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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Adolfo Consolini PDF Stampa E-mail
Venerdì 02 Agosto 2019 15:05

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Riproduzione della copertina originale e usata del Programma giornaliero (2 agosto) delle gare di atletica dei Giochi Olimpici di Londra 1948 e la pagina scritta di pugno dall'utilizzatore del Programma (che costava uno scellino) con annotati i partecipanti alla finale del lanco del disco e i primi tre classificati (documenti di proprietà della Biblioteca internazionale dell'atletica, ubicata in Navazzo, sul lago di Garda)

Era il 2 agosto 1948... Quel giorno...Ve lo racconta ancora un tale che abbiamo già incontrato tante volte in questo spazietta semistorico, un tale di nome Gianni Brera, che vi rilegge - sembra di sentirlo -  la sua cronaca apparsa sulla prima pagina della «Gazzetta dello Sport» del 3 agosto. Ci racconta quella memorabile giornata dello sport e dell'atletica italiana, che cinse d'alloro olimpico il capo di uno dei più grandi atleti nati nella nostra allungata penisola. Il pezzo di Brera non è brillantissimo, sembra un po' un collage scritto e trasmesso di tanta in tanto, e le conferma lui stesso parlando delle difficoltà telefoniche. Ma rimane pur sempre una grande testimonianza diretta.

Adolfo Consolini vince per l'Italia l'Olimpiade del disco con 52,78 metri

di Gianni Brera

"Giornata campale oggi per gli italiani e quindi anche per il cronista che deve recarsi sin dalle dieci di mattino allo Stadio, dove si svolge la qualificazione del disco (le batterie dei 10 km di marcia che avrebbero dovuto svolgersi stamattina sono state rimandate a domani; gli iscritti alla gara sono diciannove).

"I partecipantialle qualificazioni del disco maschile sono una trentina: e via via si presentano in pedana tutti i migliori campioni del mondo.

"Grata sorpresa per noi vedere in campo Giorgio Oberweger, molto elegante nella sua tuta azzurra vecchio stile, molto leggero nelle corsettine che egli fa per scaldarsi, ma ahimè senza la vecchia potenza. Giorgio Oberweger ha voluto sfidare quest'ultima volta l'enorme peso del fluido emanato dalla folla sportiva per un motivo puramente sentimentale, e altresì per far presente un caso forse unico nella storia delle recenti Olimpiadi: che un commissario tenico e allenatore sia un pure dilettante.

"Dal mattino...- Nelle qualificazioni Oberweger è, cosa per nulla strana in un...resuscitato, emozionatissimo: i suoi lanci sono insolitamente privi di nitidezza e fluidità, le misure riescono mediocri, 41 metri circa - nullo - 43 metri. Per qualificarsi sono necessari 46 metri.

"Consolini non si toglie nemmeno la tuta (il cielo è coperto) e supera i 51 metri d'acchito. Gordien a sua volta lancia e supera di poco i 49 metri. Tosi per essere da meno, oltrepassa i 50. Tutto a posto. Gli italiani sono soddisfatti. Non così gli americani dei quali il solo Gordien si qualifica per la semifinale.

"Nel pomeriggio alle 14.30 iniziano le gare del salto con l'asta e i 200 metri piani (12 batterie). Grande impressione producono nei 200 metri Patton, Ewell, La Beach, Treloar e Bourland: dunque niente di nuovo sotto il sole, meglio sotto la pioggia.

"Dell'asta, la cui misura iniziale è di quattro metri diremo a gara terminata. Purtroppo le difficoltà telefoniche ci impongono di trasmettere separatamente la cronoca di ogni gara.

"La toccatina di "Ober"... - Oberweger batte la mano sulla spalla dei suoi allievi che sono avvolti in pesanti coperte di lana, ma non hanno tolto il berrettino bianco da spiaggia, il che dona loro un'aria a vero dire, contrastante con l'imponenza del loro fisico.

"Dodici atleti sono stati ammessi alle serie eliminatorie del disco, nonostante nelle qualificazioni otto soli abbiamo superato 46 metri. Apre la serie di lanci Consolini e spara (chiudendo in ritardo) a 49,67. Gordien è terzo in serie e con lo stile di Fitch (fianco sinistro in direzione di lancio, molte oscillazioni nei preliminari, giro velocissimo e col corpo molto squilibratoinnanzi, sicchè si abbassa in proporzione la mano destra prima del finale) tocca i 47,95. Oltre i 47 vanno soltanto Syllas e Ramstad, prima di Tosi: ma Beppone non si accontenta dei 47 metri! Pur non chiudendo affatto ed esagerando l'elevazione della traiettoria egli batte d'acchito il primato olimpionico (detenuto da Carpenter con 50,58) e raggiunge 51,18.

"Il lancio della medaglia d'oro - Al secondo turno Consolini forza la macchina; la pedana è già malridotta dalla pioggia e dalle zampate dei dodici concorrenti, ma il campione della Pirelli si volge leggermente a  sinistra per trovare terreno meno smosso e lancia in ottima scioltezza a 52,78. La folla, non meno di 80.000 persone, incomincia a allibire: il primato olimpionico di...Giuseppe Tosi ha vita molto breve!

"Ecco il secondo turno dei migliori: Gordien 49,20, Tosi 48,81 (chiusura ancora anticipata, disco a campanile); Ramstad 49,22; Nykvist 46.27. Ed ecco le misure del terzo turno: Consolini 47,94 (la pedana è ormai impossibile, difficile rimanervi); Gordien 50.77; Tosi 50,11; Ramstad 47,72; Klic 48 circa; Nykvist 47,77. 

"...È appena terminata la gara degli 800 metri quando inizia il terno finale del disco (ultime tre serie di tiri). La pioggia è aumentata di intensità e la pista si va pian piano allagando così come la pedana del disco. Problematico rotearvi con molto slancio e potervi tuttavia restare. La misura raggiunta da Consolini è dunque da ritenersi "quasi una sicurezza" anche se non osiamo illuderci troppo dopo le sorprese della gara femminile. Certo è vero peccato che oggi gli azzurri non possano esibire tutta la potenza dei loro mezzi atletici e la perfezione dello stile italiano:soprattutto danneggiato è Tosi, il quale non è andato oltre i 51,18 nei primi tre lanci (infatti la prima serie venne effettuata quando la pioggia ancora non cadeva così forte).

"Quanto a Gordien, il suo stile tutto basato sulla velocità e non legato ai canoni tecnici degli italiani (corpo eretto e braccio destro "bloccato") non è certo fatto per le pedane sdrucciolevoli. Il lettore potrà forse immaginare l'alternativa di speranze e di dubbi che noi viviamo in questo istante di emozione.

"...Sta giungendo alla fine la gara del disco. Lo stadio si va svuotando: triste pensare per noi che ben pochi possono assistere alla cerimonia della premiazione. Perchè sì, la misura ottenuta da Consoliniappare ormai insuperabile; Gordien incappa in un altro nullo, nel primo turno di finale. Tosi supera a malapena i 50,09; Consolini pure fa lancio nullo. Gli altri si può dire a cuor leggero non sono pericolosi.

"Non doveva sfuggire - Attendiamo col cuore in gola il secondo turno. Gordien si squilibra: 48,74; Tosi incappa in un nullo; Consolini ottiene 50,51. I giornalisti americani sono furiosi e inveiscono a Gordien e alle sue sparate da Rodomonte (non aveva detto che vincere l'Olimpiade sarebbe stato facile come per suo padre, prestigiatore,  era facile cavare un coniglio dal cappello a cilindro?).

"I giornalisti italiani stringono invece le mascelle: sulle tribune non vi sono che i nostri connazionali. Si odono le loro grida, i loro incitamenti. Questa vittoria non ci deve sfuggire! Non sfuggirà infatti. Si inizia il terzo turno finale, l'ultimo: Consolini asciuga il disco, si avanza alla pedana. Conferma la sua ottima forma con un magnifico 50,43 (e la pedana è ormai una fossa di melma). E ora Gordien! L'atletico americano si prepara con calma, si bilancia a lungo nei preliminari, poi si contrae tutto e si precipita nel giro con rabbiosa decisione. Guizza via il disco sfarfallando e finisce sulla linea dei 52 metri. È dunque superato Tosi? Si alza la bandiera del giudice: rossa! Lancio nullo".

Ultimo aggiornamento Sabato 03 Agosto 2019 08:51
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Pietro Paolo Mennea (2) PDF Stampa E-mail
Lunedì 29 Luglio 2019 07:11

Ieri abbiamo ricordato l'anniversario della vittoria olimpica di Pietro Paolo Mennea sui 200 metri ai Giochi Olimpici di Mosca '80. Lo abbiamo fatto con le parole di un grande del giornalismo sportivo in Italia, Gianni Brera, che, due anni dopo quell'entusiasmante evento, nel 1982, in occasione dell'annunciato ritorno alle gare del velocista barlettano scrisse...un pezzo a modo suo. Oggi vi proponiamo un altro elegante scritto di una persona che, in ragione del suo lungo esercizio professionale, ebbe modo di conoscere Mennea da vicino, molto da vicino. Augusto Frasca, attualmente vicepresidente del nostro Archivio Storico, ha dato alle stampe, qualche mese fa, un suo piccolo libro, piccolo di formato, ma ricco di contenuti, che ha titolato «Qualche pagina per gli amici». A pagina 161 sotto il titolo «Mennea, l'uno e l'altro» una cinquantina di righe, anche meno, tutte centrate sul campione Mennea e sull'uomo Mennea, righe che vale la pena leggere con molta attenzione.

Mennea, l'uno e l'altro

di Augusto Frasca

"Fu scoperto in una classe di Barletta da Alberto Autorino, insegnante di educazione fisica, sostenuto da Ruggero Lattanzio, presidente dell'Avis Barletta, da Oberdan La Forgia, presidente dell'Aics Puglia, allenato da Francesco Mascolo. Trovò un muro, inizialmente, in Carlo Vittori. Si dovette alla lungimiranza di Ruggero Alcanterini, membro della presidenza federale, e all'intervento diretto di Primo Nebiolo, perchè il tecnico lo mettesse in lista per gli Europei del 1971. A partire da quell'anno, la progressione tecnica di Pietro Mennea trovò nella Scuola di Formia la sede ideale, e nella disponibilità di un docente dalla pronunciata personalità l'assistenza più accreditata. Furono da allora, con Mennea in campo, stagioni, in ogni senso di fuoco. Furono successi ai campionati continentali del 1974, negli accesi notturni milanesi dell'Arena e del Palasport, nei pomeriggi d'una Praga illividita dal freddo, sicuramente il massimo, in chiave tecnica, espresso in una ventennale carriera. Furono il primato mondiale di Città del Messico, che recò e reca, tutta intera, la firma di Primo Nebiolo, l'affermazione olimpica di Mosca, il pugno in faccia all'ambiente federale e al suo allenatore con il primo annuncio di ritiro ingenerosamente nascosto, la ripresa, la quarta finale olimpica a Los Angeles, il doping mai esplicitamente dichiarato, il secondo annuncio di ritiro, un nuovo rientro per Seul 1988. Grande atleta, additato tra i massimi dell'atletica e dello sport nazionale. Atleta d'eccezione, come persona Pietro Mennea fu altro, e non furono rare le testimonianze, prima fra tutte l'ignobile aggressione fisica a Livio Berruti messa in atto nel 1979 sul prato di Formia in combutta con familiari e compagni, lui vomitanto sull'uomo a terra insulti irripetibili. Amò alimentare la favola di un uomo refrattario ai compromessi. Vantò atteggiarsi a vittima del sistema, quando in realtà l'unico sistema alla sua portata fu quello che a lui tutto concesse, vale a dire la Fidal di Nebiolo, del dirigente che gli garantì massima assistenza tecnica, apoprodo ai traguardi agonistici più elevati e, come opportunità suggeriva, compensi adeguati alle sue imprese e provvidenze mai dichiarate, tantomeno messe nel novero della riconoscenza. Alla scomparsa, dolorosa, ebbe il potente compianto giustamente dovuto a un grande personaggio dello sport. Ma, in luogo di semplici manifestazioni di affetto, demagogia, retorica della morte e volgari esibizionismi aprirono verso l'uomo un imbarazzante accorrere d'incensi. Pietro Mennea non fu né una vittima, né un eroe, né un profeta. Fu un grande atleta".

Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Luglio 2019 09:24
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Pietro Paolo Mennea PDF Stampa E-mail
Domenica 28 Luglio 2019 10:37

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Copertina della raccolta dei risultati delle gare di atletica ai Giochi Olimpici Mosca '80 e riproduzione della pagina 64 con il dettaglio completo della gara finale 200 metri uomini. Per poter leggere facilmente i risultati cliccare direttamente sulla pagina.

 

Era il 28 luglio 1980... Quel giorno...Stavolta abbiamo scelto lo scritto di uno dei nostri scriba preferiti. Di lui, non serve dire niente: qualunque parola, aggettivo, sarebbe solo un maldestro insulto. Diciamo che l'articolo è datato 17 agosto 1982, il giornale è «la Repubblica», il titolo «Lasciate che Mennea rincorra la sua rabbia», l'autore Gianni Brera. Il quale aveva lasciato qualche mese prima «il Giornale» di Indro Montanelli, e scrisse il suo primo articolo «repubblicano» il 20 marzo.

Abbiamo poi in serbo un altro elegantissimo «cammeo», che rimandiamo solo per non appesantire la lettura...domenicale. Fra il pranzo della festa, la pennica, e un po' di drogaggio televisivo, vien presto il tramonto. Quindi rinviamo a momenti di maggior lucidità. Anche perchè il «pezzo» merita attenta concentrazione.

La nostra scelta di oggi si stacca completamente della narrazione dell'evento che la data ci suggerisce di ricordare, ma attiene la personalità del campione olimpico. Per quella gara, se volete rivederla fino ad averla a noia, è sufficiente entrare su questo indirizzo.

Lasciate che Mennea rincorra la sua rabbia

di Gianni Brera

"Pietro Paolo Mennea ritorna dopo quindici anni di maceranti esercitazioni sui blocchi di partenza ed in curva. Mentre lo rapivano in cielo, ha avuto il coraggio di liberarsi da un kidnapping. Ho letto e sentito gente scandalizzata.Io mi sono divertito molto. Mennea è un dinarico misteriosamente finito in Puglia (dovrei dire meglio: misteriosamente rinato in Puglia, dove era normale che affluissero genti dell'altra riva). Secondo le norme ragionevolmente capziose degli entonologi, Mennea, Berruti ed Ottolina sono della stessa razza: tutti e tre hanno il crapottone più largo che lungo (brachicefali), più vicini alle genti alpine che alle mediterranee.

"Fra i tre, il più bello, in senso estetico, era ed è l'abatino Berruti; questa perfezione morfologica si traduceva in uno stile di corsa che richiamandomi a fin troppo ribadito «volitare» dovrei meglio definire angelico (e badate che non gioco sull'iperbole!). Sergio Ottolina, che ha fatto anche poco, stava a mezzo fra l'abatino e quel divino scorfano che è Mennea. Costui correva su due linee scandalosamente divise. Visto frontalmente, pareva che in partenza si fosse portato via il blocco e lo reggesse ora, assai buffamente, fra i glutei. Emanava da lui, l'orrendo fascino della bruttezza costituzionale. E complicava le cose (almeno in me) il saperlo povero (come me) e così rabbiosamente deciso a redimersi soffrendo.

"Una volontà spaventosa lo animava al di là di ogni convenienza estetica. A petto di Berruti, meglio, della sua immagine, pareva decisamente impudico. Che un diacono del vigore di Carlo Vittori lo avesse in cura, perigliosamente sfidando i rischi del centauro educatore, lasciava perplessi i malevoli: se lo tiene, essi dicevano, segno è che la penuria del vivaio è grande...

"Ma Pietro Paolo era un autentico stilista. La povertà lo immunizzava da scrupoli anche fastidiosi. Leggevi sulla sua faccia i tremendi ricordi della fame ereditaria: l'aveva e l'ha tutta sconvolta da piani astrusi. I suoi occhi non piccoli ma neri, luciferini, mandano languidi guizzi da occhiati incavate, sopra gli zigomi forti e sbilenchi, La bocca è larga, distorta, sopra un mento curiosamente deviato.

"Guardandolo da vicino, sentivo ingroppirsi la gola. Già per i poveri come me sono partigiano fino a farmi vergogna. Poi, mi affliggeva il suo stile, dal quale aborrivo come da un peccato dinamico senza perdono possibile. Giustificava la tenacia, il coraggio, l'impudicizia con il bisogno economico. Ma intanto mi andavo accorgendo che l'uomo rientrava fra le eccezioni più straordinarie. Come scattista, già, irrideva apertamenta all'istinto. Lo scattista naturale guizza dai blocchi e cerca di mettersi in corsa con le minori dispersioni possibili. Poco, di norma, gli può giovare la scuola. Quella che ha in pancia esprime secondo innata propensione a spingere e a lottare. Ma Pietro Paolo si macerava in tormentose sedute per limarsi come un poeta fa con i suoi versi non ancora soddisfacenti. Carlo Vittori andava plasmando per lui quella sagoma ingrata. E ingenti premi (agonisti, s'intende) ne risarcivano la sofferenza.

"Mennea non è dunque uno scattista naturale: è un miracolo di sintesi tecnica e morfologia. Dal misterioso sincronismo dei suoi arti in apparenza slegati fra loro viene espressa una armonia che si traduce in tempi clamorosamente rari su questa terra. Giuseppino Mastropasqua  vescovo della nostra parrocchia atletica, dice che i muscoli di Mennea non sono di carne, bensì di finissima seta. Li ha pettinati e prettati per oltre dieci anni migliorandoli a ritmi del tutto fuori dell'ordinario. Gli scattisti bruciano se stessi in un volo breve e pieno di affanno: Pietro Paolo rinasce agni anno come la mitica Fenice.

"Affiora puntualmente al primato mondiale (19 secondi 72 centesimi!), al titolo olimpico. E siamo tutti senza fiato di fronte a lui che umilia anche la nostra ragione. Come fatico a trattenermi ora dalle retorica gioia di averlo fratello in povertà! Giudicato secondo il metro comune, questo brutto scorfano è un iddio sceso fra noi in incognito a consolarci di non essre belli. La sua vera forza è un rovente ottimismo, la sua eccellenza tecnica è volontà mai rassegnata e quindi indomabile. Sul piano morale è il più mirabile e alto di tutti noi, atleti o caricature di atleti che noi siamo.

"Qualcuno ha rimore adesso che, non rassegnandosi a tornare, iddio misconisciuto, fra la gente comune e sconosciuta, abbia a ledere un'immagine che perdurando ci esalta e ci aiuta a vivere. A me pare questo banale egoismo! Pietro Paolo, dico, anatroccolo nero della favola, superbo cigno nella realtà degli stadi, noi ti dobbiamo tanta riconoscenza e tanta ammirazione da non poter in alcun modo contrariare i tuoi desideri. Vuoi tornare in pista? Avanti, fallo in grazia di Dio! E finalmente divertiti, se puoi, sii giovane almeno ora, all'età in cui gli scattisti di questa terra sono vecchi decrepiti. È tuo diritto, esser giovane, finalmente".

Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Agosto 2019 15:06
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Sara Simeoni PDF Stampa E-mail
Venerdì 26 Luglio 2019 14:29

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Copertina della raccolta dei risultati delle gare di atletica ai Giochi Olimpici Mosca '80 e riproduzione della pagina 36 con il dettaglio completo della gara salto in alto donne. Per poter leggere facilmente i risultati cliccare direttamente sulla pagina.

 

Era il 26 luglio 1980... Quel giorno...Vi lasciamo alla lettura di alcuni brani di quanto scrisse Elio Trifari sulla rivista «Atletica leggera», numero 248 - 249, agosto - settembre 1980. Trifari era giornalista alla «Gazzetta dello Sport», si occupava prevalentemente di atletica e sport olimpici; ricoperse anche la carica di vicedirettore, e in seguito fu direttore della Fondazione Candido Cannavò, curando la pubblicazione di parecchi libri. Ecco il suo racconto tratto dalle pagine della rivista che aveva la sua redazione a Vigevano e che è stata per oltre quarant'anni (fino al 2001) un punto di riferimento per l'atletica italiana. E per chi vuole, ecco qualche frammento televisivo di quella gara, con il commento di Paolo Rosi.

Sara diventa finalmente d'oro

"Possibile che, quella mattina del 26 luglio, quel sabato che Mosca apriva con il volto più imbronciato del solito, con gli scrosci violenti della pioggia, non riuscissi a trovare dentro di me neppure la traccia d'un presentimento, nemmeno la spia, l'indizio di quel tocco d'emozione che prelude ai momenti più importanti di un'Olimpiade? C'era, certo, la caduta di tensione che la consapevolezza d'uno sciopero in Italia - che t'impediva di fatto di riferire a botta calda su quello che avresti visto - t'induceva dentro; ma un livello più alto di partecipazione, conscia o sotterranea, avrei pur dovuto rintracciarlo, da qualche parte, dentro di me. Dopo tutto era la giornata di Sara Simeoni, l'appuntamento, dopo quattro anni, con una sfida che con intensa partecipazione emotiva avevo vissuto a Montréal, nel '76, anche allora con uno sciopero in Italia ad impedirmi di darne notizia immediata, ma con una concentrazione che mi aveva legato direttamente, e indissolubilmente, a qull'argento macchiato di lacrime.

"A oltre un mese di distanza, allorché scrivo questi ricordi, mentra Sara ha avuto il tempo di ritirarsi e di pentirsi più d'una volta, dopo il trionfo moscovita, potrei dire ch'era in me la serena consapevolezza d'un successo che non poteva sfuggire, d'una celebrazione che nessuno poteva sottrarre alla donna più alta del mondo. Ma, in realtà, non era solo questo: quell'apparente distacco aveva motivazioni più sottili e sfuggenti, era forse il desiderio di partecipare il meno possibile all'avvenimento, per essere, forse, vigliaccamente, il meno possibile coinvolto in un fallimento che non osavo neppure evocare.

"Quel pomeriggio al Lenin, l'intera stampa italiana s'era data convegno..

"...era su Ackermann e Kielan che s'appuntavano i nostri occhi, eran le prove della tedesca est e della polacca che seguivamo con la tensione peggio dissimulata, con l'attenzione più viva....Il passato era quel ventrale sublime che la Ackermann ha deciso di non mostrarci più...Vedere la Ackermann sciogliersi all'improvviso, a 1,91, era stato anche per me un colpo fiero...Dopo meno di due ore di gara, dalla scena dello sport mondiale usciva, quasi in punta di piedi, una delle più alte protagoniste dell'aultimo decennio...C'era anche da tremare a veder fuori la Ackermann, l'unica che la Simeoni davvero temesse...Azzaro addentava sigarette, e la Kielan dormicchiava sul manto sintetico, sbirciando la Simeoni. Sicurezza, spavalderia, incoscienza dei venta'anni? Lo avremmo saputo presto. «Io lo sapevo già», avrebbe detto dopo la Simeoni, l'unica ad essere sicura che l'Urzula si sarebbe elevata senza pecche fino ai suoi limiti, nella circoostanza l'1,94 che la progressione le imponeva, per arrendersi come davanti ad un muro invalicabile all'assalto degli 1,97. Era questa la quota della vittoria; era questa la quota che la Simeoni consegnava agli archivi dei Giochi...

"Il cliché delle lacrime, liberatorie e gioiose, accompagna da tempo le imprese della Simeoni...forse Sara sarebbe meno «vergognosa», come dice lei, di riferire dei suoi pianti...se avesse saputo quanto poco asciutii fossero rimasti gli occhi di tanti giornalisti italiani in tribuna...Durante l'intervista, mi sorprendevo a distrarmi più d'una volta, mentre Sara raccontava e ricostruiva le emozioni di una giiornata che ricorderà per sempre, e noi con lei....

A questa ragazza, pensavo, dobbiamo una sorta di riconoscenza non solo sportiva, ma civile, nel momento in cui l'Italia...ne fa la portabandiera di un modo di essere, di vivere. Se sarà necessario tracciare un bilancio dell'incidenza della Simeoni nel tessuto umano del nostro Paese...non basterà più quel che tentammo quattro anni fa, interpretando il suo argento come un premio oltre misura alla donna italiana, nello sport e nella società. Ora che Simeoni significa Italia che piace e vince, che affascina e avvince, queste analisi non bastano più. Quando la Simeoni cerca di scrollarsi di dosso l'immagine della donna sportiva protagonista, della primatista mondiale costretta per dfinizione a vincere, compie uno sforzo notevole, certo, ma sarebbe enorme e senza speranza di riuscita, il suo sforzo, se comprendesse appieno che non solo questo fardello deve portare sulle spalle; ma quello ben più pesante, di simbolo, totale, del nostro Paese nel mondo".

Ultimo aggiornamento Venerdì 26 Luglio 2019 16:52
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Maurizio Damilano PDF Stampa E-mail
Mercoledì 24 Luglio 2019 08:13

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Copertina della raccolta dei risultati delle gare di atletica ai Giochi Olimpici Mosca '80 e riproduzione della pagina 97 con il dettaglio completo della gara dei 20 chilometri di marcia. Per poter leggere facilmente i risultati cliccare direttamente sulla pagina.

 

Era il 24 luglio 1980... Quel giorno...Portava il numero di gara 425, aveva 23 anni, teneva pettinati sulla zucca ancora quasi tutti i capelli, arrivò al traguardo senza smaniare, urlare, come tanti degli esagitati di oggi che si danno delle gran botte sul petto come gli scimmioni dei film di Tarzan. Eppure era campione olimpico, nella sobrietà di figlio della terra piemontese, felice ma composto, come quell'altro vent'anni prima a Roma '60. Sapete di chi diciamo vero? Quello di oggi di nome e cognome fa Maurizio Damilano. Avete notato? La nostra carrellata iniziale di ori olimpici porta il sigillo di tre marciatori: Frigerio, Dordoni, Damilano, un milanese, un piacentino, un cuneese. E non è finita, altri ne verranno. Abbiamo cercato fra le fin troppo conservate carte qualcosa che parlasse di quel giorno, e siamo stati fortunati: a pagina 12, del numero 8 - 10 / 1980, della rivista «Atletica» abbiamo pescato uno scritto dello stesso Maurizio il quale, subito dopo aver assaporato il gusto dell'alloro olimpico, scrisse, quasi a caldo, le sue impressioni. Eccole:

Abbiamo vinto in tre!

"Quando 45 minuti prima dell'inizio della 20 km olimpica lasciavo il cav. Dordoni ed il prof. Conconi e, con Giorgio, entravo in camera d'appello, ero molto sicuro di me stesso, sapevo di trovarmi in condizioni ideali.

"Questa serenità e consapevolezza di aver fatto tutto, e certamente bene, per presentarmi all'appuntamento olimpico al meglio, l'ho cpmpreso dopo, a gara terminata, è stata la mia arma vincente.

"La giornata paerticolarmente calda e priva di quel vento che ogni giorno aveva spirato su Mosca, rendeva tutti più nervosi, sapendo che le incognite che accompagnano ogni pre-gara diventano maggiori.

"Finalmente simo allineati sulla linea di partenza in attesa del colpo di pistola. Ancora qualche pensiero, la raccomandazione a me stesso di fare una prima parte di gara tranquilla spendendo poco, perchè il caldo, anche se cercavo di mascherarlo, preoccupava pure me.

"Via! La gara è partita. I primi 300 metri in pista alla ricerca di portarti in buona posizione all'uscita.Un'occhiata all'orologio sul grande tabellone dello stadio per rendermi conto dei tempi. Siasmo fuori. Mi aggancio al plotoncino di testa. Mi guardo attorno per vedere chi c'è. Attraversati i viali del parco che circonda lo stadio Lenin, ci ritroviamo sul lungo Moscava. Stiamo marciando da 2,5 km. In testa come previsto Bautista affiancato dal ceco Pribilinec. Io mi tengo in fondo al gruppettino di una decina di unità che segue di pochi metri i primi due. Ho i pensieri rivolti a marciare il più possibile rilassato. Iniziano i primi cedimenti ed il gruppetto si assottiglia. Ad ogni giro di boa cerco di rendermi conto dei distacchi. Particolarmente seguo i tedeschi dell'Est, gli unici grandi che mancano in testa. Ai 10 km siamo rimasti in 4, Bautista, Solomin, Pochenchuk ed io. Sto molto bene ed inizio a rendermi conto che una medaglia è vicina. Bautista, che ha guadagnato un 20 m., mi pare stanco e sta marciando inaspettatamente contratto. Decido di allungare leggermente. Soltanto Solomin mi segue, sento che ha una respirazione molto affannata, ma l'incitamento del pubblico lo aiuta a non mollare. Raggiungiamo Bautista, e siamo in tre a guidare la gara. La medaglia ormai è sicura, rimane da vedere di quale metallo sarà. Continuo a controllare ad ogni giro di boa i distacchi, ed a seguire quando lo incrocio Giorgio che sta marciando in buona posizione.

"Bautista e Solomin ricevono la prima ammonizione contemporaneamente. Il messicano ha una reazione istintiva, strappa e guadagna subito 20 m. - Penso tra me stesso che è pazzo. È stato appena richiamato e subito cerca di mollare il sovietico, che gioca in casa, invece di tenerlo sotto tiro ed attaccarlo nel finale, rischiando meno d'incorrere in una squalifica. Il primo colpo di scena, che in verità un poco l'attendevo, verso i 17,5 km. - Bautista non rientra verso lo stadio Lenin, poco prima di rimboccare il raccordo, il giudice arbitro polacco lo blocca  con la classica bandierina rossa. Ormai sono secondo, ho guadagnato qualcosetta a Solomin, ma sono indeciso se attaccarlo dopo aver visto il risultato di Bautista. Solomin si gira un paio di volte a controllarmi. Capisco che sta soffrendo, ma preferisce rimanere sul mio ritmo rimontando lentamente senza strappare. In una curva secca, nascosta dagli alberi del viale che andiamo ad imboccare, noto che il pulmino dei giudici si è fermato. Subito non penso che Solomin sia stato squalificato. Credo stia vomitando ma il pubblico ed i poliziotti hanno avuto uno scarto verso il centro della strada e mi nascondono la scena, anche se Solomin non mi precede che di una trentina di metri.

"Quando me ne rendo conto, penso che il sogno più grande e nascosto della vigilia si sta avverando. Marco gli ultimi due km che mi portano in pista tranquillamente. Infilo il sottopassaggio e sono in pista. Mi guardo attorno e vedo, tra l'immensa folla che assiepa le gradinate dello stadio Lenin, una bandiera tricolore che sventola.

"Sto pensando a casa, o cosa starà facendo Sandro che mi ha preparato per questa stupenda affermazione. Mi dico che gran parte di tutto questo è merito suo. Raggiungo il traguardo e alzo le braccia al cielo, l'alloro olimpico è mio ormai ne sono certo. I primi complimenti sono del presidente Nebiolo, me li fa in piemontese, la mia e anche la sua lingua natale. C'è molta confusione intorno, gli amici si susseguono, ed io attendo l'arrivo di Giorgio. Voglio comunicargli il risultato che sicuramente non sa (l'ultima volta che mi ha incrociato sul tracciato ero secondo). Arriva molto affaticato, gli dico che ho vinto e lo abbraccio. Quest'oro olimpico è anche suo e di Sandro> Sul traguardo di Mosca sono giunto per primo io, ma con me c'erano loro. L'Olimpiade l'abbiamo vinta in tre".

Dopo paziente ricerca abbiamo trovato un video di oltre undici minuti della gara di Mosca, con il commento di Paolo Rosi. Chi volesse può vedere questo documento della televisione sovietica a questo indirizzo.

Ultimo aggiornamento Venerdì 26 Luglio 2019 15:07
 
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