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Bargossi, vita grama di un povero podista nelle terre di S.M. Apostolica PDF Stampa E-mail
Venerdì 09 Febbraio 2018 13:00

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"...Fu dunque pedibus calcantibus che visitammo Gorizia, Trieste, Pirano, Capo d'Istria, Pola e Fiume. Erano strade infernali quelle, e ci capitò altresì di guadar torrenti, valicar montagne, tal fiata sotto la sferza di un sole che avrebbe fatto arrossire quello del Tropico, tal'altra sotto una pioggia torrenziale...". Questo leggiamo alla pagina 18 del libricino autobiografico di Achille Bargossi, pubblicato a Forlì, sua città natale, nel 1882. Facciamo omaggio di queste parole, e di quelle che seguiranno, al nostro segretario Alberto Zanetti Lorenzetti, che possiamo considerare uno dei più accreditati studiosi delle vicende sportive di quelle terre istriane. E, ovviamente, a tutti i lettori del nostro sito che avranno ancora la bontà di leggerci. E non si stupisca se legge qualche verbo sintatticamente sbilenco, o nota punteggiatura avventurosa, noi abbiamo deciso di copiare il testo tale e quale.

Bargossi, a quel tempo, viaggiava con Luigi Bertaccini, di Meldola, che gli aveva chiesto consigli e volle unirsi a lui nelle peregrinazioni pedestri in Italia e fuori. Anni dopo se ne andò per la sua strada, e chiuse i suoi giorni nel 1877 all'Aja, in Olanda.

"...E appena arrivati in qualche borgata o città, ci dovevamo, magari a pancia vuota, raccomandare ancora alle nostre gambe per provvedere del materiale, come dicono i saltimbanchi, alla fabbrica dell'appetito. E non era raro il caso in cui, dopo una marcia di trenta o quaranta chilometri susseguita da una gara alla corsa, non ci trovavamo d'aver raccolto abbastanza di che sfamarci.

"Ebbene, credete voi che la sfiducia e lo scoramento s'infiltrassero, per ciò, nell'animo dei due corridori? Manco per sogno! Si facevano quattro salti e via di corsa in cerca di un villaggio o di una città più generosa. E le strette della fame, la stanchezza, i disagi non ci fecero mai passare nell'animo il pensiero di un'azione disonesta. Lo dico qui a lode di me non solo, ma altresì del mio povero compagno, nel quale, colla mia istruzione trasfondeva anche il mio coraggio e l'inesauribile mia allegria...Pure vi fu un giorno, gran brutto giorno!, in cui poco mancò non perdessimo la nostra allegria. Anzi non assicuro che non la perdessimo quel giorno là. Il guaio si fu che insieme all'allegria si rischiò di perdere la santissima pazienza, e che il carattere romagnolo avesse a scattare fuori. E se ci fossimo spinti sino a suonare quattro ben assestati lattoni, sangue di una locomotiva!, non avessimo avuto po' poi tutti i torti. Giudicane tu candide lector.

"Avevamo viaggiato, sempre coi cavalli di S. Francesco, tutta quant'è lunga una notte e parte d'una giornata, per recarci da Pirano a Fiume. Strada montuosa e disagevolissima, sotto una pioggia persistente e con un freddo che faceva il termometro avvicinare allo zero colla premura di un ministro delle finanze. Non parlo dello stomaco: c'era dentro quel vuoto che in una macchina pneumatica allo stato di mancanza d'aria. Non avevamo più nemmeno la voglia di cantare le nostre canzonette, tanto s'era uggiti e stanchi. Ne sorreggeva solo la speranza di fare buoni affari a Fiume, città popolosa e intelligente. Vi arrivammo alla fin fine; e sboconcellato un pezzo di pane, che inafiammo con...acqua pure dei torrenti, ci recammo subito da quel signor commissario di polizia per avere il permesso di dare una corsa. Era obbligo in noi di chieder licenza all'autorità di polizia, ma per esserci mai questo permesso stato negato, e trattandosi altresì che, pur desiderando in cuor nostro che quelle povere provincie ritornassero in seno alla madre Patria, non avevamo però mai avuto la melanconia di fare propaganda di queste nostre idee, e che se s'era sollevato qualcosa sui nostri passi, fu la polvere, e non certo le popolazioni, noi avevamo dunque finito per convincerci, che quella del chieder licenza fosse una pura e semplice formalità. Ehi! state a sentire.

"Quel signor commissario dunque, dopo averci squadrati d'alto in basso, rispose alla nostra domanda di permesso con un'altra domanda. Cos'eravamo cioè venuti a fare negli Stati di S.M. Apostolica. Che sia sordo? dissi tra me, e ripetei che eravamo due buoni diavolacci e che si ci guadagnava da vivere facendo delle corse. Ma quel grifagno commissario aveva forse subodorato in noi dei congiurati irredentisti, poichè ci rispose chiaro e tondo che siccome eravamo italiani, così andassimo a correre in Italia, come se dove eravamo allora non fosse...basta! chinammo il capo davanti a quella perla di funzionario. Ed io non potei a meno di convincermi che per essere commissario bicipite quel cretino aveva pochissimo cervello.

"Si ritornò dunque indietro, per timore che ci potesse capitar di peggio. E così poche ore dopo rifacevamo la strada percorsa, ed il giorno dopo si giunse a Trieste stanchi, sfiniti e con pochi centesimi in tasca. Fatti cauti dall'accoglienza del poliziotto di Fiume, non ardimmo ridomandare licenza di dare un'altro spettacolo a Trieste, dove ci eravamo prodotti pochi giorni avanti. Motivo per cui, scarseggiando sempre più il denaro nostro, al pomeriggio dello stesso giorno...gambe in spalla e via per Gorizia...".

Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Febbraio 2018 14:04
 
Anni Cinquanta: Trofeo Pavesi di marcia, una questione di famiglia. PDF Stampa E-mail
Domenica 04 Febbraio 2018 09:08

 

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Il nostro segretario Alberto Zanetti Lorenzetti ci ha fatto avere un interessante articolo sui famiglia Pamich, in particolare sul fratello meno conosciuto, Giovanni. Alberto ricostruisce i suoi esordi come marciatore.

La storia dei fratelli Pamich è nota. Fuggirono avventurosamente da Fiume nel settembre 1947 per raggiungere il padre che era emigrato in Italia, a Milano, per poter lavorare. Dopo le peripezie che li portarono ad affrontare i disagi delle fatiscenti strutture riservate ai profughi provenienti dalle terre giuliano-dalmate e l’indifferenza, se non l’ostilità, che li circondava, finalmente si stabilirono a Genova. Della carriera sportiva di Abdon sappiamo tutto, del fratello maggiore Giovanni molto meno. Ma un articolo apparso sul Corriere dello Sport il 2 luglio 1951 ci conferma che anche il dottor Giovanni la stoffa l’aveva. Il giovane fiumano si era imposto nel quinto Trofeo Pavesi, manifestazione organizzata dal giornale sportivo romano.  All’epoca il marciatore, che vestiva i colori della A.A.A. Genova, frequentava la facoltà di Medicina e Chirurgia del capoluogo ligure. Gli studi e la professione medica lo portarono all’abbandono delle gare di atletica. Fu medico nella Marina Militare, affinò la cultura e la pratica medica in Svizzera, si specializzò a Padova in Chirurgia generale, a Modena in Ortopedia, a Bologna in Chirurgia toracica ed ebbe una lunga carriera nell’ambito ospedaliero conclusa all’Ospedale San Polo di Monfalcone, struttura dove lavorò per molti anni con l’incarico di primario di Chirurgia generale.

Lo stesso articolo pubblicato dal quotidiano sportivo romano informa che al terzo posto giunse Massimo Massara, per l’occasione definito “il grande battuto”. C’è da porsi la domanda: ma siamo sicuri che il nome di battesimo è giusto? La risposta si trova sul quindicinale della FIDAL “Atletica” del 19 luglio 1951. Massimo altri non è che il fratello di Salvatore, personaggio ricordato in questo sito non molto tempo fa con scritti, fotografie e documenti, fra i quali un articolo di “Atletica” che lo riporta quale brillante vincitore dell’edizione del Trofeo Pavesi l’anno precedente.

Ma torniamo alla famiglia Pamich. Una figura di spicco dello sport di Fiume era lo zio di Abdon, Cesare. Si occupava di pugilato in una città dove la nobile arte godeva di grandissima popolarità e vantava un vivaio sportivo che aveva prodotto un campione quale Ulderico Sergo, che nel 1936 aveva colto il massimo alloro di una lunga carriera con la vittoria ai Giochi Olimpici di Berlino. Lo zio Cesare era notissimo come dirigente e organizzatore di incontri, oltre che essere un valido arbitro. Quando nel maggio 1945 per la città iniziò l’amministrazione jugoslava, cominciò anche per lo sport un “nuovo corso” che faceva riferimento ai principi dello cultura fisica socialista, cioè la promozione dello sport di massa, del dilettantismo, l’abolizione del professionismo e la lotta al campionismo. Questo avrebbe dovuto dare un netto taglio con il passato che, almeno per i primi anni, in città non avvenne. La direzione dell’attività sportiva venne affidata, presumibilmente per motivi d’immagine, a persone già ben conosciute prima della fine del secondo conflitto mondiale – fra le quali lo stesso Cesare Pamich che fu posto alla presidenza del Comitato di Cultura Fisica e, per l’atletica leggera, Vladimiro Superina – inoltre Ulderico Sergo ebbe la possibilità di salire sul ring da professionista anche nella stessa Fiume. Nonostante la boxe locale potesse contare su validi elementi come Alfredo Barcovich e i fratelli Barbadoro (il più famoso dei quali, Nello, fu indirizzato al pugilato nei primi anni ’40 da Lauro Bononcini, al tempo “distaccato” a Fiume), alla fine del 1946 vi fu una “epurazione” che coincide con il periodo dell’arresto di Cesare Pamich il quale, dopo essere stato rilasciato, decise di prendere la via per l’Italia, pima ancora della fuga di Giovanni e Abdon.

Ultima annotazione. Nell’albo d’oro del Trofeo Pavesi, dopo i nomi di Salvatore Massara nel 1950 e di Giovanni Pamich nel 1951, segue Abdon Pamich, vincitore nel 1952.

Materiale allegato: fotografie riprese dal "Corriere dello Sport" e l'articolo dello stesso giornale del 2 luglio 1951; disegno caricaturale di Cesare Pamich da "La Voce del Popolo" di Fiume del 25 marzo 1946. Il testo dell'articolo diventa leggibile cliccando sopra la pagina per ingrandirlo.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 07 Febbraio 2018 11:10
 
ASAI: oltre 220 mila contatti nel 2017, una media mensile superiore ai 18 mila PDF Stampa E-mail
Lunedì 05 Febbraio 2018 10:00

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Una parte dei nostri soci ha nel proprio DNA atletico una speciale sostanza che si chiama "statistica". Diciamo pure che tutti l' hanno utilizzata nel loro approccio al nostro sport. Prendete Bruno Bonomelli: i suoi libretti piccoli di formato ma immensi di contenuto dalla fine degli anni '40 a metà del '50 erano capolavori di "statistica" nazionale. Il nostro presidente onorario Roberto L. Quercetani già negli anni '40, insieme al suo amico statunitense Don Potts, compilava veri e propri gioielli statistici, e poi, dal 1951, una volta fondata la mitica (allora) ATFS, insieme a Fulvio Regli e ad altri diede vita all'Annuario statistico mondiale. La lista potrebbe allungarsi con Marco Martini e poi, su su "per li rami", altri compilatori che contribuirono ad alcuni lavori della nostra A.S.A.I., come Gabriele Manfredini magister in prove multiple, come Silvio Garavaglia e Raul Leoni, fino a Enzo Rivis ed Enzo Sabbadin, che lavorano oggi alle liste italiane ogni tempo, tanto all'aperto che al coperto, che formano un solido nucleo di informazioni di questo nostro sito a disposizione di tutti. Altri (e in Italia sono stati tanti) hanno iniziato con il lavoro di compilazione e poi sono emigrati su tematiche di carattere storico documentale. L'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli" ha l'ambizione di coniugare le due facce della documentazione del nostro sport.

Potevamo essere da meno di questa "noblesse"? No, allora abbiamo cercato di coniugare statistica e sito. Ed ecco qua i "numeri" che riguardano queste pagine online.

Il 7 novembre 2017 ha segnato il raggiungimento del totale di 800 mila contatti.

Sempre per l'anno 2017: al 31 dicembre abbiamo contato, anzi il sistema lo ha fatto, oltre 220 mila contatti, dato esatto 220.679. Questo corrisponde a una media di 18.390 contatti mensili.

Nei primi sei mesi dell'anno abbiamo registrato 101.051 contatti, nei secondi 119.628.

Il mese più debole è stato gennaio (14.151), il più robusto dicembre (22.167), che costituisce anche il primato "all time". In altri due mesi sono stati superati i 22 mila contatti (settembre e ottobre) e in altri due i 20 mila (giugno e novembre). La tendenza è confermata dal dato di gennaio 2018: 21.517

Se consideriamo la quota di contatti settimali, i migliori sono stati i sette giorni dall' 1 al 7 ottobre quando il contatore ha segnato 5.722. Su base giornaliera il 24 agosto è stato il più frequentato: 1.104. Superata "quota mille" in altre due occasioni.

Di questi dati, che consideriamo molto gratificanti per una pubblicazione "di nicchia" come la nostra, dobbiamo ringraziare gli utenti. Ed è questo che facciamo: Grazie! Ve lo dicono i soci "immortalati" (nella foto di Marco Peiano) a Piacenza al termine della Assemble 2017 e...anche quelli che non c'erano!

Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Febbraio 2018 13:47
 
Omaggio a Ermino Rozzini, un uomo tranquillo al servizio dell'atletica PDF Stampa E-mail
Giovedì 01 Febbraio 2018 14:06
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Quando vediamo Erminio Rozzini sulla pista di atletica, a Castenedolo, ci viene sempre in mente il film "Un uomo tranquillo" del regista John Ford, protagonisti John Wayne e Maureen O'Hara. Il film, 1952, caro Erminio, è più giovane di te che oggi tagli un traguardo importante della tua vita.

Da sempre (fu uno dei fondatori nel 1969) tecnico dell'Atletica Virtus Castenedolo, che figura tra i nostri soci e in varie occasioni è stato compartecipe di nostre iniziative, ultima in ordine di tempo il "Memorial Adolfo Consolini" lo scorso settembre, Erminio festeggia uno speciale compleanno, circondato dall'affetto di tutti i "virtussini", dirigenti, tecnici, atleti, ma soprattutto amici,  e da sua moglie Ione, da sua figlia Gloria (brava lanciatrice di martello qualche anno fa e adesso ingegnere di successo) con il marito e con le due adorate nipotine. 

I meriti di Ermino allenatore? Dario Badinelli (nella foto grande insieme allo Stadio di Firenze in anni giovanili del saltatore di Ghedi) con i suoi diciassette titoli nazionali nel salto triplo? Magdalin Martinez e i suoi 15.03, sempre nel triplo? Gli atleti che ha portato in Nazionale o quelli, oltre una decina, che hanno saltato più di 15 metri nel triplo? No, o almeno non solo. Lo straordinario merito sta nei quasi 49 anni di continuità nel non mancare mai un giorno all'allenamento sul campo di Castenedolo, fra mille difficoltà e incomprensioni ambientali. Sta nelle centinaia di giovani che ha seguito, consigliato, allenato, a cui ha parlato di atletica, a cui ha cercato di iniettare la passione per lo sport più bello del mondo. E sempre con moderazione, discrezione, mai chiedendo nulla per se, si trattasse di posti "al sole", di riconoscimenti, di prebende. In compenso non gli sono mancate le iniezioni di Invidiosil, farmaco molto diffuso, le delusioni - poche per fortuna - da ingratitudine. Di lui aveva grande stima il nostro Bruno Bonomelli, qualche nostro socio può testimoniarlo. Stessi sentimenti manifestati da un altro grande gentiluomo dell'atletica, Franco Sar, che ebbe a dire:"I suoi atleti portano cucito sui muscoli il marchio di fabbrica Erminio Rozzini, li vedi subito in pedana. Nessuno sa allenatore il triplo come lui. Un allenatore davvero eccezionale...e proprio per questo trascurato, volutamente dimenticato, quando non osteggiato. Sono gli uomini come Erminio che fanno grande l'atletica".

A nome di tutti i soci dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli", auguri, Coach!

Ultimo aggiornamento Domenica 04 Febbraio 2018 10:21
 
Oggi come nel lontano 1878, gli imbrogli nello sport son sempre stati di moda PDF Stampa E-mail
Sabato 27 Gennaio 2018 18:46

"Passata la Manica mi produssi anche a Londra. Narratore imparziale e fedele, debbo qui accennare ad un fatto che potrebbe tornare a mio disdoro se non avessi la certezza che lo abbiamo causato arti malevoli e inqualificabili...".

Da pagina 39 del libro "L'uomo locomotiva Achille Bargossi, autobiografia e memorie", edito nel 1882 a Forlì. Si deve, prevalentemente, a Bruno Bonomelli, e in seguito a Marco Martini,  se la figura di questo antesignano della corsa pedestre fu conosciuta in tutta Europa: correva contro bipedi, quadrupedi, e vinceva, vinceva, suscitava entusiasmi, ammirazione, si costruì una arena mobile che montava nelle città, nelle piazze d'armi, raccoglieva la sfida di chiunque volesse cimentarsi con lui, corse lunghissime di decine e decine di chilometri, fino a sfinimento. In Italia, Francia, Spagna, e, come abbiamo letto, passò la Manica...Leggete il seguito.

"Correvo dunque un giorno nel mio teatro, quando, dopo il 12º chilometro percorso, provai come una paralisi alle gambe. Fu sulle prime un leggero intorpedimento, tanto che io non me ne preoccupai e tentai di reagire affrettando il passo, ma fatti pochi metri m'accorsi come le gambe non mi volessero proprio più reggere, e mi fu giocoforza ritirarmi dall'arena. Un fatto simile non m'era mai capitato. Aggiungete che non appena seduto m'addormentai profondamente e ditemi poi se non ho ragione di credere che gatto sotto ci covasse. In condizioni normali come non avrei potuto superare alla corsa il 12º chilometro, quando, sempre di corsa e senza mai sostare un minuto, ne avrei fatti più di 40? E notate che dopo queste ultime corse non provavo mai senso alcuno di stanchezza o di malessere fisico. Ed era ed è ancora così radicata in me la certezza che mi si sia per gelosia (essendo io straniero) dato a bere qualche porcheria, che da allora mi guardai ben bene dai figli leali di John Bull, e quel che bevo durante le mie corse me lo preparo da per me o mi è presentato dalla mia Signora. V'imaginate pertanto che voltai subito le spalle alla perfida Albione, e me ne andai a Parigi, il cervello del mondo".

Da Parigi partono offerte per nuove sfide. Sentite ancora il Bargossi:"È a notarsi come agli inglesi precipuamente fosse rivolto il mio invito. Ma tutti gli sportsmann inglesi nicchiartono. Pur tuttavia un signore di quel nebbioso paese, si presentò una sera nel recinto dello Skating - Ring posto nella Rue Blanche a Parigi...Ammesso al mio cospetto, questo signore mi chiese se avessi voluto accettare una sfida con un inglese. Dio bo...nino! risposi, ma se son de' mesi che ripeto questa cose ne' giornali? Ben venga il il signor corridore inglese! Stavvolta non accetterò da bere che mi sia porto da mano britannica, e si vedrà quale fra i due, se l'inglese o l'italiano abbia garretti migliori. Ma che è che non è, all'udire di questa mia determinazione quel signore si allontanò con un pretesto qualunque, nè più si fece vedere. E notare questa circostanza, che rende assai più significante l'eclissarsi di quel famoso competitore di Bargossi, che cioè l'arte di correre è molto in voga nel Regno Unito e che i corridori essendo molti colà e gli amatori di quel genetre d'esercizio, era a sperarsi che, anche per la fierezza nazionale inglese, fosse sorto un avversario. Ma, come mi assicurò un diplomatico illustre, Bargossi ed il suo metodo di correre, e le vittorie sue, erano molto conosciute ed assai più commentate in Inghilterra. Motivo per cui, persuasi di perdere il loro denaro ed il loro fiato, nessuno si osò presentare".

Non vi suonano le orecchie? Bargossi parla del 1878, noi di tempi vicini a noi. Ricordate? Sostanze dopanti nel dentifricio, oppure nel borscht, la zuppa russa, di atlete rivali per colpa di "corna" matrimoniali, o ancora per colpa di bicchieri non lavati bene, oppure per aver mangiato una bella braciola di maiale ovviamente allevato a steroidi? Proprio vero: la storia dell'uomo è solo una barbosa ripetizione di accadimenti già visti e rivisti. Quanto poi alla perfidia e alla tirchieria made in U.K., avete qualcosa da aggiungere?

P. S. - Una recensione commentata del libricino di Achille Bargossi è disponibile a questo indirizzo.

Ultimo aggiornamento Domenica 28 Gennaio 2018 08:14
 
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