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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Maurizio Damilano PDF Print E-mail
Wednesday, 24 July 2019 08:13

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Copertina della raccolta dei risultati delle gare di atletica ai Giochi Olimpici Mosca '80 e riproduzione della pagina 97 con il dettaglio completo della gara dei 20 chilometri di marcia. Per poter leggere facilmente i risultati cliccare direttamente sulla pagina.

 

Era il 24 luglio 1980... Quel giorno...Portava il numero di gara 425, aveva 23 anni, teneva pettinati sulla zucca ancora quasi tutti i capelli, arrivò al traguardo senza smaniare, urlare, come tanti degli esagitati di oggi che si danno delle gran botte sul petto come gli scimmioni dei film di Tarzan. Eppure era campione olimpico, nella sobrietà di figlio della terra piemontese, felice ma composto, come quell'altro vent'anni prima a Roma '60. Sapete di chi diciamo vero? Quello di oggi di nome e cognome fa Maurizio Damilano. Avete notato? La nostra carrellata iniziale di ori olimpici porta il sigillo di tre marciatori: Frigerio, Dordoni, Damilano, un milanese, un piacentino, un cuneese. E non è finita, altri ne verranno. Abbiamo cercato fra le fin troppo conservate carte qualcosa che parlasse di quel giorno, e siamo stati fortunati: a pagina 12, del numero 8 - 10 / 1980, della rivista «Atletica» abbiamo pescato uno scritto dello stesso Maurizio il quale, subito dopo aver assaporato il gusto dell'alloro olimpico, scrisse, quasi a caldo, le sue impressioni. Eccole:

Abbiamo vinto in tre!

"Quando 45 minuti prima dell'inizio della 20 km olimpica lasciavo il cav. Dordoni ed il prof. Conconi e, con Giorgio, entravo in camera d'appello, ero molto sicuro di me stesso, sapevo di trovarmi in condizioni ideali.

"Questa serenità e consapevolezza di aver fatto tutto, e certamente bene, per presentarmi all'appuntamento olimpico al meglio, l'ho cpmpreso dopo, a gara terminata, è stata la mia arma vincente.

"La giornata paerticolarmente calda e priva di quel vento che ogni giorno aveva spirato su Mosca, rendeva tutti più nervosi, sapendo che le incognite che accompagnano ogni pre-gara diventano maggiori.

"Finalmente simo allineati sulla linea di partenza in attesa del colpo di pistola. Ancora qualche pensiero, la raccomandazione a me stesso di fare una prima parte di gara tranquilla spendendo poco, perchè il caldo, anche se cercavo di mascherarlo, preoccupava pure me.

"Via! La gara è partita. I primi 300 metri in pista alla ricerca di portarti in buona posizione all'uscita.Un'occhiata all'orologio sul grande tabellone dello stadio per rendermi conto dei tempi. Siasmo fuori. Mi aggancio al plotoncino di testa. Mi guardo attorno per vedere chi c'è. Attraversati i viali del parco che circonda lo stadio Lenin, ci ritroviamo sul lungo Moscava. Stiamo marciando da 2,5 km. In testa come previsto Bautista affiancato dal ceco Pribilinec. Io mi tengo in fondo al gruppettino di una decina di unità che segue di pochi metri i primi due. Ho i pensieri rivolti a marciare il più possibile rilassato. Iniziano i primi cedimenti ed il gruppetto si assottiglia. Ad ogni giro di boa cerco di rendermi conto dei distacchi. Particolarmente seguo i tedeschi dell'Est, gli unici grandi che mancano in testa. Ai 10 km siamo rimasti in 4, Bautista, Solomin, Pochenchuk ed io. Sto molto bene ed inizio a rendermi conto che una medaglia è vicina. Bautista, che ha guadagnato un 20 m., mi pare stanco e sta marciando inaspettatamente contratto. Decido di allungare leggermente. Soltanto Solomin mi segue, sento che ha una respirazione molto affannata, ma l'incitamento del pubblico lo aiuta a non mollare. Raggiungiamo Bautista, e siamo in tre a guidare la gara. La medaglia ormai è sicura, rimane da vedere di quale metallo sarà. Continuo a controllare ad ogni giro di boa i distacchi, ed a seguire quando lo incrocio Giorgio che sta marciando in buona posizione.

"Bautista e Solomin ricevono la prima ammonizione contemporaneamente. Il messicano ha una reazione istintiva, strappa e guadagna subito 20 m. - Penso tra me stesso che è pazzo. È stato appena richiamato e subito cerca di mollare il sovietico, che gioca in casa, invece di tenerlo sotto tiro ed attaccarlo nel finale, rischiando meno d'incorrere in una squalifica. Il primo colpo di scena, che in verità un poco l'attendevo, verso i 17,5 km. - Bautista non rientra verso lo stadio Lenin, poco prima di rimboccare il raccordo, il giudice arbitro polacco lo blocca  con la classica bandierina rossa. Ormai sono secondo, ho guadagnato qualcosetta a Solomin, ma sono indeciso se attaccarlo dopo aver visto il risultato di Bautista. Solomin si gira un paio di volte a controllarmi. Capisco che sta soffrendo, ma preferisce rimanere sul mio ritmo rimontando lentamente senza strappare. In una curva secca, nascosta dagli alberi del viale che andiamo ad imboccare, noto che il pulmino dei giudici si è fermato. Subito non penso che Solomin sia stato squalificato. Credo stia vomitando ma il pubblico ed i poliziotti hanno avuto uno scarto verso il centro della strada e mi nascondono la scena, anche se Solomin non mi precede che di una trentina di metri.

"Quando me ne rendo conto, penso che il sogno più grande e nascosto della vigilia si sta avverando. Marco gli ultimi due km che mi portano in pista tranquillamente. Infilo il sottopassaggio e sono in pista. Mi guardo attorno e vedo, tra l'immensa folla che assiepa le gradinate dello stadio Lenin, una bandiera tricolore che sventola.

"Sto pensando a casa, o cosa starà facendo Sandro che mi ha preparato per questa stupenda affermazione. Mi dico che gran parte di tutto questo è merito suo. Raggiungo il traguardo e alzo le braccia al cielo, l'alloro olimpico è mio ormai ne sono certo. I primi complimenti sono del presidente Nebiolo, me li fa in piemontese, la mia e anche la sua lingua natale. C'è molta confusione intorno, gli amici si susseguono, ed io attendo l'arrivo di Giorgio. Voglio comunicargli il risultato che sicuramente non sa (l'ultima volta che mi ha incrociato sul tracciato ero secondo). Arriva molto affaticato, gli dico che ho vinto e lo abbraccio. Quest'oro olimpico è anche suo e di Sandro> Sul traguardo di Mosca sono giunto per primo io, ma con me c'erano loro. L'Olimpiade l'abbiamo vinta in tre".

Dopo paziente ricerca abbiamo trovato un video di oltre undici minuti della gara di Mosca, con il commento di Paolo Rosi. Chi volesse può vedere questo documento della televisione sovietica a questo indirizzo.

Last Updated on Friday, 26 July 2019 15:07
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Ugo Frigerio PDF Print E-mail
Monday, 22 July 2019 09:20

Era il 13 luglio 1924. Quel giorno...Prima di raccontarvi, brevemente, quel giorno, meglio chiarire che stiamo facendo un passo indietro nel tempo, meglio nel calendario: tutti d'accordo che il 13 viene prima del 21? Lo diciamo a scanso di puntualizzazioni, chiarimenti, e via cantando. Il motivo. Domenica scorsa, abbiamo ricordato il 21 luglio 1952, giorno nel quale Pino Dordoni, l'atleta che più di ogni altro ha onorato la spesso bistrattata disciplina della marcia (le ultime decisioni della I.A.A.F. sono tangibile ennesima prova della sudditanza ai capricci del Comitato Olimpico che, da sempre, odia queste prove), donò all'Italia un nuova medaglia d'oro. Poi però ci siamo anche detti: se non sbiadisce l'oro conquistato da Pino, non sbiadisce neppure quello degli altri. Breve, elementare ricerchina, e abbiamo messo in fila le date dei successi olimpici degli atleti italiani. E ne è venuto fuori che, calendario alla mano, il primo giorno, diciamo così, utile per andare in gioielleria fu il 13 luglio 1924. Non sarà neppure superfluo aggiungere che faremo la stessa cosa per tutti i nostri campioni olimpici.

Dunque, era il 13 luglio 1924. Quel giorno...Sapete che cosa facciamo? Piuttosto che far scrivere uno scolaretto, lasciamo che quel che accadde ve lo racconti il diretto interessato, che si presentava così:«Sono un autentico milanese della città di Sant'Ambrogio...la città che fu culla e roccaforte degli Sforza e dei Visconti. E per essere più esatto dirò anche che venni al mondo nella cara e bella Milano il 16 settembre dell'anno 1901. Mio padre, Enrico, e Giuseppina Gussetti mia madre erano fruttivendoli a domicilio, e tenevano negozio in Via Tivoli». Carta d'identità di Ugo Frigerio, cui dobbiamo aggiungere la data della sua scomparsa, il 7 luglio 1968, a Garda, sulla sponda veronese del lago Benaco, paese da cui si prende la strada per salire a Costermano che diede i natali ad Adolfo Consolini. Stiamo trascrivendo brani dal libro «Marciando nel nome dell'Italia», scritto di suo pugno dal signor Ugo nel 1934.

Il suo racconto di quei Giochi Olimpici, gli ottavi dalla rinascita, nello Stadio di Colombes, circondario di Parigi, inizia così:

"Le Olimpiadi si aprirono il giorno 5 luglio, e la prima giornata fu dedicata alla cerimonia per l'apertura dei giuochi: giuramento e sfilata degli atleti. Mi scelsero alfiere della squadra italiana, ed ebbi l'onore di rappresentare tutta la Patria nel simbolico nostro tricolore...Quella che ci riguarda è la settima giornata, che cadde precisamente il giorno undici, in venerdì...meno male che restò scongiurato il pericolo di un «tredici», in cotal giorno della settimana.

"La prima gara cui presi parte, che era soltanto una eliminatoria, e alla quale si può attribuire fino ad un certo punto un carattere decisivo, venne rinviata di due giorni per una serie di incidenti clamorosi. La gara era la classica prova sui 10 mila metri di marcia, e i concorrenti furono divisi in due batterie> la prima si svolse il giorno 9, e si distinsero bravamente Pavesi e Bosatra che si classificarono per la finale. Pure nella stessa giornata doveva seguire la seconda, nella quale dovevo incontrarmi coi più gagliardi marciatori del mondo, che la...sorte aveva riservato alla seconda batteria. Ma quel giorno, anzi quella sera avvennero cose da «Mille e una notte», che mandarono a monte ogni cosa, impedendo lo svolgimento dell'eliminatoria...

"Il marciatore austriaco Kuhnet, velocissimo anche se non invidiabile nello stile, aveva preso il primo posto e marciava ad una velocità oraria di circa 14 cilometri (fantastica!), quando un autorevolissimo personaggio in tenuta da chirurgo in sala operatoria, gli si avvicinò e gli battè una mano sulla spalla. L'originale medico, che era un commissario giudice di marcia, avvertì il suo cliente che era incorso purtroppo nella squalifica, dichiarando di averlo sorpreso in un passo di corsa.

"Kuhnet fa il diavolo a quattro, il pubblico fischia e urla: tutto tempo e fiato sprecati. Il marciatore è condannato: deve ritirarsi. Il giudice olimpico è sacro e inappellabile.

"Per questo...falso passo, La Federazione austriaca fece i suoi doverosi e giusti passi, reclamando la riammissione dell'atleta escluso; e pare che l'avesse anche ottenuta. Ma il giudice non si scompose, e fu irremovibile; prima minacciò, poi rassegnò le sue dimissioni dalla carica. Con lui furono lealmente solidali tutti i suoi colleghi. L'affare prese una cattiva piega...e si dovette nominare una nuova giuria.

"Finalmente, dopo due giorni di serrato dibattito in seno al Consiglio Direttivo Olimpionico, i marciatori della seconda batteria sui diecimila metri possono partire; e nel loro rango figura naturalmente anche Kuhnet, riammesso al posto d'onore.

"Oltre al velocissimo Kuhnet ho a che fare col sudafricano Mac Caster, che per poco non ha fatto crollare il record del mondo sulla distanza. Posso però serenamente contare sulla certezza di non dar noie al...chirurgo mentre è in sala d'operazione, e questo è già qualcosa. Con me sono pure Valente, Pavesi e Bosatra. Al campionissimo Mac Caster fa seguito la brillante pariglia Schwab-Goodwin, svizzero il primo e inglese il secondo.

"Il sud-africano, chiuso come in una guaina nella sua maglia verde, attacca; e per i primi tre giri egli ha una trentina di metri di vantaggio sul mio gruppo. questo distacco iniziale, di nessuna importanza tecnica e tanto meno strategica, deve aver diversamente impressionato personalità italiane, come sarebbe a dire l'on. Lando Ferretti e Arnaldo Fraccaroli. Li sapevo entrambi, con altri ottimi connazionali sul luogo del grande duello; spettatori appassionati, sinceri, affezionati. Incontrandomi anzi l'on. Lando Ferretti con lo sguardo, proprio quando forse pensava, rammaricandosi, al mio svantaggio nei primi giri, subii l'impressione che volsse chiedermi, con quegli occhi dubitosi: - Dio mio, che accade? - Lo tranquillizai subito, accelerando. Alla fine del terzo giro Mac Caster era ingoiato dal mio gruppo.

"Goodwin, che mi sta appena innanzi, sfoggia uno stile poco eccellente...ho una sete d'inferno...il sud-africano non mi dà requie un secondo...al decimo giro, stufo di essere caricato, scatto quasi rabbiosamente, ma sorrido tosto alla folla che m'indirizza una ovazione poderosa quanto spontanea...L'inglese Clarke invece mi attaccò audace e baldanzoso, e al sesto chilometro riuscì a passarmi. Lo lasciai smaniere un pochino...quindi lo assaltai deciso...il traguardo era mio...

"Nella finale ebbi nuovamente a lottare, oltre che coi nominati leoni della marcia, anche con Pavesi, Clermont (francese) e Hinckle americano degli Stati Uniti, che per coraggio e ...voracità sono strettissimi parenti dei primi.

"Il combattimento fu realmente accanito, e ognuno fece tutto quanto potè per conquistare la maggior gloria. Ma molti ebbero troppa fretta...Il senso della misura in rapporto all'energia è innegabilmente una magnifica formula...Passiamo al mio arrivo che fu davvero trionfale per lo spettacolo che offrì tutto l'immenso pubblico che affollava il maestoso stadio, sorto ad applaudire con fanatico entusiasmo. Dico con sincerità che, a osservare dal mezzo del campo quel favoloso vivaio umano plaudente con tanta convinzione e fracasso, mi veniva il capogiro e anche una gran voglia di piangere. Appena arrivato levai il braccio per fare il saluto romano; e Lunghi, la «vecchia gloria» dell'atletismo nostro, mi abbracciò per primo...ma il nostro bel tricolore non ascende. Al giudice inglese di marcia, presidente della giuria...salta in mente d'incolpar me d'aver corso «per ben trentacinque centimetri» come disse tutto angosciato il povero «Guerin Sportivo». E precisamente (ah, che disdetta!) nell'atto di immergere la mia spugna in un secchiello del prato. Meno male che la mattina seguente un giornale francese, riferendosi alla ridicola baggianata, scrisse:«La accusa fa ridere gli iniziati ai misteri della marcia, che piace solo nello stile unico e inimitabile di Ugo Frigerio».

"Scendono intanto le tenebre e ogni cosa copre il manto della notturna pace di Colombes."

Last Updated on Tuesday, 23 July 2019 14:28
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Giuseppe Dordoni PDF Print E-mail
Sunday, 21 July 2019 18:07

Era il 21 luglio 1952. Quel giorno, Giuseppe Dordoni, per tutti «Pino», piacentino del Quartiere Sant'Anna, entrò nell'albo d'oro olimpico con la vittoria sui 50 chilometri di marcia. Era la settima medaglia d'oro che un atleta italiano, uomo o donna, portava al nostro Paese. Dordoni aveva già vinto, sulla stessa distanza, il titolo di campione d'Europa, era agosto 1950, sulle strade di Bruxelles. La distanza era stata introdotta nel programma olimpico nel 1932, a Los Angeles, e già allora l'Italia salì sul podio con Ugo Frigerio, terzo, dopo il britannico Thomas William Green e il lettore Jānis Daliņš. Dordoni ottenne la vittoria stabilendo anche la miglior prestazione mondiale sulla distanza (allora non esistevano improbabili primati del mondo per prove fatte su strada...), marciando in 4 ore 28'07"8, ovviamente anche nuova miglior prestazione olimpica. Nel finale Pino dovette tenere a bada il forsennato ritorno del cecoslovacco Josef Doležal, che ai 40 km era indietro di quattro minuti circa. Al terzo posto l'ungherese Antal Róka. Non aveva resistito al passo di Dordoni lo svedese John Ljunggren, che aveva vinto quattro anni prima a Londra. Straordinaria la carriera di questo svedese: ancora bronzo a Melbourne 1956 e addirittura argento a Roma 1960, dodici anni dopo l'oro di Londra.

Chi vuole, si goda il minuto e 41 secondi del filmato dell'Istituto Luce che potete trovare a questo indirizzo.

Last Updated on Monday, 22 July 2019 09:53
 
Marcello Fiasconaro, record del mondo uno solo, ma allegre risate tante, sempre PDF Print E-mail
Wednesday, 17 July 2019 06:00

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di Giorgio Reineri
 
Favolosi quegli anni Settanta. Essi ci sono tornati alla mente per via dell’incombente genetliaco di Marcello Fiasconaro che, proprio nel luglio di questo 2019, celebra il suo settantesimo anno di vita. Lo celebra in Sud Africa, a Città del Capo, dove nacque nell’ormai distante 1949, figlio di Gregorio e Mabel Marie Brabant, e dove ha fatto ritorno, da Johannesburg, per trascorrervi il tempo del riposo cullato dalle onde di due oceani. In verità, gli anni Settanta, preannunciati dalla bombe di piazza Fontana (Milano,1969), furono per la vita socio-politica italiana pieni di trambusto: scoppi si susseguirono per la penisola, così come ammazzamenti e rapimenti di politici, sindacalisti, magistrati, dirigenti d’imprese, sino a quell’autentico colpo di stato che fu la strage di via Fani (Roma, 1978), seguita dal crudele assassinio di Aldo Moro. Ma fra tante angosce e sofferenze noi della parrocchia atletica trovavamo rifugio in questo sport che, malgrado i guai del paese, viveva una stagione di rifioritura e speranze. I protagonisti? Franco Arese, Sara Simeoni, Pietro Mennea, Paola Pigni (seguita da una giovanissima Gabriella Dorio) e, improvvisamente sbucato dal Sud Africa della segregazione razziale, Marcello Fiasconaro.
Imprese e vicissitudini del corridore Fiasconaro sono note, specialmente a chi per diletto (o mestiere) scrive di storia atletica. Andarle a ripercorrere sarebbe, dunque, un esercizio superfluo: chi ha dimenticato, fra i quattro lettori di queste righe, la notte del 27 giugno 1973 all’Arena di Milano? Fu record del mondo degli 800 (1’43’’7) e, 46 anni piu’ tardi, continua a rimanere record italiano, avvicinato (da Donato Sabia e Andrea Longo) ma mai battuto. Certo, quello fu il punto alto della carriera di Marcello, più alto della medaglia d’argento agli Europei di Helsinki ‘71 sui 400, con un primato nazionale (45’’5) che, pure esso, durò una gran manciata di anni. Ma l’importanza di Fiasconaro per lo sport nazionale non si esaurisce nel racconto dei suoi trionfi e delle sconfitte (come quella patita, sugli 800, da Luciano Susanj agli Europei di Roma 1974), bensi’ sta nella sua umanità, nella capacità di accettare gioie e sofferenze mai dimenticando che, entrambe, eran passaggi, inevitabili, del gran gioco dello sport.
Marcello era arrivato a noi per vie un po’ misteriose, attraverso un tam-tam di notizie e risultati raccolti consultando i resoconti di gare sudafricane. A quel tempo, come s’è accennato, il Sud Africa applicava una feroce politica razzista, escludendo tutta la popolazione di colore (e meticcia) dalla vita sociale, politica, economica, sportiva della tribù bianca, principalmente britannica e d’antica origine olandese, ed in conseguenza di questo “apartheid” era stato escluso da tutte (o quasi) le federazioni sportive internazionali e dal C.I.O. (Comitato Internazionale Olimpico). Ma in Sud Africa gareggiare si continuava, e così il nome di Fiasconaro aveva preso a circolare, tra gli appassionati, come quello di un ragazzo di talento. Se la memoria non ci inganna, fu Carmelo Rado, discobolo di valore ed ex atleta dell’Unione Giovane Biella, emigrato laggiù con un buon posto di lavoro, a segnalare in Italia la comparsa di tanto prodigio. Rapidamente, come era all’epoca consuetudine, la Fidal si mosse (Nebiolo presidente e Barra segretario non eran gente che s’addormentasse sulle pratiche) e così Fiasconaro approdò un bel dì a Genova, con tanto d’italico passaporto per via del padre, italianissimo maestro di musica fatto prigioniero in Africa dagli inglesi, portato nei campi di concentramento sudafricani e lì rimasto, anche a guerra mondiale terminata.
Il primo incontro con Marcello avvenne proprio in occasione del campionato italiano indoor, che allora si teneva al Palafiera di Genova. Le tribune erano gremite, come se stessero per incontrarsi Sampdoria e Genoa. Ma nel gran clamore del pubblico, la risata di Fiasconaro vincitore del suo primo titolo nazionale ebbe il sopravvento. Era una risata schietta, che si dipanava e cresceva d’intensità a mano che altre s’accodavano; una risata che coinvolgeva e distribuiva allegria, che cancellava ogni ombra o risentimento; una risata che comunicava voglia di vivere, proprio come il direttore d’orchestra comunica ai suoi musicanti la voglia di musica.
Quante volte abbiamo udita quella risata, nei troppo brevi anni di permanenza di Marcello in Italia. L’udimmo a Helsinki, dove chiunque altro non fosse stato March avrebbe imprecato, non a David Jenkins, ma a chi gli aveva detto di badare soltanto al polacco Badenski: cosicchè, quando sbucò in rettilineo avendo Badenski alle spalle, s’avvide dell’inglese avanti di metri e produsse lo sforzo che lo portò a pareggiarlo, ma non superarlo, sulla linea del traguardo.
Oh, sì, Marcello aveva questo talento: di affogare nel riso che gli gorgogliava su per la gola i momenti di stanchezza. O di dolore. Di dolore fisico, davvero, perchè Fiasconaro era stato costruito con l’acciaio, a parte piedi e tendini che eran, sì elastici, ma di materiale facilmente logorabile. E gli allenamenti, sotto la guida di un britannico prima e di Tito Morale poi – allenamenti violenti, sennò non si sarebbe potuto correre il record del mondo – avevano rapidamente sgretolato le ruote di quella straordinaria macchina da corsa. Si cercarono rimedi, e si consultarono i meglio ortopedici del tempo: il dottor Ruben Dario Oliva, ad esempio, cercò invano di alleviare l’infiammazione a quell’estremità sofferenti. E Marcello, tra una smorfia e una risata, accettava di sottoporsi a prove di efficienza: allunghi a ripetizioni, non importa dove, davanti a Primo Nebiolo e alla sua coorte, che lo sospingevano a tentare e ritentare, nel caso il miracolo fosse avvenuto.
Grande Marcello, che seppe ridere anche quel pomeriggio di prima estate, ad Oslo, quando uno starter troppo occhiuto lo esluse dalla gara degli 800 di Coppa Europa, e ne venne fuori un parapiglia che finì sulla prima pagine del londinese Times, con Bruno Cacchi, allora Commissario Tecnico, impugnante la sua minacciosa pipa nei confronti del giudice-arbitro. Era accaduto che March avesse mosso per due volte – doppia partenza falsa – il piede destro, barcollando e scavallando la linea di partenza, prima dello sparo. Non era probabilmente mai successo, e non sarebbe mai più accaduto, che un ottocentista - primatista del mondo! - venisse squalificato per tale sciocchezza. Ma capitò, e proprio al più innocente dei campioni: Marcello Fiasconaro. Il quale la prese come doveva prenderla uno che era fenomeno nella corsa ma, anche, nel saper leggere, in ogni vicenda della vita, l’aspetto umoristico: con una gran risata, e una stretta di mano ai suoi avversari, l’inglese Carter e il sovietio Arzhanov (Adriaan Paulen, presidente all’apoca della Federazione Europea e, tre anni dopo, della Iaaf, propose, a seguito dell’episodio, che agli ottecentisti che lo richiedessero fosse data la possibilità di partire dai blocchi, e non in piedi).
Ecco, sono (anche) questi minuscoli ricordi d’anta’n che impreziosiscono quei favolosi anni Settanta. Dove le tensioni della quotidianità si stemperavano  – almeno in quella nicchia felice che era l’atletica del tempo – in gran risate: le stesse che ci pare di sentire risuonare, laggiù a Città del Capo, dove Marcello Fiasconaro s’appresta a spegnere, con solenne e profondo sbuffo, le sue settante candeline.
 
Nelle quattro fotografie: in alto a sinistra, copertina della rivista «Atletica» del 1971 autografata da Marcello; a destra, l'arrivo della gara allo Stadio dei Pini di Viareggio dove Fiasconaro corse in 45"5, nuovo primato italiano; in basso a sinistra, il famoso arrivo della finale dei 400 ai Campionati d'Europa a Helsinki; a destra, il prof. Carlo Vittori controlla March dopo un allenamento.
Last Updated on Friday, 19 July 2019 15:26
 
Happy Birthday, March, straordinario protagonista di una stagione troppo breve PDF Print E-mail
Thursday, 18 July 2019 13:44

Domani, 19 luglio 2019, Marcello Fiasconaro festeggerà il suoi sette decenni di vita. Marcello è stato un grande atleta, un grande «personaggio», atterrato in Italia da un altro pianeta sportivo, con un'altra mentalità, con un modo differente di interpretare la sua stagione umana come atleta, in allegria. Oggi, noi dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli" gli facciamo gli auguri. Domani, in questo stesso spazio, pubblicheremo un articolo, in esclusiva direbbero in un giornale, di un nostro socio. Socio, e soprattutto amico, che ha conosciuto e conosce l'arte del bello scrivere, sia che scrivesse con calamo sui banchi della scuola elementare, sia che usasse la Lettera 22, sia oggi che si è dovuto adattare - già da molti anni - alla dittatura del pc. Se avrete tempo, scoprirete domani chi è, attraverso un ritratto di Marcello, uomo e atleta nel giorno del suo settantesimo genetliaco.

Auguri, March!

Last Updated on Sunday, 21 July 2019 19:35
 
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