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Io la penso così........L'opinione di Giorgio Reineri PDF Stampa E-mail
Lunedì 12 Agosto 2013 10:49

Giorgio Reineri, per anni inviato speciale del "il Giorno" e in seguito direttore della Comunicazione della Federazione internazionale di atletica (IAAF), socio della nostra ASAI fin dalla fondazione, ha scritto per noi una "opinione" sui Campionati del mondo in corso a Mosca. Ci auguriamo la prima di un serie fino alla fine dei Campionati.

La 14esima edizione degli IAAF World Championships ha rischiato al suo esordio, sabato, d’impantanarsi nella calura appicicosa della piana moscovita. Il clima russo è da tempo immemore un fattore capace di cambiare i destini della storia. E se il gelo contribuì alla sconfitta delle armate di Napoleone e Hitler, asfalto arroventato e aria soffocante hanno, in questa ben più modesta occasione, favorito l’imprevisto disastro, in maratona, delle altrimenti instancabili pedonesse etiopi.
Non tutto il male, tuttavia, viene per nuocere. Soprattutto all’Italia se schiera una lottatrice indomita come Valeria Straneo e una dottoressa in medicina, prudente e saggia come la sua professione richiede, quale la genovese Emma Quaglia. Esse sono state seconda e sesta, cioè il meglio che sia mai stato fatto, in competizione globale, da due maratonete azzurre.
Valeria Straneo è una donna di 37 anni. Tiene famiglia e una forza di volontà che è l’indispensabile motore dei corridori di lunga lena. In molti anni mai avevamo veduto una nostra connazionale battersi per due ore, venticinque minuti e cinquantotto secondi con tanta determinazione, tanto ardore, tanto inesausto entusiasmo. Eppure di campionesse azzurre ce ne erano passate davanti agli occhi: da Paola Pigni a Laura Fogli; da Gabriella Dorio a Ornella Ferrara; da Agnese Possamai a Maria Curatolo. Tutte ci avevano esaltato, fin quasi alla commozione. Nessuna, però, ci aveva toccato il cuore come è riuscita a fare Valeria.
Prendete il suo stile di corsa. Quello slanciare il busto in avanti, quasi a proiettare l’anima al di là della fatica. I ginocchi tenuti bassi, radenti l’asfalto; la spinta poderosa, con piena distensione delle gambe: due molle capaci di dispensare, e racimolare, energia per tutti i km. 42,195 di gara. Certo, al suo cospetto Edna Kiplagat faceva la figura della gigantessa: i femori lunghi quasi quanto Valeria è alta, l’elegante alternarsi del passo, il dondolio delle braccia, la perfezione stilistica che era una goduria della vista. Edna Kiplagat è una magnifica maratoneta: lo testimoniano le statistiche, che la piazzano nell’aristocrazia della specialità: con un primato personale inferiore alle due ore e venti, che poteva fare Edna?
Poteva soltanto vincere, e difatti ha vinto. Ma ha sofferto, dovendo fare ricorso alla tattica piuttosto che alla superiorità in talento. La corsa, difatti, l’aveva fatta, s  no a poco oltre il quarantesimo chilometro, Valeria. Lei era stata la locomotiva; lei aveva costretto alla resa le etiopi; lei s’era messa alle spalle le giapponesi, obbligandole all’inseguimento; lei aveva fiaccato Valentine Jepkorir Kipketer, keniana ventenne di buone speranze, consigliandole il ritiro come alternativa all’asfissia.
Non era asfissiata, pero’, Edna Kiplagat. Con la saggezza che s’accumula con gli anni – vicina ai trentaquattro, ormai – aveva rinunciato a sfidare Valeria sul terreno della pura endurance: rischio troppo alto con l’umido che s’appicicava al corpo raddoppiando la sudorazione e i polmoni che bruciavano più dell’asfalto per averne troppo a lungo respirato i bollenti vapori. La keniana sapeva quale era l’arma da custodire, evitando di farsela spuntare dall’italiana: il cambio di ritmo, la capacità di innestare una marcia superiore con la pochissima benzina rimasta nei muscoli, e le minuscole gocce di ossigeno che la calura non era riuscita a prosciugare.
Così accadeva. Così Kiplagat diventava campionessa del mondo e Straneo sua prima ancella. La giapponese Fukushi completava il podio: Africa, Europa, Asia, in rappresentanza di tre diverse culture, tre differenti mondi, tre lontanissime storie. Questa è l’atletica, questa è la maratona. Questa è la storia della fatica, dai giorni degli emerodromi a quelli di oggi.
Qualcosa di simile alla maratona femminile sarabbe accaduto, sabato sera, nello stadio olimpico di Mosca durante la corsa dei 10mila. Vapori di calore salivano dal tartan a massacrare la respirazione dei pedoni, in pista. Agli spettatori sudavano le chiappe, agli atleti fumavano i muscoli. Persino quelli di Mohamed Farah, che è lo Zatopek della modernità. E come Zatopek faticò a Helsinki ’52, così Farah ha sofferto, sabato, per imporre il suo sprint, altrimenti devastante, a Ibrahim Jeilan, etiope. Ma attenzione: anche in questa gara il clima uccideva i favoriti. Dejen Gebremeskel, che in stagione aveva gia’ corso al limite dei 26’50’’, finiva mortificato, sedicesimo, in 27’51’’88, a mezzo giro dall’inglese e dal connazionale.
Una domanda, magari provocatoria, è tuttavia d’obbligo. Se poco poteva esser fatto per diminuire le pene dei diecimilisti, molto si sarebbe dovuto, invece, per le maratonete. Perche’ obbligarle alla competizione alle due del pomeriggio di un dieci di agosto? Cosa è, se non un attentato alla salute? Valeria Straneo, e pure la dottoressa Quaglia, hanno frustrato l’attentato, ma questo non toglie che altre ne siano state innocenti vittime.   

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Agosto 2013 08:28
 
Maurizio Damilano: avevo 23 anni, era il 25 luglio 1980 , Mosca brillava con le sue cupole dorate PDF Stampa E-mail
Domenica 11 Agosto 2013 06:52

Ci fa un immenso piacere che Maurizio Damilano abbia accettato la nostra proposta di scrivere una manciata di righe sulla sua vittoria olimpica del 1980 dentro lo Stadio Luzhniki, lo stesso, ovviamente riadattato, che sta ospitando i 14esimi Campionati del mondo di atletica. Maurizio è stato uno dei grandi della nostra atletica, da parecchi anni è stimato presidente della Commissione IAAF per la marcia. Ha scritto proprio nel giorno in cui è arrivata la medaglia d'argento nella maratona di una sua conterranea, Valerio Straneo, coraggiosa (o incosciente, come ci ha detto lei stessa sorridendo mentre la felicitavamo) protagonista di una gara difficilissima. Grazie, Maurizio.

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Mosca, con le sue cupole dorate, il rosso mattone del Cremlino, il fiume Moscova che la percorre placida lasciando un senso di pace e tranquillità. Sono queste le prime immagini che mi accolgono a Mosca tornando sui luoghi che mi videro conquistare l’alloro più importante della mia carriera sportiva: la medaglia d’oro olimpica.
Emozioni che tornano alla mente nitide come se tutto si fosse svolto qualche giorno prima. Emozioni che si fanno tensione nel vedere la mia conterranea Valeria Straneo percorrere il lungo Moscova, la stessa strada che ospitò le prove di marcia nel 1980, e situata proprio fuori dal parco dello stadio moscovita, ancora in lotta per la vittoria in maratona e che concluderà, all’interno dello stadio dove io trionfai, con un entusiastico secondo posto e medaglia d’argento.
Non è facile ancora oggi raccontare quei momenti. Attimi intensi e felici seppure rigati dal sudore della fatica di 20 impegnativi chilometri di marcia.
Ricordo il grande Pino Dordoni ai bordi del percorso incitarmi e dirmi che potevo farcela, non dovevo mollare. Lo ricordo al termine della gara emozionato forse più di me, ma come sempre capace di sdrammatizzare le situazioni e abbracciarmi dicendomi: “Te l’avevo detto, con una giornata come questa russi e tedeschi est erano battuti in partenza”.
Ho fatto altre 3 Olimpiadi dopo quella di Mosca. Ho vinto altre due medaglie di bronzo e chiuso con un quarto posto amaro. Amaro in quanto in quella stagione tutto lasciava presagire che potessi ripetere il successo di Mosca. Ho però sempre saputo che nello sport a volte si vince inaspettatamente e a volte si perde quando le attese sono ben diverse.
La gara di Mosca fu una gara strana. Tensioni forti si sentivano sin dalla vigilia. I messicani, che contavano sul grande favorito Bautista, lasciavano intravedere la difficoltà di una forma non eccellente, ma soprattutto temevano il giudizio tecnico che aveva reso complessa la stagione al campione olimpico di Montreal e gli aveva riservato l’amarezza della prima squalifica della sua carriera (la seconda sarà proprio a Mosca), guarda caso là nel paese del suo maestro, la Polonia del prof. Jerzy Hausleber.
Bautista adottò una tattica insolita per lui. Non il solito pronti e via, chi vuole mi segua, ma un attendismo per lui non comune. Io speravo, a dire il vero, nel solito Bautista, ma mi adattai alla gara. Via via che i chilometri passavano il gruppo si assottigliava. Al sedicesimo chilometro rimanemmo in 3. Bautista attacca. Sorprende sia me che il sovietico Solomin. Guadagna presto 50/70 metri, ma improvvisamente, mentre avevo perso contatto da Solomin e lo seguivo a 20/30 metri di distanza, scorgo Bautista fermo ai lati della strada attorniato di gente. Squalificato, penso immediatamente. Allora dacci dentro mi dico. Solomin è battibile. Ha solo qualche metro di vantaggio.
Ricordo ancora adesso, sentendolo nelle orecchie, l’urlo smorzato del pubblico russo al mio ingresso in pista. Attendevano un loro connazionale, non certo un giovane italiano, ma una giuria molto severa lo aveva invece squalificato verso il diciottesimo chilometro, pochi metri davanti a me, proprio mentre lo stavo riprendendo. Forse fu il tentativo di non farsi raggiungere sapendo di marciare sulle strade di casa a portarlo verso la squalifica.
Ricordo l’effetto del pannello video dello stadio che mi diede la sensazione di avere alle spalle l’atleta che mi seguiva. In effetti avevo un minuto di vantaggio, ma quando lo inquadrarono all’ingresso del tunnel dello stadio mi sembrò di averlo immediatamente dietro. Accelerai. Mi voltai. Mi resi conto che dietro non c’era nessuno ed allora una leggerezza incredibile mi sospinse negli ultimo 80 metri per tagliare il traguardo con il record olimpico e sommerso dal confuso entusiasmo che ogni volta accoglie chi per primo taglia quel filo di lana (nell’atletica moderna ormai immaginario). Lo stesso che tagliò Ugo Frigerio al grido di “Viva l’Italia”. Lo stesso che tagliò Pino Dordoni dopo, come racconta la leggenda, non aver dimenticato di rimettere a posto i capelli con un pettine passatogli da un dirigente. Lo stesso che 16 anni prima tagliò Abdon Pamich, anzi strappo con violenza quasi a voler spezzare un sortilegio che non gli aveva permesso di conquistare quel traguardo già prima.
Avevo 23 anni. Era il 25 Luglio 1980 e Mosca per me brillava attraverso le sue cupole d’oro.

Ultimo aggiornamento Domenica 11 Agosto 2013 16:11
 
Nota per gli appassionati delle compilazioni statistiche PDF Stampa E-mail
Sabato 10 Agosto 2013 12:15

Chi ha interesse nei "numeri" in atletica può consultare i seguenti due indirizzi Internet che corrispondono al sito della Federazione mondiale di atletica (IAAF):

http://www.iaaf.org/records/toplists/sprints/100-metres/outdoor/men/senior/2013

http://www.iaaf.org/records/toplists/sprints/100-metres/outdoor/men/senior

Durante i Campionati del mondo il Dipartimento statistico della IAAF aggiornerà continuamente le liste 2013 e di ogni tempo, dopo la sessione del mattino e alla fine della giornata. Sempre sul sito della IAAF, sono consultabili altre Sezioni dedicate ai primati, alle biografie degli atleti, ecc.

Ultimo aggiornamento Sabato 10 Agosto 2013 14:42
 
Domani nel rinnovato Stadio Luzhniki di Mosca si aprono i 14esimi Campionati mondiali di atletica PDF Stampa E-mail
Venerdì 09 Agosto 2013 11:51

Da Helsinki 1983 a Mosca 2013, attraverso Roma, Tokyo, Stoccarda, Göteborg, Atene, Siviglia, Edmonton, Parigi Saint Denis, Helsinki, Osaka, Berlino, Daegu. Trent'anni, quattordici edizioni dei Campionati mondiali di atletica leggera, creatura di una Federazione internazionale che si stava profondamente trasformando, auspice Primo Nebiolo, presidente che era assurto al soglio iaffino nel settembre 1981. I Mondiali 2013 tornano in quello stesso Stadio Luzhniki che aveva ospitato i Giochi Olimpici 1980, quelli che a noi italici ricordano Pietro Paolo Mennea, Maurizio Damilano e Sara Simeoni, chi vuole si legga il bel libro di Giorgio Barberis sulle medaglie d'oro olimpiche italiane.

Guardiamo al presente. Speriamo di fare cosa gradita ai fruitori di questo nostro sito offrendo un documento ufficiale (in PDF) utile per seguire i Campionati: gli iscritti ordinati per Paese. Buoni Campionati a tutti, specialmente agli atleti.

Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Agosto 2013 20:05
 
Lettera aperta di Luciano Barra al presidente della IAAF/ Luciano Barra wrote to Mr Lamine Diack PDF Stampa E-mail
Lunedì 05 Agosto 2013 06:16

Fra pochi giorni, sabato 10 agosto, lo Stadio Luzhniki di Mosca accoglierà i 206 Paesi e i 1970 atleti (dati aggiornati al 5 agosto, qualcosa si perderà alla chiusura delle procedure di accredito e conferma) che daranno vita alla quattordicesima edizione dei Campionati mondiali di atletica leggera. Un Campionato, questo di Mosca, "nato sotto maligna stella", come la povera Desdemona dell'Otello verdiano. Dieci giorni fa è esplosa una nuova "bomba" che ha squassato le fondamenta del nostro sport. Già in giugno prima "scossa" con la positività della altezzosa Veronica Campbell Brown, giamaica installata negli States, una carriera di successi fin dagli anni giovanili. Poi il 14 e 15 luglio, il terremoto: Tyson Gay, statunitense, doppio campione mondiale a Osaka 2007 (100 e 200 metri), argento a Berlino 2009 e quarto ai Giochi Olimpici Londra 2012, annuncia in una conferenza stampa che gli è stata comunicata formalmente la positività ad un controllo. Passano poche ore e "la pista trema ancora molto forte" e non per assestamento: stavolta sono alcuni giamaicani con il celebre Asafa Powell, che fu primatista del mondo dei 100 metri con 9.74.

L'atletica torna nell'occhio del ciclone: tutti gli annusapatte del mondo si scatenano, soprattutto quelli che per il resto del tempo non sanno distinguere un 100 metri da un lancio del peso. Ma di fronte al doping, tutti i premi Nobel della chimica, della biochimica e della bioovvietà si scatenano. Vecchia storia!

Abbiamo invece ricevuto (qualcuno di noi dell'ASAI) un documento che riteniamo molto interessante, che merita diffusione, lettura, approfondimento e discussione. Non diciamo condivisione acritica, affermiamo che offre molti spunti sui quali sarebbe bene che si riflettesse. Lo ha scritto Luciano Barra, una vita nello sport e nell'atletica, un osservatore attento, documentato, propositivo, talvolta un po' prolisso ma mai banale. Ha spedito una lettera aperta al presidente della IAAF, Lamine Diack, e a tutti i membri del Council: doping ma non solo, in discussione è il modello di atletica che ormai si trascina da anni e che, ci sembra, non suscita più molta attenzione.

Abbiamo chiesto a Luciano Barra l'autorizzazione a pubblicare la sua lettera sul nostro sito. Con il suo accordo - di cui lo ringraziamo - ve la proponiamo qui, ricordando che è scritta in inglese.
Chi vuole intervenire con un commento può invarlo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Here attached a letter (in English) that Luciano Barra sent a couple of days ago to Mr Lamine Diack, IAAF President, and the IAAF Council Members discussing the "format" of the world athletics, the problems of doping (Tyson Gay and the Jamaicans, Veronica Campbell Brown and Asafa Powell among them), the future of our sport. Send your comments to Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Ultimo aggiornamento Martedì 06 Agosto 2013 08:31
 
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