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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Luigi Beccali PDF Print E-mail
Saturday, 03 August 2019 08:48

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Era il 3 agosto 1932... Quel giorno...Vi vogliamo parlare della quarta medaglia d'oro olimpica entrata nel bottino del Comitato olimpico italiano, che, ovviamente, i successi se li appunta sul petto come i generaloni di tutti gli eserciti del mondo quando ci sono le parate militari ufficiali. O, più semplicemente, entrano nelle statistiche dello sport nazionale. Nel nostro caso dell'atletica. Luigi Beccali, milanesissimo, conquistò la vittoria olimpica sulla pista del megastadio Colisuem Memorial di Los Angeles, in una disciplina di corsa, i 1500 metri, dopo le tre auree medaglie di Ugo Frigerio, guarda tè altro milanese verace, nella marcia. Abbiamo tolto da uno scaffale della biblioteca il volume rilegato della collezione della rivista federale «Atletica», anno 1982, mese di febbraio, numero 2, pagine 76 - 79, pubblicazione che nacque un anno dopo il trionfo di Beccali, nel 1933, e che, tra alti e bassi, è arrivata fino ai giorni nostri. Non è una cronaca stavolta, ma una intervista, una bella intervista. Non poteva essere diversamente: la scrisse Giorgio Reineri, di cui abbiamo già sparso incensi, e non vorremmo cominciasse a pensare al Nobel della Letteratura. Vale la pena rileggerla, anche se è un po' lunga, per chi ha gusto per il nostro sport e per la lettura. I lettori dei giornali cosiddetti sportivi possono farne a meno: a loro bastano trenta linee. Giorgio intervistò Luigi Beccali, dice il sommario dell'articolo, «a cinquanta anni dalla vittoria olimpica, una storia di cavalli, di incomprensioni, di successi, di sentieri perduti». Questo articolo, parzialmente modificato, entrò poi a far parte qualche mese dopo (novembre 1982), del libro «nel nostro futuro CENTO ANNI DI GLORIA», celebrativo dei cento anni della Società Ginnastica Pro Patria Milano, con le firme di Alfredo Berra, Oscar Eleni e Giorgio Reineri.

Le due foto che pubblichiamo sono riprodotte dal numero 1, gennaio 1933, della rivista «Atletica». Ecco, integrale, anche il testo che accompagnava le foto:" Le fotografie che qui sopra riproduciamo mostrano due episodi della meravigliosa prova di Beccali a Los Angeles. Una di queste fotografie, quella che riproduce l'arrivo, è conosciutissima: la pubblichiamo però perchè serve a lumeggiare e mettere maggiormente in valore l'altra che è assolutamente inedita. Questa fotografia ci mostra Beccali a 100 metri dall'arrivo della sua meravigliosagara mentre da poco ha iniziato il suo spettacoloso finale di gara che lo porterà alla vittoria. In questa fotografia si vede il canadese Edwards che ha quasi imboccato il rettilineo e che ha ancora un buon vantaggio su Beccali: a pochi metri dal Canadese vi è l'Americano G. Cunningham che giungerà quarto. In terza posizione è Beccali in piena azione e tutto teso verso la conquista della vittoria che lo deve consacrare campione olimpionico. Alle spalle del nostro campione è l'inglese J. Cornes che prima della metà del rettilineo sarà staccato da Beccali, ma che riuscirà dopo a raggiungere Edwards ed a terminare secondo, ben lontano però dal nostro campione".

Beva acqua e corra

di Giorgio Reineri

"NEW YORK - Ho incontrato Luigi Beccali: scatta per le strade di Nuova York con lo slancio di cinquant'anni fa. Il mezzo secolo non gli ha rallentato i riflessi, semmai un poco ammorbidito i muscoli: e, rispettoso delle proprie gambe, non le provoca né umilia: usa, per competere con le automobili, una Pontiac così maestosa e lunga da parere un siluro. Al volante del bolide, Beccali saltella e sorride; saltella per sollevare il busto e lanciare occhiate, fuori dalle vetrate dell'auto, agli avversari del traffico; sorride a chi gli siede accanto, e il suo sorriso ha lo smalto della simpatia e della freschezza: che sia l'America il suo segreto?

"In America, Luigi Beccali ci approdò la prima volta che sono giusto cinquant'anni: era il 1932, anno dell'Olimpiade. In agosto potrà celebrare le nozze d'oro con la vittoria, che avvenne a Los Angeles, e rimane la sola conquistata da un italiano nella corsa delle corse: i 1500.

"Luigi Beccali è difatti il mezzofondo: ne fu l'iniziatore, in un'Italia povera e soprattutto ignorante; ne è rimasto il simbolo, per chiunque si rivolgesse alla memoria statistica cercando giustificazione alla propria pratica agonistica o, più semplicemente, alla passione atletica.

"Luigi Beccali è anche stato, per le generazioni del dopoguerra, un mistero. Misteriosa la sua sparizione dall'Italia, il suo viaggiare negli Stati Uniti, quasi l'avesse spinto laggiù il cumularsi della nostalgia, il desiderio di tornare su antichi passi, solenni e vibranti falcate. Misteriosa, infine, la ragione tecnica dei suoi successi: quali furono i sentieri percorsi per arrivare al record del mondo, ai titoli olimpici ed europei, italiani ed universitari; quali le fatiche, gli allenamenti, quali i consiglieri del campione olimpico? L'anedottica ufficiale aveva affidato il successo di Beccali alla fede nel fascismo e nella patria: retorica per mascherare il menefreghismo e l'incompetenza. Altri, più saggi, alla classe: il profondo e inesauribile pozzo del talento, dal quale attingono le genti fortunate. Che Beccali avesse ricevuto il bacio della sorte, nessuno ne può dubitare: ma la natura non lavorata con fatica e intelligenza, basta per dominare il mondo?

"Siamo stati a Nuova York perchè la domanda ci punzecchiava da tempo. L'opportunità nasceva da un invito di Beppe Mastropasqua, fatto ad Oscar Eleni, Alfredo Berra e al sottoscritto: raccontare i cent'anni della Pro Patria. La Pro Patria compirà il secolo che Beccali avrà appena superato i cinquant'anni dal successo olimpico. Pro Patria e Beccali sono stati il più celebre binomio dello sport italiano. Luigi entrò in Pro Patria che aveva sedici anni, nel 1923: non cambiò mai colori sociali.

"Della sua storia, di uomo e d'atleta, di migrante senza una lira ma ricchissimo di volontà e orgoglio; dei successi e delle sconfitte più brucianti, Luigi Beccali ci ha narrato mentre viaggiava per Nuova York, scattando ai semafori, saltellando sul sedile di guida, preoccupandosi di un business, portandoci infine a pranzare all'italiana, nel più italiano e raffinato ristorante della città, Silvano, zona Village (6ª Avenue, tra Houston e Bleecker Street: ci va sempre Robert De Niro).

"La storia di Beccali sarebbe troppo lunga (e fuori posto, pure: è da scrivere, come capitolo, nel più ampio libro sulla storia della Pro Patria) raccontarla qui: qui si può dire, invece, del problema tecnico, che potrebbe anche incuriosire sino a crescere a vero e proprio oggetto di ricerca.

"Solo e vero allenatore di Luigi Beccali fu il professor Dino Nai. Il professore non era un tecnico: era uno scienziato. «Ho una sola esperienza - disse Nai a Beccali - conosco il cavallo: ho allenato un cavallo. Se ti va, allenao anche te».

«Benissimo, mi va» rispose Beccali.

"Era da poco passata l'Olimpiade del '28, che Beccali aveva malamente sciupato. «Avevo ricevuto la proibizione di allenarmi proprio nel mese precedente le gare. Era successo così: si dovevano disputare i campionati italiani, ed io ci tenevo a vincerli, perchè sarebbe stato il mio primo titolo nazionale. Vado e vinco, ma non faccio il record. Beccali è stanco, gridano allora i tenci federali e mi spediscono insieme a Facelli, in montagna, a Monghidoro, sull'Appennino toscoemiliano. Andiamo, portandoci dietro la proibizione assoluta di allenarci. Mangiare e riposare, è l'ordine. Via, per farla breve quando torno alla sede degli allenamenti sono così grasso che non riesco neppure a camminare. Ad Amsterdam è un disastro: Facelli non vince, io non vado in finale.

- Ci era il responsabile della preparazione?

"C'era Gaspar, un ungherese. Brava persona, ex-campione di salto in alto. Per la verità, lui mi disse di essere contrario, ma che gli ordini della Federazione erano quelli e andavano rispettati.

- E lei non protestò?

"Io litigavo sempre, ma come facevo ad oppormi, qualche volta? Fatto sta che ad Amsterdam, in batteria, finisco quarto e arrabbiatissimo. Il giorno dopo vado ad allenarmi e giuro di non seguire mai più i tecnici federali, ma di fare di testa mia.

- E com'erano gli allenamenti, allora?

"Allora, nessuno sapeva niente. L'allenamento era considerato pericoloso: la maggior parte ne faceva uno il mercoledì, e poi riposo sino alla gara della domenica.

- E Nai?

"Nai introdusse il concetto del lavoro. Ci si allenava il martedì, giovedì e venerdì. Poi, tra il '28 e il '32 io avevo preso ad allenarmi due volte al giorno, di nascosto. Oddio, allenamenti che adesso fanno ridere: andavo, il mattino, rubando un'ora di lavoro al Comune di Milano, presso il quale ero geometra, a correre al campo Simonetta, che era il dopolavoro dei Ferrovieri. Il campo Simonetta, vicino alla celebre villa e dietro al Monumentale, aveva per custode Saporiti. Saporiti era stato un discreto saltatore con l'asta: mi lasciava cambiare, correre per tre chilometri e poi fare la doccia. Questto era l'allenamento del mattino.

- E il pomeriggio?

"Il pomeriggio andavo al Giuriati, con Toetti, Ferrario ed altri. Svolgevo esclusivamente lavoro di velocità.

- Così vinse l'Olimpiade?

"Anche così, ma c'è un altro episodio. Succedeva, in genere, che io d'estate rendessi pochissimo, anzi, non rendevo neppure se mi prendevano a calci. Nai era preoccupato: non riuscivamo a capire il motivo, malgrado il lavoro fatto fosse ben studiato. Un giorno, Nai mi dice:«Senti, ti mando da un dottore che non conosce lo sport ma la medicina sì. È il primario dell'Ospedale Maggiore di Milano». Ci vado: m'interroga, mi chiede cosa faccio, perchè corro e poi mi fa una domanda:«Beve acqua?». No, dico, non bevo perchè m'hanno detto che l'acqua, dopo aver sudato, fa male. «Beva!», grida il primario, «beva e non dia retta a questi ignoranti, che non sanno niente e rimangono sempre indietro. Beva e vedrà che tornerà a correre forte». Difatti, bevo acqua quando ho sete, prim, durante o dopo l'allenamento e risolvo tutti i miei problemi. E faccio il record del mondo e vinco l'Olimpiade: in grazia dell'acqua e di quel piccolo consiglio.

"Adesso ci ride sù, Beccali. Ha posteggiato la Pontiac ad una stazione di servizio: manca acqua? mi viene da domandare.

"No, manca aria nelle gomme, ghigna lui e poi:«Però, se non metto aria nelle gomme, mica si va avanti: è proprio come l'acqua per un corridore».

"La storia dell'acqua è la rivelazione di quanto i luoghi comuni e l'ignoranza abbiano condizionato la gioventù italiana: e ancora la condizionano, perchè essi si tramandano di generazione in generazione, e certa medicina è la grande divulgatrice di quest'inciviltà, per via delle massicce schiere dei suoi adepti, fedeli servi di professori e primari che, a loro volta, raramente hanno usato il cervello. Tutto in fondo è stato scritto da Céline ne «Il dottor Semmelweis», storia di un medico che curò e vinse la febbre puerperale ma venne, dai suoi colleghi, messo al bando. E, dunque, non sarebbe stato il caso di tornarvi se quest'episodio di Beccali non ce ne avesse dato l'occasione. L'occasione di ridire una parola contro i pregiudizi e l'ignoranza, tra il quale grande e immobile rimane il concetto che la fatica sia disdicevole al campione.

"Luigi Beccali ha così rappresentato, nell'allenamento del mezzofondo, lo sperimentatore: curioso esploratore della corsa, capace di spingere, ben oltre i limiti che erano stati posti dai luminari dell'epoca, il proprio sguardo e , assieme, le gambe.Ma la sua testimonianza di oggi, a mezzo secolo dalla vittoria olimpica, mai raccolta da alcuno negli anni del dopoguerra, anzi, forse, volutamente ignorata, da molti, è la prova provata del perchè il mezzofondo italiano abbia troppo a lungo balbettato.

"Beccali avrebbe potute essere il punto di partenza, l'iniziatore di una scuola tutta nostra; si sarebbero anticipati di dieci e più anni gli Hagg e gli Andersson e la bella compagnia delle renne svedesi: invece su Beccali, calò il silenzio.

"Perchè?

"Perchè Beccali fu il più duro, strenuo oppositore e accusatore di Boyd Comstock. Comstock era arrivato in Italia nel 1935, portato dal marchese Ridolfi, presidente federale: veniva dalla California, dove aveva allenato l'Ucla e la Southern California; conosceva certo alcune tecniche, doveva indubbiamente possedere carisma e spirito acuto, ma forse conosceva poco il mezzofondo.

"La mia sconfitta a Berlino, nel 1936, è da addebitarsi a Comstock e Ridolfi. Loro mi hanno messo in condizione di perdere, di farmi battere da Lovelock, e poi hanno rirato fuori la storia della scarpata, che avrei subito in partenza. Quella fu una storia e basta. La verità è un'altra, sibila duro Beccali.

- Qual è dunque?

"La verità è che una settimana prima della gara, ero ad allenarmi al campo di Charlottenburg, in Berlino. Corro tre volte i 300 e mi sembra di essere in forma: giornalisti italiani si complimentano e mandano i loro servizi: Beccali vola, titolano. Io torno al Villaggio e Ridolfi mi chiama:«Comstock m'ha detto che oggi hai fatto schifo», grida duro. Schifo? - dico io, non m'è proprio sembrato. Però, sento le gambe che mi tremano: in fondo, ero il campione olimpico, e a difendere il titolo ci tenevo. Cosa volete che faccia?, chiedo con i nervi a fior di pelle. «Riposo», dice. E riposo faccio, per una settimana: così finisco terzo, perchè al momento di scattare ho gambe di piombo, come mi era successo soltanto nel 1928.

"Questi ed altri episodi ci vengono offerti oggi alla meditazione: non con spirito di polemica - e come potrebbe Beccali, dopo mezzo secolo - ma con il rimpianto di chi avrebbe avuto molto da insegnare e, invece, fu abbandonato sino a dover emigrare negli Stati Uniti. Offrono, anche, la chiave di lettura, di troppe lentezze nello sviluppo della tecnica atletica o, almeno, della tecnica del mezzofondo azzurro. Certo Comstock è stato un volano di sviluppo, ma, forse, anche un freno: la sua personalità non ammetteva di competere con quella di Beccali. Altri erano gli allievi di Comstock: Riccardi, Oberweger, Caldana su tutti. I suoi insegnamenti fecero scuola sino agli anni Sessanta: gli allievi li interpretarono puntigliosamente. Beccali, emigrato in America, non se ne sarebbe certo detto d'accordo: oltreoceano poteva osservare ben altri sviluppi e constatare come la fatica fosse alla base dei progressi del mezzofondo. Fatica che il Italia veniva tenuta in poca considerazione sino allo spuntare di Francesco Bianchi (scuola Venini) e di Franco Arese (con Tino Bianco). Il mezzofondo italiano ritornava ad imboccare anche grazie a Bresciani (Gervasini) ed a Funiciello con il gruppo romano, sentieri intelligenti, soprattutto per merito del professor Di Gregorio: quei sentieri che Luigi Beccali aveva preso a tracciare più di trent'anni prima".

Last Updated on Tuesday, 06 August 2019 09:06
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Adolfo Consolini PDF Print E-mail
Friday, 02 August 2019 15:05

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Riproduzione della copertina originale e usata del Programma giornaliero (2 agosto) delle gare di atletica dei Giochi Olimpici di Londra 1948 e la pagina scritta di pugno dall'utilizzatore del Programma (che costava uno scellino) con annotati i partecipanti alla finale del lanco del disco e i primi tre classificati (documenti di proprietà della Biblioteca internazionale dell'atletica, ubicata in Navazzo, sul lago di Garda)

Era il 2 agosto 1948... Quel giorno...Ve lo racconta ancora un tale che abbiamo già incontrato tante volte in questo spazietta semistorico, un tale di nome Gianni Brera, che vi rilegge - sembra di sentirlo -  la sua cronaca apparsa sulla prima pagina della «Gazzetta dello Sport» del 3 agosto. Ci racconta quella memorabile giornata dello sport e dell'atletica italiana, che cinse d'alloro olimpico il capo di uno dei più grandi atleti nati nella nostra allungata penisola. Il pezzo di Brera non è brillantissimo, sembra un po' un collage scritto e trasmesso di tanta in tanto, e le conferma lui stesso parlando delle difficoltà telefoniche. Ma rimane pur sempre una grande testimonianza diretta.

Adolfo Consolini vince per l'Italia l'Olimpiade del disco con 52,78 metri

di Gianni Brera

"Giornata campale oggi per gli italiani e quindi anche per il cronista che deve recarsi sin dalle dieci di mattino allo Stadio, dove si svolge la qualificazione del disco (le batterie dei 10 km di marcia che avrebbero dovuto svolgersi stamattina sono state rimandate a domani; gli iscritti alla gara sono diciannove).

"I partecipantialle qualificazioni del disco maschile sono una trentina: e via via si presentano in pedana tutti i migliori campioni del mondo.

"Grata sorpresa per noi vedere in campo Giorgio Oberweger, molto elegante nella sua tuta azzurra vecchio stile, molto leggero nelle corsettine che egli fa per scaldarsi, ma ahimè senza la vecchia potenza. Giorgio Oberweger ha voluto sfidare quest'ultima volta l'enorme peso del fluido emanato dalla folla sportiva per un motivo puramente sentimentale, e altresì per far presente un caso forse unico nella storia delle recenti Olimpiadi: che un commissario tenico e allenatore sia un pure dilettante.

"Dal mattino...- Nelle qualificazioni Oberweger è, cosa per nulla strana in un...resuscitato, emozionatissimo: i suoi lanci sono insolitamente privi di nitidezza e fluidità, le misure riescono mediocri, 41 metri circa - nullo - 43 metri. Per qualificarsi sono necessari 46 metri.

"Consolini non si toglie nemmeno la tuta (il cielo è coperto) e supera i 51 metri d'acchito. Gordien a sua volta lancia e supera di poco i 49 metri. Tosi per essere da meno, oltrepassa i 50. Tutto a posto. Gli italiani sono soddisfatti. Non così gli americani dei quali il solo Gordien si qualifica per la semifinale.

"Nel pomeriggio alle 14.30 iniziano le gare del salto con l'asta e i 200 metri piani (12 batterie). Grande impressione producono nei 200 metri Patton, Ewell, La Beach, Treloar e Bourland: dunque niente di nuovo sotto il sole, meglio sotto la pioggia.

"Dell'asta, la cui misura iniziale è di quattro metri diremo a gara terminata. Purtroppo le difficoltà telefoniche ci impongono di trasmettere separatamente la cronoca di ogni gara.

"La toccatina di "Ober"... - Oberweger batte la mano sulla spalla dei suoi allievi che sono avvolti in pesanti coperte di lana, ma non hanno tolto il berrettino bianco da spiaggia, il che dona loro un'aria a vero dire, contrastante con l'imponenza del loro fisico.

"Dodici atleti sono stati ammessi alle serie eliminatorie del disco, nonostante nelle qualificazioni otto soli abbiamo superato 46 metri. Apre la serie di lanci Consolini e spara (chiudendo in ritardo) a 49,67. Gordien è terzo in serie e con lo stile di Fitch (fianco sinistro in direzione di lancio, molte oscillazioni nei preliminari, giro velocissimo e col corpo molto squilibratoinnanzi, sicchè si abbassa in proporzione la mano destra prima del finale) tocca i 47,95. Oltre i 47 vanno soltanto Syllas e Ramstad, prima di Tosi: ma Beppone non si accontenta dei 47 metri! Pur non chiudendo affatto ed esagerando l'elevazione della traiettoria egli batte d'acchito il primato olimpionico (detenuto da Carpenter con 50,58) e raggiunge 51,18.

"Il lancio della medaglia d'oro - Al secondo turno Consolini forza la macchina; la pedana è già malridotta dalla pioggia e dalle zampate dei dodici concorrenti, ma il campione della Pirelli si volge leggermente a  sinistra per trovare terreno meno smosso e lancia in ottima scioltezza a 52,78. La folla, non meno di 80.000 persone, incomincia a allibire: il primato olimpionico di...Giuseppe Tosi ha vita molto breve!

"Ecco il secondo turno dei migliori: Gordien 49,20, Tosi 48,81 (chiusura ancora anticipata, disco a campanile); Ramstad 49,22; Nykvist 46.27. Ed ecco le misure del terzo turno: Consolini 47,94 (la pedana è ormai impossibile, difficile rimanervi); Gordien 50.77; Tosi 50,11; Ramstad 47,72; Klic 48 circa; Nykvist 47,77. 

"...È appena terminata la gara degli 800 metri quando inizia il terno finale del disco (ultime tre serie di tiri). La pioggia è aumentata di intensità e la pista si va pian piano allagando così come la pedana del disco. Problematico rotearvi con molto slancio e potervi tuttavia restare. La misura raggiunta da Consolini è dunque da ritenersi "quasi una sicurezza" anche se non osiamo illuderci troppo dopo le sorprese della gara femminile. Certo è vero peccato che oggi gli azzurri non possano esibire tutta la potenza dei loro mezzi atletici e la perfezione dello stile italiano:soprattutto danneggiato è Tosi, il quale non è andato oltre i 51,18 nei primi tre lanci (infatti la prima serie venne effettuata quando la pioggia ancora non cadeva così forte).

"Quanto a Gordien, il suo stile tutto basato sulla velocità e non legato ai canoni tecnici degli italiani (corpo eretto e braccio destro "bloccato") non è certo fatto per le pedane sdrucciolevoli. Il lettore potrà forse immaginare l'alternativa di speranze e di dubbi che noi viviamo in questo istante di emozione.

"...Sta giungendo alla fine la gara del disco. Lo stadio si va svuotando: triste pensare per noi che ben pochi possono assistere alla cerimonia della premiazione. Perchè sì, la misura ottenuta da Consoliniappare ormai insuperabile; Gordien incappa in un altro nullo, nel primo turno di finale. Tosi supera a malapena i 50,09; Consolini pure fa lancio nullo. Gli altri si può dire a cuor leggero non sono pericolosi.

"Non doveva sfuggire - Attendiamo col cuore in gola il secondo turno. Gordien si squilibra: 48,74; Tosi incappa in un nullo; Consolini ottiene 50,51. I giornalisti americani sono furiosi e inveiscono a Gordien e alle sue sparate da Rodomonte (non aveva detto che vincere l'Olimpiade sarebbe stato facile come per suo padre, prestigiatore,  era facile cavare un coniglio dal cappello a cilindro?).

"I giornalisti italiani stringono invece le mascelle: sulle tribune non vi sono che i nostri connazionali. Si odono le loro grida, i loro incitamenti. Questa vittoria non ci deve sfuggire! Non sfuggirà infatti. Si inizia il terzo turno finale, l'ultimo: Consolini asciuga il disco, si avanza alla pedana. Conferma la sua ottima forma con un magnifico 50,43 (e la pedana è ormai una fossa di melma). E ora Gordien! L'atletico americano si prepara con calma, si bilancia a lungo nei preliminari, poi si contrae tutto e si precipita nel giro con rabbiosa decisione. Guizza via il disco sfarfallando e finisce sulla linea dei 52 metri. È dunque superato Tosi? Si alza la bandiera del giudice: rossa! Lancio nullo".

Last Updated on Saturday, 03 August 2019 08:51
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Pietro Paolo Mennea (2) PDF Print E-mail
Monday, 29 July 2019 07:11

Ieri abbiamo ricordato l'anniversario della vittoria olimpica di Pietro Paolo Mennea sui 200 metri ai Giochi Olimpici di Mosca '80. Lo abbiamo fatto con le parole di un grande del giornalismo sportivo in Italia, Gianni Brera, che, due anni dopo quell'entusiasmante evento, nel 1982, in occasione dell'annunciato ritorno alle gare del velocista barlettano scrisse...un pezzo a modo suo. Oggi vi proponiamo un altro elegante scritto di una persona che, in ragione del suo lungo esercizio professionale, ebbe modo di conoscere Mennea da vicino, molto da vicino. Augusto Frasca, attualmente vicepresidente del nostro Archivio Storico, ha dato alle stampe, qualche mese fa, un suo piccolo libro, piccolo di formato, ma ricco di contenuti, che ha titolato «Qualche pagina per gli amici». A pagina 161 sotto il titolo «Mennea, l'uno e l'altro» una cinquantina di righe, anche meno, tutte centrate sul campione Mennea e sull'uomo Mennea, righe che vale la pena leggere con molta attenzione.

Mennea, l'uno e l'altro

di Augusto Frasca

"Fu scoperto in una classe di Barletta da Alberto Autorino, insegnante di educazione fisica, sostenuto da Ruggero Lattanzio, presidente dell'Avis Barletta, da Oberdan La Forgia, presidente dell'Aics Puglia, allenato da Francesco Mascolo. Trovò un muro, inizialmente, in Carlo Vittori. Si dovette alla lungimiranza di Ruggero Alcanterini, membro della presidenza federale, e all'intervento diretto di Primo Nebiolo, perchè il tecnico lo mettesse in lista per gli Europei del 1971. A partire da quell'anno, la progressione tecnica di Pietro Mennea trovò nella Scuola di Formia la sede ideale, e nella disponibilità di un docente dalla pronunciata personalità l'assistenza più accreditata. Furono da allora, con Mennea in campo, stagioni, in ogni senso di fuoco. Furono successi ai campionati continentali del 1974, negli accesi notturni milanesi dell'Arena e del Palasport, nei pomeriggi d'una Praga illividita dal freddo, sicuramente il massimo, in chiave tecnica, espresso in una ventennale carriera. Furono il primato mondiale di Città del Messico, che recò e reca, tutta intera, la firma di Primo Nebiolo, l'affermazione olimpica di Mosca, il pugno in faccia all'ambiente federale e al suo allenatore con il primo annuncio di ritiro ingenerosamente nascosto, la ripresa, la quarta finale olimpica a Los Angeles, il doping mai esplicitamente dichiarato, il secondo annuncio di ritiro, un nuovo rientro per Seul 1988. Grande atleta, additato tra i massimi dell'atletica e dello sport nazionale. Atleta d'eccezione, come persona Pietro Mennea fu altro, e non furono rare le testimonianze, prima fra tutte l'ignobile aggressione fisica a Livio Berruti messa in atto nel 1979 sul prato di Formia in combutta con familiari e compagni, lui vomitanto sull'uomo a terra insulti irripetibili. Amò alimentare la favola di un uomo refrattario ai compromessi. Vantò atteggiarsi a vittima del sistema, quando in realtà l'unico sistema alla sua portata fu quello che a lui tutto concesse, vale a dire la Fidal di Nebiolo, del dirigente che gli garantì massima assistenza tecnica, apoprodo ai traguardi agonistici più elevati e, come opportunità suggeriva, compensi adeguati alle sue imprese e provvidenze mai dichiarate, tantomeno messe nel novero della riconoscenza. Alla scomparsa, dolorosa, ebbe il potente compianto giustamente dovuto a un grande personaggio dello sport. Ma, in luogo di semplici manifestazioni di affetto, demagogia, retorica della morte e volgari esibizionismi aprirono verso l'uomo un imbarazzante accorrere d'incensi. Pietro Mennea non fu né una vittima, né un eroe, né un profeta. Fu un grande atleta".

Last Updated on Monday, 29 July 2019 09:24
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Pietro Paolo Mennea PDF Print E-mail
Sunday, 28 July 2019 10:37

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Copertina della raccolta dei risultati delle gare di atletica ai Giochi Olimpici Mosca '80 e riproduzione della pagina 64 con il dettaglio completo della gara finale 200 metri uomini. Per poter leggere facilmente i risultati cliccare direttamente sulla pagina.

 

Era il 28 luglio 1980... Quel giorno...Stavolta abbiamo scelto lo scritto di uno dei nostri scriba preferiti. Di lui, non serve dire niente: qualunque parola, aggettivo, sarebbe solo un maldestro insulto. Diciamo che l'articolo è datato 17 agosto 1982, il giornale è «la Repubblica», il titolo «Lasciate che Mennea rincorra la sua rabbia», l'autore Gianni Brera. Il quale aveva lasciato qualche mese prima «il Giornale» di Indro Montanelli, e scrisse il suo primo articolo «repubblicano» il 20 marzo.

Abbiamo poi in serbo un altro elegantissimo «cammeo», che rimandiamo solo per non appesantire la lettura...domenicale. Fra il pranzo della festa, la pennica, e un po' di drogaggio televisivo, vien presto il tramonto. Quindi rinviamo a momenti di maggior lucidità. Anche perchè il «pezzo» merita attenta concentrazione.

La nostra scelta di oggi si stacca completamente della narrazione dell'evento che la data ci suggerisce di ricordare, ma attiene la personalità del campione olimpico. Per quella gara, se volete rivederla fino ad averla a noia, è sufficiente entrare su questo indirizzo.

Lasciate che Mennea rincorra la sua rabbia

di Gianni Brera

"Pietro Paolo Mennea ritorna dopo quindici anni di maceranti esercitazioni sui blocchi di partenza ed in curva. Mentre lo rapivano in cielo, ha avuto il coraggio di liberarsi da un kidnapping. Ho letto e sentito gente scandalizzata.Io mi sono divertito molto. Mennea è un dinarico misteriosamente finito in Puglia (dovrei dire meglio: misteriosamente rinato in Puglia, dove era normale che affluissero genti dell'altra riva). Secondo le norme ragionevolmente capziose degli entonologi, Mennea, Berruti ed Ottolina sono della stessa razza: tutti e tre hanno il crapottone più largo che lungo (brachicefali), più vicini alle genti alpine che alle mediterranee.

"Fra i tre, il più bello, in senso estetico, era ed è l'abatino Berruti; questa perfezione morfologica si traduceva in uno stile di corsa che richiamandomi a fin troppo ribadito «volitare» dovrei meglio definire angelico (e badate che non gioco sull'iperbole!). Sergio Ottolina, che ha fatto anche poco, stava a mezzo fra l'abatino e quel divino scorfano che è Mennea. Costui correva su due linee scandalosamente divise. Visto frontalmente, pareva che in partenza si fosse portato via il blocco e lo reggesse ora, assai buffamente, fra i glutei. Emanava da lui, l'orrendo fascino della bruttezza costituzionale. E complicava le cose (almeno in me) il saperlo povero (come me) e così rabbiosamente deciso a redimersi soffrendo.

"Una volontà spaventosa lo animava al di là di ogni convenienza estetica. A petto di Berruti, meglio, della sua immagine, pareva decisamente impudico. Che un diacono del vigore di Carlo Vittori lo avesse in cura, perigliosamente sfidando i rischi del centauro educatore, lasciava perplessi i malevoli: se lo tiene, essi dicevano, segno è che la penuria del vivaio è grande...

"Ma Pietro Paolo era un autentico stilista. La povertà lo immunizzava da scrupoli anche fastidiosi. Leggevi sulla sua faccia i tremendi ricordi della fame ereditaria: l'aveva e l'ha tutta sconvolta da piani astrusi. I suoi occhi non piccoli ma neri, luciferini, mandano languidi guizzi da occhiati incavate, sopra gli zigomi forti e sbilenchi, La bocca è larga, distorta, sopra un mento curiosamente deviato.

"Guardandolo da vicino, sentivo ingroppirsi la gola. Già per i poveri come me sono partigiano fino a farmi vergogna. Poi, mi affliggeva il suo stile, dal quale aborrivo come da un peccato dinamico senza perdono possibile. Giustificava la tenacia, il coraggio, l'impudicizia con il bisogno economico. Ma intanto mi andavo accorgendo che l'uomo rientrava fra le eccezioni più straordinarie. Come scattista, già, irrideva apertamenta all'istinto. Lo scattista naturale guizza dai blocchi e cerca di mettersi in corsa con le minori dispersioni possibili. Poco, di norma, gli può giovare la scuola. Quella che ha in pancia esprime secondo innata propensione a spingere e a lottare. Ma Pietro Paolo si macerava in tormentose sedute per limarsi come un poeta fa con i suoi versi non ancora soddisfacenti. Carlo Vittori andava plasmando per lui quella sagoma ingrata. E ingenti premi (agonisti, s'intende) ne risarcivano la sofferenza.

"Mennea non è dunque uno scattista naturale: è un miracolo di sintesi tecnica e morfologia. Dal misterioso sincronismo dei suoi arti in apparenza slegati fra loro viene espressa una armonia che si traduce in tempi clamorosamente rari su questa terra. Giuseppino Mastropasqua  vescovo della nostra parrocchia atletica, dice che i muscoli di Mennea non sono di carne, bensì di finissima seta. Li ha pettinati e prettati per oltre dieci anni migliorandoli a ritmi del tutto fuori dell'ordinario. Gli scattisti bruciano se stessi in un volo breve e pieno di affanno: Pietro Paolo rinasce agni anno come la mitica Fenice.

"Affiora puntualmente al primato mondiale (19 secondi 72 centesimi!), al titolo olimpico. E siamo tutti senza fiato di fronte a lui che umilia anche la nostra ragione. Come fatico a trattenermi ora dalle retorica gioia di averlo fratello in povertà! Giudicato secondo il metro comune, questo brutto scorfano è un iddio sceso fra noi in incognito a consolarci di non essre belli. La sua vera forza è un rovente ottimismo, la sua eccellenza tecnica è volontà mai rassegnata e quindi indomabile. Sul piano morale è il più mirabile e alto di tutti noi, atleti o caricature di atleti che noi siamo.

"Qualcuno ha rimore adesso che, non rassegnandosi a tornare, iddio misconisciuto, fra la gente comune e sconosciuta, abbia a ledere un'immagine che perdurando ci esalta e ci aiuta a vivere. A me pare questo banale egoismo! Pietro Paolo, dico, anatroccolo nero della favola, superbo cigno nella realtà degli stadi, noi ti dobbiamo tanta riconoscenza e tanta ammirazione da non poter in alcun modo contrariare i tuoi desideri. Vuoi tornare in pista? Avanti, fallo in grazia di Dio! E finalmente divertiti, se puoi, sii giovane almeno ora, all'età in cui gli scattisti di questa terra sono vecchi decrepiti. È tuo diritto, esser giovane, finalmente".

Last Updated on Friday, 02 August 2019 15:06
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Sara Simeoni PDF Print E-mail
Friday, 26 July 2019 14:29

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Copertina della raccolta dei risultati delle gare di atletica ai Giochi Olimpici Mosca '80 e riproduzione della pagina 36 con il dettaglio completo della gara salto in alto donne. Per poter leggere facilmente i risultati cliccare direttamente sulla pagina.

 

Era il 26 luglio 1980... Quel giorno...Vi lasciamo alla lettura di alcuni brani di quanto scrisse Elio Trifari sulla rivista «Atletica leggera», numero 248 - 249, agosto - settembre 1980. Trifari era giornalista alla «Gazzetta dello Sport», si occupava prevalentemente di atletica e sport olimpici; ricoperse anche la carica di vicedirettore, e in seguito fu direttore della Fondazione Candido Cannavò, curando la pubblicazione di parecchi libri. Ecco il suo racconto tratto dalle pagine della rivista che aveva la sua redazione a Vigevano e che è stata per oltre quarant'anni (fino al 2001) un punto di riferimento per l'atletica italiana. E per chi vuole, ecco qualche frammento televisivo di quella gara, con il commento di Paolo Rosi.

Sara diventa finalmente d'oro

"Possibile che, quella mattina del 26 luglio, quel sabato che Mosca apriva con il volto più imbronciato del solito, con gli scrosci violenti della pioggia, non riuscissi a trovare dentro di me neppure la traccia d'un presentimento, nemmeno la spia, l'indizio di quel tocco d'emozione che prelude ai momenti più importanti di un'Olimpiade? C'era, certo, la caduta di tensione che la consapevolezza d'uno sciopero in Italia - che t'impediva di fatto di riferire a botta calda su quello che avresti visto - t'induceva dentro; ma un livello più alto di partecipazione, conscia o sotterranea, avrei pur dovuto rintracciarlo, da qualche parte, dentro di me. Dopo tutto era la giornata di Sara Simeoni, l'appuntamento, dopo quattro anni, con una sfida che con intensa partecipazione emotiva avevo vissuto a Montréal, nel '76, anche allora con uno sciopero in Italia ad impedirmi di darne notizia immediata, ma con una concentrazione che mi aveva legato direttamente, e indissolubilmente, a qull'argento macchiato di lacrime.

"A oltre un mese di distanza, allorché scrivo questi ricordi, mentra Sara ha avuto il tempo di ritirarsi e di pentirsi più d'una volta, dopo il trionfo moscovita, potrei dire ch'era in me la serena consapevolezza d'un successo che non poteva sfuggire, d'una celebrazione che nessuno poteva sottrarre alla donna più alta del mondo. Ma, in realtà, non era solo questo: quell'apparente distacco aveva motivazioni più sottili e sfuggenti, era forse il desiderio di partecipare il meno possibile all'avvenimento, per essere, forse, vigliaccamente, il meno possibile coinvolto in un fallimento che non osavo neppure evocare.

"Quel pomeriggio al Lenin, l'intera stampa italiana s'era data convegno..

"...era su Ackermann e Kielan che s'appuntavano i nostri occhi, eran le prove della tedesca est e della polacca che seguivamo con la tensione peggio dissimulata, con l'attenzione più viva....Il passato era quel ventrale sublime che la Ackermann ha deciso di non mostrarci più...Vedere la Ackermann sciogliersi all'improvviso, a 1,91, era stato anche per me un colpo fiero...Dopo meno di due ore di gara, dalla scena dello sport mondiale usciva, quasi in punta di piedi, una delle più alte protagoniste dell'aultimo decennio...C'era anche da tremare a veder fuori la Ackermann, l'unica che la Simeoni davvero temesse...Azzaro addentava sigarette, e la Kielan dormicchiava sul manto sintetico, sbirciando la Simeoni. Sicurezza, spavalderia, incoscienza dei venta'anni? Lo avremmo saputo presto. «Io lo sapevo già», avrebbe detto dopo la Simeoni, l'unica ad essere sicura che l'Urzula si sarebbe elevata senza pecche fino ai suoi limiti, nella circoostanza l'1,94 che la progressione le imponeva, per arrendersi come davanti ad un muro invalicabile all'assalto degli 1,97. Era questa la quota della vittoria; era questa la quota che la Simeoni consegnava agli archivi dei Giochi...

"Il cliché delle lacrime, liberatorie e gioiose, accompagna da tempo le imprese della Simeoni...forse Sara sarebbe meno «vergognosa», come dice lei, di riferire dei suoi pianti...se avesse saputo quanto poco asciutii fossero rimasti gli occhi di tanti giornalisti italiani in tribuna...Durante l'intervista, mi sorprendevo a distrarmi più d'una volta, mentre Sara raccontava e ricostruiva le emozioni di una giiornata che ricorderà per sempre, e noi con lei....

A questa ragazza, pensavo, dobbiamo una sorta di riconoscenza non solo sportiva, ma civile, nel momento in cui l'Italia...ne fa la portabandiera di un modo di essere, di vivere. Se sarà necessario tracciare un bilancio dell'incidenza della Simeoni nel tessuto umano del nostro Paese...non basterà più quel che tentammo quattro anni fa, interpretando il suo argento come un premio oltre misura alla donna italiana, nello sport e nella società. Ora che Simeoni significa Italia che piace e vince, che affascina e avvince, queste analisi non bastano più. Quando la Simeoni cerca di scrollarsi di dosso l'immagine della donna sportiva protagonista, della primatista mondiale costretta per dfinizione a vincere, compie uno sforzo notevole, certo, ma sarebbe enorme e senza speranza di riuscita, il suo sforzo, se comprendesse appieno che non solo questo fardello deve portare sulle spalle; ma quello ben più pesante, di simbolo, totale, del nostro Paese nel mondo".

Last Updated on Friday, 26 July 2019 16:52
 
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