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L'oro delle medaglie olimpiche non sbiadirà mai, speriamo almeno non si disintegri PDF Print E-mail
Wednesday, 06 November 2019 12:30

Non sappiamo quante delle medaglie consegnate al primo classificato delle discipline inserite nelle trentuno edizioni dei Giochi Olimpici (tre numerate secondo regola olimpica, ma non effettuate, 1916, 1940, 1944) fossero davvero di metallo prezioso (1.485 lire al grammo oggi). Ci pare di ricordare che per molte sarebbe calzante il vecchio ironico detto che si usava fra gli imbroglioni da strada che appioppavano ai più faciloni patacche di «oro di Bologna che vien rosso dalla vergogna». In nome della retorica della purezza dello sport, niente oro, il valore della medaglia è un simbolo, non ne ha uno venale. Anche noi siamo malati di retorica olimpica, ma mettiamo almeno una condizione: vabbé che la medaglia non sia d'oro, però che per lo meno non si sbricioli come quelle di Rio 2016. Era una partita difettosa, si sono giustificati. Quelle di Tokyo 2020 - se ne è già strombazzato - saranno fatte di materiali di riciclo, ed esattamente da quelli di sei milioni di smartphone. Segno dei tempi. Anche a Rio ci dissero lo stesso, con gran sussiego. Che dio ve la mandi buona, atleti che riceverete le medaglie giapponesi, anche se, va detto, loro dovrebbero essere diversi dai brasiliani. Il problema, per noi, è che non potremo più titolare che l'oro delle medaglie olimpiche non sbiadisce mai. Comunque una mano di pittura dorata ce la daranno pure. Al massimo scriveremo: la medaglia olimpica non si sbriciola mai.

Con i due capitoli dedicati ad Abdon Pamich qualche giorno fa abbiamo concluso il ricordo delle medaglie d'oro olimpiche conquistate da atleti italiani, un paziente lavoro inziato lo scorso mese di luglio. Il criterio usato è stato quello d'ordine cronologico per data (giorno e mese). Abbiamo attinto largamente a commenti di giornalisti italiani. La maggior parte degli articoli (interi o anche solo brani) sono stati riprodotti dalle riviste «Atletica», dal 1933 organo della Federazione italiana del nostro sport, e  «Atletica Leggera», rivista indipendente nata nel 1959 e, malauguratamente, spentasi nel 2001. Oppure da giornali e da libri, abbiamo sempre indicato le fonti.

Speriamo di aver fornito materiale sia per conoscere maggiormente i nostri campioni, sia per riscoprire, a distanza di tempo, dettagli e curiosità. Per chiudere, riportiamo l'elenco, come promemoria:

13 luglio 1924 Ugo Frigerio
21 luglio 1952 Giuseppe Dordoni
24 luglio 1980 Maurizio Damilano
26 luglio 1980 Sara Simeoni
28 luglio 1980 Pietro Mennea
2 agosto 1948 Adolfo Consolini
3 agosto 1932 Luigi Beccali
6 agosto 1936 Ondina Valla
6 agosto 1984 Alberto Cova
11 agosto 1984 Alessandro Andrei
11 agosto 1984 Gabriella Dorio
18 agosto 1920 Ugo Frigerio
20 agosto 2004 Ivano Brugnetti
21 agosto 1920 Ugo Frigerio
22 agosto 2008 Alex Schwazer
29 agosto 2004 Stefano Baldini
3 settembre 1960 Livio Berruti
2 ottobre 1988 Gelindo Bordin
18 ottobre 1964 Abdon Pamich
Last Updated on Thursday, 07 November 2019 00:45
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Abdon Pamich (2) PDF Print E-mail
Saturday, 02 November 2019 09:00

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Due belle immagini di quel giorno, una domenica fredda e piovosa a Tokyo: Abdon Pamich applaudito da bambini, vecchi, uomini e donne, giovani e meno giovani, lungo le strade che mescolavano la pioggia al suo sudore. E poi, gli ultimi 180 - 190 metri che lo separavano della vittoria olimpica, sulla pista che non lascia dubbi circa le avverse condizioni meteo in cui si svolse la lunga gara

 

Era il 18 ottobre 1964…Partirono in 34 quella domenica mattina, brutta giornata, con la prospettiva di farsi una passeggiata di 50 chilometri per le strade della capitale giapponese. Che capitale era da 105 anni, dal giorno in cui l'Imperatore Meiji decise di traslocare il suo trono da Kyoto a Edo, questo il nome della città imposto secoli prima da uno dei tanti Shogun, dittatore militare che governarono il Giappone per sette secoli. Tokyo significa «capitale dell'est». Alcuni di questi 34 aveva già una qualche esperienza «turistica», avendo partecipato qualche giorno prima, il 15, alla «venti», che era stata principescamente vinta da Sir Ken Matthews, terzo il mitico sovietico / ucraino Golubnichiy, campione a Roma prima e a México City poi, in gara olimpica fino al 1976. Fra i doppiatori il francese Delerue, il lussemburghese Sowa, il ceco Bilek. I sovietici ebbero un risultato buono ma non buonissimo, tre nei primi sette. Fra i due squalificati per andatura scorretta, un americano, che è rimasto un mito nella poverella marcia USA, tanto che lo hanno inserito in quella roba che va molto di moda adesso e che chiamano Hall of Fame, muro della gloria: Ron Laird, un imbianchino di Louisville, Kentucky, che era apparso già nella 50 di Roma '60 e ritroveremo a Montréal '76, non fu a München '72, quindi quattro Olimpiadi, e un totale di 65 titoli nazionali su tutte le distanze, dal miglio alla 50 chilometri.

I nipotini di Leonid Breznev (pure lui stirpe ucraina, assurto al posto di Primo Segretario del Soviet Supremo proprio in quei giorni, 15 ottobre) volevano rifarsi nella «cinquanta». Lanciarono Agapov per 15 km, Pamich lo controllò senza farsi prendere dalla fretta. Ai 20 km i più ottimisti davano già la gara conclusa, con successo di Pamich. Senonchè, Vincent Paul (per tutti era però solo Paul) Nihill, britannico nato nell'Essex, non mollava un centimetro, ancora al 35esimo km se ne andavano a spasso insieme, magari mirandosi in cagnesco. Al 38esimo la forzata sosta igienico - sanitaria del nostro campione, espletata la formalità non procrastinabile, al 40esimo Abdon tornava avanti di 4 secondi. Limiti ristretti, non c'era da scialare. Una gestione oculata porta alla vittoria. Sovietici ancora a digiuno, bene i tedeschi (allora erano uniti in sede olimpica) con tre nei primi otto; il campione di Roma, Don Thompson, piccolo e sgembo, sempre la testa piegata sulla destra, vincitore anche della mitica «100 KM» nel 1960 a Bollate, finì decimo a circa undici minuti da Pamich. Dei 34, trentuno arrivarono al traguardo, l'ultimo un cittadino di Hong Kong, So Kam Tong, l'unico a più di cinque ore; due squalificati, un ritirato, il birmano Rajan.

Abdon Pamich, quell'anno, aveva vinto in Patria i titoli nazionali della «venti» e della «cinquanta» (era la decima, ne vincerà quattordici), ma brontolava, come scrisse «Atletica», settimale della FIDAL, in occasione del titolo a Calolziocorte:"Abdon Pamich dice di non essere in forma, di attraversare un periodo poco felice, di non sentirsi completamente a posto. Ciò non di meno continua la sua ininterrotta collana di vittorie...". Quell'anno la nostra marcia era poca cosa, mentre fra gli juniores emergeva un giovanotto destinato a buone cose: Vittorio Visini. Non è un caso che a Tokyo c'era un solo camminatore italico. Un atleta, una medaglia d'oro, equazione perfetta.

E per chiudere vi lasciamo alle lettura di tre brani. Per il primo anche se non mettessimo la firma molti lo riconoscerebbero, tanto è limpido lo stile. È un brano tratto da un lungo articolo pubblicato sulla rivista - adesso sì - federale, numero 5, luglio 1968. Lui a Tokyo c'era, scriveva per «Il Giorno». Nella tribuna stampa dello Stadio Nazionale nipponico lavoravano insieme a Aronne Anghileri, Alfredo Berra, Giorgio Bocca, Mario Fossati, Alberto Marchesi, Renato Morino, Gino Palumbo, il nocchiero del calcio italiano olimpico e Mondiale anni '30, Vittorio Pozzo, Gualtiero Zanetti, Ciro Verratti, Gino Palumbo, Candido Cannavò, Mario Gherarducci, e la lista potrebbe continuare con nomi altrettanto importanti per il giornalismo sportivo italiano. Il secondo brano porta la firma di Alfonso Castelli, allora redattore capo del foglio federale; l'altro, il fondino della rivista «Atletica Leggera» è scritto da uno dei più attenti commentatori di cose atletiche a quel tempo, Marco Cassani. Ce ne fossero oggi...

 

Abdon e l'orgoglio

di Gianni Brera

Nessuno di noi aveva potuto seguirlo, se non sui tabelloni ufficiali. Per otto km., ha tallonato NIhill, l'inglese, con le budella ingroppite. Lui dorme sereno la notte della vigilia: è l'uomo più calmo del mondo. Se poi gli si torcono le budella, segno è che ha inghiottito qualcosa di freddo. Così a Stoccolma, a Roma e a Tokyo, e avrebbe voluto buttarsi bocconi e piangere disperato. Non Boschetti aulenti, nei quali riparare; non angoli discosti. Facce larghe e gialle di giapponesi assiepati fin dal mattino. Ogni quindici metri un poliziotto. E le budella che si torcono per l'angoscia. Le gambe che andrebbero, la volontà che fiammeggia, e il maledetto pudor populi che non è dell'animale, bensì dello atleta presente a se stesso.

Ricorda perfettamente, ora: il cartello dei chilometri dice 38. Gli occhi atterriti si posano su un gruppo di donne col bambino in braccio. Adesso basta. Si porta ai margini, allarga le braccia, scuote il capo, con le mani aggranchite afferra l'elastico dei calzoncini e si accoscia. Mio dio: queti sono applausi. E come fanno col bambino in braccio?

Ricordo un passo famoso di Cain:«Capii allora che l'iguana aveva defecato e quindi era pulita come un fischietto». Abdon sente gli applausi e insegue Nihill ricomponendosi passo dopo passo. Rimane un paio di chilometri con lui: prova un allungo: Nihill perde ciabatta: allora cautamente rifiata: al 45esimo impettisce, stringe i denti e via. Nihill sculettaimpotente. Lo stadio di Tokyo applaude Abdon campione olimpionico 1964. La pista è fradicia, talchè stenta a reggersi in piedi, peccato. ...Il dramma era stato consumato in ben altra parte del Giappone. Però quelle mammine con la faccia larga e gialla, che buone e brave sportive hanno dimostrato di essere, al km 38! Il fiumano di Carnia Abdon Pamich gliene è molto riconoscente. E adesso anch'io.


Un asceta

di Alfonso Castelli

Abdon Pamich, questa incredibile figura di asceta che appare quasi fuori della realtà nei duri tempi che viviamo, ha saputo vestire d'oro la sua maglia azzurra, a Tokyo, così come l'aveva vestita d'oro a Belgrado, nei campionati d'Europa. La marcia è lo sport delle figure leggendarie. Lo è per i sacrifici immensi che richiede ai suoi adepti, lo è perchè è sempre un po' - almeno apparentemente -  la cenerentola delle attività sportive. Ma lo è sopra tutto perchè gli uomini che essa esprime, gli atleti che essa laurea sono uomini ed atleti nel più ampio senso della parola.

Di questi uomini di leggenda, l'atletica italiana ne ha espressi parecchi. Senza far torto ai molti altri grandi campioni, da Pavesi a Valente, da Callegari ad Altimani, ci limiteremo a ricordarne tre, che effettivamente sono entrati nella leggenda dello sport: Ugo Frigerio, campione olimpionico ad Anversa ed a Parigi; Giuseppe Dordoni, campione olimpionico a Helsinki; Abdon Pamich, campione olimpionico a Tokyo. Cinque medaglie d'oro (Frigerio ad Anversa ne conquistò due) che hanno creato una tradizione gloriosa per la marcia italiana. Cinque medaglie d'oro, è giusto dirlo, che costituiscono oltre la metà del bottino azzurro in tutta la storia delle Olimpiadi.

Avete mai seriamente pensato che cosa significhi marciare per 50 km. sotto la pioggia e il vento - come ha fatto Pamich - combattendo la stanchezza, la sofferenza, il freddo, ma anche e sopra tutto combattendo gli avversari di tutto il mondo?

È qualche cosa che esula dalla semplice prestazione atletica. È qualche cosa che pone l'artefice di questa impresa sul piano dei semidei dello sport.

Abdon Pamich ha inseguito per otto anni questo alloro olimpico. Gli era sfuggito a Melbourne, dove si era classificato quarto. Gli era sfuggito ancora a Roma, dove aveva conquistato una medaglia, ma solo di bronzo. Aveva raggiunto l'oro a Belgrado, vincendo il campionato d'Europa. Ma non era ancora l'Olimpiade. Ed a Tokyo il taciturno fiumano, esempio di una tenacia che potrebbe essere il blasone della nostra razza, ha finalmente colto il magico fiore d'oro.

Ora Pamich ripensa alle migliaia di chilometri percorsi in gara o in allenamento, alle rinunce compiute per tanti anni, ai sacrifici di ogni genere fatti. Ma tutto questo getta dietro le spalle con un sorriso perchè è felice di aver vinto, per l'Italia, per la sua società, e per sè.

 

 

Viva la marcia

di Marco Cassani

Grazie, Pamich. Viva la marcia!

Non ci svegliamo ora, non ci inchiniamo alla tradizione antica della marcia italiana solo in segno di rispetto od in atto esaltato per l'entusiasmo che il marciatore dei due mari, fiumano di schiatta e ligure di adozione, ha scatenato in tutti gli sportivi. Noi di «Atletica Leggera» abbiamo sempre amato la marcia, non l'abbiamo mai definita la «comica finale». Sensibili al suo significato umano, alla sua francescana modestia, ai bistrattamenti cui è stata sottoposta in Italia, nonostante la sua messe copiosa di risultati, noi sosteniamo che la marcia è il riavvicinamento dell'auomo all'origine, alla natura.

Praticare la marcia a livello «escursionistico» o agonistico significa essere cultori della principale funzione del nostro corpo. Marciare significa ribellarsi alle automazioni, riacquistare vita, combattere quegli aspetti dannosi che il progresso e la civiltà fatalmente portano con loro. Se gli atleti poi forzano il loro incedere con atteggiamenti che possono sembrare innaturali, essi non fanno che ricercare un maggior perfezionamento nel loro naturalissimo gesto.

Può sembrare difficile capire la marcia in tempo di satelliti, di astronavi e di utilitarie. Ma è proprio in questo mondo d'oggi che la marcia come sport può svolgere un benefico compito fra la gioventù. Ci sia d'esempio la progredita civiltà dei nordici, scandinavi e finnici in particolare. Marcia il Presidente Kekkonen, marciano le autorità e gli operai, marciano i giovani e i vechi, le donne e i bambini. C'è il «giorno della marcia», c'è la marcia settimanale nel programma scolastico, c'è la marcia dei boscaioli, quella dei camerieri di albergo, quella dei pensionati, dei maestri, dei dipendenti del Municipio, dei deputati al Parlamento, degli sportivi di altre discipline agonistiche. Da noi si tentò di inserire la marcia escursionistica nel programma dell'educazione fisica scolastica. Fu un grosso fallimento. Eppure tutti sappiamo che abbiamo bisogno di marciare, sempre più bisogno.

Ci auguriamo che la vittoria di Pamich serva a qualcosa, chiediamo maggiori attenzioni anche alle società oltre che alla FIDAL. Chiediamo programmi per l'escursionismo scolastico come introduzione alla marcia agonistica. Se è una cosa difficile nelle grandi città, è attuabilissima nelle piccole, nei paesi e nei villaggi, sin dalle elementari.

Last Updated on Saturday, 02 November 2019 16:27
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Abdon Pamich (1) PDF Print E-mail
Tuesday, 29 October 2019 10:44

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Era il 18 ottobre 1964La sequenza di immagini, anche se un po’ sfocata e, per di più, compromessa dal fatto di avere al centro la piegatura della rivista da dove l’abbiamo riprodotta, è emblematica di quel momento: quando, all’arrivo della 50 chilometri di marcia ai Giochi Olimpici di Tokyo, Abdon Pamich sfogò tutta la sua tensione interna strappando il mitico filo di lana (allora esisteva ancora dando un senso particolare, per noi eroico, dell’arrivo) con un gesto imperioso, rabbioso. Era campione olimpico! E lo era dopo una gara difficile, complicata da una condizione fisica generale non ottimale (ne accenna Sandro Calvesi nelle sue note), e da complicazioni sorte durante le oltre quattro ore di competizione. Freddo e umido, «pioggia fitta e sottile» abbiamo letto nel dettagliato Rapporto del libro ufficiale C.O.N.I., che gli causarono problemi, definiti in modi diversi a secondo dei differenti commentatori, ma che, terra terra, furono «dolori viscerali», mal di pancia per dirla chiara a tutti, e tutti sappiamo qual è il rimedio. Non ricordiamo dove ma leggemmo che Abdon dovette uscire dal percorso, appartarsi per quanto poteva e scaricarsi dell’indesiderato fardello. Leggemmo che i giapponesini, capito il problema, si voltarono tutti a guardare altrove, lasciando l’atleta alle incombenze delle sue trippe. Non era ancora stata inventata quella pagliacciata che adesso chiamano «privacy», oggi si guarda nelle impudicizie di tutti, senza ritegno. I giapponesini si voltarono e fecero una specie di paravento umano alle necessità dell'atleta italiano.

Si era al 38simo chilometro, momento delicato per l'esito finale; Abdon pagò una manciata di secondi alla «ritirata», il britannico Paul Nihill, esperto di mille battaglie, che era dietro al «marciatore dei due mari», come qualcuno lo definiva (adriatico per nascita, tirrenico per adozione), colse al volo la inaspettata opportunità. Ma in un paio di chilometri, gradualmente, Pamich lo acciuffò e, progressivamente, si riportò avanti, fino al trionfo, di cui pagò le conseguenze quel povero filo di lana, destinato a più docili femminee mani di rammendatrice.

Vincent Paul Nihill, figlio di genitori irlandesi, impiegato di banca a Londra, iniziò come boxeur, sprinter e ostacolista, poi corse molti cross; solo nel 1960, dopo una operazione ad un ginocchio non potendo più correre, iniziò ad allenarsi per la marcia; nel 1963 era già secondo, sulle strade di Varese, nella 20 del Trofeo Lugano, poi Coppa del mondo IAAF, dietro a Ken Thompson, un mito, nominato Member of the British Empire dalla Regina Elisabetta. Nihill era marciatore di esperienza e non si fece intimorire dai pronostici che davano Pamich favorito, come da stretta logica. Lo impegnò senza tregua; la gara, dopo una velleitaria sparata di 15 km del russo Agapov, la fecero sempre loro due, Abdon leggermente avanti, Vincent Paul staccato di pochi secondi. Fino alla fine: uno degli arrivi più serrati (19”8) nella cronologia a quel momento della maratona di marcia; solo a Roma il margine fra l’inglese Thompson e lo svedese Ljunggren fu più esiguo (17 secondi). Nihill ebbe anche lui una carriera lunghissima: dopo Tokyo, Città del Messico, ritirato per collasso, dopo aver condotto fin dopo il 30simo km); Monaco, sesto nella 20 e nono nella 50; Montrèal, trentesimo nella 20. Fu il primo atleta britannico a gareggiare in quattro Olimpiadi. Fra il 1967 e il 1979, in 86 gare disputate, fu superato una sola volta.

Cinque le Olimpiadi per Abdon Pamich: Melbourne, undicesimo nella 20, quarto nella 50; Roma, terzo nella 50; Tokyo, campione olimpico nella 50; Città del Messico, ritirato nella 50; Monaco, squalificato nella 50.

Vi offriamo la lettura di brevi brani tratti dalla rivista «Atletica Leggera», numero speciale post olimpico. Il prof. Sandro Calvesi (che faceva parte della spedizione italiana con il presidente Giosuè Poli, il capo delegazione Giorgio Oberweger, i tecnici Lauro Bononcini, Pino Dordoni e Peppino Russo, sei, non le allegre comitive di oggi) fu richiesto dalla rivista vigevanese di fare il commento generale dei Giochi. Il nostro indimenticabile estroverso amico Salvatore Massara ricamò, sulle stesse pagine, le lodi di Pamich, con l'amore di uno che la marcia la amava visceralmente (lui, marciatore in gioventù, vincitore della prima edizione del Trofeo nazionale Ugo Frigerio). Noi vi diamo appuntamento nei giorni a venire per una seconda puntata di commenti, crediamo che Pamich meriti davvero di essere celebrato, in chiusura della nostra lunga ricostruzione dei campioni olimpici italiani.

 

Il capolavoro di Pamich in una giornata d'inferno

di Sandro Calvesi

Fare l'elogio di Abdon Pamich diventa superfluo, anche perchè meriterebbe un capitolo a sè. Ciò che di questo grandissimo campione è doveroso ricordare, è che la sua condizione fisica nel momento olimpico non era la più raggiante dell'arco stagionale. Nell'ultimo periodo Pamich aveva accusato noie fisiche che si ripercuotevano nel rendimento.

Con l'assistenza di Malaspina prima e poi di Dordoni, ma soprattutto sfruttando tutta la propria esperienza, Pamich ha saputo portarsi ugualmente al giorno della gara cun un tono generale che gli dava la sicurezza. La giornata infernale della maratona di marcia poteva essergli fatale: freddo, pioggia e vento hanno intaccato la sua efficienza, procurandogli noie intestinali; ma Abdon ha saputo reagire perfettamente, senza mai palesare gli attimi di crisi in faccia all'avversario, stringendo i denti e sorridendo. Nella sua gara Pamich ha compiuto un capolavoro di tencica, di psicologia, di tattica e di eroismo fisico.

Mai medaglia è stata più meritata: la vittoria è toccata ad un grande atleta che ha saputo costruirsela attraverso anni di lavoro e di sacrifici, sorretto da una fede sportiva impareggiabile.

 

Pamich: la medaglia era sua di diritto

di Salvatore Massara

...prima di celebrare la marcia trionfale di Abdon Pamich a Tokyo.

Il marciatore fiumano ha dovuto, per vincere, disputare la più veloce 50 km. internazionale della storia atletica....Si temeva che nella 50 km. olimpica di Tokyo Abdon Pamich, essendo il grande favorito, ed essendo l'unico italiano in gara, potesse subire la tattica degli avversari più agguerriti. In effetti i sovietici hanno tentato di fare la tattica, facendo partire allo sbaraglio Agapov. Il loro discorso semplicistico sarà stato presso a poco questo: «Pamich si lancerà nella sua scia e scoppierà, così al momento giusto usciranno fuori Vedyakov e Liungin».

La gara si è snodata con una temperatura piuttosto fredda (14 gradi) e sotto il martellare incessante della pioggia. Agapov è transitato ai 10 km. in 47'50", inseguito da presso dall'indomabile Pamich (21" di distacco). Il sovietico ha insistito nella sua tattica ed è passato ai 15 km. in 1.11'52". Pamich non è caduto nel tranello e lo ha seguito a 41", perdendo 20" in 5 chilometri. Il sovietico, ormai stroncato, cedeva di lì a poco ed ai 20 km. l'azzurro era in testa in 1.37'33", seguito dal tedesco Hohne, dall'inglese Nihill e dal boccheggiante Agapov. Ormai Pamich aveva la gara in pugno. Si rivelava avversario grandissimo l'inglese Nihill. Ma l'allievo di Malaspina doveva veramente sudare la vittoria olimpica che inseguiva dalle Olimpiadi di Melbourne. Poco dopo metà gara (2.27'56" ai 30 km.) Pamich aveva dei disturbi allo stomaco per un rifornimento mal combinato (bevande fredde). Stoicamente superava la crisi ed al 40esimo km. Nihill era irrimediabilmente staccato: 4" al 40esimo km., 6" al 45esimo km. e 19"8 all'arrivo.

Una vittoria veramente voluta, coraggiosamente sofferta, tenacemente inseguita. Una vittoria dello stile e della classe, dell'umiltà e della dedizione. Pensare che questo meraviglioso successo olimpico, l'unico dell'atletica azzurra a Tokyo, è frutto dell'indomita passione di questo magnifico marciatore e del suo fedelissimo trainer Giuseppe Malaspina! A Tokyo però anche un grande campione del passato, un altro inimitabile stilista della marcia mondiale, ha sofferto e seguito con grande amore la vittoriosa galappata di Abdon Pamich. Intendiamo parlare di Pino Dordoni, tecnico federale della specialità, che ci auguriamo possa insegnare alle sparute nuove leve tutti i segreti di questa umile e pur nobile disciplina atletica.

Last Updated on Friday, 01 November 2019 21:23
 
Un temporaneo black out ha reso inagibile il sito: il problema è superato PDF Print E-mail
Monday, 28 October 2019 13:44

Nella notte tra sabato e domenica e fino a mezzogiorno di oggi il nostro sito ha avuto un momentaneo black out. Problema superato. Riprenderemo la nostra normale attività di pubblicazione di materiali storico - statistici quanto prima. Ci scusiamo con i nostri utenti e li ringraziamo per la comprensione.

Last Updated on Monday, 28 October 2019 13:44
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Gelindo Bordin PDF Print E-mail
Saturday, 26 October 2019 08:00

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Due copertine della rivista «Atletica Leggera» dedicate a Gelindo Bordin. A sinistra: poco dopo l'arrivo della gara olimpica a Seoul, abbracciato dal massaggiatore Rocchetti, dietro, con gli occhiali scuri, si intravvede il giornalista Salvatore Massara, scomparso qualche anno fa. A destra: son passati due anni, siamo in ottobre 1990, Gelindo, fresco del secondo titolo europeo, trionfa nella maratona di Venezia. Osservate le mani dell'atleta, con entrambe indica «tre», le vittorie di quell'anno: in aprile nella famosa maratona di Boston, in settembre i Campionati d'Europa a Spalato, e infine Venezia.

 

Era il 2 ottobre 1988…Quella domenica, un po' umidina, i più incazzati furono i 36 mila poliziotti coreani - il numero lo diede il Comitato Organizzatore - che dovettero fare servizio lungo il tracciato della corsa di maratona, impalati, sempre controllando quella fetta di pubblico che avevano di fronte. Il fesso che salta le transenne e crea scompiglio non fu una novità di Atene 2004. La storia della maratona olimpica ha altri episodi di «infiltrati», di imbroglioni, di giocherelloni. Fin dalla prima edizione: l'australiano Edwin Flack in una intervista negli anni '70 affermò che qualche concorrente non aveva corso tutta la distanza. A St. Louis, nella 1904, nella sarabanda disorganizzativa, un concorrente, Fred Lorz, un newyorchese, arrivò allo stadio prima di tutti gli altri, accolto da trionfatore, fece perfino una foto con Miss Alice Roosvelt, figlia del Presidente degli Stati Uniti. Poi si scoprì che il furbastro aveva corso meno di dieci chilometri, era salito su una comoda automobile di amici, si era fatto scorazzare per una quindicina di chilometri e poi aveva ripreso a correre. Anche senza andare tanto indietro nel tempo: Monaco di Baviera 1972, anche i presunti perfetti tedeschi si fecero infinocchiare da un burlone che, eludendo i poliziotti della sicurezza, entrò per primo nello stadio qualche minuto prima dell'americano Frank Shorter, il quale, poveretto, fu accolto da una bordata di fischi, e non capiva perchè.

Vabbè, lasciamo da parte gli imbroglioncelli, e occupiamoci di quelli veri. Gelindo Bordin rientra in questa categoria a pieno titolo, per aver vinto una delle più belle maratone olimpiche, anzi, azzardermmo, in assoluto. Come andò quel giorno lo raccontò l'autore dell'articolo che pubblichiamo qui sotto, articolo che trovò accoglienza sul numero 347, novembre 1988, della rivista «Atletica Leggera». Inutile ripeterci, solo una considerazione aggiuntiva. Non solo fu una maratona epica per davvero, ma fu, forse, la gara più completa quanto a qualità. C'erano tutti, ma proprio tutti i migliori, davvero la crème de la crème degli eredi del fantasioso Fidippide. Gelindo strizzò ogni stilla di energia, fisica e nervosa, e, nella caciara italian style che si montò subito dopo il suo arrivo sulla pista dello stadio, con la partecipazione di giornalisti, allenatori, massaggiatori, famigli, infiltrati, ambasciatrici italiche con tanto di copricapo appariscente e inconfondibile, disse una sola frase che la dice lunga:«Sono così stanco che non riesco neppure ad essere felice». 

Partirono in 118, arrivarono in 98, oltre a Bordin, l'Italia schierò Orlando Pizzolato (sedicesimo) e Gianni Poli (diciannovesimo), quel 1988 non fu il loro anno migliore.

 

 

Il trionfo di Bordin

di Ottavio Castellini

 

Un capolavoro. Non ho trovato altro termine per definire la corsa di Gelindo Bordin alla conquista dell’alloro olimpico di maratona. Un capolavoro di intelligenza, tattica e agonistica, un capolavoro di preparazione. E in quest’ultimo aspetto va accomunato Luciano Gigliotti, l’uomo che in quattro anni ha saputo costruire questa bellissima macchina da maratona. Un meccanismo che era stato rodato in precedenza come una Formula Uno.

Gelindo Bordin è il ventunesimo campione olimpico di questa specialità, che è nata contemporaneamente ai Giochi Olimpici moderni e forse è l’essenza stessa dei Giochi, con il suo mito, il suo fascino, la sua epopea. Maratona e Giochi Olimpici sono le due facce della stessa medaglia. Il campione veneto iscrive il suo nome dopo quelli di uomini dai nomi indimenticabili: Spiridon Louis, Hannes Kolehmainen, Emil Zatopek, Alain Mimoun, Abebe Bikila, Mamo Wolde, Frank Shorter, Waldemar Cierpinski, Carlos Lopes. E così citando facciamo torto a quelli altri che hanno vinto la gara di maratona in anni lontani e dai nomi meno celebri. Ma uno vogliamo ricordarlo. Lo conoscono tutti come Kitei Son, giapponese. Il suo nome è in realtà Kee Chuang Sohn, coreano di nascita, di un pese che adesso si troverebbe al Nord. Vinse nel 1936, a Berlino, in piena epoca nazista, vinse sotto i colori del Sol Levante che allora era padrone del suo Paese. E proprio Kee Chung Sohn ha portato la fiaccola olimpica dentro lo stadio di Seul, sollevando un’ondata di commozione.

Bando ai ricordi, torniamo all’attualità. A questo grande Bordin che ha compiuto un’impresa che in questo caso non è esagerato definire storica. Pochi infatti, nella storia della maratona, sono riusciti a dare alla propria carriera una continuità di risultati come quella che ci offre il maratoneta di Longare. È quasi banale ricordare le tappe di questa carriera: titolo europeo due anni fa a Stoccarda, medaglia di bronzo ai Campionati Mondiali l’anno scorso a Roma; campione olimpico adesso. E il tutto in meno di quattro anni, esattamente quattro anni meno cinque giorni. Esordì come maratoneta a Milano il 7 ottobre 1984, è diventato campione olimpico il 2 ottobre 1988. E ha vinto questo titolo alla nona maratona della sua vita (lasciamone perdere una ufficiosa).

Un ruolino di marcia straordinario. Ma ancor più straordinario è, secondo me, il modo col quale Bordin è arrivato a questo traguardo. Non ha sbagliato una mossa, la sua corsa è stata perfetta. È stato riparato quando era il momento di stare accorti e coperti; è stato il promotore dell’attacco decisivo, cogliendo il tempo giusto, come un direttore d’orchestra. Senza essere superman. Infatti anche lui ha avuto la sua brava crisi, ha dovuto stringere i denti, ha dovuto cedere all’attacco di avversari di gran lignaggio. Ma anche in questa occasione ha avuto il merito, l’intelligenza di amministrare le sue forze con grande oculatezza, segno di una padronanza del proprio corpo e delle proprie reazioni che solo una preparazione perfetta riesce a dare. E quel finale, quei 1.800 metri finali sono stati il capitolo conclusivo di una storia agonistica difficile da raccontare con altre parole.

Tutto questo in un contesto tecnico elevatissimo. Voglio subito affrontare il tema delle assenze. Assenze che si limitano agli etiopi, i protagonisti della prima parte della stagione, con Belayneh Dinsamo che ha sfiorato il mitico «muro» dei 42 km corsi a 3 minuti al km, stabilendo la nuova miglior prestazione mondiale in 2:06:50. Certo mancava Dinsamo e mancava almeno un altro etiope di gran valore: Abebe Mekonnen. Ma questo rientra nella normalità del gioco dei presenti e degli assenti. E poi ci può essere un paragone indiretto con Salah, battuto da Dinsamo a Rotterdam in occasione del record e battuto da Bordin a Seul. Ancora: l'anno scorso a Roma Mekonnen c'era e finì per ritirarsi. Pure Bordin c'era e finì invece terzo. Dunque...

Per il resto sulle strade coreane c'era tutto quanto di meglio la maratona mondiale può mettere in campo in questo momento. I vecchi che hanno cominciato la fase di discesa come Seko e de Castella, i nuovi in fase rampante come gli Hussein, i Wlkiihuri, i Moneghetti. Oppure i vecchi marpioni cone Ikangaa, Salah, Spedding. Oppure i grandi regolaristi come Nakayama (quattro prestazioni a 2:08). E in questo campo Bordin ha svettato dalla cintola in su, come un gigante. Ripeto, giudico la sua gara perfetta sotto ogni aspetto. E non è stato facile, anche perchè Bordin in questa occasione ha stravolto la sua mentalità agonistica, affrontando l'impegno con atteggiamento mentale profondamente mutato. Non più la corsa in rimonta, tranquilla all'inizio e galoppante nella seconda parte, ma gara subito gagliarda fin dalla partenza, con i primi, con quelli che volevano e potevano puntare al podio. Magari anche gara con i velleitari, prendendosi qualche rischio. Un modo di correre nuovo, che presupponeva una grande sicurezza e una altrettanto grande tranquillità e fiducia nei propri mezzi, doti che si acquistano solo con la consapevolezza di avere la preparazione giusta.

Bordin si è ritrovato alla fine a dover fare i conti ancora con due compagni di viaggio che aveva già avuto un anno fa a Roma. Allora fu il keniano Wakiihuri che, piazzando un km da 2:54, mise sulle ginocchia Salah. Stavolta è stato l'uomo di Gibuti che ha tentato la sorte con un km da 2:55. Bordin ha momentaneamente mollato la presa, per poi riprenderla nel momento in cui le forze abbandonavano i suoi avversari. Pochi i precedenti - forse nessuno - di una rivincita a tre a distanza di così poco tempo. Mi viene in mente una frase di Gelindo Bordin nella conferenza stampa del giorno dopo, nella sede allestita dal suo sponsor. Bordin, raccontando la sua vita, ad un certo punto ha detto: “Sono un geometra, anzi ero un geometra ed ero anche bravo». Geometra, Bordin lo è ancora, solo che adesso, invece di costruire chiese ed alberghi (a Verona ci sono esempi di lavori diretti da lui), costruisce corse podistiche. C’era un bellissimo progetto disegnato dall’architetto Luciano Gigliotti che Gelindo Bordin ha portato a realizzazione come direttore dei lavori. È stato lui stesso infatti a dirigersi verso la realizzazione dell’architettura più bella della sua vita, che lo ha portato su un podio olimpico situato in mezzo ad uno stadio.

 

Mi viene in mente una frase di Gelindo Bordin nella conferenza stampa del giorno dopo, nella sede allestita dal suo sponsor. Bordin, raccontando la sua vita, ad un certo punto ha detto: “Sono un geometra, anzi ero un geometra ed ero anche bravo». Geometra, Bordin lo è ancora, solo che adesso, invece di costruire chiese ed alberghi (a Verona ci sono esempi di lavori diretti da lui), costruisce corse podistiche. C’era un bellissimo progetto disegnato dall’architetto Luciano Gigliotti che Gelindo Bordin ha portato a realizzazione come direttore dei lavori. È stato lui stesso infatti a dirigersi verso la realizzazione dell’architettura più bella della sua vita, che lo ha portato su un podio olimpico situato in mezzo ad uno stadio.

Last Updated on Tuesday, 29 October 2019 10:50
 
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