello maggiore, dai vieni con me a farti due passi, perchè magari tutto comincia così, per caso, magari non puoi stare in casa da solo, perchè non ti ci lasciano, e magari ti incuriosisce capire perchè quel fratello grande e grosso, che forse è un mito per la tua età, si diverta così. A pensare, a faticare.

Certo, sotto il bellissimo tetto costruito da uno dei più celebri architetti-star moderni, Calatrava, per lo stadio di Atene, la vita deve aver ripreso di colpo il suo senso di marcia per Ivano Brugnetti: aveva l'ulivo in testa e l'oro al collo, giacchè era diventato il campione olimpico. il primo in quello stadio. Era tutto molto diverso da come,invece, era diventato campione del mondo nella cinquanta chilometri di marcia.

Quella volta né inni né oro, ché sul podio era stato d'argento; ma era lì che sonnecchiava quasi quando era squillato il telefono, più di due anni dopo la faticata:"Ehi, guarda che il russo l'hanno squalificato e il campione dl mondo sei tu". Brugnetti l'aveva sentito dire che poteva andare a finire così, ma ormai non ci pensava più, non ci faceva  più caso ad essere d'oro o d'argento nel firmamento della marcia. Anzi, della marcia stessa aveva una specie di nausea, ché cinquanta chilometri ormai erano diventati troppi a faticarli tutti e pensarli tutti metro dopo metro, piuttosto che non chilometro dopo chilometro. Va bene, sarò pure campione del mondo, avrà pensatogirandosi dall'altra parte del letto, ma in fondo la faccenda non gli cambiava la vita.

Se lo sentica dire spesso: com'è che non ce la fai più? Forse a poco più di vent'anni quel gran giorno di Siviglia era arrivato troppo presto. Il successo qualche volta ti brucia, che puoi conquistare di più se hai conquistato già il mondo? Forse ci vorrebbe una marcia sulla luna, arrampicarcisi. Ma quello non è possibile a nessun umano, nemmeno a Ivano Brugnetti. E allora, per non rimuginare certi pesnieri che alla fine potevano pure metterti l'angoscia come te la mette la marcia quando sei stanco e sfinito, ma sai che devi finire, puoi morirci sull'asfalto ma mica arrenderti, s'è dedicato ai motori, alle macchine, a saper tutto d'ogni congegno, anche quello più infinitesimale, quasi che il pensiero volesse marciare all'interno di quei meccanismi come avevano fatto le gambe sulle strade caldissime di Siviglia, e adesso non reggevano più oltre un certo limite di chilometri. Non era questione di gambe, ma di testa.

Per questa ha fatto quello che nessun marciatore fa: perchè se vai avanti con gli anni, allunghi la distanza, quasi che la gara stessa dovesse aumentare i propri numeri come fa il tuo corpo. L'uomo è esplosivo all'inizio della sua vita, in ogni campo, poi non esplode più, ragiona. Ma Brugnetti ha fatto il contario. Proviamo con la venti, che forse è meglio, e magari fino a quel limite posso farcela ancora.

Ce l'ha fatta, lentamente come la marcia vuole, che come dice qualcuno:"è un modo di correre per andare più piano". Ed eccolo olimpionico, eccolo confessare che "è finito un incubo", dopo essere stato sempre avanti nella gara ed aver avuto la certezza  della vittoria, raccontava, a un chilometro dalla fine, quando ha visto che lo spagnolo Fernandéz, attaccato, aveva qualche difficoltà. Lui no. Sapeva, sentiva, che cinque anni dopo Siviglia si poteva di nuovo assaporare il successo, anche più di allora, e non per largento o l'oro, che già fa una gran differenza perchè se vinci bene, se sei secondo hai perso; ma anche perchè qui erano le Olimpiadi, che valgono sempre più dei Mondiali, perchè sei sotto gli occhi davvero di tutto il mondo dello sport e non solo del tuo. Ma forse a lui interessavano pochi di questi sguardi. La ragazza, la famiglia, qualche amico di quelli che non ti lasciano quando la tua marcia non è trionfale.

Baciare la terra, prendere la bandiera: a volte ha l'aria di un rituale, Ivano non è da rituale. Forse avrebbe voluto farlo a Siviglia, quando il diritto sarebbe stato suo. Forse negli anni diciamo così bui avrà pensato mille volte che se non l'aveva fatto quella volta non l'avrebbe fatto mai più. Eppure i marciatori oltre al segreto del passo cui sono tecnicamente obbligati, hanno quello del pensiero.

C'è chi voleva togliere la marcia dal programma olimpico, perchè la marcia è fatica, è sudore, è sport di poveracci, meglio aprire i Giochi ai miliardari del golf  ed ai loro sponsor. Per fortuna non gli hanno dato retta, e un giubileo o quasi dopo il sorriso di Maurizio Damilano a Mosca si sono viste le lacrime di Ivano Brugnetti ad Atene. La vittoria ha volti diversi. 

Last Updated on Tuesday, 27 August 2019 10:56
 
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