Home

Accedi



Menu Utente

Chi è online

 41 visitatori online

Contatore Visitatori

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterOggi917
mod_vvisit_counterIeri882
mod_vvisit_counterQuesta Settimana4886
mod_vvisit_counterSettimana scorsa5006
mod_vvisit_counterQuesto mese15714
mod_vvisit_counterMese Scorso22331
mod_vvisit_counterDi sempre961893

Online (da almeno 20 minuti): 13
il tuo IP: 54.167.230.68
,
Oggi: Giu 21, 2018


Nazione di provenienza

65.5%Italy Italy
8.7%United States United States
6.3%France France
5.4%Spain Spain
4.1%Monaco Monaco
1.5%Sweden Sweden
1.3%Germany Germany
1.2%United Kingdom United Kingdom
0.8%Brazil Brazil
0.6%Poland Poland
0.3%Belgium Belgium
0.3%Canada Canada
0.3%Czech Republic Czech Republic
0.3%Netherlands Netherlands
0.3%Romania Romania
0.2%Lithuania Lithuania
0.2%Switzerland Switzerland
0.2%Russian Federation Russian Federation
0.1%Austria Austria
0.1%Croatia Croatia



Designed by:
Messaggio
  • Direttiva e-Privacy EU

    Questo website utilizza i cookies per gestire l'autenticazione, la navigazione, e altre funzionalità. Scorrendo questa pagina o cliccando in qualunque suo elemento, acconsenti all'uso dei cookies.

    Visualizza i documenti sulla direttiva della e-Privacy

Io la penso così.........L'opinione di Giorgio Reineri (3) PDF Stampa E-mail
Venerdì 16 Agosto 2013 16:29

Giorgio Reineri scrive per noi.....

Accadono cose stravaganti in questi XIV Campionati del mondo moscoviti. Così stravaganti da lasciarci a bocca spalancata, proprio come quella che Bohdan Bondarenko mostrava al pubblico prima di ogni suo salto. Oddio, il giovanotto ucraino – che compirà 24 anni il prossimo 30 agosto – di salti non è che ne abbia fatti molti, giovedì sera: quattro, difatti, gli erano bastati per arrivare al titolo mondiale e al nuovo primato delle competizione (m.2,41), sottratto a Javier Sotomayor. Ciò che, invece, non riusciva a Bondarenko era di cancellare il grande cubano dalla sommità della classifica, ma i tre tentativi a m. 2,46 non avevano avuto nulla di velleitario nè erano apparsi un gioco scenico: presto, anche quella vetta sarà conquistata.
La competizione di salto in alto maschile è stata, difatti, la più spettacolare della storia atletica. Mai tre atleti avevano superato assieme m. 2,38, come riuscito a Essa Barshim, Derek Drouin e Bohdan Bondarenko. Anzi, no: nello scrivere la riga che precede abbiamo commesso un’inesattezza. Non se ne stupisca il lettore, che ben conosce come gli scribi siano propensi all’errore. E tuttavia, nel caso specifico, più che di errore si dovrebbe discorrere di interpretazione:  in effetti, l’ucraino mai superò l’asticella posta a quell’altura, avendo deciso ch’essa non valeva lo sforzo e meglio era passare direttamente a m. 2,41.
A memoria di cronista mai s’era veduto, sulla pedana del salto in alto, un azzardo così alto. Perchè il qatarino (di origine sudanese) Barshim i 2,38 li aveva superati al primo tentativo, e al secondo li sorvolava pure il canadese Drouin. Ora, tutto il peso della competizione stava sulle gambe di camoscio dell’ucraino: che mostrasse lui le carte che possedeva.
Pensavamo, nel registrare la decisione, che la follia abita spesso le menti atletiche. E, in particolare, quelle dei saltatori. Essi sono fatti di speciale pasta, forse perchè hanno ali più che gambe. Sognano di volare, e in effetti volano: da Valery Brumel a Javier Sotomayor, passando per quel visionario geniale che fu l’ingegnere Dick Fosbury, nessuno si è mai sottratto agli imprevedibili ghiribizzi dell’estro. E se questa è da considerarsi la prima indicazione del talento di un saltatore, ebbene Bohdan Bondarenko dev’esserne zeppo come una matrioshka.
Si provi a svuotarla, quella matrioshka ucraina. E si scoprirá che la appena estratta ne contiene ancora un’altra, minuscola fin che si vuole ma ancora ricca di sorprese. Una miniera tanto ricca da offrire brividi e godimento estetico, insomma tutto ciò che l’aficionado cerca nelle esibizioni atletiche.
L’intera competizione di salto in alto è stata percorsa da brividi, ancor prima che Bondarenko facesse la sua comparsa a m. 2,29. In pedana stavano difatti uomini costruiti con speciale tessuto elastico: dal russo Ukhov, il campione olimpico, alla medaglia d’argento di Londra, l’americano Erik Kynard; e neppure da disprezzare erano il bahamense Donald Thomas, l’altro russo Alexsandr Shustov e il britannico Robert Grabarz. Ciascuno di loro avebbe potuto esser un degno campione, non gli fosse toccato di volare contro le ali di Barshim, Drouin e Bondarenko.
Erano decenni che non si godeva così. L’ultima volta, in effetti, era stato ai Campionati del mondo di Stoccarda, dove Sotomayor s’era staccato dalla compagnia superando i m.2,40 mentre il polacco Partyka e l’inglese Smith rimanevano bloccati a m. 2,37. Ma giovedi notte, col sole che calava dietro le guglie dell’Università Lomonosov – uno dei sette palazzi “stalinisti” di Mosca – Bohdan Bondarenko ci risvegliava quegli antichi ricordi aggiungendoci del suo: il balzo, al secondo tentativo a m. 2,41, era davvero il volo d’un candido airone.
Bondarenko è difatti un giunco di m. 1,97, innervato splendidamente. I suoi muscoli, quando lavorano, sfrigolano come seta mentre le articolazioni sono delicatissimi elastici. Così delicati, che i suoi ginocchi hanno già dovuto subire l’offesa dei ferri chirurgici, e pure le giunture dell’inguine hanno patito l’accumularsi delle fatiche tanto da tenerlo bloccato a lungo, lo scorso inverno. Ma Bondarenko, che fu campione mondiale juniores nel 2008 con m. 2,26; e poi vincitore dell’Universiade nel 2011 e settimo lo scorso anno a Londra con m. 2,29 (stessa misura di Barshim, medaglia di bronzo), deve possedere anche eccezionali capacità di recupero. E, difatti, dopo un esordio internazionale a Doha, eccolo già approdare a m. 2,41 lo scorso luglio a Losanna.
Insomma, in una certa misura si era preparati a qualcosa di notevole. Lo aveva garantito Victor Bondarenko, ex decathleta, che del giovanotto è padre e allenatore. Lo sapevano i suoi compagni della Facoltà di sport dell’Università di Kharkiv, la città dove è nato e dove vive, e pure molti tra il milione e passa dei suoi concittadini. I quali erano numerosi sulle gradinate dello stadio Luzhniki, aggregati ad un gruppo di ucraini entusiasti e inesausti nella loro passione di aficionados.
Non tutti gli aficionados, però, sono di questi giorni entusiasti. A noi capita spesso di pensare ai pochi italiani che ancora sentono affezione per quest’antichissima religione, la prima che l’uomo abbia praticato per poter davvero diventare “sapiens sapiens”. Ci verrebbe da scrivere, anzi, che in Italia non c’è più religione, e sono del tutto spariti i suoi celebranti. Non è cosa di questi giorni, perchè sono anni che si procede in un vorticoso declino che non pare trovare il fondo. O, forse, il fondo lo si è toccato qui, dove la sparizione dell’Italia a livello internazionale si è purtroppo compiuta. Non gettiamo la colpa sulle spalle larghe della sfortuna (caso Greco) né su quelle degli attuali dirigenti: il nuovo governo federale, da pochi mesi in carica, che avrebbe potuto fare? Ecco: l’unica cosa che avrebbe dovuto fare, e che purtroppo non ha fatto, era di dire chiaro e tondo che si stava nella melma.
Come venirne fuori? Ci vorranno anni di forsennato lavoro che potrebbero anche servire a nulla. Si tratta, difatti, di invertire una rotta nelle abitudini della gioventù, che ora ignorano l’atletica, e cercare di riportare qualche ragazzo e qualche ragazza sulle piste atletiche. Servirebbe una santa alleanza con chi ha in mano l’informazione: televisiva e non. Insomma, servirebbe l’impossibile: almeno per l’Italia di questi anni di disgrazia.    

Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Agosto 2013 17:18
 
Tramonto del buon gusto sulle piste di atletica PDF Stampa E-mail
Venerdì 16 Agosto 2013 07:28

Ieri, allo Stadio Luzhniki di Mosca, abbiamo assistito ad una vergognosa esibizione di un tale che doveva ritirare la medaglia d'oro in quanto campione del mondo della sua disciplina. Il suddetto (il cui nome ci produce fastidio citare) è salito sul podio carponi, sì, avete capito bene, carponi, levandosi poi in piedi fra contorcimenti similsessuali o semplicemente animaleschi. Un gesto che va ben aldilà di tutte le scemenze cui ormai siamo obbligati ad assistere continuamente durante giochi sportivi, mondiali od olimpici che siano: bandiere nazionali usate ormai come sudari (quando interverrano gli Stati per impedire questa vergogna? ci sembra che esista un reato di oltraggio alla bandiera nazionale), adesso anche come tappetini su cui pregare rivolti alla Mecca (abbiamo assistito anche a questo al Luzhniki), oppure - visto con gli occhi di chi scrive  queste righe - per ripulirsi il naso pensando di essere fuori vista; stupide manfrine di dita puntate al cielo come se il Dio (a ciascuno il suo) di tutte le religioni avesse il tempo di occuparsi di emerodromi non sempre di specchiate virtù ed onestà e di favorire prestazioni ottenute talvolta con l'inganno. Ma ieri si è passato ogni limite di buon gusto, decenza e rispetto. Uno ha il diritto di essere un coglione, ma chi dirige (meglio, dovrebbe dirigere) questo nostro sport ha il dovere di intervenire immediatamente su un comportamento inqualificabile come questo, bloccandolo con severe sanzioni prima che diventi una abitudine. E non c'è nessun virus più rapido nel propagarsi dell'idiozia. Un silenzio assordante, invece. Tanto la gente ride, si diverte a queste pagliacciate, ridiamo anche noi, spensierati. No, a chi è rimasto ancora un minimo di buon senso, non resta che piangere.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Agosto 2013 07:05
 
Appendice alla "opinione" di Giorgio Reineri in tema di atleti ammessi ai Campionati mondiali IAAF PDF Stampa E-mail
Martedì 13 Agosto 2013 13:40

Giorgio Reineri nella sua "opinione" di oggi solleva il problema delle norme IAAF sulla possibilità di iscrivere atleti ai Campionati del mondo. Condividiamo quanto scrive circa la ignoranza - palese ed estesa -  di queste norme perfino da parte di addetti ai lavori (ormai sono sempre meno nel mondo coloro che sanno qualcosa di questo nostro povero sport) e della confusione creata da norme che non servono, a nostro giudizio, assolutamente a niente. L'atletica, diciamolo senza tema di essere smentiti, è già sport sufficientemete difficile nella sua complessità tecnica e regolamentare, senza bisogno di ulteriori complicazioni.

Abbiamo chiesto a un nostro socio che con questi problemi deve fare i conti giornalmente di darci gli elementi per capire meglio. Ecco, qui di seguito, raggruppate le nuove norme. Codicillo: sono le stesse pubblicate da oltre un anno sul sito della Federazione internazionale, siamo convinti che non molti le abbiano lette, a riprova che tutto 'sto gran mito di Internet non rende la gente più preparata e informata.

* The Area Champions in all the individual events (except the Marathons) automatically qualify for the World Championships and will be considered as having achieved the “A” standard.
* 10,000m – The Top 15 athletes finishing in the senior Men’s and senior Women’s races at the 2013 IAAF World Cross Country Championships are considered to have achieved the A Standard for the World Championships.
* Combined Events – The Top three in the 2012 Men’s and Women’s IAAF Combined Events Challenge are considered to have achieved the A Standard for the World Championships.
* 20km Race Walk – The Top three in the 2012 Men’s and Women’s IAAF World Race Walking Challenge Final are considered to have achieved the A Standard for the World Championships.
* Reigning World Champion / Diamond League and Hammer Throw Challenge Winner – In addition to the above regulations and the maximum of three athletes competing from each country, the IAAF will accept the participation of the current World Outdoor Champion and that of the Winner of the 2012 IAAF Diamond League (in the corresponding World Championships events) and 2012 Hammer Throw Challenge as wild cards, on the condition that the athlete in question is entered by his Federation. If both are from the same country, only one of the two can be entered with this wild card. If a Federation has four athletes in one event as a result of this regulation, all four will be permitted to compete.
* Marathons - The top 10 finishers at the IAAF Gold Label Marathons (in 2012 and in 2013) held within the qualification period will also be considered as having achieved the “A” Standard.

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Agosto 2013 14:50
 
Io la penso così.........L'opinione di Giorgio Reineri (2) PDF Stampa E-mail
Martedì 13 Agosto 2013 04:51

Giorgio Reineri scrive per noi......

Usain Bolt ha sconfitto, nella finale mondiale dei 100 metri, anche l’infido clima russo. Con un ghiribizzo tanto improvviso quanto inatteso il cielo moscovita s’era difatti riempito di lampi e tuoni, quasi volesse gareggiare in saette – bolt, per l’appunto – con il giamaicano. Pochi minuti prima che gli otto atleti venissero chiamati ai blocchi l’acqua aveva preso a precipitare sullo stadio Olimpico “Luzhniki”, e la temperatura era calata di botto da ventotto a ventuno gradi. Una brezza maligna batteva sui petti degli sprinter, raffreddandone i bollori. Peggior prologo non poteva esserci, per la più attesa delle competizioni.
Imperturbabili eran rimasti i corridori,  mentre andavano schierandosi ai blocchi di partenza. Bolt, inginocchiato, aveva alzato un dito al cielo: non per domandare comprensione a Giove Pluvio ma per indicare, soltanto, da dove avrebbe tratto ispirazione e forza. Justin Gatlin, invece, era già immobile: bronzea statua che attendeva, con lo sparo, l’alito vitale.
Echeggiò, nel silenzio, il colpo secco dello start. Justin volò via, il corpo piegato, la testa protesa in avanti-basso, i passi rapidi e possenti. Guadagnò mezzo metro, o forse più, su Bolt che s’era rizzato d’incanto e spiegava l’ali. Il duello tra i due si fece magnifico: Justin era un toro che caricava, Usain un torero che gli voleva sfuggire. Per sessanta metri la corsa rimase in equilibrio, prima che le ampie ali di Bolt avessero ragione del toro scatenato. Nel diluvio, saettò sullo schermo eletronico il tempo del vincitore: 9’’77. Appena otto centesimi più tardi, Justin bloccò le fotocellule su 9’’85. Poi, arrivarono altri siluri: Carter, Bailey-Cole, Ashmeade, tutti giamaicani.
Ma quanti erano i giamaicani in gara, ci domandammo. Quattro? E perchè? Nell’agitazione del momento la cosa ci parve strana, ma non era tempo d’indagare. C’era, piuttosto, da celebrare: con quell’acqua e con quel calo di temperatura, i muscoli degli atleti avevano compiuto un miracolo. A tutti, difatti, si doveva abbonare un decimo di secondo rispetto a condizioni ottimali: in breve, senza pioggia e senza vento (contrario) Bolt avrebbe corso in 9’’67 e Gatlin in 9’’75. Ma l’atletica è un gioco all’aperto, e dunque non vale lamentarsi.
Lamentarsi, poi, di che? Quattro giamaicani e un americano sotto i dieci secondi netti, secondo previsioni. L’unica eccezione, lo statunitense Mike Rodgers: era rimasto imbambolato sui blocchi, preso da improvviso panico. E aveva pagato, con il sesto posto e un tempo, per lui, mediocre: 10”04. Epperò, proprio rivedendo l’arrivo ci ritornava alla mente il rovello: perchè quattro giamaicani?
Ah - ci rispose un tecnico con l’aria di sufficienza - perchè Bolt è campione in carica e tiene diritto di partecipare. Certi tecnici hanno la memoria corta: Bolt fu squalificato a Daegu, quindi non era il campione in carica. E chi era il campione in carica? Yohan Blake, giamaicano, ma assente per infortunio. Allora, perchè quattro giamaicani?
Nessuno conosceva la risposta. Ci disse un altro tecnico: la “wild card” di Blake transita al Paese, che ne può disporre a suo piacimento. Stupidità, pensammo subito: e, difatti, questa non è la regola. Per scoprirla, la regola, bisognava cercare col lanternino, dopo aver invano interrogato segretari di Federazioni e altri esperti. Cercare col lanternino, sino a incocciare in Sandro Giovannelli, l’ex direttore delle competizioni della IAAF.
Ci disse: è stato modificato il regolamento, lo scorso inverno, attribuendo una “wild card” anche ai vincitori della Golden League. Ma neppure il sapiente Giovannelli sapeva chi fosse stato, l’anno passato, il vincitore della Golden League sui 100 metri. E per scoprirlo, occorreva ricorrere alle carte: là stava scritto il nome di Bolt.
È un regolamento sciocco, ad esser generosi. Reso ancor più sciocco da tutta una serie di modifiche che attribuiscono altre “wild card” ai vincitori dei Giochi di Area, vale a dire i vari Campionati continentali. Non solo: pure i primi piazzati dei campionati mondiali di cross-country, così come i vincitori di alcune maratone – Gold Label marathon – pare abbiano il diritto ad esser iscritti ai Campionati del mondo anche se non in possesso di un risultato “standard A o B”.
L’ufficio “complicazioni cose semplice” ha lavorato, nell’inverno scorso, con straordinaria solerzia. Talvolta ci sorge il dubbio che silenziose talpe siano all’opera per rendere sempre più incomprensibile agli spettatori le manifestazioni atletiche. Quasi che, anche per il nostro mondo, l’antico detto – la madre degli stupidi è sempre incinta – continui a possedere un fondo di verità.

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Agosto 2013 13:09
 
Io la penso così........L'opinione di Giorgio Reineri PDF Stampa E-mail
Lunedì 12 Agosto 2013 10:49

Giorgio Reineri, per anni inviato speciale del "il Giorno" e in seguito direttore della Comunicazione della Federazione internazionale di atletica (IAAF), socio della nostra ASAI fin dalla fondazione, ha scritto per noi una "opinione" sui Campionati del mondo in corso a Mosca. Ci auguriamo la prima di un serie fino alla fine dei Campionati.

La 14esima edizione degli IAAF World Championships ha rischiato al suo esordio, sabato, d’impantanarsi nella calura appicicosa della piana moscovita. Il clima russo è da tempo immemore un fattore capace di cambiare i destini della storia. E se il gelo contribuì alla sconfitta delle armate di Napoleone e Hitler, asfalto arroventato e aria soffocante hanno, in questa ben più modesta occasione, favorito l’imprevisto disastro, in maratona, delle altrimenti instancabili pedonesse etiopi.
Non tutto il male, tuttavia, viene per nuocere. Soprattutto all’Italia se schiera una lottatrice indomita come Valeria Straneo e una dottoressa in medicina, prudente e saggia come la sua professione richiede, quale la genovese Emma Quaglia. Esse sono state seconda e sesta, cioè il meglio che sia mai stato fatto, in competizione globale, da due maratonete azzurre.
Valeria Straneo è una donna di 37 anni. Tiene famiglia e una forza di volontà che è l’indispensabile motore dei corridori di lunga lena. In molti anni mai avevamo veduto una nostra connazionale battersi per due ore, venticinque minuti e cinquantotto secondi con tanta determinazione, tanto ardore, tanto inesausto entusiasmo. Eppure di campionesse azzurre ce ne erano passate davanti agli occhi: da Paola Pigni a Laura Fogli; da Gabriella Dorio a Ornella Ferrara; da Agnese Possamai a Maria Curatolo. Tutte ci avevano esaltato, fin quasi alla commozione. Nessuna, però, ci aveva toccato il cuore come è riuscita a fare Valeria.
Prendete il suo stile di corsa. Quello slanciare il busto in avanti, quasi a proiettare l’anima al di là della fatica. I ginocchi tenuti bassi, radenti l’asfalto; la spinta poderosa, con piena distensione delle gambe: due molle capaci di dispensare, e racimolare, energia per tutti i km. 42,195 di gara. Certo, al suo cospetto Edna Kiplagat faceva la figura della gigantessa: i femori lunghi quasi quanto Valeria è alta, l’elegante alternarsi del passo, il dondolio delle braccia, la perfezione stilistica che era una goduria della vista. Edna Kiplagat è una magnifica maratoneta: lo testimoniano le statistiche, che la piazzano nell’aristocrazia della specialità: con un primato personale inferiore alle due ore e venti, che poteva fare Edna?
Poteva soltanto vincere, e difatti ha vinto. Ma ha sofferto, dovendo fare ricorso alla tattica piuttosto che alla superiorità in talento. La corsa, difatti, l’aveva fatta, s  no a poco oltre il quarantesimo chilometro, Valeria. Lei era stata la locomotiva; lei aveva costretto alla resa le etiopi; lei s’era messa alle spalle le giapponesi, obbligandole all’inseguimento; lei aveva fiaccato Valentine Jepkorir Kipketer, keniana ventenne di buone speranze, consigliandole il ritiro come alternativa all’asfissia.
Non era asfissiata, pero’, Edna Kiplagat. Con la saggezza che s’accumula con gli anni – vicina ai trentaquattro, ormai – aveva rinunciato a sfidare Valeria sul terreno della pura endurance: rischio troppo alto con l’umido che s’appicicava al corpo raddoppiando la sudorazione e i polmoni che bruciavano più dell’asfalto per averne troppo a lungo respirato i bollenti vapori. La keniana sapeva quale era l’arma da custodire, evitando di farsela spuntare dall’italiana: il cambio di ritmo, la capacità di innestare una marcia superiore con la pochissima benzina rimasta nei muscoli, e le minuscole gocce di ossigeno che la calura non era riuscita a prosciugare.
Così accadeva. Così Kiplagat diventava campionessa del mondo e Straneo sua prima ancella. La giapponese Fukushi completava il podio: Africa, Europa, Asia, in rappresentanza di tre diverse culture, tre differenti mondi, tre lontanissime storie. Questa è l’atletica, questa è la maratona. Questa è la storia della fatica, dai giorni degli emerodromi a quelli di oggi.
Qualcosa di simile alla maratona femminile sarabbe accaduto, sabato sera, nello stadio olimpico di Mosca durante la corsa dei 10mila. Vapori di calore salivano dal tartan a massacrare la respirazione dei pedoni, in pista. Agli spettatori sudavano le chiappe, agli atleti fumavano i muscoli. Persino quelli di Mohamed Farah, che è lo Zatopek della modernità. E come Zatopek faticò a Helsinki ’52, così Farah ha sofferto, sabato, per imporre il suo sprint, altrimenti devastante, a Ibrahim Jeilan, etiope. Ma attenzione: anche in questa gara il clima uccideva i favoriti. Dejen Gebremeskel, che in stagione aveva gia’ corso al limite dei 26’50’’, finiva mortificato, sedicesimo, in 27’51’’88, a mezzo giro dall’inglese e dal connazionale.
Una domanda, magari provocatoria, è tuttavia d’obbligo. Se poco poteva esser fatto per diminuire le pene dei diecimilisti, molto si sarebbe dovuto, invece, per le maratonete. Perche’ obbligarle alla competizione alle due del pomeriggio di un dieci di agosto? Cosa è, se non un attentato alla salute? Valeria Straneo, e pure la dottoressa Quaglia, hanno frustrato l’attentato, ma questo non toglie che altre ne siano state innocenti vittime.   

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Agosto 2013 08:28
 
<< Inizio < Prec. 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 Succ. > Fine >>

Pagina 116 di 135