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Un uomo e un campione che ha ispirato tanti di noi: Livio Berruti (3) PDF Stampa E-mail
Venerdì 17 Maggio 2019 15:24

Dopo Augusto Frasca e Giorgio Barberis, tocca ad un altro giornalista riportarci indietro nel tempo, a quello di Livio Berruti. Sergio D’Asnasch, giornalista sì, ma anche atleta, sprinter come Berruti, e di Livio compagno di club (Fiamme Oro Padova) e di staffette 4 x 100, corse insieme, tanto nel quartetto «poliziesco» che in quello azzurro della Nazionale. Fra poco ne racconteremo qualcuna. Sergio indossò sempre, a parte il periodo militare, la maglia della Riccardi Milano, divenendo il simbolo di varie primogeniture: primo «riccardino» a vestire la Maglia Azzurra (1953), primo a partecipare ad un Campionato d’Europa (1954), primo ad essere convocato per i Giochi Olimpici (1956). Gran fisico, voleva cimentarsi nel getto del peso, lo dirottarono al salto in lungo, divenne un ottimo velocista. Lasciate le piste, esercitò il suo talento come giornalista, ne fece la sua professione, divenne redattore della Agenzia giornalista nazionale ANSA. Brillante, di bello scrivere, uno che si fa leggere con piacere, come potranno comprovare coloro che si avvicineranno al suo bel elzeviro su Livio Berruti. Articolo che abbiamo ripescato dal numero 32, novembre 1961, della rivista «Atletica Leggera», direttore Francesco Migliori, redattore capo Giorgio Bonacina, con l’aggiunta di Dante Merlo, che per la prima volta firmava come condirettore, sarebbe poi diventato proprietario della testata, fino alla sua scomparsa.

Staffette, Sergio e Livio insieme, un paio di citazioni, senza velleità di completezza.  1957, «Sei Nazioni» a Bruxelles: Berruti – D’Asnasch – Sangermano – Lombardo, terzi dopo Germania e Francia.  1958, Europei a Stoccolma: Cazzola – D’Asnasch – Berruti – Mazza, squalificata in finale dopo aver vinto la seconda batteria. Sergio di suo ha un quinto posto agli Europei Berna 1954 (Montanari – D’Asnasch – Sangermano – Gnocchi) e una vittoria ai Giochi del Mediterraneo a Barcellona, 1955: Ghiselli – D’Asnasch – Montanari – Gnocchi.

Torniamo a Berruti. Nell’articolo D’Asnasch ricama la esile figura del ragazzino Livio, agli esordi. Siamo nel 1956. Abbiamo accantonato ogni precisione di cattedratici di statistica e vi riferiamo di quando abbiamo trovato dagli sbiaditi ritagli di giornali dell’epoca. Torino 20 maggio: Livio (con i colori della Lancia) primo in una delle tante serie – la quarta – di 100 della fase regionale del campionato di società: 11”2. Passano sette giorni, e il giovincello stavolta non passa inosservato. Scrive Renato Morino (abbiamo riprodotto l’intero articolo a corredo di queste note): “Berruti, lancista e juniores, è alla quarta gara della sua carriera! Rivelato dallo Sport nella Scuola (ha partecipato ai campionati provinciali di Torino nel salto in alto) il bravo Milanese lo ha impostato subito sulla velocità: 11”4 nelle prime due gare, 11”2 domenica scorsa e 11” netti adesso, dopo essere uscito dalle buchette alla pari con Gnocchi, e dopo – udite, udite – avergli resistito spalla a spalla per più di quaranta metri. Adesso Berruti, velocista cartavelina, ha bisogno solo di acquistare peso e tenuta”. Gnocchi era un centista da regolare 10”5 (sei volte in quella stagione), e un 10”4 a fine settembre. Il risultato completo di quella gara torinese lo potete agevolmente leggere ingrandendo il testo dell’articolo originale.

Berruti corre tanto per essere un pivello di diciassette anni. Il 3 giugno, sempre a Torino, semifinale dei societari, corre ancora in 11”2 (quarto); il 10, a Biella, vince in 11” netti; il 24, all’Arena di Milano, quinto in 11” tondi tondi; il 30, ancora sulla pista milanese, viene schierato nella prima frazione di una 4 x 100 squadra B nazionale, con Monego, Pollini e Marini: primi in 42”5, il team A viene squalificato. Primo giorno di luglio, campo Agnelli a Torino, campionati piemontesi di Terza Serie (intelligente suddivisione di categorie di una volta): Livio è primo in 11”1; il 7, altra riunione per la stessa categoria, stavolta a Biella: primo in 11” netti. Lo stadio Lamarmora della capitale laniera non conosce pause: il 22 luglio ospita i campionati piemontesi. Il commento:” Nella finale dei 100 tutti gli occhi sono puntati su Berruti e Ghiselli: vincerà l’anziano o il giovane campioncino della Lancia? I due balzano fuori dalle buchette simultaneamente, poi il lanciotto si avvantaggia, agli 80 metri è primo, ma Ghiselli non si dà per vinto, scatta rabbiosamente, si affianca a Berruti, lo supera sul filo di lana: i cronometri segnano per entrambi 10”9. Ha dunque vinto l’anziano, ma Berruti ha confermato di essere più che una promessa”. Ghiselli era velocista da 10”6.

Ce ne sarebbe ancora ma, per adesso, leggete Sergio D’Asnasch.

 

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Radiografia di Livio Berruti

Livio Berruti corre, non corre, non può correre, non vuole correre, lo obbligano a correre. Corre bene. Ma allora, perché non vuole correre? Lo ammoniscono. Bene, è ora che la pianti di fare il lavativo! Male, un dilettante deve poter dedicarsi in santa pace ai suoi impegni extrasportivi!...Il «caso Berruti», insomma, è il sollazzo del giorno dell’opinione pubblica nazionale. Se ne sentono di tutti i colori, ma è molto dubbio che ci sia qualcuno che ci capisca qualcosa. È bella e istruttiva, comunque, la disinvoltura con cui ognuno spara a bruciapelo la sua opinione. Ne è esilarante esempio un bellicoso settimanale sportivo milanese che nella stessa pagina (pagina 9 del numero del 9 Ottobre) pubblica prima un trafiletto del titolo «Lo schiavo Berruti», in cui narra di un Livio incatenato e tiranneggiato dalla FIDAL, che lo vuole condannare all’analfabetismo impedendogli di studiare, e quindi in un altro articolo intitolato «Piombo Rovente», stigmatizza il comportamento del nostro, paragonandolo a Mister Greaves.

Ma tutte le opinioni, anche le più originali, sono in questo caso giustificate. Sì, perché una cosa sola è certa: il primo a non capirci niente è proprio Livio Berruti.

Berruti, intendiamoci bene, non è un incosciente, ma è bensì un atleta sorto assolutamente per caso, come del resto è logico che fosse in questa Italia dallo sport facoltativo e dalle scommesse obbligatorie. «Campione per caso» è il titolo più logico che potrà essere dato ad una biografia dell’olimpionico. Ed è certo che chi nasce così allo sport non diventerà mai un duro come sono gli atleti inglesi o tedeschi, per non parlare degli schiacciasassi di oltre cortina.

Cominciò a corricchiare, Berruti, così, tanto per fare qualcosa di originale, in un pomeriggio primaverile. Visto come sono rari i giovani che da noi prendono simili originali iniziative, vi fu subito una società che gli dette una tuta ed un paio di scarpette in cambio di qualche altra corsetta nel campionato societario. Chi se la ricorda quella semifinale del campionato di società, a Torino, nel ’56? Alla partenza dei 100 tutti gli occhi erano per quel grande, matto e inespresso velocista che fu Gigi Gnocchi, il mattatore del momento. Gigi partì distendendosi in pochi passi in tutta la sua falcata. Era una cosa esteticamente bellissima veder correre Gnocchi e tutti quel giorno lo guardavano ammirati. Tutti pertanto poterono assistere ad un altro spettacolo quanto mai sorprendente: un qualcosa che sembrava un grillo con gli occhiali, e per di più con una maglietta pudicamente accollata, restava tranquillamente a spalla di Gnocchi, con la stessa indifferenza di una che si reca a comprare il giornale all’edicola all’angolo. Ci rimase cinquanta metri buoni, poi, visto che i cento sono più lunghi di quanto sembri, Gigi, che razzolava sulle piste da vari anni ormai, lasciò l’esordiente, andando a concludere in 10”5. «Però, quel ragazzino!» – non poterono fare a meno di esclamare gli spettatori, pur applaudendo Gnocchi. Quel diciassettenne, che si comportava con la flemma di un personaggio di Wodehouse, era effettivamente un tipo originale per le nostre piste. Basti dire che praticamente all’esordio correva già i 100 in meno di 11”, tanto da meritarsi subito il posto nella nazionale giovanile. Fu in quel periodo che si seppe il nome del grillo con gli occhiali: Livio Berruti. Il ragazzino era stato promosso a scuola a pieni voti e così accettò di passare parte delle vacanze al raduno collegiale di Schio. Vi arrivò comunque con l’espressione sorpresa di uno che si chiede: «Possibile che abbiano bisogno proprio di me!?». Già, perché a lui quei tempi erano costati solo qualche trottatina in souplesse in allenamento e pertanto non capiva come mai non fosse possibile ad ogni altro essere umano indistintamente fare le stesse cose. E neppure in seguito lo ha mai capito. Il segreto della velocità di Berruti è in verità semplicissimo. Si tratta solo di un uomo che pesa 70 chili e che ha invece nelle caviglie e nei piedi una forza quale ne potrebbe avere uno di 95. Pertanto lui, correndo sulla Terra, ha lo stesso rendimento di uno di noi che si trovasse a gareggiare su un pianeta sul quale una minor forza di gravità gli togliesse di dosso un bel 25 chili di peso. Solo che Livio non sa di essere nato su un mondo che non era il suo!

Né si è mai allenato: e chi sarebbe quel matto che penserebbe anche ad allenarsi una volta trasferito in un pianeta ove si trovasse tanta avvantaggiato?! Sarebbe veramente una cafonata imperdonabile. Ed infatti Livio ha sempre tenuto fede a questo impegno d’onore. Beh, veramente l’anno scorso gli avevano presentato le Olimpiadi come un’impresa tanto difficile da persuaderlo a fare qualche corsettina a Schio, ma c’è da giurare che, appena tagliato il traguardo di Roma, Livio pensò di essere stato buggerato: gli avevano fatto perdere tanto tempo per una cosa così facile come l’arrivar prima di un paio di negri!

È proprio questo il fatto: Berruti per le sue doti naturali non ha mai dovuto soffrire per vincere. Il suo morale non è mai stato temprato dal sacrificio e dalla lotta ed egli è perciò un campione olimpico rimasto con lo stesso spirito di un esordiente. Correre per lui non è mai stato né un mezzo per ottenere qualcosa e neppure un fine, ma solo un fatto così, un diversivo che adesso probabilmente pensa gli facciano pesare troppo.

Personalmente ricordo quando già nel ’58 gli giunse l’offerta di una borsa di studio da parte di un’università americana. Me lo disse sorridendo in una nebbiosa serata di autunno mentre si girava per Padova alla ricerca di un film da vedere, per trascorrere quel paio d’ore fra la cena e il rientro in caserma. Andare a correre per un Collegio americano! Fosse giunta per un disguido postale, visto che non la meritavamo, mezza parola del genere a qualsiasi altro di noi, a me o a Ghiselli, a Sangermano od a Cazzola: si sarebbe attraversato l’Oceano a cavallo di un pescecane, mannaggia, pur di non perdere l’occasione! Ma per Livio quell’invito equivaleva a quello che lo chiamava ai collegiali di Schio per la giovanile, due anni prima. Allora accettò per trascorrere un’originale vacanza, ma adesso stava ormai studiando a Padova ed un simile cambiamento gli sarebbe magari costato un esame. Non valeva la pena, aveva giudicato. Mi sarei messo a piangere per fargli capire cosa perdesse, sia come esperienza sportiva, sia come esperienza umana, ma conoscendolo bene capii che era inutile: si andò tranquillamente al cinema.

Ed oggi, a vedere tanta gente che eleva alti lai perché Livio non vuol correre e che si arrovella per dare una spiegazione al fatto, scusate, ma mi viene da ridere. Forse che esiste sempre una ferrea ragione quando uno si accende una sigaretta o si gratta il naso?

 

Ultimo aggiornamento Sabato 18 Maggio 2019 07:27
 
L'omaggio degli statistici e storici francesi a Roberto Quercetani PDF Stampa E-mail
Venerdì 17 Maggio 2019 08:52

Luc Vollard ci ha girato il link dove leggere il ricordo degli amici della Commissione Documentazione e Storia della Federazione francese. Ricordo di amici che hanno avuto nel tempo tanti contatti e scambi di informazioni atletiche con Roberto. Lo hanno ricordato sullo spazio a loro riservato sul sito della FFA con un titolo molto italiano: «Una lacrima sul viso», dalla canzone di Bobby Solo (1964). Nel ringraziare l'amico Luc, vi invitiamo ad aprire questo indirizzo.

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Maggio 2019 09:00
 
Un uomo e un campione che ha ispirato tanti di noi: Livio Berruti (2) PDF Stampa E-mail
Martedì 14 Maggio 2019 18:53

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Nel 2012 Giorgio Barberis consegnò alle cure editoriali della S.E.I. il testo definitivo di un suo libro. Lo titolarono «D’oro e d’azzurro – Gli olimpionici dell’atletica italiana». Giorgio, torinese, giornalista, prima alla «Gazzetta dello Sport» e poi, per molti anni, a «La Stampa», è socio del nostro Archivio Storico da lungo tempo. Nelle sue pagine rivivono le figure dei diciassette campioni olimpici, da Ugo Frigerio ad Alex Schwazer. Scrisse nella introduzione:” La scelta di parlare dei vincitori olimpici che l’Italia può vantare è legata al desiderio di avvicinare, attraverso le necessarie ricerche, quei campioni che hanno conquistato il massimo alloro e che non ho avuto modo di conoscere ed al tempo stesso, invece, di offrire un personalissimo ritratto di quegli altri che ho avuto modo di veder vincere ed anche di frequentare, maturando nei confronti di alcuni di loro un rapporto di sincera amicizia e, a volte, di condivisione di stati d’animo”.

Dopo Augusto Frasca, anche Giorgio ci ha autorizzati a riproporre, in questo spazio, brani del capitolo riservato al sesto atleta italiano (ottava medaglia d’oro) che si è laureato campione di Olimpia: Livio Berruti, che noi vogliamo onorare alla vigilia del suo compleanno. È un collage di ricordi personali di Giorgio e di ricordi e pensieri di Livio.

 

Livio, il predestinato

 

Conobbi Livio Berruti nel 1970…lo incontrai nell’ufficio collinare dell’agenzia di pubblicità per la quale lavorava in quel periodo. In realtà una fuggevole conoscenza del Campione, quando campione doveva ancora diventare…l’avevo avuta da ragazzino nell’agosto del 1959 sul piazzale della Basilica di Superga dove i partecipanti all’Universiade venivano portati dall’organizzazione ad ammirare l’opera architettonica e il panorama mozzafiato che si stende da Torino fino all’arco alpino. Qualcuno me lo aveva indicato come l’atleta che più valeva la pena incontrare, e io ero corso a farmi fare un autografo. Pochi giorni dopo papà mi avrebbe portato allo stadio Comunale per assistere alle gare, rendendo così ancor più preziosa la firma del vincitore”.

Le gare di Livio Berruti alle Universiadi 1959.

3 settembre 100m batteria 10.7
4 settembre 100m semifinale 10.5
4 settembre 100m finale 10.5
5 settembre 200m batteria 22.2
6 settembre 200m semifinale 21.5
6 settembre 200m finale 20.9
6 settembre 4x100m

finale

(Giannone – Berruti – De Murtas – Mazza)

41.0

Ritorniamo al testo di Barberis. Il quale scrisse che Livio, vedendolo emozionato “…tirò fuori da un armadio una bottiglia di vino che stappò invitandomi a un brindisi, mi parlò delle fragole che coltivava in quel di Stroppiana sostenendo che erano squisite e che avrebbe fatto in modo di farmele assaggiare…”. Ultime tre righe del capitolo:” Io mi limito ad aggiungere che quelle benedette fragole di Stroppiana, nonostante gliele abbia ricordate tante volte, Livio non me le ha mai fatte assaggiare”.

Da qui in poi, attraverso il testo di Giorgio, i ricordi, le opinioni, i commenti di Livio.

Potendo tornare indietro? “Prima di tutto cercherei di essere meno idealista. Ho sempre creduto nello sport per sé stesso e mai diversamente”.

Quella semifinale. “L’annuncio dell’altoparlante che avevo eguagliato il record del mondo mi creò un vero complesso di colpa. Temevo di essermi stancato, benché avessi corso in scioltezza smettendo di spingere a 20 – 30 metri dal traguardo. Così feci un riscaldamento dimezzato per la finale, gli altri erano stupiti e increduli…Forse è lì che vinsi la finale. Poi la gara. Sapevo che dalla curva sarei uscito primo, a quel punto dovevo solo distendere ancora di più la falcata per non contrarmi e sprecare inutilmente delle energie. Quindi resistere fino al traguardo. Mi andò bene”.

È passato tanto tempo…” …mi rendo conto che quel 3 settembre, neppure sul podio mentre suonava l’inno di Mameli, avevo concepito l’importanza di qualcosa che poteva cambiarmi la vita, come poi in effetti è stato. Allora…consideravo lo sport come un’attività collaterale della mia esistenza. Prima venivano lo studio e il lavoro. Soltanto in seguito mi sono reso conto che quei duecento metri hanno significato per me un cambiamento radicale, trasformandomi per certi versi in un soggetto da baraccone. E se tutto questo può gratificare la vanità, è altrettanto vero che ti fa perdere la libertà. La mia vita si è indirizzata su binari differenti da quelli per i quali avevo posto gli studi…Occuparmi di pubbliche relazioni come ho poi fatto è stato in fondo coercitivo della mia libertà…”.

Rimpianti? “…uno, riguarda l’anno precedente (1959) e non i 200 metri ma i 100. Ero a Malmoe per un incontro contro la Svezia: giornata pessima quel 26 luglio, con la pista quasi allagata dalla pioggia battente. Vinsi correndo in 10”4…Ecco, quel giorno, in condizioni normali forse avrei corso in 10” netti e forse meno. Un’illusione? Non credo: ritengo che quella sia stata la mia più bella gara in assoluto e rimane comunque quella che mi ha dato maggiore soddisfazione”.

Un documento del tempo - Scrisse, da Malmö, Renato Morino su «Tuttosport»: “La pista è già ridotta a pappetta. Berruti comunque vola, è subito primo, vince con quattro metri su Westlund…”. Il giorno dopo sui 200:” La giornata è un perfetto campione dell’estate svedese: diciotto gradi, cielo coperto, aria fresca…Berruti è all’esterno…non riesce a distendersi come le altre volte e gira a passi corti, con andatura saltellante. Ritrova il ritmo sul rettilineo e conclude in 21” netti, a un solo decimo dal record italiano su pista di 400 metri”. Livio aveva corso in 20”9 a Varsavia il 14 giugno e poi a Duisburg il 19 luglio. Una foto su un ritaglio di giornale - Palliduccio, ma questo è il documento relativo ai 100 metri di Malmö: la foto dell'arrivo di Livio, dietro si vedono, staccatissimi, i due svedesi, Westlund (n.1, 10"8) e Lövgren (10"9).

Questo brano sempre di Renato Morino, da Roma il giorno del trionfo romano, è riportato nel libro di Giorgio. “Non mi vergogno a dirlo, scrivo con le lacrime agli occhi, il momento che avevamo atteso con tanta trepidazione, con ansia, con timore, il momento della massima gloria olimpica è ora realtà dolcissima, ma tale è l’affanno che è in noi che non possiamo ancora gustarla come vorremmo. Livio ha vinto, è medaglia d’oro, è primatista mondiale, è il più forte velocista che sia esistito sulla distanza doppia. Berrutino, il nostro Berrutino è campione d’Olimpia. Quanto abbiamo tifato! Quanto abbiamo sofferto! Sono stati venti secondi e cinque decimi che resteranno per sempre nel nostro cuore, piantati in noi per ricordarci uno dei più bei giorni della nostra vita. Ma così intensamente tremendi sono stati che forse non vorremmo che si ripetessero più. Dopo aver visto gli americani a Berna sapevamo che Livio era il più forte, ma a che serviva? Le competizioni si vincono solo al traguardo, il resto non conta”.

L’ultima parola a Livio:” Erano altri tempi, si faceva sport soprattutto per divertimento e non per arricchirsi. Meglio così, sono soddisfatto della mia vita e questo è quello che conta”.

Altri tempi. Per Giorgio Barberis il tempo delle fragole. Che non ha mai assaggiato.

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Maggio 2019 15:51
 
Un uomo e un campione che ha ispirato tanti di noi: Livio Berruti PDF Stampa E-mail
Martedì 14 Maggio 2019 08:00

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Abbiamo sentito spesso persone della nostra generazione (intendiamo, di alcuni di noi che hanno i capelli bianchi o li hanno perduti quasi tutti) dire: fu lui che ci fece innamorare dell'atletica. Ne siamo convinti: molti (mai troppi, siamo una èlite, inutile far finta che non sia così) italiani che hanno apprezzato il nostro sport lo devono a lui, a quel «volo» di 20 secondi e frazioni centesimali sulla pista dello Stadio Olimpico di una Roma di cui era innamorato (allora) il mondo intero. Un ragazzo di 21 anni e quattro mesi scarsi, sabaudo, composto, gentile, era stato registrato all'anagrafe di Torino col nome di Livio, che tanto di Roma ci ricorda. Di cognome, Berruti, il suo papà Michele. Domenica prossima, Livio Berruti sarà attorniato da alcune centinaia di persone per una delle molte feste di cui è stato protagonista: in questa occasione, il suo compleanno, uno di quelli importanti, lo sono tutti, ma questo si può dividere per due, per quattro, per otto.

Noi dell'Archivio Storico vogliamo festeggiare Livio da lontano, con i nostri modesti mezzi. Uno è questo spazio. Da oggi a domenica, ogni giorno, faremo omaggio a lui e ai nostri lettori di ricordi, articoli, magari fotografie e documenti. Apriamo con le belle righe scritte da Augusto Frasca, nostro vicepresidente, in un suo recente libro di ricordi, una serie di «cammei» eleganti, colti, misurati come è la persona. Speriamo di offrirvi buone letture.

 

1960: la curva di Berruti

Pronunci il nome e appare una pista, un volo di piccioni in cerca di un cielo libero e l’eleganza di un disegno in curva. Venti secondi e spiccioli per farsi incunabolo dello sport, atto irrepetibile nella sua traiettoria di tempo e di luogo, primo non nordamericano vincitore sulla distanza, prima vittoria olimpica in velocità di un italiano, solitaria dinanzi allo strapotere nero d’oltreoceano, unica segnata da un primato ripetuto a due ore di distanza l’uno dall’altro, unica resa materia viva in uno stadio nazionale. Homo currens d’indicibile levità, testimone d’una inattaccabile filosofia dello sport, il 3 settembre 1960 un ventunenne torinese divenne eterno nella storia dello sport italiano scendendo nell’immacolata scenografia dell’Olimpico dell’epoca dalle severe consuetudini sabaude e dagli incanti sommessi delle campagne di Stroppiana. Quell’affermazione fu l’apice di una cultura nata sui banchi di scuola secondo lezione impartita da un grande umanista a nome Bruno Zauli. L’avevano costruita Giorgio Oberweger, lucido reggitore delle sorti atletiche dell’epoca, Giuseppe Russo, il docente, il rifinitore nell’assiduità delle sedute allenative nel paradiso di Formia, pasquale Stassano, lo stesso che dopo l’arrivo sarebbe caduto in una sorta di catalessi sillabando linguaggi sconosciuti. Avevano tutti ignorato la lettera con cui anni prima la prudenza di un genitore aveva chiesto ai tecnici federali l’annullamento dell’impegno su una distanza e in una gara ritenute pericolose per la salute del figlio. Inesausto creatore di scherzi nei confronti del composto ragazzo torinese, grande velocista anch’egli, Sergio Ottolina, assistette alla finale dei 200 in tribuna autorità, a due passi dal Presidente Gronchi. Fu l’unica volta in cui i suoi amici lo videro piangere. Quando, ore dopo, fu chiesto a Livio Berruti cosa avesse pensato durante la corsa, al cronista attento suggerì di scrivere di non aver pensato nulla, salvo correre veloce. L’olimpionico ebbe in premio la Fiat 500 assegnata a tutti gli italiani vincitori. Nelle tasche, un assegno di 800 mila lire del Coni, 400 da parte federale. Il portachiavi d’argento donato agli olimpionici da Umberto di Savoia dall’esilio di Cascais. Rientrando a Torino sulla 600 di Gianpaolo Ormezzano dopo quarantotto ore di pausa a Santa Marinella da Gianni Melidoni, tra i rari che dalle colonne del Messaggero ne aveva pronosticato la vittoria, dalle parti di Genova l’olimpionico fu inseguito, bloccato e multato per eccesso di velocità da una monolitica pattuglia della Stradale. Giorni dopo, ai premi ricevuti, il ventunenne aggiunse del suo, e acquistò una Giulietta sprint.

Nella foto, che fece il giro del mondo, il giorno dopo: Livio se la prende comoda a letto, giornale che si intravvede, medaglia e tanti visitatori, tutti interessati. Lui sembra quello di sempre: tranquillo, senza eccessi, composto anche in pigiama: e fatemi fare colazione!

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Maggio 2019 15:42
 
Inchiniamoci reverenti al nostro Maestro: Roberto L. Quercetani ci ha lasciato PDF Stampa E-mail
Lunedì 13 Maggio 2019 16:46

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Un senso di profondo sgomento ci ha preso quando un amico ci ha comunicato la notizia: Roberto Quercetani se n'è andato. Non tanto altro ci sentiamo di aggiungere in questo momento, se non il nostro dolore ed esprimere la nostra affettuosa vicinanza alla signora Maria Luisa. Alcuni di noi hanno avuto il dono del Cielo di passare con loro alcune decine di minuti proprio un mese fa, il 14 aprile, nella loro residenza attuale, a Firenze. Occasione doverosa, di amicizia e di rispetto, essendo noi nella città medicea per la nostra annuale Assemblea, ma anche per adempiere ad una formalità: la consegna del Premio Bruno Bonomelli, che, tutti insieme, avevamo deciso di assegnare a lui. E a chi altrimenti? Ci era rimasto dentro questo senso di serenità, di piacevolezza nel dialogare. Il suo ultimo abbraccio ci aveva riscaldato il cuore.

Adesso non è più dei nostri fisicamente, ma lo sarà sempre, e ancora di più guardando, sfogliando, leggendo le sue opere che, per tanti di noi, sono una Bibbia laica per coltivare una singolare religione. Noi prendiamo commiato da lui con le parole dell'amico Augusto Frasca.

Le esequie di Roberto Quercetani avranno luogo mercoledì 15 maggio alle ore 9,00 a Firenze all’Istituto Paolo VI, in Via Cimabue, 35 dove la salma del defunto è esposta da domani, martedì mattina.

Abbassare il capo, in rispetto. Non altro. Nel momento della scomparsa, questo dobbiamo all'uomo e al professionista che lascia nella commozione l'intero nostro mondo. Depositario, come pochi, dell'esattezza di tempi, di date e di misure, in un panorama sterminato sottratto alle polveri e alle mutilazioni del tempo, accompagnando e custodendo da lontano prima la giovinezza e poi la maturità di intere generazioni di osservatori, di studiosi, di semplici appassionati di atletica, Roberto Luigi Quercetani è vissuto senza ostentazioni da padre putativo, ricostruendo con la potenza dei numeri e con lucida razionalità storie e biografie, documenti e verità nascoste, vincitori e vinti.

Dall'atletica fu catturato, decenne, in una serata estiva del 1932, attratto dall'annuncio, apparso su un imponente pannello luminoso allestito su un palazzo di Piazza Vittorio Emanuele, della vittoria di un italiano, Luigi Beccali, avvenuta a migliaia di chilometri di distanza ai Giochi olimpici di Los Angeles. Fu una folgorazione, consacrata l'anno successivo assistendo di persona, il 24 settembre, allo stadio di Firenze, al primato italiano sugli 800 metri realizzato dallo stesso atleta durante l'intervallo di una partita di calcio. Da allora, nell'abitazione di Borgo S. Iacopo, leggere la Gazzetta dello Sport fu suo pane quotidiano, mentre forte nasceva l'interesse per le materie umanistiche e per la conoscenza di lingue straniere, dal francese all'inglese, dal tedesco allo spagnolo allo svedese. Da lì, i passi successivi. Le letture sempre meno occasionali del francese L'Auto diretto da Jacques Goddet. La conoscenza della Guide Athlétique 1938 di Gaston Meyer e Jean-Jacques Lesur. Il primo abbonamento semestrale, concessogli dal padre nello stesso anno, del tedesco Der Leichtathlet. L'apertura, e con essa la lingua, all'atletica svedese trattata da Idrottsbladet, pubblicazione preferita. La fitta corrispondenza con Arnold Larsson, rilevandone "at a very low price a sizeable part of this track library", prima che, volontario a fianco dei finlandesi contro i sovietici, lo svedese perisse nei geli del Nord.

Nel 1940 il giovane Quercetani non fu ammesso alla Facoltà di lingue del Magistero perché presentatosi all'esame di lingua tedesca privo di camicia nera: tre erano gli esaminatori, due italiani, e un ebreo tedesco rifugiatosi in Italia dalla Germania, unico, dei tre, a valutare favorevolmente la sua domanda. Ingaggiato in un istituto di credito cittadino, sul finire del 1943 le vicende belliche videro Quercetani impegnato come interprete nelle truppe alleate, prima con gli inglesi e poi con gli statunitensi del generale Clark. Mesi prima, nel giugno 1943, era apparso il suo primo reperto giornalistico, un articolo sul periodico finlandese Yleisurheilu, con cronache italiane e risultati da Firenze, Milano e Torino, e dunque Consolini e Lanzi, Beviacqua e Innocenti, Profeti e Fracassi, Romeo e Mariani, Malaspina e Kressevich, con una nota in rilievo sul 50.99 realizzato a Milano da Giuseppe Tosi.

Nel 1948, ventiseienne – due anni dopo essere entrato in rapporto epistolare con Don Potts, docente all'Istituto di Tecnologia di Pasadena, con il quale manterrà nel tempo una forte amicizia, stilando tra l'altro le prime liste mondiali All-Time, utili ai sudditi della Regina nella composizione dei turni eliminatori dei Giochi londinesi  – l'incrocio professionale con Bert Nelson, fondatore, con il fratello Cordner, di Track & Field News: incrocio importante, al punto che anni dopo l'uomo di Firenze si vide recapitare in via Inghirami la proposta, rifiutata dopo attenta riflessione, troppo amando l'Italia, di un trasferimento negli Stati Uniti per assumere la direzione della rivista. Nell'ottobre del 1950, con il resoconto di una riunione organizzata all'Arena trasmesso da un bar della zona, ebbe inizio il lungo periodo di collaborazione con la tedesca Leichtathletik, seguito subito dopo, su invito di Gianni Brera, dall'intenso rapporto con la Gazzetta dello Sport.

Tra il 1950 e il 1951, due momenti importanti. Il 26 agosto 1950, in occasione degli Europei di Bruxelles, Quercetani fu figura decisiva, assumendone la presidenza, per la nascita, assieme a dieci colleghi, di The Association of Track and Field Statisticians. L'anno successivo, con lo svizzero Fulvio Regli, mise la firma in testa al primo Annuario dell'Associazione. Dopo le stagioni iniziali, volte all'asetticità delle ricostruzioni senza pretese creative o letterarie, la scrittura di Quercetani si modificò progressivamente in chiave storica e giornalistica, testimone lo stesso Brera, che sull'amico scrisse "dilatando le cifre a più nobile discorso, Quercetani assurge a umanista squisito".

Nel 1964, stesso anno, il 12 novembre, in cui si celebrava in una Chiesa dei Cappuccini di Fiesole l'incontro con Maria Luisa, ammirevole compagna di vita, nasceva il suo capolavoro pubblicato dalla Oxford University Press, A World History of Track and Field Athletics 1864-1964, cui seguiranno fondamentali aggiornamenti periodici fino agli anni Duemila inoltrati, primo tra essi, quattro anni dopo, per l'editore Longanesi, testo giustamente famoso e praticamente introvabile, Atletica Mondiale, Storia delle Olimpiadi e di tutti i campioni del mondo, magistralmente sintetizzata in trecentocinquanta pagine: libro unico per verità e misura, per concisione di stile e freschezza di immagini, scriverà nella prefazione Gianni Brera, riferendo del primo incontro con l'appartenente a quel miracoloso "genus tuscorum" e di come con i suoi occhiali cerchiati di metallo gli avesse ricordato Joyce.

La lunga produzione storica di Quercetani, le cui principali opere verranno tradotte in inglese, finlandese, spagnolo e giapponese, vivrà più avanti, nel 1994, altro momento significativo con il diretto coinvolgimento nella costituzione dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli", di cui sarà il primo presidente. Tra le esperienze all'estero – tra le molte importanti, come l'avventurosa trasferta australiana del 1956, o semplicemente curiose – sensibile ai rapporti umani, Quercetani era solito ricordare con piacere l'invito londinese rivoltogli nel 1998 per un pranzo celebrativo del 40° anniversario della britannica NUTS, National Union of Track Statisticians, aperta a personaggi molto noti per chi segue le vicende della disciplina, Mel Watman e Peter Matthews, Norris McWhirter e Peter Lovesey, Bob Sparks e Richard Hymans, fino al decano Harold M. Abrahams, vincitore sui 100 ai Giochi del '24 e successivamente impegnato a trecentosessanta gradi nell'atletica britannica.

Di Roberto Luigi Quercetani non si ricorda un intervento ad alta voce. Si sottolinea al contrario la rarità di una compostezza costruita sul filo di una buona educazione borghese, il suo essere solista, senza darne la sensazione, in uno sconfinato organico orchestrale, il distacco solo apparente dinanzi ai grandi eventi: tratti essenziali dell'avventura umana di un uomo perbene apprezzato in giro per il mondo, onorati e orfani, molti fra noi, di averne in qualche misura condiviso l'appartenenza identitaria ad una disciplina che fu a lungo culto dell'uomo.                             

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Maggio 2019 17:40
 
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