Home

Login



User Menu

Who is online

We have 37 guests online

Visitors Counter

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterToday1319
mod_vvisit_counterYesterday1318
mod_vvisit_counterThis week7264
mod_vvisit_counterLast week8417
mod_vvisit_counterThis month18153
mod_vvisit_counterLast month33033
mod_vvisit_counterAll days1454593

Online (20 minutes ago): 42
Your IP: 18.208.186.19
,
Today: Nov 14, 2019


Nazione di provenienza

65.4%Italy Italy
8.7%United States United States
6.3%France France
5.4%Spain Spain
4.1%Monaco Monaco
1.5%Sweden Sweden
1.3%Germany Germany
1.2%United Kingdom United Kingdom
0.8%Brazil Brazil
0.6%Poland Poland
0.3%Canada Canada
0.3%Belgium Belgium
0.3%Czech Republic Czech Republic
0.3%Netherlands Netherlands
0.3%Romania Romania
0.2%Lithuania Lithuania
0.2%Switzerland Switzerland
0.2%Russian Federation Russian Federation
0.1%Austria Austria
0.1%Croatia Croatia



Designed by:
Message
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

«Olympia Giuliano - Dalmata» adesso disponibile anche in formato digitale PDF Print E-mail
Monday, 05 August 2019 08:53

È passato un bel po' di tempo da allora. Era il 2002, e Alberto Zanetti Lorenzetti, nostro socio fondatore, al termine di un lavoro di ricerca durato anni, diede alle stampe un librone di oltre 750 pagine:«Olympia Giuliano - Dalmata». La pubblicazione aveva trovato la convinta adesione prima, e il supporto economico poi, del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, in Croazia, una delle Istituzioni della Comunità Nazionale Italiana (CNI), fondato nel 1968 dall’UI (Unione Italiana, ex Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume) l’unica organizzazione rappresentativa della minoranza nazionale italiana che vive in Croazia e Slovenia. Ente culturale attivissimo, allora sotto la guida del professor Giovanni Radossi, come abbiamo potuto verificare, grazie ad Alberto, in alcune visite al Centro. Il libro costituì il primo esempio di collaborazione fra il nostro Archivio Storico e un ente culturale, ma purtroppo non ha fatto...scuola. La pubblicazione fu curata a Brescia con la attenta regia grafica del mai dimenticato amico nostro Martino Gerevini.

Con l'evolversi dei tempi - sempre meno cartaceo, sempre più e-book, ma fortunatamente recenti indagini sembrano invertire la rotta - eccoci alla possibilità di consultare (leggere?) il libro in formato PDF. Il Centro rovignese ha deciso di metterlo in linea sul proprio spazio Internet. Questo l'indirizzo da utilizzare. Ricordiamo che Alberto Zanetti Lorenzetti ha completato, pochi mesi fa, un altro lavoro storico, sempre in collaborazione con il Centro di Rovigno: «Sport e Guerra Fredda in Venezia Giulia 1945-1954». 

Last Updated on Monday, 05 August 2019 09:31
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Luigi Beccali (2) PDF Print E-mail
Sunday, 04 August 2019 16:30

Un piccolo richiamo al ricordo della vittoria di Luigi Beccali ai Giochi Olimpici di Los Angeles 1932 pubblicato ieri. Il lavoro di pubblicazione è stato un po' frazionato, per vari problemi che si usa chiamare «tecnici». Alla fine ci siamo riusciti. Volevamo inserire anche alcuni indirizzi per corredare di immagini d'epoca il bell'articolo di Giorgio Reineri. Non ci siamo riusciti ieri, lo facciamo oggi. Chi vuole può aprire questi due link: Beccali 1 e Beccali 2. Grazie per l'attenzione.

Last Updated on Sunday, 04 August 2019 16:33
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Luigi Beccali PDF Print E-mail
Saturday, 03 August 2019 08:48

alt

alt

Era il 3 agosto 1932... Quel giorno...Vi vogliamo parlare della quarta medaglia d'oro olimpica entrata nel bottino del Comitato olimpico italiano, che, ovviamente, i successi se li appunta sul petto come i generaloni di tutti gli eserciti del mondo quando ci sono le parate militari ufficiali. O, più semplicemente, entrano nelle statistiche dello sport nazionale. Nel nostro caso dell'atletica. Luigi Beccali, milanesissimo, conquistò la vittoria olimpica sulla pista del megastadio Colisuem Memorial di Los Angeles, in una disciplina di corsa, i 1500 metri, dopo le tre auree medaglie di Ugo Frigerio, guarda tè altro milanese verace, nella marcia. Abbiamo tolto da uno scaffale della biblioteca il volume rilegato della collezione della rivista federale «Atletica», anno 1982, mese di febbraio, numero 2, pagine 76 - 79, pubblicazione che nacque un anno dopo il trionfo di Beccali, nel 1933, e che, tra alti e bassi, è arrivata fino ai giorni nostri. Non è una cronaca stavolta, ma una intervista, una bella intervista. Non poteva essere diversamente: la scrisse Giorgio Reineri, di cui abbiamo già sparso incensi, e non vorremmo cominciasse a pensare al Nobel della Letteratura. Vale la pena rileggerla, anche se è un po' lunga, per chi ha gusto per il nostro sport e per la lettura. I lettori dei giornali cosiddetti sportivi possono farne a meno: a loro bastano trenta linee. Giorgio intervistò Luigi Beccali, dice il sommario dell'articolo, «a cinquanta anni dalla vittoria olimpica, una storia di cavalli, di incomprensioni, di successi, di sentieri perduti». Questo articolo, parzialmente modificato, entrò poi a far parte qualche mese dopo (novembre 1982), del libro «nel nostro futuro CENTO ANNI DI GLORIA», celebrativo dei cento anni della Società Ginnastica Pro Patria Milano, con le firme di Alfredo Berra, Oscar Eleni e Giorgio Reineri.

Le due foto che pubblichiamo sono riprodotte dal numero 1, gennaio 1933, della rivista «Atletica». Ecco, integrale, anche il testo che accompagnava le foto:" Le fotografie che qui sopra riproduciamo mostrano due episodi della meravigliosa prova di Beccali a Los Angeles. Una di queste fotografie, quella che riproduce l'arrivo, è conosciutissima: la pubblichiamo però perchè serve a lumeggiare e mettere maggiormente in valore l'altra che è assolutamente inedita. Questa fotografia ci mostra Beccali a 100 metri dall'arrivo della sua meravigliosagara mentre da poco ha iniziato il suo spettacoloso finale di gara che lo porterà alla vittoria. In questa fotografia si vede il canadese Edwards che ha quasi imboccato il rettilineo e che ha ancora un buon vantaggio su Beccali: a pochi metri dal Canadese vi è l'Americano G. Cunningham che giungerà quarto. In terza posizione è Beccali in piena azione e tutto teso verso la conquista della vittoria che lo deve consacrare campione olimpionico. Alle spalle del nostro campione è l'inglese J. Cornes che prima della metà del rettilineo sarà staccato da Beccali, ma che riuscirà dopo a raggiungere Edwards ed a terminare secondo, ben lontano però dal nostro campione".

Beva acqua e corra

di Giorgio Reineri

"NEW YORK - Ho incontrato Luigi Beccali: scatta per le strade di Nuova York con lo slancio di cinquant'anni fa. Il mezzo secolo non gli ha rallentato i riflessi, semmai un poco ammorbidito i muscoli: e, rispettoso delle proprie gambe, non le provoca né umilia: usa, per competere con le automobili, una Pontiac così maestosa e lunga da parere un siluro. Al volante del bolide, Beccali saltella e sorride; saltella per sollevare il busto e lanciare occhiate, fuori dalle vetrate dell'auto, agli avversari del traffico; sorride a chi gli siede accanto, e il suo sorriso ha lo smalto della simpatia e della freschezza: che sia l'America il suo segreto?

"In America, Luigi Beccali ci approdò la prima volta che sono giusto cinquant'anni: era il 1932, anno dell'Olimpiade. In agosto potrà celebrare le nozze d'oro con la vittoria, che avvenne a Los Angeles, e rimane la sola conquistata da un italiano nella corsa delle corse: i 1500.

"Luigi Beccali è difatti il mezzofondo: ne fu l'iniziatore, in un'Italia povera e soprattutto ignorante; ne è rimasto il simbolo, per chiunque si rivolgesse alla memoria statistica cercando giustificazione alla propria pratica agonistica o, più semplicemente, alla passione atletica.

"Luigi Beccali è anche stato, per le generazioni del dopoguerra, un mistero. Misteriosa la sua sparizione dall'Italia, il suo viaggiare negli Stati Uniti, quasi l'avesse spinto laggiù il cumularsi della nostalgia, il desiderio di tornare su antichi passi, solenni e vibranti falcate. Misteriosa, infine, la ragione tecnica dei suoi successi: quali furono i sentieri percorsi per arrivare al record del mondo, ai titoli olimpici ed europei, italiani ed universitari; quali le fatiche, gli allenamenti, quali i consiglieri del campione olimpico? L'anedottica ufficiale aveva affidato il successo di Beccali alla fede nel fascismo e nella patria: retorica per mascherare il menefreghismo e l'incompetenza. Altri, più saggi, alla classe: il profondo e inesauribile pozzo del talento, dal quale attingono le genti fortunate. Che Beccali avesse ricevuto il bacio della sorte, nessuno ne può dubitare: ma la natura non lavorata con fatica e intelligenza, basta per dominare il mondo?

"Siamo stati a Nuova York perchè la domanda ci punzecchiava da tempo. L'opportunità nasceva da un invito di Beppe Mastropasqua, fatto ad Oscar Eleni, Alfredo Berra e al sottoscritto: raccontare i cent'anni della Pro Patria. La Pro Patria compirà il secolo che Beccali avrà appena superato i cinquant'anni dal successo olimpico. Pro Patria e Beccali sono stati il più celebre binomio dello sport italiano. Luigi entrò in Pro Patria che aveva sedici anni, nel 1923: non cambiò mai colori sociali.

"Della sua storia, di uomo e d'atleta, di migrante senza una lira ma ricchissimo di volontà e orgoglio; dei successi e delle sconfitte più brucianti, Luigi Beccali ci ha narrato mentre viaggiava per Nuova York, scattando ai semafori, saltellando sul sedile di guida, preoccupandosi di un business, portandoci infine a pranzare all'italiana, nel più italiano e raffinato ristorante della città, Silvano, zona Village (6ª Avenue, tra Houston e Bleecker Street: ci va sempre Robert De Niro).

"La storia di Beccali sarebbe troppo lunga (e fuori posto, pure: è da scrivere, come capitolo, nel più ampio libro sulla storia della Pro Patria) raccontarla qui: qui si può dire, invece, del problema tecnico, che potrebbe anche incuriosire sino a crescere a vero e proprio oggetto di ricerca.

"Solo e vero allenatore di Luigi Beccali fu il professor Dino Nai. Il professore non era un tecnico: era uno scienziato. «Ho una sola esperienza - disse Nai a Beccali - conosco il cavallo: ho allenato un cavallo. Se ti va, allenao anche te».

«Benissimo, mi va» rispose Beccali.

"Era da poco passata l'Olimpiade del '28, che Beccali aveva malamente sciupato. «Avevo ricevuto la proibizione di allenarmi proprio nel mese precedente le gare. Era successo così: si dovevano disputare i campionati italiani, ed io ci tenevo a vincerli, perchè sarebbe stato il mio primo titolo nazionale. Vado e vinco, ma non faccio il record. Beccali è stanco, gridano allora i tenci federali e mi spediscono insieme a Facelli, in montagna, a Monghidoro, sull'Appennino toscoemiliano. Andiamo, portandoci dietro la proibizione assoluta di allenarci. Mangiare e riposare, è l'ordine. Via, per farla breve quando torno alla sede degli allenamenti sono così grasso che non riesco neppure a camminare. Ad Amsterdam è un disastro: Facelli non vince, io non vado in finale.

- Ci era il responsabile della preparazione?

"C'era Gaspar, un ungherese. Brava persona, ex-campione di salto in alto. Per la verità, lui mi disse di essere contrario, ma che gli ordini della Federazione erano quelli e andavano rispettati.

- E lei non protestò?

"Io litigavo sempre, ma come facevo ad oppormi, qualche volta? Fatto sta che ad Amsterdam, in batteria, finisco quarto e arrabbiatissimo. Il giorno dopo vado ad allenarmi e giuro di non seguire mai più i tecnici federali, ma di fare di testa mia.

- E com'erano gli allenamenti, allora?

"Allora, nessuno sapeva niente. L'allenamento era considerato pericoloso: la maggior parte ne faceva uno il mercoledì, e poi riposo sino alla gara della domenica.

- E Nai?

"Nai introdusse il concetto del lavoro. Ci si allenava il martedì, giovedì e venerdì. Poi, tra il '28 e il '32 io avevo preso ad allenarmi due volte al giorno, di nascosto. Oddio, allenamenti che adesso fanno ridere: andavo, il mattino, rubando un'ora di lavoro al Comune di Milano, presso il quale ero geometra, a correre al campo Simonetta, che era il dopolavoro dei Ferrovieri. Il campo Simonetta, vicino alla celebre villa e dietro al Monumentale, aveva per custode Saporiti. Saporiti era stato un discreto saltatore con l'asta: mi lasciava cambiare, correre per tre chilometri e poi fare la doccia. Questto era l'allenamento del mattino.

- E il pomeriggio?

"Il pomeriggio andavo al Giuriati, con Toetti, Ferrario ed altri. Svolgevo esclusivamente lavoro di velocità.

- Così vinse l'Olimpiade?

"Anche così, ma c'è un altro episodio. Succedeva, in genere, che io d'estate rendessi pochissimo, anzi, non rendevo neppure se mi prendevano a calci. Nai era preoccupato: non riuscivamo a capire il motivo, malgrado il lavoro fatto fosse ben studiato. Un giorno, Nai mi dice:«Senti, ti mando da un dottore che non conosce lo sport ma la medicina sì. È il primario dell'Ospedale Maggiore di Milano». Ci vado: m'interroga, mi chiede cosa faccio, perchè corro e poi mi fa una domanda:«Beve acqua?». No, dico, non bevo perchè m'hanno detto che l'acqua, dopo aver sudato, fa male. «Beva!», grida il primario, «beva e non dia retta a questi ignoranti, che non sanno niente e rimangono sempre indietro. Beva e vedrà che tornerà a correre forte». Difatti, bevo acqua quando ho sete, prim, durante o dopo l'allenamento e risolvo tutti i miei problemi. E faccio il record del mondo e vinco l'Olimpiade: in grazia dell'acqua e di quel piccolo consiglio.

"Adesso ci ride sù, Beccali. Ha posteggiato la Pontiac ad una stazione di servizio: manca acqua? mi viene da domandare.

"No, manca aria nelle gomme, ghigna lui e poi:«Però, se non metto aria nelle gomme, mica si va avanti: è proprio come l'acqua per un corridore».

"La storia dell'acqua è la rivelazione di quanto i luoghi comuni e l'ignoranza abbiano condizionato la gioventù italiana: e ancora la condizionano, perchè essi si tramandano di generazione in generazione, e certa medicina è la grande divulgatrice di quest'inciviltà, per via delle massicce schiere dei suoi adepti, fedeli servi di professori e primari che, a loro volta, raramente hanno usato il cervello. Tutto in fondo è stato scritto da Céline ne «Il dottor Semmelweis», storia di un medico che curò e vinse la febbre puerperale ma venne, dai suoi colleghi, messo al bando. E, dunque, non sarebbe stato il caso di tornarvi se quest'episodio di Beccali non ce ne avesse dato l'occasione. L'occasione di ridire una parola contro i pregiudizi e l'ignoranza, tra il quale grande e immobile rimane il concetto che la fatica sia disdicevole al campione.

"Luigi Beccali ha così rappresentato, nell'allenamento del mezzofondo, lo sperimentatore: curioso esploratore della corsa, capace di spingere, ben oltre i limiti che erano stati posti dai luminari dell'epoca, il proprio sguardo e , assieme, le gambe.Ma la sua testimonianza di oggi, a mezzo secolo dalla vittoria olimpica, mai raccolta da alcuno negli anni del dopoguerra, anzi, forse, volutamente ignorata, da molti, è la prova provata del perchè il mezzofondo italiano abbia troppo a lungo balbettato.

"Beccali avrebbe potute essere il punto di partenza, l'iniziatore di una scuola tutta nostra; si sarebbero anticipati di dieci e più anni gli Hagg e gli Andersson e la bella compagnia delle renne svedesi: invece su Beccali, calò il silenzio.

"Perchè?

"Perchè Beccali fu il più duro, strenuo oppositore e accusatore di Boyd Comstock. Comstock era arrivato in Italia nel 1935, portato dal marchese Ridolfi, presidente federale: veniva dalla California, dove aveva allenato l'Ucla e la Southern California; conosceva certo alcune tecniche, doveva indubbiamente possedere carisma e spirito acuto, ma forse conosceva poco il mezzofondo.

"La mia sconfitta a Berlino, nel 1936, è da addebitarsi a Comstock e Ridolfi. Loro mi hanno messo in condizione di perdere, di farmi battere da Lovelock, e poi hanno rirato fuori la storia della scarpata, che avrei subito in partenza. Quella fu una storia e basta. La verità è un'altra, sibila duro Beccali.

- Qual è dunque?

"La verità è che una settimana prima della gara, ero ad allenarmi al campo di Charlottenburg, in Berlino. Corro tre volte i 300 e mi sembra di essere in forma: giornalisti italiani si complimentano e mandano i loro servizi: Beccali vola, titolano. Io torno al Villaggio e Ridolfi mi chiama:«Comstock m'ha detto che oggi hai fatto schifo», grida duro. Schifo? - dico io, non m'è proprio sembrato. Però, sento le gambe che mi tremano: in fondo, ero il campione olimpico, e a difendere il titolo ci tenevo. Cosa volete che faccia?, chiedo con i nervi a fior di pelle. «Riposo», dice. E riposo faccio, per una settimana: così finisco terzo, perchè al momento di scattare ho gambe di piombo, come mi era successo soltanto nel 1928.

"Questi ed altri episodi ci vengono offerti oggi alla meditazione: non con spirito di polemica - e come potrebbe Beccali, dopo mezzo secolo - ma con il rimpianto di chi avrebbe avuto molto da insegnare e, invece, fu abbandonato sino a dover emigrare negli Stati Uniti. Offrono, anche, la chiave di lettura, di troppe lentezze nello sviluppo della tecnica atletica o, almeno, della tecnica del mezzofondo azzurro. Certo Comstock è stato un volano di sviluppo, ma, forse, anche un freno: la sua personalità non ammetteva di competere con quella di Beccali. Altri erano gli allievi di Comstock: Riccardi, Oberweger, Caldana su tutti. I suoi insegnamenti fecero scuola sino agli anni Sessanta: gli allievi li interpretarono puntigliosamente. Beccali, emigrato in America, non se ne sarebbe certo detto d'accordo: oltreoceano poteva osservare ben altri sviluppi e constatare come la fatica fosse alla base dei progressi del mezzofondo. Fatica che il Italia veniva tenuta in poca considerazione sino allo spuntare di Francesco Bianchi (scuola Venini) e di Franco Arese (con Tino Bianco). Il mezzofondo italiano ritornava ad imboccare anche grazie a Bresciani (Gervasini) ed a Funiciello con il gruppo romano, sentieri intelligenti, soprattutto per merito del professor Di Gregorio: quei sentieri che Luigi Beccali aveva preso a tracciare più di trent'anni prima".

Last Updated on Tuesday, 06 August 2019 09:06
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Adolfo Consolini PDF Print E-mail
Friday, 02 August 2019 15:05

alt    alt

 

Riproduzione della copertina originale e usata del Programma giornaliero (2 agosto) delle gare di atletica dei Giochi Olimpici di Londra 1948 e la pagina scritta di pugno dall'utilizzatore del Programma (che costava uno scellino) con annotati i partecipanti alla finale del lanco del disco e i primi tre classificati (documenti di proprietà della Biblioteca internazionale dell'atletica, ubicata in Navazzo, sul lago di Garda)

Era il 2 agosto 1948... Quel giorno...Ve lo racconta ancora un tale che abbiamo già incontrato tante volte in questo spazietta semistorico, un tale di nome Gianni Brera, che vi rilegge - sembra di sentirlo -  la sua cronaca apparsa sulla prima pagina della «Gazzetta dello Sport» del 3 agosto. Ci racconta quella memorabile giornata dello sport e dell'atletica italiana, che cinse d'alloro olimpico il capo di uno dei più grandi atleti nati nella nostra allungata penisola. Il pezzo di Brera non è brillantissimo, sembra un po' un collage scritto e trasmesso di tanta in tanto, e le conferma lui stesso parlando delle difficoltà telefoniche. Ma rimane pur sempre una grande testimonianza diretta.

Adolfo Consolini vince per l'Italia l'Olimpiade del disco con 52,78 metri

di Gianni Brera

"Giornata campale oggi per gli italiani e quindi anche per il cronista che deve recarsi sin dalle dieci di mattino allo Stadio, dove si svolge la qualificazione del disco (le batterie dei 10 km di marcia che avrebbero dovuto svolgersi stamattina sono state rimandate a domani; gli iscritti alla gara sono diciannove).

"I partecipantialle qualificazioni del disco maschile sono una trentina: e via via si presentano in pedana tutti i migliori campioni del mondo.

"Grata sorpresa per noi vedere in campo Giorgio Oberweger, molto elegante nella sua tuta azzurra vecchio stile, molto leggero nelle corsettine che egli fa per scaldarsi, ma ahimè senza la vecchia potenza. Giorgio Oberweger ha voluto sfidare quest'ultima volta l'enorme peso del fluido emanato dalla folla sportiva per un motivo puramente sentimentale, e altresì per far presente un caso forse unico nella storia delle recenti Olimpiadi: che un commissario tenico e allenatore sia un pure dilettante.

"Dal mattino...- Nelle qualificazioni Oberweger è, cosa per nulla strana in un...resuscitato, emozionatissimo: i suoi lanci sono insolitamente privi di nitidezza e fluidità, le misure riescono mediocri, 41 metri circa - nullo - 43 metri. Per qualificarsi sono necessari 46 metri.

"Consolini non si toglie nemmeno la tuta (il cielo è coperto) e supera i 51 metri d'acchito. Gordien a sua volta lancia e supera di poco i 49 metri. Tosi per essere da meno, oltrepassa i 50. Tutto a posto. Gli italiani sono soddisfatti. Non così gli americani dei quali il solo Gordien si qualifica per la semifinale.

"Nel pomeriggio alle 14.30 iniziano le gare del salto con l'asta e i 200 metri piani (12 batterie). Grande impressione producono nei 200 metri Patton, Ewell, La Beach, Treloar e Bourland: dunque niente di nuovo sotto il sole, meglio sotto la pioggia.

"Dell'asta, la cui misura iniziale è di quattro metri diremo a gara terminata. Purtroppo le difficoltà telefoniche ci impongono di trasmettere separatamente la cronoca di ogni gara.

"La toccatina di "Ober"... - Oberweger batte la mano sulla spalla dei suoi allievi che sono avvolti in pesanti coperte di lana, ma non hanno tolto il berrettino bianco da spiaggia, il che dona loro un'aria a vero dire, contrastante con l'imponenza del loro fisico.

"Dodici atleti sono stati ammessi alle serie eliminatorie del disco, nonostante nelle qualificazioni otto soli abbiamo superato 46 metri. Apre la serie di lanci Consolini e spara (chiudendo in ritardo) a 49,67. Gordien è terzo in serie e con lo stile di Fitch (fianco sinistro in direzione di lancio, molte oscillazioni nei preliminari, giro velocissimo e col corpo molto squilibratoinnanzi, sicchè si abbassa in proporzione la mano destra prima del finale) tocca i 47,95. Oltre i 47 vanno soltanto Syllas e Ramstad, prima di Tosi: ma Beppone non si accontenta dei 47 metri! Pur non chiudendo affatto ed esagerando l'elevazione della traiettoria egli batte d'acchito il primato olimpionico (detenuto da Carpenter con 50,58) e raggiunge 51,18.

"Il lancio della medaglia d'oro - Al secondo turno Consolini forza la macchina; la pedana è già malridotta dalla pioggia e dalle zampate dei dodici concorrenti, ma il campione della Pirelli si volge leggermente a  sinistra per trovare terreno meno smosso e lancia in ottima scioltezza a 52,78. La folla, non meno di 80.000 persone, incomincia a allibire: il primato olimpionico di...Giuseppe Tosi ha vita molto breve!

"Ecco il secondo turno dei migliori: Gordien 49,20, Tosi 48,81 (chiusura ancora anticipata, disco a campanile); Ramstad 49,22; Nykvist 46.27. Ed ecco le misure del terzo turno: Consolini 47,94 (la pedana è ormai impossibile, difficile rimanervi); Gordien 50.77; Tosi 50,11; Ramstad 47,72; Klic 48 circa; Nykvist 47,77. 

"...È appena terminata la gara degli 800 metri quando inizia il terno finale del disco (ultime tre serie di tiri). La pioggia è aumentata di intensità e la pista si va pian piano allagando così come la pedana del disco. Problematico rotearvi con molto slancio e potervi tuttavia restare. La misura raggiunta da Consolini è dunque da ritenersi "quasi una sicurezza" anche se non osiamo illuderci troppo dopo le sorprese della gara femminile. Certo è vero peccato che oggi gli azzurri non possano esibire tutta la potenza dei loro mezzi atletici e la perfezione dello stile italiano:soprattutto danneggiato è Tosi, il quale non è andato oltre i 51,18 nei primi tre lanci (infatti la prima serie venne effettuata quando la pioggia ancora non cadeva così forte).

"Quanto a Gordien, il suo stile tutto basato sulla velocità e non legato ai canoni tecnici degli italiani (corpo eretto e braccio destro "bloccato") non è certo fatto per le pedane sdrucciolevoli. Il lettore potrà forse immaginare l'alternativa di speranze e di dubbi che noi viviamo in questo istante di emozione.

"...Sta giungendo alla fine la gara del disco. Lo stadio si va svuotando: triste pensare per noi che ben pochi possono assistere alla cerimonia della premiazione. Perchè sì, la misura ottenuta da Consoliniappare ormai insuperabile; Gordien incappa in un altro nullo, nel primo turno di finale. Tosi supera a malapena i 50,09; Consolini pure fa lancio nullo. Gli altri si può dire a cuor leggero non sono pericolosi.

"Non doveva sfuggire - Attendiamo col cuore in gola il secondo turno. Gordien si squilibra: 48,74; Tosi incappa in un nullo; Consolini ottiene 50,51. I giornalisti americani sono furiosi e inveiscono a Gordien e alle sue sparate da Rodomonte (non aveva detto che vincere l'Olimpiade sarebbe stato facile come per suo padre, prestigiatore,  era facile cavare un coniglio dal cappello a cilindro?).

"I giornalisti italiani stringono invece le mascelle: sulle tribune non vi sono che i nostri connazionali. Si odono le loro grida, i loro incitamenti. Questa vittoria non ci deve sfuggire! Non sfuggirà infatti. Si inizia il terzo turno finale, l'ultimo: Consolini asciuga il disco, si avanza alla pedana. Conferma la sua ottima forma con un magnifico 50,43 (e la pedana è ormai una fossa di melma). E ora Gordien! L'atletico americano si prepara con calma, si bilancia a lungo nei preliminari, poi si contrae tutto e si precipita nel giro con rabbiosa decisione. Guizza via il disco sfarfallando e finisce sulla linea dei 52 metri. È dunque superato Tosi? Si alza la bandiera del giudice: rossa! Lancio nullo".

Last Updated on Saturday, 03 August 2019 08:51
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Pietro Paolo Mennea (2) PDF Print E-mail
Monday, 29 July 2019 07:11

Ieri abbiamo ricordato l'anniversario della vittoria olimpica di Pietro Paolo Mennea sui 200 metri ai Giochi Olimpici di Mosca '80. Lo abbiamo fatto con le parole di un grande del giornalismo sportivo in Italia, Gianni Brera, che, due anni dopo quell'entusiasmante evento, nel 1982, in occasione dell'annunciato ritorno alle gare del velocista barlettano scrisse...un pezzo a modo suo. Oggi vi proponiamo un altro elegante scritto di una persona che, in ragione del suo lungo esercizio professionale, ebbe modo di conoscere Mennea da vicino, molto da vicino. Augusto Frasca, attualmente vicepresidente del nostro Archivio Storico, ha dato alle stampe, qualche mese fa, un suo piccolo libro, piccolo di formato, ma ricco di contenuti, che ha titolato «Qualche pagina per gli amici». A pagina 161 sotto il titolo «Mennea, l'uno e l'altro» una cinquantina di righe, anche meno, tutte centrate sul campione Mennea e sull'uomo Mennea, righe che vale la pena leggere con molta attenzione.

Mennea, l'uno e l'altro

di Augusto Frasca

"Fu scoperto in una classe di Barletta da Alberto Autorino, insegnante di educazione fisica, sostenuto da Ruggero Lattanzio, presidente dell'Avis Barletta, da Oberdan La Forgia, presidente dell'Aics Puglia, allenato da Francesco Mascolo. Trovò un muro, inizialmente, in Carlo Vittori. Si dovette alla lungimiranza di Ruggero Alcanterini, membro della presidenza federale, e all'intervento diretto di Primo Nebiolo, perchè il tecnico lo mettesse in lista per gli Europei del 1971. A partire da quell'anno, la progressione tecnica di Pietro Mennea trovò nella Scuola di Formia la sede ideale, e nella disponibilità di un docente dalla pronunciata personalità l'assistenza più accreditata. Furono da allora, con Mennea in campo, stagioni, in ogni senso di fuoco. Furono successi ai campionati continentali del 1974, negli accesi notturni milanesi dell'Arena e del Palasport, nei pomeriggi d'una Praga illividita dal freddo, sicuramente il massimo, in chiave tecnica, espresso in una ventennale carriera. Furono il primato mondiale di Città del Messico, che recò e reca, tutta intera, la firma di Primo Nebiolo, l'affermazione olimpica di Mosca, il pugno in faccia all'ambiente federale e al suo allenatore con il primo annuncio di ritiro ingenerosamente nascosto, la ripresa, la quarta finale olimpica a Los Angeles, il doping mai esplicitamente dichiarato, il secondo annuncio di ritiro, un nuovo rientro per Seul 1988. Grande atleta, additato tra i massimi dell'atletica e dello sport nazionale. Atleta d'eccezione, come persona Pietro Mennea fu altro, e non furono rare le testimonianze, prima fra tutte l'ignobile aggressione fisica a Livio Berruti messa in atto nel 1979 sul prato di Formia in combutta con familiari e compagni, lui vomitanto sull'uomo a terra insulti irripetibili. Amò alimentare la favola di un uomo refrattario ai compromessi. Vantò atteggiarsi a vittima del sistema, quando in realtà l'unico sistema alla sua portata fu quello che a lui tutto concesse, vale a dire la Fidal di Nebiolo, del dirigente che gli garantì massima assistenza tecnica, apoprodo ai traguardi agonistici più elevati e, come opportunità suggeriva, compensi adeguati alle sue imprese e provvidenze mai dichiarate, tantomeno messe nel novero della riconoscenza. Alla scomparsa, dolorosa, ebbe il potente compianto giustamente dovuto a un grande personaggio dello sport. Ma, in luogo di semplici manifestazioni di affetto, demagogia, retorica della morte e volgari esibizionismi aprirono verso l'uomo un imbarazzante accorrere d'incensi. Pietro Mennea non fu né una vittima, né un eroe, né un profeta. Fu un grande atleta".

Last Updated on Monday, 29 July 2019 09:24
 
<< Start < Prev 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Next > End >>

Page 7 of 168