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Un uomo e un campione che ha ispirato tanti di noi: Livio Berruti PDF Stampa E-mail

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Abbiamo sentito spesso persone della nostra generazione (intendiamo, di alcuni di noi che hanno i capelli bianchi o li hanno perduti quasi tutti) dire: fu lui che ci fece innamorare dell'atletica. Ne siamo convinti: molti (mai troppi, siamo una èlite, inutile far finta che non sia così) italiani che hanno apprezzato il nostro sport lo devono a lui, a quel «volo» di 20 secondi e frazioni centesimali sulla pista dello Stadio Olimpico di una Roma di cui era innamorato (allora) il mondo intero. Un ragazzo di 21 anni e quattro mesi scarsi, sabaudo, composto, gentile, era stato registrato all'anagrafe di Torino col nome di Livio, che tanto di Roma ci ricorda. Di cognome, Berruti, il suo papà Michele. Domenica prossima, Livio Berruti sarà attorniato da alcune centinaia di persone per una delle molte feste di cui è stato protagonista: in questa occasione, il suo compleanno, uno di quelli importanti, lo sono tutti, ma questo si può dividere per due, per quattro, per otto.

Noi dell'Archivio Storico vogliamo festeggiare Livio da lontano, con i nostri modesti mezzi. Uno è questo spazio. Da oggi a domenica, ogni giorno, faremo omaggio a lui e ai nostri lettori di ricordi, articoli, magari fotografie e documenti. Apriamo con le belle righe scritte da Augusto Frasca, nostro vicepresidente, in un suo recente libro di ricordi, una serie di «cammei» eleganti, colti, misurati come è la persona. Speriamo di offrirvi buone letture.

 

1960: la curva di Berruti

Pronunci il nome e appare una pista, un volo di piccioni in cerca di un cielo libero e l’eleganza di un disegno in curva. Venti secondi e spiccioli per farsi incunabolo dello sport, atto irrepetibile nella sua traiettoria di tempo e di luogo, primo non nordamericano vincitore sulla distanza, prima vittoria olimpica in velocità di un italiano, solitaria dinanzi allo strapotere nero d’oltreoceano, unica segnata da un primato ripetuto a due ore di distanza l’uno dall’altro, unica resa materia viva in uno stadio nazionale. Homo currens d’indicibile levità, testimone d’una inattaccabile filosofia dello sport, il 3 settembre 1960 un ventunenne torinese divenne eterno nella storia dello sport italiano scendendo nell’immacolata scenografia dell’Olimpico dell’epoca dalle severe consuetudini sabaude e dagli incanti sommessi delle campagne di Stroppiana. Quell’affermazione fu l’apice di una cultura nata sui banchi di scuola secondo lezione impartita da un grande umanista a nome Bruno Zauli. L’avevano costruita Giorgio Oberweger, lucido reggitore delle sorti atletiche dell’epoca, Giuseppe Russo, il docente, il rifinitore nell’assiduità delle sedute allenative nel paradiso di Formia, pasquale Stassano, lo stesso che dopo l’arrivo sarebbe caduto in una sorta di catalessi sillabando linguaggi sconosciuti. Avevano tutti ignorato la lettera con cui anni prima la prudenza di un genitore aveva chiesto ai tecnici federali l’annullamento dell’impegno su una distanza e in una gara ritenute pericolose per la salute del figlio. Inesausto creatore di scherzi nei confronti del composto ragazzo torinese, grande velocista anch’egli, Sergio Ottolina, assistette alla finale dei 200 in tribuna autorità, a due passi dal Presidente Gronchi. Fu l’unica volta in cui i suoi amici lo videro piangere. Quando, ore dopo, fu chiesto a Livio Berruti cosa avesse pensato durante la corsa, al cronista attento suggerì di scrivere di non aver pensato nulla, salvo correre veloce. L’olimpionico ebbe in premio la Fiat 500 assegnata a tutti gli italiani vincitori. Nelle tasche, un assegno di 800 mila lire del Coni, 400 da parte federale. Il portachiavi d’argento donato agli olimpionici da Umberto di Savoia dall’esilio di Cascais. Rientrando a Torino sulla 600 di Gianpaolo Ormezzano dopo quarantotto ore di pausa a Santa Marinella da Gianni Melidoni, tra i rari che dalle colonne del Messaggero ne aveva pronosticato la vittoria, dalle parti di Genova l’olimpionico fu inseguito, bloccato e multato per eccesso di velocità da una monolitica pattuglia della Stradale. Giorni dopo, ai premi ricevuti, il ventunenne aggiunse del suo, e acquistò una Giulietta sprint.

Nella foto, che fece il giro del mondo, il giorno dopo: Livio se la prende comoda a letto, giornale che si intravvede, medaglia e tanti visitatori, tutti interessati. Lui sembra quello di sempre: tranquillo, senza eccessi, composto anche in pigiama: e fatemi fare colazione!