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Dici Atletica Piacenza, parli di atletica a Piacenza, pensi a Pino Dordoni PDF Print E-mail
Tuesday, 04 December 2018 10:38

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Robur, la Farnesiana, la Carletto Monti, e poi Diana, Libertas. CSI, AAA Agazzano. Ci passavano nella mente alcune delle antiche e gloriose sigle delle società piacentine di atletica mentre ascoltavamo la relazione del presidente Diego Sverzellati, nella sala della «Volta del Vescovo», una struttura alle porte di Piacenza che serve per cerimonie, banchetti, feste di vario tipo, e quindi anche sportive, come questa che ha messo il «visto archiviare» sulla stagione 2018. E ci passava davanti agli occhi la figura di Pino Dordoni, il campione olimpico della Città Primogenita. Oggi, ha detto Sverzellati, sintetizzando «siamo un società che fa attività prevalentemente giovanile». Una realtá che emerge dai dati: su 471 tesserati con i colori biancorosso - gli stessi della città - 352 sono giovani dei Centri di avviamento allo sport, e delle categorie federali ragazzi, cadetti, allievi, con le stesse categorie con desinenza in «e». Ha detto quello che aveva da dire difronte all'assessore allo sport dell' Amministrazione comunale, meglio dire neoassessore, in carica da poche settimane, Stefano Cavalli, e alla sua spigliata omologa del Comune di Castel San Giovanni, Valentina Stragliati.

Società giovanile d'accordo, da cui però sono emersi alcuni atleti che si sono fatti notare anche oltre la ristretta parentesi giovanile. Ultimo in ordine di tempo, Andrea Dallavalle, triplista, rampollo di famiglia che più atletica di così non si può, che è approdato a un club militare e quindi con aperture, come dire?, di prospettive di vita. Sverzellati ne è convinto:«Andrea deve essere un esempio, in lui i giovani devono vedere un prototipo da imitare, l'atletica come mezzo per emergere nella vita».

Le soddisfazioni, nell'anno che ormai ci propone il suo congedo, non sono mancate, elencate diligentemente nella relazione: 4 titoli nazionali, 24 regionali emilianoromagnoli, primati a go-go. Ma non solo elencazione. Ascoltandola non avevamo posto la dovuta attenzione ad alcuni passaggi, rileggendola ci siamo accorti di alcuni «messaggi». Per esempio:«Questa rimane l’A.S.D. Atletica Piacenza, una famiglia. E come in tutte le famiglie molto numerose i “problemi” sono molteplici: diversità di vedute, sacrosante aspettative anche a volte individuali per il proprio gruppo, richieste per ottenere sempre il massimo da parte di tutte le parti in causa, richieste per un miglioramento continuo. Siamo però nel campo del puro volontariato, con pochi fondi a disposizione e con il tempo lasciatoci dal lavoro, dedicando a questo sport praticamente tutte le energie libere. Essendoci però un obiettivo comune, tutti questi aspetti vengono “smorzati” e rimane la passione per questo sport, l’appartenenza alla Società e soprattutto la voglia di lavorare con i ragazzi per il loro miglioramento». E ancor più esplicito l'appello conclusivo:«Un invito a tutti, che la “rivalità” con l’Atletica 5 Cerchi sia sempre e solo sportiva, riconoscendo nelle diversità il bene comune che entrambi vogliamo per l’atletica leggera». Chi vuol capire...

Piacenza in quanto città ha un solo campo, anzi, lasciatecelo dire, un campetto. Ma ancor più grave: è l'unica modesta struttura in una provincia vasta oltre 2500 km quadrati e con una popolazione di quasi 287 mila abitanti (dati ISTAT 2016). Ci pare un po' poco, che dite? E anche su questa unica poverella struttura si trovava il modo di litigare, finchè la moderazione, l'intelligenza, la passione di un uomo ha fatto breccia. Sergio Morandi, presidente onorario adesso ma presidente effettivo per molti anni, con pazienza e lasciando a casa toni barricaderi, che non sono a lui consoni, ha composto le rivalità di cortile ed ha ottenuto il bel risultato che oggi il campus (così lo chiamano, essendo inserito in una struttura scolastica) sia gestito dalle due società cittadine, Atletica Piacenza e Atletica Cinque Cerchi. Superando l'impasse nella quale si era impantanata l'Amministrazione con una gara d'appalto costantemente disertata. Ma adesso ci vuole equilibrio, comprensione, bisogna passare insieme cinque anni, le barricate, chi vuole, le faccia da un'altra parte.

Perchè ci dilunghiamo su Piacenza? Perchè lì abbiamo un bel pacchettino di soci, che, quando sollecitati, rispondono all'appello, come è avvenuto nel 2018, in due occasioni. Chiudiamo. Sotto La Volta del Vescovo abbiamo sentito - ancora una volta, la bilionesima... - risuonare l'abusatissimo ritornello che «l'atletica è la regina dello sport». Attenzione: le monarchie non vanno più tanto di moda, e la nostra regina, cui vogliamo comunque e sempre tanto bene, ha cominciato da tempo ad essere malferma sulle gambe.

Il poker fotografico è di Giuliano Fornasari. A sinistra in alto, gruppo di atleti con assessori; accanto Sabrina, figlia del mai dimenticato Valter Sichel, consegna la targa alla memoria di suo padre a Lucia De Vito e Rosario Pilone, due giudici di gara inossidabili. Sotto: gli assessori, Stefano Cavalli e Valentina Stragliati orgogliosamente al fianco di Andrea Dallavalle, il gioiello di famiglia. E per concludere: gruppo dirigente con tanto di presidente (Diego Sverzellati), presidente onorario (Sergio Morandi) e direttore tecnico (Fabrizio Dallavalle) con la fotogenica assessore Valentina Stragliati, accanto a lei Fausto Cassola, responsabile del Settore Amatori, e Daniele Ofidiani (primo a sinistra), componente del Consiglio regionale della Federazione.

Last Updated on Wednesday, 05 December 2018 10:05
 
Consegnato a Giorgio Reineri il Premio C.O.N.I. «Una Penna per lo Sport» PDF Print E-mail
Monday, 03 December 2018 15:59

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Ebbene sì, è un nostro socio, e quindi meniamo vanto anche noi, pur non avendone nessun merito. Questo mattina, nel salone d'onore del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, a Roma, Giorgio Reineri è stato insignito del premio «Una penna per lo Sport», intitolato alla memoria del giornalista Giorgio Tosatti. Il premio viene assegnato ad un giornalista sportivo per riconoscerne l'intera opera professionale nel corso della sua carriera. Giorgio, torinese, atleta, fu tesserato con la squadra dell'Areonautica nei primi anni '60, mezzofondista, corse anche un paio di maratone valide per il Campionato italiano, ha, senza dubbio, percorso una prestigiosa carriera giornalistica. Scrittore affascinante, poco propenso alla cronachetta banale, o, peggio ancora, al melenso giornalismo del «virgolette aperte, virgolette chiuse», tanto di moda da anni, ha sempre usato la penna, la macchina da scrivere, il computer, per «leggere» l'avvenimento sportivo cui assisteva, per interpretarlo. Giorgio ha esercitato la professione prevalentemente nella redazione sportiva del quotidiano «Il Giorno», voluto e fondato da Enrico Mattei, presidente dell' ENI a metà degli anni '50. Faceva parte di quella che, a nostro giudizio, è stata la più bella redazione sportiva di un giornale non sportivo, redazione impostata da Gianni Brera e in cui Mario Fossati si occupava di ciclismo, Giulio Signori di atletica, Gianni Clerici di tennis, Gian Maria Cazzaniga di calcio, Franco Grigoletti di pallacanestro, e poi Claudio Pea, parecchi altri, e il nostro Giorgio battitore libero.

Nel 1995, Giorgio accetta l'ennesima proposta, precedentemente rifiutata, di Primo Nebiolo, esce dal «Giorno» e va a ricoprire il ruolo di capo ufficio stampa della Federazione internazionale di atletica leggera, con sede nel Principato di Monaco. Rispettato e riverito da tutti in giro per il mondo, per la sua conoscenza del nostro sport, per la capacità di scrivere, dono davvero riservato a pochi dentro e fuori il Principato. Inviso, proprio per la sua indipendenza culturale, a parecchi nuovi «padroni del vapore», Giorgio lasciò, senza rimpianti, la I.A.A.F., senza mettersi alla porta con la mano tesa per raccogliere qualche prebenda. Oggi divide il suo tempo fra la sua bellissima casa di Celle Ligure e quell'altra a San Diego, in California. Lettore accanito, corridore, nuotatore, amante del sole come pochi altri, sempre perennemente abbronzato, scanzonato mai banale.

Per noi dell'Archivio Storico ha scritto parecchie volte. Per esempio, una bella serie di commenti, giorno per giorno, durante i Campionati del mondo a Mosca nel 2013. «Io la penso così...» era il titolo che demmo alla rubrichetta con i suoi commenti. Oggi gioiamo insieme a lui per questo meritato riconoscimento. "Ma che Penna d'oro...a me hanno dato il Pennone d'oro" ha scherzato con noi che gli facevamo i complimenti. E, per chiudere, come userebbe Gianni Brera, anche noi per Giorgio e la sua penna aurea innalziamo vessilli e canti.

La foto che pubblichiamo ce l'ha fatta avere Daniele Perboni, vigevanese, formatosi alla rivista «Atletica Leggera», oggi pungente commentatore su «Trekkenfild». Siamo ai Campionati europei Monaco 2002, nella cosiddetta zona mista riservata ai giornalisti per intervistare gli atleti. L'atleta che risponde alle domande è Maria Guida, che aveva appena vinto la maratona. Riconosciamo, sulla sinistra, Daniele Perboni, folta barba nera e occhiali scuri; accanto a lui, con gli occhiali sulla punta del naso, Giorgio Barberis; spostandoci verso destra, il più grande e grosso, folta barba bianca, Corrado Sannucci, deceduto qualche anno fa; accanto Carlo Santi, e a chiudere la fila Claudio Colombo. Davanti alla atleta, Pierangelo Molinaro, e, a destra, un adorante Salvatore Massara, l'atleta è napoletana, di Vico Equense...Spostiamoci al fondo per gli ultimi tre che riconosciamo: appollaiato in alto Franco Fava; dimezzato ma riconoscibile lo scurocrinito Guido Alessandrini, e infine di profilo, la abbronzata pelata del nostro Giorgio Reineri. Che tempi! C'erano tutte le principali testate italiane: La Stampa, Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport, Repubblica, Corriere dello Sport, Messaggero, Tuttosport. (La foto fu scattata da Omar Bai)

Last Updated on Tuesday, 04 December 2018 15:41
 
Una lezione che viene da lontano e ci fa capire che, purtroppo, poco è cambiato PDF Print E-mail
Tuesday, 27 November 2018 09:30

altCi sono persone - soci o non soci di questo nostro microrganismo - che, ringraziando il cielo, hanno ancora il gusto di aprire pagine del passato, di studiare, di segnalare, di riportare alla attenzione episodi antichi ma, in fondo, molto moderni. Una di queste persone è Alberto Zanetti Lorenzetti, nostro segretario, il quale ci ha mandato qualche riga in cui, tra l'altro, scrive:"...solitamente consulto le raccolte di riviste per andare a cercare personaggi, gare, fotografie e via dicendo. Ho sempre trascurato un po' altri aspetti...sono incappato in un articolo di fondo su Bonomelli che mi era sfuggito. È Marco Cassani che si occupa di lui all'indomani della squalifica a vita inflittagli dalla FIDAL nel 1964. Mi è piaciuto molto...". Anche a noi. Avendo qualche annetto di più dell'Alberto nostro, che allora era un bambino, ci era piaciuto a quei tempi, famelici lettori di atletica. Abbiamo deciso di pubblicare questo scritto di Marco Cassani, a quel tempo redattore capo della rivista «Atletica Leggera», quella non federale, lo diciamo per coloro che ignorano gran parte della pubblicistica del nostro sport. Cassani gestiva su ogni numero (la pubblicazione era mensile) un piccolo spazio chiamato «Punti di vista». Questo che abbiamo riscritto ad uso del lettore (se invece volete leggerlo in orginale doppio click sull'immagine) apparve a pagina 3 del numero di dicembre 1964. Commenti? Ce ne sarebbero parecchi, limitiamoci ad almeno uno, chiedendoci: ma è cambiato qualcosa se compariamo il 1964 e il 2018? La nostra risposta è NO. E non parliamo solamente di sport, ma di quello che sta avvenendo in questo Paese che ha perduto la trebisonda. Lo sport non vive in una campana di vetro, in aureo isolamento, ma è una delle tante sovrastrutture della società. Negli ultimi giorni il tema della libertà di stampa ha appassionato coloro che vogliano ancora vivere in una società libera, democratica, pluralistica. Libertà di stampa è il primo comma di una libertà superiore: quella di opinione, di poterla esprimerla, anche con oratoria aggressiva. Bruno Bonomelli di questo era colpevole, come scrive Cassani: «urla e tuona». Ma esprimeva dei concetti, sempre sostenuti dalla solida impalcatura della cultura, della conoscenza, dei numeri. Non raccontava favolette, come ci capita di ascoltare da decenni. E, per di più, sempre le stesse. Se poi uno ha la voce flautata e soporifera, e invece uno urla e tuona, ditemi, incide sulla qualità di quello che dice? Se quello che dice è corretto, sensato, vero, la discriminante la fanno i decibel? E poi, ognuno avrà pure anche il diritto di usare il tono di voce di cui madre natura lo ha dotato. Bruno Bonomelli era condannato per le sue idee che scarnificavano la realtà atletica, ma veniva, subdolamente, condannato per...il suo tono di voce pavarottiano. Ma come sempre, sono le idee che fanno paura, non il tono della voce.

Intanto ringraziamo Zanetti Lorenzetti. Magari ne riparleremo.

Fuori il ribelle!

Il ribelle è stato punito. Volevano fustigarlo sulla pubblica piazza o bruciarlo come eretico, ma la legge lo vieta, quindi lo hanno gettato alle ortiche togliendogli ogni diritto a rivestire cariche federali. Bruno Bonomelli è tanto popolare nell'ambiente atletico che non si può trascurare quanto gli è accaduto. È un attaccabrighe, uno scostumato che urla e tuona una volta al giorno per regola e, se non lo fa, la sera non si addormenta, insomma non è certo un modello di gentilezza. Quando lo incontri ti aspetti sempre che ti investa dando sfogo  alla sua oratoria, amico o nemico che tu sia. Bruno Bonomelli scrive, è regolarmente iscritto all'albo dei giornalisti e alcuni suoi scritti - ad esempio quegli studi statistici che pubblica ogni anno su «Sport Italia» - sono di straordinario valore. Altri, quelli che stampa sull'organo di un partito, sono polemicamente violenti, apertamente critici verso la Federazione e trasportano in un clima di battaglia la passione con la quale  egli ha prodotto tanti studi statistici e storici da far impallidire qualsiasi altro giornalista dell'atletica.

E Bonomelli non si limita a scrivere. Agisce creando società ed atleti, organizzando gare, preparando all'atletica i frutti di tutta la sua esperienza. Da giovane correva i «millecinque» con la maglia del G.U.F. Milano; oggi insegna matematica dalle parti di Brescia e ben sa che in atletica, come altrove, le cifre hanno sempre ragione. Quindi non potete mai dar torto a Bonomelli se non per il suo modo di esprimersi. Alla base sta sempre delle verità.

Ecco spiegato perchè la F.I.D.A.L. non vuole più Bonomelli, lo ha radiato a vita da ogni carica, dimenticando che allontana così uno dei pochi dirigenti attivi che ancora esistono nell'ambiente. La F.I.D.A.L., come noi, dovrebbe conoscerlo bene e sapere cosa c'è sotto la scorza dura dell'uomo. Ma la F.I.D.A.L. non ammette critiche. Alla F.I.D.A.L. ci sono i gnometti cattivi, quelli che si nascondono nel bosco, escono solo al buio, hanno la voce flebile, hanno paura della verità e la nascondono con manipolazioni e bugie. Bruno Bonomelli, tuonante e con quei baffoni, li impauriva tutti!

Last Updated on Wednesday, 28 November 2018 08:53
 
Trekkenfield numero 64, dove si parla di montagna, di maratona, e di altro ancora PDF Print E-mail
Friday, 23 November 2018 14:16

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Certo che 'sti due, il gatto e la volpe, all'anagrafe Daniele Perboni e Walter Brambila, oppure Walter Brambila e Daniele Perboni, come Giano Bifronte, lavorano come negri, una volta si diceva così. Ma è sempre così, gira e rigira, basta leggere edificanti servizi su cosa avviene nell'Agro Pontino, o nella piana di Gioia Tauro, oppure anche alle porte di casa nella pianura padana. I nostri due non si occupano di ortaggi ma di sport, di uno in particolare, il nostro, nel senso di quello sport di cui trattiamo anche noi in questo spazio, seppure sotto un' altra angolatura, meno avvilente, pseudo storica. Stamane ci è stato recapitato dal postino virtuale il nuovo numero di «Trekkenfild». È qui, a disposizione per chi già non lo ricevesse direttamente.

Last Updated on Friday, 23 November 2018 15:43
 
Giochi Olimpici México 1968: Colette Besson fait chavirer la France PDF Print E-mail
Tuesday, 13 November 2018 13:39

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Colette Besson mette sottosopra la Francia. Traduzione, speriamo almeno approssimativamente corretta, del titolo che la rivista della Federazione francese «Athlétisme Magazine» ha dedicato al ricordo di quel 16 ottobre 1968. Se si parlasse di barche, «chavirer» starebbe per capovolgere, ribaltare. Un lettore del nostro sito ci ha chiesto perchè abbiamo definito Colette «la fidanzata di Francia», che abbiamo utilizzato nel titolo per presentare i nuovi lavori storico-statistici dei nostri amici francesi. Non ce lo siamo inventati noi. Lo scrisse uno dei più bravi giornalisti, meglio scrittore prestato al giornalismo sportivo, Antoine Blondin, parigino, figlio di un poeta. Per lui fu «la petite fiancée de la France». Blondin scriveva per il quotidiano «L'Équipe», che è stato il punto di riferimento per tanti, anche italiani, che volevano veramente leggere di sport. Tanto per dire: Bruno Bonomelli sui grandi eventi atletici, Giochi Olimpici, Campionati d'Europa, comprava regolarmente il quotidiano francese ogni mattina alla edicola della stazione ferroviaria di Brescia, lo si trovava solo lì, e lo collezionava. Altri tempi...Dicevamo di Blondin: monarchico, ma amico di Jean-Paul Sartre e François Mitterrand, scrittore con la passione dello sport, ventisette edizioni del Tour de France commentate giorno dopo giorno, sette Olimpiadi, insignito del Gran Premio della letteratura dalla Accademia di Francia per la sua opera complessiva, il riconoscimento letterario più prestigioso per qualla Nazione.

Fu lui a ricamare sulla piccola Colette questo vezzoso titolo di «piccola fidanzata di Francia». Questa atleta è rimasta per sempre nel cuore dei francesi, nel Pantheon degli indimenticabili dello sport. Di lei raccontò un altro grande giornalista, Robert Parienté, che fu direttore del quotidiano parigino. Nel gigantesco volume «La fabuleuse histoire de l'Athlétisme» (prima edizione 1978) scrisse:«A Mexico, Colette Besson connaît une forme exceptionelle; á l'entraînement, elle fait sensation sur la piste du village. Sans faire du bruit, elle gagne sa palce pour la finale où elle prende un départ très prudent. A 100 m de l'arrivée, quand le décalages rendent leur verdict, elle n'est qu'en sixième position à six mètres des deux premières, Lilian Board, et l'Américane Jarvis Scott. Au terme d'une étonnante ligne droite, Colette remonte toutes ses rivales et «coiffe» Lilian Board sur le poteaux, en 52" alors que son meilleur temps n'était encore que le 53"8 trois jours plus tôt. Elle devient ainsi la plus inattendue championne olympique de l'histoire de l'athlétisme». con 52" manuale, 52"03 elettrico svelarono poi gli statistici, nuovo primato del mondo e olimpico, per una disciplina che era entrata nel programma dei Giochi solo quattro anni prima, a Tokyo: indimenticabile la vittoria di Betty Cuthbert, che otto anni prima ai Giochi di Melbourne, aveva vinto tre ori (100 - 200 - 4 x 100).

Se ne è andata troppo presto Colette, a soli 59 anni, ma ancor prima si era congedata dalla vita Lilian Board, nel 1970, aveva compiuto 22 anni da tredici giorni, erano trascorsi solo due anni da quella medaglia d'argento olimpica che in patria le aveva procurato non poche critiche e amarezze. Un tragico destino per loro.

16 ottobre 1968: noi festaggiavamo il primato del mondo di Beppe Gentile e speravamo in un oro olimpico il giorno dopo, la Francia si innamorava di una nuova fidanzata che prendeva il posto di Marianne.

Chi vuole saperne di più su Colette Besson e al tempo stesso vuol verificare lo stato di salute della sua lingua francese può ascoltare questo servizio e leggere questi due articoli: articolo uno, articolo due.

L'immagine che correda questo servizio è presa dall'ultimo numero della bella rivista edita dalla Federazione francese (ma pensa un po', c'è ancora qualche federaione che ha rispetto delle riviste...).

Last Updated on Sunday, 18 November 2018 11:54
 
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