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Trekkenfild: amici ASAI, diamo una mano a 'sti ragazzi ad arrivare al 42esimo km PDF Stampa E-mail
Martedì 17 Settembre 2019 07:49

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Dice che c'entrano Trekkenfild, i ragazzi e i 42 km? La rivista online numero 74 ce l'avete qui da leggere; i ragazzi, stagionatelli ma vispi, sono Daniele Perboni e Walter Brambilla che di questo foglio impalpabile sono gli ideatori, i redattori, i propugnatori, per qualcuno i rompiballe. Infine i 42 km, ovvio riferimento alla maratona, prende spunto dalla notizia-appello a pagina 4, che Daniele e Walter lanciano da qualche mese nel tentativo - quasi riuscito - di reperire fondi, attraverso una sottoscrizione libera, per dotarsi di strumenti tecnici adeguati alla produzione del loro «foglio». Non hanno editori, non hanno pubblicità, non hanno finanziatori occulti, non chiedono quattrini per andare a spasso. Li chiedono per poter continuare a dir la loro, in piena libertà. Una delle poche voci vive di questo opaco mondo atletico. Piaccia o non piaccia quello che scrivono. Ricordate la famosa frase, abusata e stra-abusata: non la penso come te ma mi batterò perchè tu possa sempre esprimere liberamente la tua opinione. Frase che nel nostro Paese, e non solo nel nostro, sembra stia perdendo rapidamente di significato...

E noi dell'A.S.A.I., che mai abbiamo avuto un tangibile aiuto alle nostre pubblicazioni (circa 35 in 25 anni) o alle nostre ricerche, siamo particolarmente sensibili alla «battaglia del grano» di Trekkenfild. Abbiamo anche creato un legame operativo: noi, da anni, pubblichiamo l'annuncio dell'uscita dei vari numeri, e loro, a partire da questo numero 74, pubblicheranno uno «strillo» per ricordare il nostro lavoro. Noi ci dedichiamo alla storia dell'atletica italiana, loro alla attualità. Un effetto trascinamento, il vecchio «una mano lava l'altra...». I nostri trentamila contatti mensili possono servire anche a loro, e noi - speriamo - che i loro lettori siano altrettanto attenti al passato del nostro movimento.

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Settembre 2019 09:48
 
Nebiolo, Mennea, il primato del mondo, e la benedizione del Serpente Piumato PDF Stampa E-mail
Sabato 14 Settembre 2019 16:49

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Primo Nebiolo, Pietro Mennea e Carlo Vittori, esultanti, qualche attimo dopo l'annuncio del nuovo primato mondiale dei 200 metri

Augusto Frasca, a quel tempo, era il Capo Ufficio Stampa della Federazione italiana di atletica leggera. Un «tempo» che durò quasi venti anni, fino alla fine dell'Era Nebiolo e l'inizio dell'Era Gola, questa fu questione di poche settimane poi lui stesso decise di uscire dalla porta principale. Augusto ha vissuto da dentro venti anni di atletica nebioliana, momenti esaltanti, altri angoscianti. Augusto potrebbe scrivere un corposo volume prendendo a prestito il titolo di un libro di Giulio Andreotti, «Visti da vicino», da molto vicino. E, se leggete con attenzione, traspare in queste non molte righe che, su nostra insistenza, ha calibrato per noi. Righe non molte, come nella formazione culturale dell'autore, significati su cui riflettere, anche a distanza di 40 anni, tanti. E noi gliene siamo grati.

Qualcuno si chiederà cosa c'entra il Serpente Piumato, Quetzalcoatl, una delle principali divinità della cultura azteca (che ne ha ben 67...). Ma il Serpente Piumato, normalmente verde, occupa un posto primario. E sotto la sua protezione, Nebiolo, Vittori e Mennea ebbero la loro giornata di gloria.

Nella testa di Nebiolo

di Augusto Frasca

...quel primato viveva da tre anni. Ne aveva previsto la possibilità in una serata autunnale romana del 1976 dinanzi ad un distratto piatto di pasta in un ristorante di viale Parioli, maledicendosi per aver assegnato a Sofia l'edizione delle Universiadi 1977. Quando il dirigente torinese scelse Città del Messico per la scadenza successiva, fece il possibile per favorirne, insieme con le garanzie organizzative, il massimo della visibilità, assicurandosi, da parte del ministro messicano Guillermo Lopez Portillo, l'intero finanziamento della trasferta per una copiosa pattuglia di giornalisti. A risultato acquisito, né subito, né in futuro, secondo un costume che avrebbe più avanti avuto come vittima anche Carlo Vittori, tenuto dall'atleta completamente all'oscuro in occasione dell'improvviso ritiro dall'agonismo, dell'intera operazione messicana – di cui Nebiolo, nel duplice ruolo di presidente federale e dell'organismo universitario internazionale, fu inventore dalla a alla zeta – Mennea non mostrò mai riconoscenza. Dietro un grande atleta, e Pietro Mennea è tra i più grandi nella storia dell'atletica nazionale, non deve necessariamente sussistere una grande epica e un grande uomo. Di quell'atteggiamento viziato e di una sceneggiatura non nuova, contribuendo ad una cosciente alterazione della realtà, si ritroveranno così molti anni dopo, con la complicità di disinformatori in servizio permanente effettivo, tracce visibili in una sciagurata ricostruzione cinematografica.  

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Settembre 2019 09:08
 
México e nuvole..., ricordo di un pomeriggio nuvoloso a Città del Messico PDF Stampa E-mail
Venerdì 13 Settembre 2019 14:31

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Momenti di esultanza allo stadio messicano dopo l'annuncio del tempo mondiale: Pietro Mennea e il professor Carlo Vittori danno sfogo alla loro gioia. Nel mezzo si intravvede Primo Nebiolo, presidente della Federazione mondiale universitaria, la F.I.S.U.

Giorgio Barberis, a quel tempo inviato del quotidiano torinese «La Stampa»...oggi inviato dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana Bruno Bonomelli. ci riporta a quel giorno, 12 settembre 1979, quando Pietro Mennea corse i 200 metri in un tempo riconosciuto come nuovo primato del mondo: 19"72. Lo ringraziamo per la sollecita risposta alla nostra richiesta.

A ripensarci adesso...

di Giorgio Barberis

...quarant’anni dopo, quel 12 settembre nello stadio Azteca di Città del Messico ha qualcosa di surreale: il cielo nuvolo pronto a rovesciare scrosci di pioggia (che fortunatamente quel giorno non ci furono), pochi spettatori sugli spalti, una gara senza storia visto il distacco che il primo inflisse al secondo. Di concreto rimane però anche la curiosità con cui, noi inviati dei nostri giornali, attendevamo quei 200 metri di Pietro Paolo Mennea da Barletta, peraltro dubbiosi perché il Mennea visto in semifinale, dopo il 19”96 della batteria, aveva generato qualche perplessità e si temeva ormai avesse dato il meglio di se stesso. Il record del mondo? Non ricordo che qualcuno avesse azzardato un’ipotesi del genere e se l’interessato, Carlo Vittori o Primo Nebiolo avessero in cuor loro presupposto tanto, non lo avevano manifestato alla vigilia. Si pensava ad un tempo intorno ai 19”95, nel migliore dei casi qualche centesimo di meno, ma non tanto da correre più veloce di quel 19”83 di Tommie “Jet” Smith che rappresentava il top assoluto.

Erano le 15,20 locali (le 23,20 in Italia, con i giornali pronti ad andare in stampa, che avevano tenuto una finestrella aperta nelle pagine sportive per dare l’esito della gara) quando il tabellone dello stadio sentenziò 19”72, creando il caos: di corsa in sala stampa, a parlare direttamente con un collega della redazione che avrebbe riempito le poche righe a disposizione con quello che gli veniva raccontato velocemente, mentre un altro collega si occupava del titolo. Poi, nella successiva ribattuta (da effettuarsi il più celermente possibile) il pezzo dell’inviato, dettato ovviamente a braccio (cioè senza averlo materialmente scritto, ma basandosi sugli appunti di un’improvvisata scaletta) in corsa con il tempo, quasi a rivaleggiare con il record del quale eravamo stati testimoni.

Purtroppo l’archivio storico online de «La Stampa» propone solo la prima edizione del giornale e dunque è stato vano da parte mia andare a cercare il servizio che dettai, per riscoprire le sensazioni di quegli attimi. Quel che ricordo è che, a differenza dell’anno precedente quando a Brescia la Simeoni saltò 2,01 ed io per almeno venti minuti rimasi davanti al foglio bianco nella macchina da scrivere con la sensazione che qualsiasi pensiero era troppo misera cosa di fronte all’impresa di Sara (questo lo rammento nitidamente), dominai agevolmente l’emozione. Mennea, personaggio controverso e umorale, non mi ha mai trasmesso sensazioni extra e per certi versi credo che scrivere di lui abbia rappresentato più un piacere perché era un modo significativo per parlare di atletica, che una celebrazione del grandissimo campione che è stato.

Andando a scartabellare quanto scrissi sul giornale del giorno successivo, credo che emerga un ritratto di Pieretto (sovente lo si chiamava con questo diminutivo) che spiega il rapporto che si aveva con l’uomo. Ed allora lo ripropongo perché credo valga ben di più di altri sfumati ricordi.

“Sono passate circa due ore da quei magici diciannove secondi e settantadue centesimi che gli hanno dato il primato del mondo: intorno a lui ci si accalca per scoprirne gli umori, per decifrare le sensazioni che sta vivendo. Di lui si cerca di scoprire quegli aspetti che ancora non si conoscono, il significato della vittoria contro il tempo, dell'essere l'uomo più veloce del mondo con una media oraria di 36,511. Mennea risponde pacato, gli occhi luccicanti: mantiene una lucidità impressionante, rifiuta un commento a caldo per non rischiare di lasciarsi troppo trasportare dall'entusiasmo, arriva a dire che non ritiene questo possa essere il momento più felice della sua vita «in quanto l'atletica non è tutto». Poi rivive la sua giornata, il timore di non poter fare più di quanto aveva già fatto. «Come ho fatto a recuperare? Andando ai blocchi di partenza ho pensato che questa era per me l'ultima occasione, che non sapevo se ce ne sarebbe stata un giorno un'altra. Così ho cercato di dare il massimo, innanzitutto proponendomi di curare a fondo la partenza e di correre bene almeno la prima parte della gara».

E infatti è schizzato via dai blocchi splendidamente: cinquanta metri favolosi, un piccolo rilassamento (quale può esserci in una gara di sprint) e quindi un distendersi in nuove frequenze vertiginose che hanno lasciato stupito lo stesso Vittori. Questo fino all'ultimo metro, in spinta costante, con gli avversari inghiottiti in un batter d'occhio, poi come tanti gnomi a rincorrere il gigante. Sul traguardo Mennea non si è girato: «Aspettavo un segno qualsiasi che mi dicesse com'ero andato. Sinceramente non mi sono reso conto di aver fatto il record del mondo se non quando ho visto il presidente Nebiolo saltellare quasi fosse un atleta. Allora ho alzato gli occhi, ormai certo di aver fatto un grande tempo».

Con il fiato ancora rotto dallo sforzo, Mennea è rimasto qualche attimo immobile: quei numeri scritti sul tabellone sembravano qualcosa di irreale, di incredibile. Neppure l'altoparlante che pochi istanti dopo ufficializzava il tempo sembrava bastare a Pieretto, che ancora durante la premiazione — cioè quasi due ore dopo — si è voltato innumerevoli volte a rileggere il proprio nome con a fianco la prestazione realizzata. «Volevo un grosso risultato. Ma il record del mondo mi sembrava troppo», confida ancora Mennea. E aggiunge: «Tutti i sacrifici ti vengono pagati da queste cose che restano nella storia dell'atletica»”. Indubbiamente, aveva ragione.

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Settembre 2019 09:05
 
Estadio Universitario, México City, ore 15.15, finale dei 200 metri, Mennea, 19.72 PDF Stampa E-mail
Giovedì 12 Settembre 2019 09:37

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12 settembre 1979 - 12 settembre 2019. Quarant'anni da quel giorno, da quel primato, 19.72, da quel primatista, Pietro Mennea. Erano le 15,15 del pomeriggio, le 23,15 in Italia. Nell' Estadio Universitario di México City, quello stesso che era servito per i Giochi della XIX Olimpiade del 1968, era in programma la finale dei 200 metri dei Giochi mondiali universitari, la Universiada, come la chiamavo lassù. Quattro decenni fa, quel pomeriggio, in quel posto, c'erano quattro persone che, a titolo pressochè uguale, di professione parliamo, erano lì e videro quella straordinaria volata del giovanotto di Barletta. Chi erano? Ve lo faremo scoprire nei prossimi giorni, con la speranza che ciascuno di loro ci racconti quel pomeriggio, ci faccia partecipe di qualche episodio, aneddoto, sentimento. Nell'attesa, alziamoci reverenti nel ricordare Pietro Mennea, che ci lasciato troppo presto. Corrediamo queste poche righe con la copertina che la rivista «Atletica Leggera» dedicò all'eccezionale evento.

Ultimo aggiornamento Giovedì 12 Settembre 2019 16:12
 
L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Alex Schwazer PDF Stampa E-mail
Martedì 27 Agosto 2019 10:54

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La copertina della rivista «Atletica» celebrò così il successo di Alex Schwazer; nell'altra immagine l'abbraccio fra l'atleta e colui che l'aveva guidato al successo: Sandro Damilano (le foto sono di Giancarlo Colombo per Omega / FIDAL)

Era il 22 agosto 2008...Scrisse Franco Arese, allora presidente della Federatletica italiana, nell'editoriale che apriva il numero settembre - ottobre della rivista «Atletica», quello che faceva i consuntivi dei Giochi Olimpici di Beijing 2008:"...ci riempiono d'orgoglio e di gioia le due medaglie della marcia, lo spledido oro di Alex Schwazer e l'altrettanto splendido bronzo di Elisa Rigaudo...". Giocando sulle parole, il campione europeo di Helsinki 1971, volle iniettare una dose di fiducia nell'ambiente atletico nazionale con un "...potremmo dire che siamo in marcia...". La marcia aveva salvato, ancora una volta, il bilancio italiano in una grande manifestazione, quelle furono le uniche due medaglie nostre. Per il successo del giovanotto altoatesino si sprecarono aggettivi, iperboli, si diede fondo a tutto il repertorio...pindarico! In effetti, fu una gran bella vittoria, una gara da manuale, 50 chilometri da primato olimpico. Oro olimpico fu, oro olimpico resta. Noi abbiamo deciso di riproporre quanto scrisse Fabio Monti, sulla rivista federale. Uno scritto equilibrato, privo di accenti omerici esagerati, ma ancorato saldamente al presente - di allora - e al futuro - che non è ancora passato, ma incombe. C'è un passaggio nell'ultimo capoverso che suona come la quarta tromba dell'Apocalisse, quella che oscura il sole e la luna. Scrisse Fabio:"Basta che le sirene post-olimpiche non lo rovinino e che a novembre tutti ritorni come prima". No, non tornò tutto come prima. Anzi...

"O quam cito transit gloria mundi". Nonostante gli sforzi titanici e congiunti di una serie di personaggi che, per motivi diversi, hanno voluto ergersi a paladini di non si è mai capito bene cosa, resta inoppugnabile il fatto che l'uomo e l'atleta hanno ascoltato le sirene post-olimpiche, vanificando, vada come vada, una immagine che avremmo tutti voluto vedere in tutto il suo fulgore. Non è stato così, non sarà mai più così. Finora, ignobilmente, hanno pagato solamente delle persone per bene, che non hanno mai imbrogliato, non hanno mai mentito, non hanno mai vaneggiato di trame della mafia russa, che hanno sempre aperto le porte di casa loro alle forze dell'ordine senza farsi negare e mettendo nei guai i familiari. Sono tre persone che colpe non hanno, non ne hanno mai avute, tre persone che hanno sempre fatto il loro mestiere con inattaccabile rettitudine. Si chiamano Giuseppe Fischetto, Pierluigi Fiorella, Rita Bottiglieri. I loro nomi li ricorderemo sempre con profonda stima, quelli di tutti gli altri coinvolti a vario titolo faremo in modo di dimenticarceli. Il che non potranno fare Beppe, Pierluigi e Rita.

 

Il cammino del trionfo

di Fabio Monti

Lacrime di passione dentro il nido di Pechino per Alex Schwazer, 24 anni da compiere il 26 dicembre, altoatesino di Calice, frazione di Racines, sopra Vipiteno, sulla strada che porta al passo di Gioco, nuovo signore della marcia, la terra promessa dell'Italia, quella che ha sempre un frutto da offrire, anche nei momenti più difficili. Lo dicono: 17 medaglie azzurre sulle 59 vinte in atletica ai Giochi Olimpici vengono da lì. Erano 44 anni che si aspettava una medaglia così, sulla 50 km, la gara più lunga, quella che non consente di sbagliare nulla e che non finisce mai. Alex come Abdon, Alex come Pamich, altro uomo di frontiera, altro oro spuntato all'alba (italiana) dall'Oriente, il solo di Pechino invece della pioggia di Tokio, ma identico prodotto. Senza dimenticare Pino Dordoni, il campione olimpico di Helsinki '52, l'uomo che ha marciato dalla terra alla luna per costruire le sue vittorie. E gli altri ori: Ugo Frigerio (addirittura tre) e Maurizio Damilano, due monumenti carichi di medaglie, Ivano Brugnetti, l'uomo del blitz di Atene. E nemmeno Elisabetta Perrone, fermata sulla strada dell'oro otto anni fa da una giuria in cerca di assurde vendette, quando era solissima.

La medaglia di Schwazer è stata straordinaria, perchè prenotata in anticipo e perchè riassume il senso dell'atletica e indica la strada da percorrere per essere grandi. L'immenso talento di Alex è stata la pietra angolare sulla quale è stato costruito questo, che è davvero un trionfo: senza la sua classe, l'oro non sarebbe mai arrivato. Però il capolavoro è stata la costruzione dell'edificio, che ha permesso di arrivare in cima al mondo. La prima grande intuizione è stata quella di Vittorio Visini, pronto a recuperare un atleta che sembrava aver preso altre strade sportive e riportarlo alle origini e dove sarebbe esploso, lasciando perdere hockey e ciclismo. La seconda grande idea è stata quella di consegnarlo a Sandro Damilano, che ha saputo trasformare una grande promessa in un super-campione, lavorando con lui tutti i giorni, sulle strade intorno a Saluzzo o in quota e mettendo insieme quantità del lavoro e qualità del gesto, perchè la marcia di Schwazer è prima di tutto eccellenza tecnica. La terza leva per sollevare il mondo è stata la forza di volontà, cioè la capacità di sacrificarsi, di allenarsi, di soffrire di Alex, uno nato per marciare, ma uno che ha sempre avuto il coraggio di pensare in grande, fin da quando stupì tutti sulle strade di Helsinki, tre anni fa, con il bronzo mondiale. Uno capace di dire al presidente Arese che era andato a trovarlo a Saluzzo:«Vado a Pechino per vincere l'oro».

Nella storia dell'oro di Alex c'è davvero tutto: il recupero di un atleta, in un Paese che disperde molte delle sue migliori promesse; la grandezza di un tecnico come Sandro Damilano, che dopo 36 anni da predicatore della marcia e una valanga di medaglie euromondiali (44) meriterebbe un monumento; il rigore da professionista vero di Alex, perchè si fa in fretta a parlare, ma ci vuol un bel coraggio per marciare per 8.000 chilometri in una stagione, come se fosse andato da Roma a Pechino a piedi; una programmazione senza sbavature; l'organizzazione perfetta di un centro come quello del cammino di Saluzzo, che è davvero un gioiello e dove tutto funziona; l'appoggio di una federazione che non ha mai fatto mancare niente a chi ha dimostrato di meritarselo. Senza tecnici preparati, senza voglia di allenarsi, senza organizzazione, senza i fatti non si va da nessuna parte. Se la base è questa, le medaglie arrivano, perchè l'atletica è spietata, ma sa anche essere riconoscente con chi rispetta le sue regole e ha rispetto del proprio talento.

Per questo, quella dell'oro di Schwazer è sembrata persino una medaglia in discesa; per questo lui ha confessato che per «trenta chilometri è come se avessi assistito alla gara di marcia sul divano di casa mia». Del resto che Schwazer avrebbe vinto l'oro lo si era intuito già a Osaka, il 31 agosto 2007, quel bronzo pieno di lacrime del Mondiale («una medaglia vinta per me, un oro perduto per lui», il commento di Damilano): non perchè avesse sbagliato gara, ma perchè uno che arriva in quelle condizioni di freschezza non può che pensare in grande. la certezza che, salvo terremoti, Schwazer sarebbe arrivato al titolo olimpico la si era avuta a Cheboksary, l'11 mggio, la domenica di Coppa del mondo di marcia in riva al Volga: per batterlo a cento giorni dall'Olimpiade, un russo, Nizhegorodov, era stato costretto a marciare a tempo di record mondiale e l'atro, Kanaykin, sarebbe stato trovato positivo al controllo antidoping. Il peggio lo ha passato Sandro Damilano costretto a litigare con Schwazer, che avrebbe voluto allenarsi anche di notte e che ha voluto marciare anche il giorno prima della gara di Pechino, mentre gli altri cercavano di raccogliere tutte le energie da spendere in gara, perchè lui non riesce proprio a stare fermo.

Così è nato il capolavoro cinese, l'uscita dal «Nido» davanti a tutti, dopo un chilometro, sempre governata da re (illuminato), gli avversari che si sono cotti uno dopo l'altro, penultimo l'australiano Tallent, ultimo il russo Nizhegorodov. E, massima sublimazione del cuore, il ritorno solitario, dopo i cinque chilometri finali che sono stati una marcia nell'allegria e uno dei migliori spot che l'atletica potesse regalarsi.

Nemmeno questa è stata una sorpresa, perchè Alex aveva raccontato, ancora in inverno, che se «le cose funzionano e stai davanti, gli ultimi cinque chilometri sono l'emozione più bella per un marciatore, quelli che ti ripagano di tutti i sacrifici che hai fatto». Chi ha faticato con lui, anche stando seduto davanti alla tv dentro lo stadio a guardarlo mentre gli avversari crollavano, chi al traguardo era più stanco di Alex, che avrebbe potuto marciare per altri cinquanta chilometri, adesso ha una sola speranza: che la profezia di Damilano possa avverarsi. «Ha le qualità e l'età per vincere tre volte l'Olimpiade». Ci sono tutte le condizioni per un'impresa così. Basta che le sirene post-olimpiche non lo rovinino e che a novembre tutti ritorni come prima. L'anno prossimo c'è il mondiale di Berlino e c'è ancora chi ha voglia di marciare accanto a lui per altri 50 chilometri. E di sentire Damilano dire alla fine:«Io smetto, non alleno più». Porta bene e non ci crede nessuno.

Ultimo aggiornamento Venerdì 20 Settembre 2019 16:31
 
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