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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Ugo Frigerio (3) PDF Print E-mail
Thursday, 22 August 2019 06:22

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Due documenti d'epoca: a sinistra, la copertina del libro di Ugo Frigerio, edito nel 1934, nel quale racconta la sua vita non solo di atleta. A destra, una copertina della «Domenica del Corriere», disegnata dal famosissimo Achille Beltrame, del luglio 1922, quindi a mezza strada fra i due Giochi Olimpici di Anversa e Parigi e delle tre medaglie d'oro, unico atleta italiano - parliamo di atletica leggera - ad aver conquistato tre ori olimpici

Era il 18 agosto 1920... Era il 21 agosto 1920...Stavolta non sarà un estraneo, un giornalista seppur bravo, a raccontarci come andò, ma lasciamo la parola direttamente al protagonista. Più che la parola, lo scritto: abbiamo preso spezzoni del racconto che Ugo Frigerio fece nelle pagine del suo libro «Marciando nel nome dell'Italia», pubblicato nel 1934. Niente altro, solo leggere.

Notarelle del redattore - Nel primo dei ricordi dedicati a Frigerio parlammo anche di marcia in generale, con piccole annotazioni. Per esempio scrivemmo che la marcia fece la sua apparizione nel programma olimpico a Londra nel 1908. Eh no, caro Archivio Storico, documentati meglio! La prima gara di marcia fu disputata ad Atene nel 1906, la distanza era di 1500 metri e vinse lo statunitense Bonhag. Ci inchiniamo a tanta sapienza, ma non facciamo ammenda. Il tipo che ha voluto fare la punta al...diciamo agli spilli, ignora che i Giochi del 1906, erano giochi di Casa Grecia che, meritoriamente, aveva voluto festeggiare i dieci anni della rinascita della Olimpiade. Ma quei giochi non fanno parte di quelli che conosciamo come Giochi Olimpici. Infatti furono chiamati «Intercalated Games», Giochi di mezzo, una pura e semplice rievocazione decennale, ma non furono assegnati titoli olimpici. 

Abbiamo invece reperito in uno dei tanti libri olimpici, una notizietta singolare, forse una favola metropolitana, delle tante che ammantano i personaggi sportivi. Del poliziotto di Brighton, George Larner che vinse le due gare a Londra nel 1908, si narra che avesse una abitudine un po' singolare per i suoi allenamenti. Pare che, quando le circostanze lo permettevano, si spogliava completamente e marciava in un parco quando non era aperto al pubblico, specialmente se era una giornata di pioggia.  Va a sapere...resta che ha vinto due titoli olimpici, riconosciuti.

Ma ce n'è un'altra carinissima. George Goulding, un canadese di nascita britannica, prese parte ai Giochi di Londra nel 1908: quarto nei 3500 metri di marcia e ventiduesimo nella maratona, maratona avete capito bene. Quattro anni dopo, a Stoccolma, ci riprovò e vinse i diecimila metri di marcia (terzo il nostro Altimani, ricordate?). Dopo la vittoria inviò un laconico telegramma a sua moglie:«Vinsi - George». La quale moglie, pochi giorni dopo, diede alla luce un pargoletto, cui fu posto nome George Beverly Olympic Goulding. Alla faccia di quelli, che decenni dopo, pensavano di essere orginali a mettere nome Olimpia, o Olimpico, ai propri figli, con gran diletto dei giornalisti che ne hanno fatto oggetto di interviste, in esclusiva, of course.

 

Due volte olimpionico

di Ugo Frigerio

"Camminai velocissimo, in rigidissima disciplina, e ordinatamente vinsi...

"Lo Stadio Olimpico si presenta...nella sua paurosa imponenza...fra i dodici concorrenti rimasti nella fila dopo la eliminatoria, e che ora dovevano disputare la finale sui diecimila metri, io rappresentavo l'Italia con Donato Pavesi. Non erroneamente la partenza fu sibito battezzata fantastica...la velocità iniziale è semplicemente sbalorditiva...basti dire che il primo chilometro è divorato in 4'28". L'americano Pearmann prende il comando subito dopo il primo giro, e lo segue l'australiano Parker...Pavesi è terzo. Per conto mio non abbandono il passo regolare e il ritmo usuale, anche quando al terzo chilometro mi vedo distanziato d'un centinaio di metri...Il gruppo di testa s'avvede di dover presto cedere, se tenta di proseguire con simile passo...Riprendo a guadagnare sensibilmente terreno senza interrompere la regolarità cronometrica del passo...Raggiungo così Pavesi e lo lascio alle spalle. Pearmann ha pensato di distaccare Parker, e rimane in testa; per ora avvicino soltanto quest'ultimo e lo vado tastando...Legno duro: c'è poso da fare con la semplice accetta, occorre una scura di tempra; e siamo al sesto chilometro. Bando ai complimenti! Attacco risolutamente l'australiano e lo sorpasso, dopo aver misurate le sue forze. Non c'è tempo da perdere. Marcio quindi all'assalto di Pearmann con l'intenzione di avvicinarlo subito e obbligarlo ad una estenuante difesa....L'atleta americano è fortissimo, e ha risorse da vendere...egli resta al suo posto e io al mio, così per due giri...dopo altri due giri spasmodici per Pearmann, passo all'offensiva di fondo, attaccando arditamente l'avversario...che sorpasso. Sono in testa a tutti e la folla che gremisce lo stadio è con me...filo rapido e contento...ormai, salvo qualche brutto incidente, la vittoria dovrebbe marciare al mio fianco. Provo una sensazione di benessere e un'inspegabile freschezza di forze; all'ultimo giro ne registro mezzo di vantaggio su Pearmann. Ancora poco più di cento passi e romperò il filo del traguardo. Eccolo! Sono pieno di gioia...sorrido a tutti, mentre la vittoria mi sorride. Alzo le braccia...il filo di lana è strappato...Viva l'Italia! Non ne potevo più dalla voglia di gridare a tutti i venti il nome della Patria vittoriosa...m'accorsiche prima ancora di attendere il responso della giuria, il boy scout incaricato di innalzare la bandiera della Nazione dell'atleta vittorioso aveva già fatto garrire al vento l'amato tricolore. Fu per me un attimo di indicibile orgoglio.

"Dopo qualche giorno di riposo, ripresi la lotta, gareggiando nuovamente nello stesso Stadio e per il medesimo titolo di campione olimpionico. Vinsi infatti, senza fatica, anzi con insperata facilità, la batteria e la finale della marcia su tre chilometri".

Last Updated on Friday, 23 August 2019 15:05
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Ugo Frigerio (2) PDF Print E-mail
Monday, 19 August 2019 09:13

Era il 18 agosto 1920... Era il 21 agosto 1920...Come seconda parte delle vicende olimpiche di Ugo Frigerio vi proponiamo oggi un gustosissimo articolo che Gianni Brera scrisse, il 22 luglio 1984, alla vigilia dei Giochi Olimpici di Los Angeles. Seguì tre edizioni dei Giochi Olimpici estivi (1984 - 1988 - 1992) nel periodo in cui ha lavorato a «la Repubblica». Questo «pezzo» la letto nell'ottica della presentazione dell'evento olimpico. Abbiamo riprodotto la prima parte in cui scrive di Frigerio, con un brio, una vena ironica, che lo rendono piacevole sempre. C'è poi quella frase dedicata a Pino Dordoni, di cui alcuni di noi sono intransigenti custodi del ricordo del campione e dell'uomo, che non ci stancheremo mai di leggere.

Se un nostro socio ci metterà a disposizione il testo, pubblicheremo, forse, una terza parte dedicata a Frigerio, tutta dedicata ai suoi due successi del 1920. Questi giorni d'agosto, in anni diversi, sono stati generosi di metallo aureo per l'atletica italiana: oltre alle giornate di Frigerio, ricordiamo il 20 agosto 1984 Ivano Brugnetti ad Atene, 22 agosto 2008 Alex Schwazer a Pechino. Piano piano, parleremo anche di loro. Intanto godetevi Brera.

 

Ordine del Duce: dovete vincere cavalier Frigerio

di Gianni Brera

"Milanese di solido ceppo brianzolo, figlio di verduratto, tipografo principiante, per Dio sa quale sfizio dell'orgoglio fisico Ugo Frigerio prese a ciabattare secondo le norme della marcia, che stando alla eufemistica definizione ufficiale è «una successione di passi, mentre la corsa è una successione di salti». Purtroppo, la marcia è nella realtà un modo innaturale assai di correre a ginocchia bloccate. Per compensare questa smaccata incongruenza  dinamica, il povero cavaliere di San Francesco si contorce, sculetta e sgomita facendo normalmente un brutto vedere. In vita mia, un solo marciatore ho ammirato per superiore eleganza di stile: si chiamava e chiama Pino Dordoni. L'impreparazione dei tenici italiani gli fece malamente perdere una Olimpiade a Londra nel '48: venne sfiorato (n.d.r., incomprensibile questo termine in questo contesto, forse un errore di stampa? forse sta per schierato?) sui dicimila metri e non potè reggere la sistematica e spudorata corsa degli avversari. Avesse disputato la cinquanta chilometri, preparandosi per tempo a dovere, avrebbe mortificato tutti come fece a Bruxelles nel '50 (Campionai europei) e all'Olimpiade di Helsinki nel 1952. Ero anch'io all'arena quando Pino Dordoni faceva le ultime sgambate in attesa della partenza per Londra. Lo controllava dai margini il dottor Giorgio Oberweger, troppo intellingente per prendere sul serio anche un puzzapiedi a ginocchia bloccate. Vicino a me era Ugo Frigerio, che la felice ignoranza di Emilio Colombo aveva chiamato un giorno «il fanciullio di Anversa» (ma - ironizzava lui - se andavi giamò a casott!). Ugo vendeva formaggi scondo la miglior tradizione lombarda e prestava gratuitamente all'atletica i lumi della sua competenza: vide Pino Dordoni e subito esclamò:«In mano mia, vincerebbe i cinquanta chilometri!». Sentendolo, Oberweger si offese fieramente e Pino Dordoni non riuscì a nascondere il proprio sollievo...I fatti diedero piena ragione a Ugo Frigerio.

"Quando Venne chiamato il fanciullo di Anversa, nessuno pensava lontanamente alle sue possibilità olimpiche. Corricchiava sculettando secondo passabile decenza. Francesi e inglesi si squalificarono a vicenda: il ragazzino milanese restò senza avversari e venne proclamato campione dei tre e dei dieci chilometri. Poi, ci rifece gloriossissimamente sui dieci chilometri a Parigi nel '24, e incominciò a vivere secondo dilettantismo di Stato, che riparava all'indigenza di fondo con il poco denaro per la bistecca. Il cavalier Ugo seguitò a scarpinare come esigeva l'atletica popolare e nel 1932 venne addirittura selezionato per la cinquanta chilometri di Los Angeles. Non che andasse forte o che avesse conservato particolare fonda atletico: ma serviva il suo nome, sempre famoso, per trarre tatticamente in inganno gli avversari: sarebbe dovuto partire subito alla morte e portare a scoppiatura certa i favoriti. Allora, dalle retrovie, sarebbero comodamente emersi i due sculettatori più giovani e nel nome del duce avrebbero trionfato...

"Ugo Figerio prese immediatamente il largo a ritmo suicida e lo seguirono soltanto i più forti: i due poveri cristi in azzurro scoppiarono anche a distanza dei primi e si tolsero mestamente ai margini. L'accompagnatore in bicicletta pedalò sconfortato a riprendere Ugo, ormai in seconda posizione, e gli disse:«Cavaliere, le sorti della marcia italiana sono nelle sue mani (dire nei suoi calli sarebbe eccessivo)». Ugo era d'accordo che, una volta lanciata la gara su quei ritmi impossibili, si sarebbe ritirato in gloria: alla notizia che i due più giovani e boriosi sopracciò si erano stravaccati ai margini ebbe una smorfia amara: pensò alla famiglia, al duce (doveva!) e finì terzo con i piedi in fiamme. Le durarono le fiacche (o bolle o vesiiche) per mesi: il fanciullo di Anversa aveva scontatao i facili allori dei 18 anni con lo stoicismo del padre di famiglia".


Last Updated on Thursday, 22 August 2019 06:23
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Ugo Frigerio (1) PDF Print E-mail
Sunday, 18 August 2019 07:35

Era il 18 agosto 1920... Era il 21 agosto 1920...In quei due giorni la pagina bianca della storia della partecipazione italiana ai Giochi Olimpici dell'Era Moderna assunse sfumature dorate. Un giovanotto milanese, Ugo Frigerio, vinse le prime due medaglie d'oro olimpiche della nostra atletica. Un paio di medaglie, un po' meno preziose, erano state portate a casa in precedenza: d'argento, quella conquistata, negli 800 metri, ai Giochi di Londra, dal genovese Emilio Lunghi, uno dei più grandi atleti che l'Italia possa annoverare. La grandezza di Lunghi fu oscurata dalla vicenda rocambolesca del maratoneta Dorando Pietri, l'uomo che vinse ma perse la vittoria, come fu definito in un titolo del «Corriere della Sera». L'altra, di bronzo, sempre da un marciatore, sempre milanese, Fernando Altimani, a Stoccolma 1912.

Raccontiamo qualche dettaglio di quelle quattro giornate allo Stadio di Beerschot, ad Anversa, che ospitò la settima Olimpiade. Due le gare di marcia: prima un 10 mila metri (17 e 18 agosto) e poi un 3 mila (20 e 21). Prima giornata di quelle citate due serie della gara più lunga. Tutti e due gli italiani nella prima, Frigerio e Donato Pavesi. Vince nettamente il primo con un tempo strepitoso...ma mancava un giro alla corretta distanza, un classico dei giudici di atletica, sai quante ne abbiamo viste di 'ste cazzate...Quarto Pavesi, i primi sei classificati passano in finale, quindi entrambi i nostri. La gara che assegna le medaglie è un monologo di Frigerio, lo dicono i tempi: lui 48:06, lo statunitense Pearman 49:40, arrotondati. Pavesi, tanto per non smentirsi, squalificato, era abbastanza frequente.

Due giorni dopo, i 3 mila, due serie che qualificano, sempre i primi sei. Dominio azzurro: Pavesi nella prima vince con il primato olimpico, Frigerio si afferma nella seconda e abbassa il fresco record di sei secondi. Finale: trionfo di Ugo Frigerio che demolisce il primato olimpico, così come tutti e dodici i partecipanti, normalissimo, la distanza era poco o nulla praticata. Stessa solfa per Pavesi: quarto al traguardo, e poi tolto di classifica, altra tiritera che ha afflitto la marcia a tutti i livelli per decenni.

Marcia, parliamo di quella olimpica degli albori. Le prime distanze in una edizione ufficiale dei Giochi furono un 3500 metri e una dieci miglia, 16 chilometri novanta metri e spiccioli di centimetro. Dove? Londra. Quando? 1908. Chi vinse? Un britannico, tal George Larner, originario di Langley, nel South East England (meglio chiarire perchè con questo nome nel Regno Unito ci sono quattordici località, cittadine, quartieri). Larner, all'epoca era poliziotto a Brighton, i suoi superiori gli concessero il tempo per allenarsi e lui li ricambiò vincendo due titoli olimpici. Nel 1912, a Stoccolma, una sola distanza: i dieci chilometri. Successo di un altro George, Goulding stavolta, canadese, il suo tempo, 46:28.4, fu il primo registrato dalla Federazione internazionale nel suo libro dei primati del mondo della disciplina. Terzo, come ricordato qualche riga fa, Fernando Altimani.

1916, gli unici primati sono quelli delle centinaia di migliaia di morti della Prima Guerra Mondiale, in Francia e in Italia, macelleria di poveracci. I Giochi Olimpici tornano nel 1920, per noi sono i Giochi di Ugo Frigerio. 

(segue)

Last Updated on Monday, 19 August 2019 09:18
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Alessandro Andrei PDF Print E-mail
Wednesday, 14 August 2019 08:21

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Qui sopra: una bella copertina della rivista «Atletica», dedicata ad Alessandro Andrei. A destra, il risultato ufficiale completo della finale olimpica del lancio del peso al Coliseum di Los Angeles

Era l'11 agosto 1984... Quel giorno...Meglio quel tardo pomeriggio, sera incombente. Le dodici catapulte umane che avevano superato il turno di qualificazione la mattina, tornano in pedana alla ricerca di oro, argento e bronzo.In California, una terra che aveva conosciuto la febbre dell'oro, o corsa all'oro, stavolta non sportivo, un secolo prima, a partire dal 1849, per tanti poveracci una tragica epopea finita nell'alcol, nella miseria, nel delitto, nel suicidio. Il meraviglioso film, muto, prodotto e interpretato di Charlie Chaplin, nel 1925, dice più di tutte le parole; se volete, guardate questo traler. In quel pomeriggio avanzante dell'11 agosto 1984, anche per Alessandro Andrei the dreams became reality, i sogni divennero realtâ. Dopo il decimo posto ai Campionati d'Erupa dell'82. il settimo ai primi campionati del mondo '83, il coronamento di otto anni di carriera (dal 1976). Alessandro veniva da una terra di lanciatori di peso che avevano scritto grand parte dell'albo d'oro italiano: Aurelio Lenzi, di Pistoia, Angiolo Profeti, di Castelfiorentino, Silvano Meconi, di Firenze, come Andrei e come Marco Montelatici, che in quella finale olimpica californiana fu sesto.

Per ricordare quel successo vi lasciamo ad un articolo a mezzo fra il ritratto e la cronaca che, dopo i Giochi, Dino Pistamiglio scrisse per la rivista «Atletica». Dino era caporubrica al quotidiano torinese «Tuttosport», osservatore attento, pignolo, preparatissimo, di lui sempre ci impressionò la capacità di lucida analisi di una giornata di atletica iniziata alle 9 del mattino e finita a sera tarda: ti snocciolava prestazioni, tempi di passaggio, dettagli anche poco appariscenti come se li avesse annotati un attimo prima.

Alessandro

di Dino Pistamiglio

"Alessandro Andrei stringeva il fascio di rose rosse come se tenesse la mano di una ragazza dolce; il viso era ormai rilassato. Tutti i riti del dopo gara, dall'antidoping alle interviste, erano ormai esauriti. Restava ancora da abbracciare Roberto Piga, il suo allenatore, l'uomo col quale aveva intessuto, per più anni, un lungo discorso di passione e di lavoro con il lancio del peso.

"Un italiano, un toscano, un fiorentino di venticinque anni era campione olimpico del peso. Forse uno dei titoli più inattesi nella storia del nostro Paese, che ci descrive estrosi, veloci, resistenti ma raramente uomini forti.

"Trentasei anni dopo l'oro di Consolini nel disco a Londra, toccava a un altro lanciatore di casa nostra centrare il titolo più sognato da uno sportivo. C'era grande emozione, anche se Andrei teneva il pallino del discorso con distenzione, pronto alla battuta, al commento ironico ("Cosa faccio quando ho finito di allenarmi? Mi riposo dalle fatiche dell'allenamento...").

"Era la serata di Alessandro Andrei e Gabriella Dorio, quel sabato 11 agosto, che resterà impresso nella nostra memoria come il ricordo giusto di questo giovanottone. In un anno Alessandro il grande ha compiuto un salto di qualità che spaventa, portandosi da un valido 20.35 a misure tipo 21.50 che l'hanno proiettato, già alla vigilia olimpica, come un possibile protagonista. Maledetti e grandi toscani, l'hanno scritto in tanti, ma Andrei nel sorriso sempre contenuto, nelle affermazioni sincere e ragionate, pare quasi non avere le caratteristiche della sua città.

"Il personaggio forse non piacerà al pubblico di casa nostra, abituato alle dichiarazioni separate e alle polemiche da caffè, con il primo interlocutore uno che insulta l'altro, come forma abituale di dialogo.

"A noi invece garba, anche se frequenta forse una delle specialità più difficili dell'atletica, con quel gran contorno di lavoro in palestra, ore e ore di sollevamento pesi che spaventano e hanno rotto più di un campione.

"In un anno Alessandro da Scandicci è diventato olimpionico; ha riscattato tanti anni di battute sul rendimento agonistico dei pesisti della sua città, che hanno fatto cose grosse da Profeti a Meconi, ma che si sono anche persi nelle competizioni internazionali. Lui invece, nel grande prato verde del Coliseum, quel sabato 11 agosto, ci è sembrato sempre controllato, sempre sicuro, sempre consapevole di quel che si verificava sulla pedana del peso.

"Spara Carter, spara Wolf, spara Laut, ma il migliore è stato, fin dal primo lancio di prova, questo ragazzone che con la palla da 16 libbre quest'anno ci ha divertito un mondo, sparando lontano, in direzione Los Angeles".

Last Updated on Sunday, 18 August 2019 07:51
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Gabriella Dorio (2) PDF Print E-mail
Tuesday, 13 August 2019 07:19

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Copertina della rivista «Atletica»: la foto si riferisce ai Giochi Olimpici di Mosca '80, dove Gabriella Dorio fu ottava negli 800 e quarta nei 1500. L'altra immagine è la copia dei risultati ufficiali della finale dei 1500 a Los Angeles '84

Era l'11 agosto 1984... Quel giorno...Questa è la seconda parte del nostro racconto della medaglia d'oro olimpica conquistata, sui 1500 metri, da Gabriella Dorio ai Giochi Olimpici di Los Angeles 1984. Un ritratto fine, elegante, disegnato da un bravo giornalista come Gianni Ranieri, Stampa e Stampa Sera a quel tempo. Lo scritto apparve nel numero olimpico della rivista della Federazione italiana, settembre '84, alle pagine 56 e 57. Un brano da antologia.

Gabriella

di Gianni Ranieri

"Gabriella Dorio, amabilmente e affettuosamente chiamata Gabriellina da coloro che sentono irresistibile la necessità di ammorbidire i nomi anche alle persone più dure, è una caratterista veneta di 27 anni. Come sarebbe a dire? Ho sempre pensato, guardandola, che, se non avesse scelto il mestiere di correre così adeguato ai nostri trafelatissimi tempi, Gabriella Dorio avrebbe potuto, e con sicuro successo, riempire della sua avvenenza e della sua parlata gli schermi cinematografici. Attenzione. Non si tratta della solita idea scaturita dall'attenta osservazione dei mezzi fisici del soggetto in questione. Avvicinate Gabriella Dorio, inducetela al colloquio, chiedetele il permesso di chiudere gli occhi mentre lei parla (fatelo con molta gentilezza e molto garbo: chiudere gli occhi mentre una giovane donna parla non è cosa galante) ed ecco che, abbassate le palpebre, sarete visitati da due tipi di immagine. La prima sarà quella di una Dorio corrente: la sua bionda figura, costuita con i migliori mezzi a disposizione dal signor Gino e dalla signora Agnese, genitori di Gabriella, vi balzerà incontro prepotente e festante raccontandovi, in una sintesi-baleno, la storia di un'atleta che galoppa alla testarda ricerca di qualcosa che non riesce ad afferrare e ormai il tempo stringe, gli anni sono passati ma un giorno, un giorno americano, in un grande stadio della California, al bronzo europeo e al quarto posto olimpico che non possono da soli testimoniare d'una classe indiscutibile, si aggiunge l'oro dei 1500. Ma quest' immagine si dissolve con uno sventolare da bandiera della chioma più fotogenica dell'atletica italiana per far posto a un disegno umano confuso, un insieme di colori alla caccia del proprio componimento dai quali si leva una voce, che è la voce del Veneto come l'abbiamo sentita nei film e a teatro.

"Mi sia concesso di continuare su questo insolito terreno. Gabriella Dorio è per me (una personalissima impressione, intendiamoci) un arguto, musicale, divertente fenomeno. E anche un'esimia campionessa, si capisce. Ma io ne afferro soprattutto il suono, che mi rammenta «Signore e Signori» di Germi, mi ripropone vicende di una terra che crepita di voci femminili di una grazia non caramellosa ma eccitante. E siccome il nostro cinema ha dato alle voci venete ruoli di carattere, si spiega perchè assimilo l'effetto Dorio all'effetto che solitamente produce in uno spettatore l'avvento in scena di una caratterista veneta.

"Mi sembrava a Los Angeles, nel Coliseum così geloso dei propri assi americani, che Gabriella Dorio corresse e corresse per arrivare prima su un set favoloso e che una volta approdata a quel sognato traguardo, investita dalle luci al magnesio, dovesse recitare nel più giulivo dei nostri dialetti, la sua gloria di ventisettenne olimpionica. Anche in quella occasione pensavo non tanto a una ragazza in corsa, ma a una voce impegnata a battere altre voci in un veemente desiderio di imporre la novità, per quella pista, di un accento, la freschezza di un'eco.

"Ricordo Gabriella Dorio davanti alla telecamera di una trasmissione «Sport Sette». Alla voce brunita di una speaker, seguivano in un incredibile e simpaticissimo spaccato dialettale, le sue parole che riempivano la sala di inusitati rumeri caserecci. C'era profume di Cartizze e, considerata l'oa serale, veniva, ascoltandola, una voglia di pasta e fagioli, di baccalà alla vicentina. Una melodiosa dolcezza esalava dalla futura vincitrice alle Olimpiadi.

"Tutto questo, me ne rendo conto, può apparire come una sorta di sconvolgimento del personaggio, un tentativo di falsarne il valore, un irrispettoso contrappunto al tema atletica. Le capacità atletiche di Gabriella sono stampate nelle classifiche, sono annunciate dai risultati, stanno incise e incancellabili nei libri. L'analisi tecnica della Dorio è già abbondantemente compiuta. Ma spesso il campione, definito e divulgato in cifre, resta prigioniero nel muto quadrato d'un'istantanea. La sua felicità è fotografica. E, allora, al di là dei suoi numeri, sarà opportuno di tanto in tanto coglierne un dato che ce lo renda più prossimo. Nel suo bel sorriso e nella sua voce la Dorio ci offre un mezzo per interpretarla e liberarla dal freddo astuccio in cui, tra una gara e l'altra, stanno chiusi i campioni".

Last Updated on Friday, 16 August 2019 13:00
 
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