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La storia delle corse scandita dal ritmo manuale o elettrico delle lancette PDF Stampa E-mail
Lunedì 27 Maggio 2019 00:00

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Ci è stato chiesto da un amico che conosce sì l’atletica ma non tutti i passaggi regolamentari, se possiamo fornire qualche elemento circa le differenti «ere cronometriche», a dire quella manuale e quella automatica. Abbiamo stuzzicato la sua curiosità con uno degli articoli in ricordo di Livio Berruti e della finale dei 200 metri a Roma '60. Lo facciamo con piacere, attingendo alle pubblicazioni ufficiali della Federazione internazionale e ad altre di cui qualche nostro socio dispone.

Nella notte dei tempi dell’atletica, tutto era un po’ aggrovigliato: dove si correva? Come? Chi correva? Come si prendevano i tempi? Eppure anche di quello esiste traccia. Esiste un libro inglese del 1803 nel quale tale Walter Thom da conto delle imprese pedestri di un tizio conosciuto come Capitano Barclay: dettagliatissimo, percorsi, nomi degli sfidanti, distanze.C’è chi ha studiato, ha sfogliato vecchissimi giornali di due secoli fa (specialmente nel Regno Unito), e alla fine di tanto lavoro è riuscito a ricostruire sfide, nomi, tempi, località. Uno dei grandi ricercatori fu il tedesco Ekkehard zur Megede, poi venne il britannico Richard Hymans, che ne continuò l'opera. Possono essere considerati i più bravi in questa materia, pur con il concorso di tanti altri. In tema di ricerca sui tempi automatici dei Giochi Olimpici ante 1972 non si può dimenticare il britannico Bob Sparks. Abbiamo scritto 1972, perchè da quella edizione dei Giochi a Monaco di Baviera Il Comitato Olimpico accetta solo i tempi elettrici. In tema di ricerca, oggi si fa poco o nulla, e si copia-incolla molto, e si vivacchia di rendita. 

Noi siamo partiti da Livio Berruti, dalla finale dei 200 metri ai Giochi del 1960Volete sapere qual è (forse) il risultato più vecchio sui 200 metri? Finora si conosce un 22” e mezzo (non esistevano ancora cronometri né con i quinti né con i decimi) di tal George Easthman, britannico, che corse a Manchester il 28 ottobre 1845, in una gara per professionisti, allora era normale scommettere sulle corse, fossero velocisti, podisti, marciatori. E di soldi ne correvano tanti, forse addirittura più di oggi, e c'era sicuramente più passione. Ma non addentriamoci in questo terreno, affascinante ma interminabile e, spesso, indeterminabile.

I 200 metri si corsero in vari modi: in rettilineo, con una curva parziale più o meno…curva, fin che si arrivò ad una regolamentazione precisa. Ma ce n’è voluto…D’altra parte, gli stadi avevano misure diverse, spesso con una circonferenza di 500 metri, quindi le curve erano semicurve. Nel 1912 venne fondata la Federazione internazionale, che si diede le prime norme e, per i 200 metri accettò, all'inizio, un po’ di tutto: rettilineo, curva, semicurva. E si arrivò al 1959, ormai alla vigilia dei Giochi a Roma: da quel momento i Cavalieri del Santo Graal atletico legiferarono che potevano essere accettati come primati mondiali per i 200 metri o le 220 yards (metri 201.168) solo i risultati ottenuti su pista di 400 metri o di 440 yards (metri 402.336). Colpo di spugna sul passato (i tempi sono rimasti come documentazione storico-statistica) e si ripartì a catalogare il primato: il primo venne riconosciuto, andando a ritroso, ad uno statuario velocista nero statunitense, Andrew «Andy» Stanfield (1927 - 1985), purtroppo vittima di ricorrenti infortuni muscolari. Entrò nel sancta sanctorum dei record con un 20”6 ottenuto al Franklin Field Stadium di Philadelphia nel maggio 1951, ed erano 220 yards, per cui ad essere pignoli valeva 20”5. Andy iscrisse il suo nome negli eroi di Olimpia vincendo l’oro a Helsinki ’52 (e il secondo nella staffetta 4 x 100, con un'ultima frazione che diede la vittoria agli States sull'Unione Sovietica) e ancora l’argento a Melbourne ’56.

Completiamo il romanzetto della normativa regolante i 200 metri. Dopo aver codificato la curva completa, si doveva, prima o poi, arrivare al cronometraggio automatico. E ci si arrivò: dal 1º gennaio 1977 solo i tempi automatici potevano essere riconosciuti come primati per 100, 200 e 400 metri. Solita operazione a ritroso nel tempo per verificare le prestazioni con le giuste caratteristiche per l’omologazione. I Giochi Olimpici di México City ’68 fornirono abbondante materiale, grazie anche ai 2240 di altitudine, altro punto dolente che non si è mai voluto affrontare, come invece si è fatto con la velocità del vento (regola dei 2 metri per secondo approvata fin dall'agosto 1936). Lo sprint fu interamente riscritto: 9”95 Jim Hines, 19”83 Tommie Smith, 43"86 Lee Evans. I manuali erano stati: 9”9, 19”8, 43”8. Manuali ed elettrici come si vede un po’ troppo vicini, se è vero che la compensazione fra i due sistemi è di 0.14 per 100 e 200, e di 0.24 per il giro di pista.

Questo, grosso modo, senza la presunzione di totale completezza. Come chiunque può facilmente argomentare, è una chimera pensare di avere apparecchi completamente automatici in ogni angolo del mondo dove si fa atletica, e l’atletica si fa dappertutto. Senza anche immaginare alla necessità di avere persone che li sappiano far funzionare come si deve…Pertanto pieghiamoci al realismo: tanti tempi di gare di sprint in giro per il mondo, ancor oggi, sono delle falsità belle e buone. Oppure si ricorre al caro vecchio cronometro, spacciandolo per automatico. E si fa finta di niente.

La foto che accompagna questa modesta spiegazione è ripresa da un elegante volume edito dalla Omega nel 2007: «Great Olympic moments in time». La compagnia svizzera è la concessionaria della rilevazione dei tempi in tutti gli sport dei Giochi Olimpici fin dalla edizione del 1932 a Los Angeles. E la foto – di cui siamo grati alla compagnia – ci riporta a quell’anno quando, per la prima volta, un congegno elettrico affiancò, ufficiosamente, la rilevazione manuale: lo chiamarono Kirby System. I tempi in centesimi furono rilevati ma, per qualche misteriosa ragione, la Federazione internazionale li tenne nascosti...in nome, beninteso, del progresso... Solo anni dopo il professore ungherese Otto Misangy, che a Los Angeles fu il capo cronometrista, li rese disponibili a studiosi di atletica, la loro trascrizione si conobbe solo nel 2007.

Ultimo aggiornamento Martedì 04 Giugno 2019 13:33
 
Quei magici settantacinque minuti di ottantaquattro anni fa ad Ann Arbor PDF Stampa E-mail
Sabato 25 Maggio 2019 00:00

Chi si ricorda di un giorno di 84 anni fa sulla pista d'atletica di un campus universitario di una cittadina del Michigan? Sicuramente non molti, ma altrettanto sicuramente un nostro socio che nel suo sito ha ricordato l'evento. Per chi ne vuol sapere di più questo è l'indirizzo.

Ultimo aggiornamento Domenica 26 Maggio 2019 16:33
 
Manteniamo l'atletica sulle piste, possibilmente lontano dalle poltrone PDF Stampa E-mail
Venerdì 24 Maggio 2019 13:04

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Trekkenfild numero 70: dove si parla di staffette, di marcia, di menelle elettorali da qui alla fine del 2020 (non è un po' troppo presto? lasciateli bollire nel loro brodo, tanto...«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», ve la ricordate sì?), dove si ricorda la figura di Roberto Quercetani (con uno scritto preso dal nostro sito, ringraziamo), e altro ancora, come il grido di dolore della Riccardi Milano. Ecco il vero disastro dell'atletica italiana: la morte in alcuni casi, in altri il coma diffusissimo, nella quasi totalità l'infermità ormai cronica delle società che son quelle dove si fa davvero l'atletica. Se volete prendetela come un paradosso ma, secondo noi, anche se non esistessero le Federazioni lo sport si farebbe ugualmente. Senza i club sportivi, no. Ci piacerebbe fare un esperimento.

Ultimo aggiornamento Venerdì 24 Maggio 2019 13:29
 
I tempi elettrici delle quattro gare di Livio Berruti (e di altri) a Roma 1960 PDF Stampa E-mail
Martedì 21 Maggio 2019 19:37

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Codicillo all'articolo di ieri nel quale abbiamo dato conto delle quattro gare di Livio Berruti ai Giochi Olimpici 1960. Allora i tempi rilevati elettricamente erano ancora non ufficiali. Solo le successive ricerche compiute dagli statistici (in particolare l'inglese Bob Sparks) presso la compagnia di rilevazione consentì di conoscere i tempi elettrici. In ottemperanza a quanto in vigore, il Rapporto Ufficiale compilato - come vuole la prassi - dal Comitato Organizzatore dei Giochi ( in questo caso due completissimi volumoni fra i migliori mai editati) riporta solo i tempi manuali, come i nostri lettori hanno potuto vedere nel documento di omologazione predisposto dai giudici italiani. In seguito si conobbero i tempi rilevati da apparecchiatura completamente automatica. Potete così confrontarli con quelli manuali.

Livio Berruti

batteria 21.0 21.14
quarti di finale 20.8 20.91
semifinale 20.5 20.65
finale 20.5 20.62

 

La finale

1. Berruti 20.5 20.62
2. Carney (USA) 20.6 20.69
3. Seye (FRA) 20.7 20.83
4. Foik (POL) 20.8 20.90
5. S. Johnson (USA) 20.8 20.93
6. Norton (USA) 20.9 21.09

 

Abbiamo accompagnato queste righe con la fotografia della copertina dell' Annuario Federale 1961, edito per la prima volta dalla F.I.D.A.L., e da allora in poi, pur con alterne vicende, pubblicato ogni anno. Quell'Annuaroio 1961 era la realizzazione di una battaglia di Bruno Bonomelli che si era battuto sempre perchè la Federazione avesse un suo Annuario. Basterebbe leggere parecchi dei suoi interventi in Assemblea. Quella prima edizione 1961 si riferisce all'anno 1960, quanto a contenuti. La foto non poteva che essere quella dell'arrivo dei 200 metri: Livio che tende il filo di lana, Carney il primo a sinistra, il franco-senegalese Seye in azzurro, vicino a lui con maglia bianca il polacco Foik, dietro l'americano Johnson, manca solo il deludentissimo Ray Norton.Saremo anche nostalgici, ma quel filo di lana che attraversa tutta la foto piegato dal torace di Livio Berruti un certo brivido lo dà ancora! Quell'Annuario fu stampato dalla editrice La Fiaccola che teneva bottega in Viale di Tor di Quinto, a Roma; finirono di stamparlo il 15 maggio.

Ultimo aggiornamento Giovedì 23 Maggio 2019 07:23
 
Un documento eccezionale: il verbale del primo record di Livio Berruti PDF Stampa E-mail
Lunedì 20 Maggio 2019 10:19

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Potete ammirare qui la riproduzione della «application» - così si chiama ancor oggi - per il riconoscimento (omologazione) di un primato da parte della Federazione internazionale di atletica, la I.A.A.F. che a quel tempo stava a significare International Amateur Athletic Federation. Questo documento riguarda il primo dei due primati del mondo stabiliti da Livio Berruti nel pomeriggio di sabato 3 settembre 1960, sui 200 metri. Siamo allo Stadio Olimpico, durante la XVII Olimpiade dell'Era Moderna, sono le 15.42, come attesta il documento, si corre la seconda semifinale.

Ripercorriamo lo sviluppo di questa gara, mettendo indietro le lancette dell'orologio di 24 ore. Venerdì 2, con inizio alle ore 9, si erano corse dodici batterie; il sistema di «promozione» al turno successivo prevede che passino i primi due di ogni serie più i tre migliori tra gli altri classificati: e fanno 27, numero strampalato, Dio sa perchè 27, si poteva fare almeno 28,  visto che le corsie erano sette, o no? Qualche annotazione sulle batterie: in quarta non parte il cecoslovacco Mandlik, che è uno bravolino, resta fuori il tedesco Manfred Germar nella undicesima (oro nei 200 e argento nei 100 agli Europei di Stoccolma 1958). Stessa sorte (terzo nella decima batteria) per Armando Sardi, mentre ce la fa Salvatore Giannone, secondo nella dodicesima. Berruti sul velluto, primo nella settima batteria:

1. Berruti 21.0
2. Robinson (BAH) 21.4
3. Murad (VEN)  21.8
4. Rekola (FIN)  22.2
5. Bouchaib (MAR)  22.3
non partito Gosal (Indonesia)  

Nello stesso giorno, nel pomeriggio, a partire dalle 15.20, si disputano i quarti di finale, quattro serie, i primi tre di ognuna in semifinale, senza elucubrazioni come oggidì. Sovietici (tre) tutti a casa, come il filiforme keniota di origini asiatiche Serafino Antao, uno bravo qualche anno dopo (Commonwealth 1962) e come il francese Delecour; stessa fine, ossia fuori, anche per Giannone. Berruti (quarta serie, l'unica da sei concorrenti) accelera un po' rispetto alla batteria, stuzzicato dal mastino polacco Foik:

1. Berruti 20.8
2. Foik (POL) 20.9
3. Genevay (FRA) 21.1
4. Jones (GBR) 21.2
5. Bunas (NOR)  21.4
6. Wendelin (GER) 21.6

Tutti a nanna, se ne riparlerà il sabato. Due - ovvio - le semifinali. Livio corre la seconda, ed è un volo straordinario, certificato dal documento che pubblichiamo. Questo il risultato completo:

1. Berruti 20.5
2. Norton (USA) 20.7
3. S. Johnson (USA)  20.8
4. Radford (GBR) 20.9
5. D. Johnson (ANT) 21.0
6. Genevay (FRA) 21.0

 

Poco meno di due ore e un quarto più tardi la finale, che diede questo esito, tanto per rinfrescare le memorie:

 

1. Berruti 20.5
2. Carney (USA) 20.6
3. Seye (FRA) 20.7
4. Foik (POL)  20.8
5. S. Johnson (USA)  20.8
6. Norton (USA)  20.9

Reso omaggio agli atleti, diamo uno spazietto di notorietà anche a starter, giudici e cronometristi, sempre rirefendoci al documento in nostro possesso. Questi ultimi furono: Luciano Scaramel, di Treviso, Enrico Bortolotti, di Bologna, e Luciano Fagnani, di Ancona. Tutti e tre cronometrarono 20.5. L'uomo che sparò il colpo di pistola fu il milanese Primo Pedrazzini. I certificatori della pista furono Umberto Modotti, di Udine, e il romano Arrigo Bugli. Fra i giudici di campo, Stelvio Crivellaro, di Padova, Dante Pedrini, di Bologna, e un nome ben noto a chi ha frequentato l'atletica lombarda tempi indietro: il cav Mario Bruno, presidente del Comitato lombardo F.I.D.A.L. per decenni. Burbero, brontolone, ma mai sufficientemente rimpianto.

Ultimo aggiornamento Martedì 21 Maggio 2019 19:48
 
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