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Un documento eccezionale: il verbale del primo record di Livio Berruti PDF Print E-mail
Monday, 20 May 2019 10:19

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Potete ammirare qui la riproduzione della «application» - così si chiama ancor oggi - per il riconoscimento (omologazione) di un primato da parte della Federazione internazionale di atletica, la I.A.A.F. che a quel tempo stava a significare International Amateur Athletic Federation. Questo documento riguarda il primo dei due primati del mondo stabiliti da Livio Berruti nel pomeriggio di sabato 3 settembre 1960, sui 200 metri. Siamo allo Stadio Olimpico, durante la XVII Olimpiade dell'Era Moderna, sono le 15.42, come attesta il documento, si corre la seconda semifinale.

Ripercorriamo lo sviluppo di questa gara, mettendo indietro le lancette dell'orologio di 24 ore. Venerdì 2, con inizio alle ore 9, si erano corse dodici batterie; il sistema di «promozione» al turno successivo prevede che passino i primi due di ogni serie più i tre migliori tra gli altri classificati: e fanno 27, numero strampalato, Dio sa perchè 27, si poteva fare almeno 28,  visto che le corsie erano sette, o no? Qualche annotazione sulle batterie: in quarta non parte il cecoslovacco Mandlik, che è uno bravolino, resta fuori il tedesco Manfred Germar nella undicesima (oro nei 200 e argento nei 100 agli Europei di Stoccolma 1958). Stessa sorte (terzo nella decima batteria) per Armando Sardi, mentre ce la fa Salvatore Giannone, secondo nella dodicesima. Berruti sul velluto, primo nella settima batteria:

1. Berruti 21.0
2. Robinson (BAH) 21.4
3. Murad (VEN)  21.8
4. Rekola (FIN)  22.2
5. Bouchaib (MAR)  22.3
non partito Gosal (Indonesia)  

Nello stesso giorno, nel pomeriggio, a partire dalle 15.20, si disputano i quarti di finale, quattro serie, i primi tre di ognuna in semifinale, senza elucubrazioni come oggidì. Sovietici (tre) tutti a casa, come il filiforme keniota di origini asiatiche Serafino Antao, uno bravo qualche anno dopo (Commonwealth 1962) e come il francese Delecour; stessa fine, ossia fuori, anche per Giannone. Berruti (quarta serie, l'unica da sei concorrenti) accelera un po' rispetto alla batteria, stuzzicato dal mastino polacco Foik:

1. Berruti 20.8
2. Foik (POL) 20.9
3. Genevay (FRA) 21.1
4. Jones (GBR) 21.2
5. Bunas (NOR)  21.4
6. Wendelin (GER) 21.6

Tutti a nanna, se ne riparlerà il sabato. Due - ovvio - le semifinali. Livio corre la seconda, ed è un volo straordinario, certificato dal documento che pubblichiamo. Questo il risultato completo:

1. Berruti 20.5
2. Norton (USA) 20.7
3. S. Johnson (USA)  20.8
4. Radford (GBR) 20.9
5. D. Johnson (ANT) 21.0
6. Genevay (FRA) 21.0

 

Poco meno di due ore e un quarto più tardi la finale, che diede questo esito, tanto per rinfrescare le memorie:

 

1. Berruti 20.5
2. Carney (USA) 20.6
3. Seye (FRA) 20.7
4. Foik (POL)  20.8
5. S. Johnson (USA)  20.8
6. Norton (USA)  20.9

Reso omaggio agli atleti, diamo uno spazietto di notorietà anche a starter, giudici e cronometristi, sempre rirefendoci al documento in nostro possesso. Questi ultimi furono: Luciano Scaramel, di Treviso, Enrico Bortolotti, di Bologna, e Luciano Fagnani, di Ancona. Tutti e tre cronometrarono 20.5. L'uomo che sparò il colpo di pistola fu il milanese Primo Pedrazzini. I certificatori della pista furono Umberto Modotti, di Udine, e il romano Arrigo Bugli. Fra i giudici di campo, Stelvio Crivellaro, di Padova, Dante Pedrini, di Bologna, e un nome ben noto a chi ha frequentato l'atletica lombarda tempi indietro: il cav Mario Bruno, presidente del Comitato lombardo F.I.D.A.L. per decenni. Burbero, brontolone, ma mai sufficientemente rimpianto.

Last Updated on Tuesday, 21 May 2019 19:48
 
Questa gazzella ci fece innamorare del nostro sport: tanti auguri Livio! PDF Print E-mail
Sunday, 19 May 2019 10:23

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"Livio Berruti, vainqueur du 200 m, un gazelle parmi des tigres. Un style aérien, limpide, parfait".

Questa la elegante didascalia alla fotografia che fu pubblicata a pagina 301 del grande libro «La fabuleuse histoire del Jeux Olympiques» firmata da due grandi giornalisti francesi come Guy Lagorge e Robert Parienté.

Noi dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli" vogliamo far arrivare a lui, anche a nome di tutti coloro che amano il nostro sport, i migliori auguri di Buon Compleanno, mentre a Torino sarà circondato dall'affetto di centinaia di persone. Per noi è stato, è, e resterà un mito.

Lo stile elegantissimo di Robert Parienté lo descrisse così:

"Livio Berruti a gagné le 200 m!

Curieux garçon ce Berruti. Pas un muscle saillant: long, mince et un visage de séminariste dont le regard se cache derrière des verres fumés. Il est étudiant en chimie, fils de grands bourgeois, calme, distingué, froid, rien d'italien dans le comportement.

Il faut bien le connaïtre pour deviner dans la moindre de ses gestes un nervosisme á fleur de peau. C'est un garçon de caractèr lui aussi en difficulté avec sa fédération. Il a refusé de suivre les stages collectifs et s'est préparé seul. Mais de quelle manière! Il est sur 200 m ce que Hary est sur 100; un chef-d'œuvre technique.Il a ridiculisé tous ses adversaires dans la course technique du virage d'où il est sorti avec deux mètres d'avance sur la meute. Dans la ligne droit il en a conservé un victoire limpide, parfaite. Du jour au lendemain il détrône Gaiardoni dans le cœur de la foule italienne. Andou Seye a terminé troisième. Il était intrinsèquement le plus fort, mais il est sorti dernier du virage. Bon dernier! Sa remontée a été incroyable. Mais, un fois encore l'intelligence et la technique ont dominé le don pur. Méditons".

Last Updated on Monday, 20 May 2019 10:11
 
Un uomo e un campione che ha ispirato tanti di noi: Livio Berruti (3) PDF Print E-mail
Friday, 17 May 2019 15:24

Dopo Augusto Frasca e Giorgio Barberis, tocca ad un altro giornalista riportarci indietro nel tempo, a quello di Livio Berruti. Sergio D’Asnasch, giornalista sì, ma anche atleta, sprinter come Berruti, e di Livio compagno di club (Fiamme Oro Padova) e di staffette 4 x 100, corse insieme, tanto nel quartetto «poliziesco» che in quello azzurro della Nazionale. Fra poco ne racconteremo qualcuna. Sergio indossò sempre, a parte il periodo militare, la maglia della Riccardi Milano, divenendo il simbolo di varie primogeniture: primo «riccardino» a vestire la Maglia Azzurra (1953), primo a partecipare ad un Campionato d’Europa (1954), primo ad essere convocato per i Giochi Olimpici (1956). Gran fisico, voleva cimentarsi nel getto del peso, lo dirottarono al salto in lungo, divenne un ottimo velocista. Lasciate le piste, esercitò il suo talento come giornalista, ne fece la sua professione, divenne redattore della Agenzia giornalista nazionale ANSA. Brillante, di bello scrivere, uno che si fa leggere con piacere, come potranno comprovare coloro che si avvicineranno al suo bel elzeviro su Livio Berruti. Articolo che abbiamo ripescato dal numero 32, novembre 1961, della rivista «Atletica Leggera», direttore Francesco Migliori, redattore capo Giorgio Bonacina, con l’aggiunta di Dante Merlo, che per la prima volta firmava come condirettore, sarebbe poi diventato proprietario della testata, fino alla sua scomparsa.

Staffette, Sergio e Livio insieme, un paio di citazioni, senza velleità di completezza.  1957, «Sei Nazioni» a Bruxelles: Berruti – D’Asnasch – Sangermano – Lombardo, terzi dopo Germania e Francia.  1958, Europei a Stoccolma: Cazzola – D’Asnasch – Berruti – Mazza, squalificata in finale dopo aver vinto la seconda batteria. Sergio di suo ha un quinto posto agli Europei Berna 1954 (Montanari – D’Asnasch – Sangermano – Gnocchi) e una vittoria ai Giochi del Mediterraneo a Barcellona, 1955: Ghiselli – D’Asnasch – Montanari – Gnocchi.

Torniamo a Berruti. Nell’articolo D’Asnasch ricama la esile figura del ragazzino Livio, agli esordi. Siamo nel 1956. Abbiamo accantonato ogni precisione di cattedratici di statistica e vi riferiamo di quando abbiamo trovato dagli sbiaditi ritagli di giornali dell’epoca. Torino 20 maggio: Livio (con i colori della Lancia) primo in una delle tante serie – la quarta – di 100 della fase regionale del campionato di società: 11”2. Passano sette giorni, e il giovincello stavolta non passa inosservato. Scrive Renato Morino (abbiamo riprodotto l’intero articolo a corredo di queste note): “Berruti, lancista e juniores, è alla quarta gara della sua carriera! Rivelato dallo Sport nella Scuola (ha partecipato ai campionati provinciali di Torino nel salto in alto) il bravo Milanese lo ha impostato subito sulla velocità: 11”4 nelle prime due gare, 11”2 domenica scorsa e 11” netti adesso, dopo essere uscito dalle buchette alla pari con Gnocchi, e dopo – udite, udite – avergli resistito spalla a spalla per più di quaranta metri. Adesso Berruti, velocista cartavelina, ha bisogno solo di acquistare peso e tenuta”. Gnocchi era un centista da regolare 10”5 (sei volte in quella stagione), e un 10”4 a fine settembre. Il risultato completo di quella gara torinese lo potete agevolmente leggere ingrandendo il testo dell’articolo originale.

Berruti corre tanto per essere un pivello di diciassette anni. Il 3 giugno, sempre a Torino, semifinale dei societari, corre ancora in 11”2 (quarto); il 10, a Biella, vince in 11” netti; il 24, all’Arena di Milano, quinto in 11” tondi tondi; il 30, ancora sulla pista milanese, viene schierato nella prima frazione di una 4 x 100 squadra B nazionale, con Monego, Pollini e Marini: primi in 42”5, il team A viene squalificato. Primo giorno di luglio, campo Agnelli a Torino, campionati piemontesi di Terza Serie (intelligente suddivisione di categorie di una volta): Livio è primo in 11”1; il 7, altra riunione per la stessa categoria, stavolta a Biella: primo in 11” netti. Lo stadio Lamarmora della capitale laniera non conosce pause: il 22 luglio ospita i campionati piemontesi. Il commento:” Nella finale dei 100 tutti gli occhi sono puntati su Berruti e Ghiselli: vincerà l’anziano o il giovane campioncino della Lancia? I due balzano fuori dalle buchette simultaneamente, poi il lanciotto si avvantaggia, agli 80 metri è primo, ma Ghiselli non si dà per vinto, scatta rabbiosamente, si affianca a Berruti, lo supera sul filo di lana: i cronometri segnano per entrambi 10”9. Ha dunque vinto l’anziano, ma Berruti ha confermato di essere più che una promessa”. Ghiselli era velocista da 10”6.

Ce ne sarebbe ancora ma, per adesso, leggete Sergio D’Asnasch.

 

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Radiografia di Livio Berruti

Livio Berruti corre, non corre, non può correre, non vuole correre, lo obbligano a correre. Corre bene. Ma allora, perché non vuole correre? Lo ammoniscono. Bene, è ora che la pianti di fare il lavativo! Male, un dilettante deve poter dedicarsi in santa pace ai suoi impegni extrasportivi!...Il «caso Berruti», insomma, è il sollazzo del giorno dell’opinione pubblica nazionale. Se ne sentono di tutti i colori, ma è molto dubbio che ci sia qualcuno che ci capisca qualcosa. È bella e istruttiva, comunque, la disinvoltura con cui ognuno spara a bruciapelo la sua opinione. Ne è esilarante esempio un bellicoso settimanale sportivo milanese che nella stessa pagina (pagina 9 del numero del 9 Ottobre) pubblica prima un trafiletto del titolo «Lo schiavo Berruti», in cui narra di un Livio incatenato e tiranneggiato dalla FIDAL, che lo vuole condannare all’analfabetismo impedendogli di studiare, e quindi in un altro articolo intitolato «Piombo Rovente», stigmatizza il comportamento del nostro, paragonandolo a Mister Greaves.

Ma tutte le opinioni, anche le più originali, sono in questo caso giustificate. Sì, perché una cosa sola è certa: il primo a non capirci niente è proprio Livio Berruti.

Berruti, intendiamoci bene, non è un incosciente, ma è bensì un atleta sorto assolutamente per caso, come del resto è logico che fosse in questa Italia dallo sport facoltativo e dalle scommesse obbligatorie. «Campione per caso» è il titolo più logico che potrà essere dato ad una biografia dell’olimpionico. Ed è certo che chi nasce così allo sport non diventerà mai un duro come sono gli atleti inglesi o tedeschi, per non parlare degli schiacciasassi di oltre cortina.

Cominciò a corricchiare, Berruti, così, tanto per fare qualcosa di originale, in un pomeriggio primaverile. Visto come sono rari i giovani che da noi prendono simili originali iniziative, vi fu subito una società che gli dette una tuta ed un paio di scarpette in cambio di qualche altra corsetta nel campionato societario. Chi se la ricorda quella semifinale del campionato di società, a Torino, nel ’56? Alla partenza dei 100 tutti gli occhi erano per quel grande, matto e inespresso velocista che fu Gigi Gnocchi, il mattatore del momento. Gigi partì distendendosi in pochi passi in tutta la sua falcata. Era una cosa esteticamente bellissima veder correre Gnocchi e tutti quel giorno lo guardavano ammirati. Tutti pertanto poterono assistere ad un altro spettacolo quanto mai sorprendente: un qualcosa che sembrava un grillo con gli occhiali, e per di più con una maglietta pudicamente accollata, restava tranquillamente a spalla di Gnocchi, con la stessa indifferenza di una che si reca a comprare il giornale all’edicola all’angolo. Ci rimase cinquanta metri buoni, poi, visto che i cento sono più lunghi di quanto sembri, Gigi, che razzolava sulle piste da vari anni ormai, lasciò l’esordiente, andando a concludere in 10”5. «Però, quel ragazzino!» – non poterono fare a meno di esclamare gli spettatori, pur applaudendo Gnocchi. Quel diciassettenne, che si comportava con la flemma di un personaggio di Wodehouse, era effettivamente un tipo originale per le nostre piste. Basti dire che praticamente all’esordio correva già i 100 in meno di 11”, tanto da meritarsi subito il posto nella nazionale giovanile. Fu in quel periodo che si seppe il nome del grillo con gli occhiali: Livio Berruti. Il ragazzino era stato promosso a scuola a pieni voti e così accettò di passare parte delle vacanze al raduno collegiale di Schio. Vi arrivò comunque con l’espressione sorpresa di uno che si chiede: «Possibile che abbiano bisogno proprio di me!?». Già, perché a lui quei tempi erano costati solo qualche trottatina in souplesse in allenamento e pertanto non capiva come mai non fosse possibile ad ogni altro essere umano indistintamente fare le stesse cose. E neppure in seguito lo ha mai capito. Il segreto della velocità di Berruti è in verità semplicissimo. Si tratta solo di un uomo che pesa 70 chili e che ha invece nelle caviglie e nei piedi una forza quale ne potrebbe avere uno di 95. Pertanto lui, correndo sulla Terra, ha lo stesso rendimento di uno di noi che si trovasse a gareggiare su un pianeta sul quale una minor forza di gravità gli togliesse di dosso un bel 25 chili di peso. Solo che Livio non sa di essere nato su un mondo che non era il suo!

Né si è mai allenato: e chi sarebbe quel matto che penserebbe anche ad allenarsi una volta trasferito in un pianeta ove si trovasse tanta avvantaggiato?! Sarebbe veramente una cafonata imperdonabile. Ed infatti Livio ha sempre tenuto fede a questo impegno d’onore. Beh, veramente l’anno scorso gli avevano presentato le Olimpiadi come un’impresa tanto difficile da persuaderlo a fare qualche corsettina a Schio, ma c’è da giurare che, appena tagliato il traguardo di Roma, Livio pensò di essere stato buggerato: gli avevano fatto perdere tanto tempo per una cosa così facile come l’arrivar prima di un paio di negri!

È proprio questo il fatto: Berruti per le sue doti naturali non ha mai dovuto soffrire per vincere. Il suo morale non è mai stato temprato dal sacrificio e dalla lotta ed egli è perciò un campione olimpico rimasto con lo stesso spirito di un esordiente. Correre per lui non è mai stato né un mezzo per ottenere qualcosa e neppure un fine, ma solo un fatto così, un diversivo che adesso probabilmente pensa gli facciano pesare troppo.

Personalmente ricordo quando già nel ’58 gli giunse l’offerta di una borsa di studio da parte di un’università americana. Me lo disse sorridendo in una nebbiosa serata di autunno mentre si girava per Padova alla ricerca di un film da vedere, per trascorrere quel paio d’ore fra la cena e il rientro in caserma. Andare a correre per un Collegio americano! Fosse giunta per un disguido postale, visto che non la meritavamo, mezza parola del genere a qualsiasi altro di noi, a me o a Ghiselli, a Sangermano od a Cazzola: si sarebbe attraversato l’Oceano a cavallo di un pescecane, mannaggia, pur di non perdere l’occasione! Ma per Livio quell’invito equivaleva a quello che lo chiamava ai collegiali di Schio per la giovanile, due anni prima. Allora accettò per trascorrere un’originale vacanza, ma adesso stava ormai studiando a Padova ed un simile cambiamento gli sarebbe magari costato un esame. Non valeva la pena, aveva giudicato. Mi sarei messo a piangere per fargli capire cosa perdesse, sia come esperienza sportiva, sia come esperienza umana, ma conoscendolo bene capii che era inutile: si andò tranquillamente al cinema.

Ed oggi, a vedere tanta gente che eleva alti lai perché Livio non vuol correre e che si arrovella per dare una spiegazione al fatto, scusate, ma mi viene da ridere. Forse che esiste sempre una ferrea ragione quando uno si accende una sigaretta o si gratta il naso?

 

Last Updated on Saturday, 18 May 2019 07:27
 
L'omaggio degli statistici e storici francesi a Roberto Quercetani PDF Print E-mail
Friday, 17 May 2019 08:52

Luc Vollard ci ha girato il link dove leggere il ricordo degli amici della Commissione Documentazione e Storia della Federazione francese. Ricordo di amici che hanno avuto nel tempo tanti contatti e scambi di informazioni atletiche con Roberto. Lo hanno ricordato sullo spazio a loro riservato sul sito della FFA con un titolo molto italiano: «Una lacrima sul viso», dalla canzone di Bobby Solo (1964). Nel ringraziare l'amico Luc, vi invitiamo ad aprire questo indirizzo.

Last Updated on Friday, 17 May 2019 09:00
 
Un uomo e un campione che ha ispirato tanti di noi: Livio Berruti (2) PDF Print E-mail
Tuesday, 14 May 2019 18:53

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Nel 2012 Giorgio Barberis consegnò alle cure editoriali della S.E.I. il testo definitivo di un suo libro. Lo titolarono «D’oro e d’azzurro – Gli olimpionici dell’atletica italiana». Giorgio, torinese, giornalista, prima alla «Gazzetta dello Sport» e poi, per molti anni, a «La Stampa», è socio del nostro Archivio Storico da lungo tempo. Nelle sue pagine rivivono le figure dei diciassette campioni olimpici, da Ugo Frigerio ad Alex Schwazer. Scrisse nella introduzione:” La scelta di parlare dei vincitori olimpici che l’Italia può vantare è legata al desiderio di avvicinare, attraverso le necessarie ricerche, quei campioni che hanno conquistato il massimo alloro e che non ho avuto modo di conoscere ed al tempo stesso, invece, di offrire un personalissimo ritratto di quegli altri che ho avuto modo di veder vincere ed anche di frequentare, maturando nei confronti di alcuni di loro un rapporto di sincera amicizia e, a volte, di condivisione di stati d’animo”.

Dopo Augusto Frasca, anche Giorgio ci ha autorizzati a riproporre, in questo spazio, brani del capitolo riservato al sesto atleta italiano (ottava medaglia d’oro) che si è laureato campione di Olimpia: Livio Berruti, che noi vogliamo onorare alla vigilia del suo compleanno. È un collage di ricordi personali di Giorgio e di ricordi e pensieri di Livio.

 

Livio, il predestinato

 

Conobbi Livio Berruti nel 1970…lo incontrai nell’ufficio collinare dell’agenzia di pubblicità per la quale lavorava in quel periodo. In realtà una fuggevole conoscenza del Campione, quando campione doveva ancora diventare…l’avevo avuta da ragazzino nell’agosto del 1959 sul piazzale della Basilica di Superga dove i partecipanti all’Universiade venivano portati dall’organizzazione ad ammirare l’opera architettonica e il panorama mozzafiato che si stende da Torino fino all’arco alpino. Qualcuno me lo aveva indicato come l’atleta che più valeva la pena incontrare, e io ero corso a farmi fare un autografo. Pochi giorni dopo papà mi avrebbe portato allo stadio Comunale per assistere alle gare, rendendo così ancor più preziosa la firma del vincitore”.

Le gare di Livio Berruti alle Universiadi 1959.

3 settembre 100m batteria 10.7
4 settembre 100m semifinale 10.5
4 settembre 100m finale 10.5
5 settembre 200m batteria 22.2
6 settembre 200m semifinale 21.5
6 settembre 200m finale 20.9
6 settembre 4x100m

finale

(Giannone – Berruti – De Murtas – Mazza)

41.0

Ritorniamo al testo di Barberis. Il quale scrisse che Livio, vedendolo emozionato “…tirò fuori da un armadio una bottiglia di vino che stappò invitandomi a un brindisi, mi parlò delle fragole che coltivava in quel di Stroppiana sostenendo che erano squisite e che avrebbe fatto in modo di farmele assaggiare…”. Ultime tre righe del capitolo:” Io mi limito ad aggiungere che quelle benedette fragole di Stroppiana, nonostante gliele abbia ricordate tante volte, Livio non me le ha mai fatte assaggiare”.

Da qui in poi, attraverso il testo di Giorgio, i ricordi, le opinioni, i commenti di Livio.

Potendo tornare indietro? “Prima di tutto cercherei di essere meno idealista. Ho sempre creduto nello sport per sé stesso e mai diversamente”.

Quella semifinale. “L’annuncio dell’altoparlante che avevo eguagliato il record del mondo mi creò un vero complesso di colpa. Temevo di essermi stancato, benché avessi corso in scioltezza smettendo di spingere a 20 – 30 metri dal traguardo. Così feci un riscaldamento dimezzato per la finale, gli altri erano stupiti e increduli…Forse è lì che vinsi la finale. Poi la gara. Sapevo che dalla curva sarei uscito primo, a quel punto dovevo solo distendere ancora di più la falcata per non contrarmi e sprecare inutilmente delle energie. Quindi resistere fino al traguardo. Mi andò bene”.

È passato tanto tempo…” …mi rendo conto che quel 3 settembre, neppure sul podio mentre suonava l’inno di Mameli, avevo concepito l’importanza di qualcosa che poteva cambiarmi la vita, come poi in effetti è stato. Allora…consideravo lo sport come un’attività collaterale della mia esistenza. Prima venivano lo studio e il lavoro. Soltanto in seguito mi sono reso conto che quei duecento metri hanno significato per me un cambiamento radicale, trasformandomi per certi versi in un soggetto da baraccone. E se tutto questo può gratificare la vanità, è altrettanto vero che ti fa perdere la libertà. La mia vita si è indirizzata su binari differenti da quelli per i quali avevo posto gli studi…Occuparmi di pubbliche relazioni come ho poi fatto è stato in fondo coercitivo della mia libertà…”.

Rimpianti? “…uno, riguarda l’anno precedente (1959) e non i 200 metri ma i 100. Ero a Malmoe per un incontro contro la Svezia: giornata pessima quel 26 luglio, con la pista quasi allagata dalla pioggia battente. Vinsi correndo in 10”4…Ecco, quel giorno, in condizioni normali forse avrei corso in 10” netti e forse meno. Un’illusione? Non credo: ritengo che quella sia stata la mia più bella gara in assoluto e rimane comunque quella che mi ha dato maggiore soddisfazione”.

Un documento del tempo - Scrisse, da Malmö, Renato Morino su «Tuttosport»: “La pista è già ridotta a pappetta. Berruti comunque vola, è subito primo, vince con quattro metri su Westlund…”. Il giorno dopo sui 200:” La giornata è un perfetto campione dell’estate svedese: diciotto gradi, cielo coperto, aria fresca…Berruti è all’esterno…non riesce a distendersi come le altre volte e gira a passi corti, con andatura saltellante. Ritrova il ritmo sul rettilineo e conclude in 21” netti, a un solo decimo dal record italiano su pista di 400 metri”. Livio aveva corso in 20”9 a Varsavia il 14 giugno e poi a Duisburg il 19 luglio. Una foto su un ritaglio di giornale - Palliduccio, ma questo è il documento relativo ai 100 metri di Malmö: la foto dell'arrivo di Livio, dietro si vedono, staccatissimi, i due svedesi, Westlund (n.1, 10"8) e Lövgren (10"9).

Questo brano sempre di Renato Morino, da Roma il giorno del trionfo romano, è riportato nel libro di Giorgio. “Non mi vergogno a dirlo, scrivo con le lacrime agli occhi, il momento che avevamo atteso con tanta trepidazione, con ansia, con timore, il momento della massima gloria olimpica è ora realtà dolcissima, ma tale è l’affanno che è in noi che non possiamo ancora gustarla come vorremmo. Livio ha vinto, è medaglia d’oro, è primatista mondiale, è il più forte velocista che sia esistito sulla distanza doppia. Berrutino, il nostro Berrutino è campione d’Olimpia. Quanto abbiamo tifato! Quanto abbiamo sofferto! Sono stati venti secondi e cinque decimi che resteranno per sempre nel nostro cuore, piantati in noi per ricordarci uno dei più bei giorni della nostra vita. Ma così intensamente tremendi sono stati che forse non vorremmo che si ripetessero più. Dopo aver visto gli americani a Berna sapevamo che Livio era il più forte, ma a che serviva? Le competizioni si vincono solo al traguardo, il resto non conta”.

L’ultima parola a Livio:” Erano altri tempi, si faceva sport soprattutto per divertimento e non per arricchirsi. Meglio così, sono soddisfatto della mia vita e questo è quello che conta”.

Altri tempi. Per Giorgio Barberis il tempo delle fragole. Che non ha mai assaggiato.

Last Updated on Friday, 17 May 2019 15:51
 
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