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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Pietro Paolo Mennea (2) PDF Print E-mail

Ieri abbiamo ricordato l'anniversario della vittoria olimpica di Pietro Paolo Mennea sui 200 metri ai Giochi Olimpici di Mosca '80. Lo abbiamo fatto con le parole di un grande del giornalismo sportivo in Italia, Gianni Brera, che, due anni dopo quell'entusiasmante evento, nel 1982, in occasione dell'annunciato ritorno alle gare del velocista barlettano scrisse...un pezzo a modo suo. Oggi vi proponiamo un altro elegante scritto di una persona che, in ragione del suo lungo esercizio professionale, ebbe modo di conoscere Mennea da vicino, molto da vicino. Augusto Frasca, attualmente vicepresidente del nostro Archivio Storico, ha dato alle stampe, qualche mese fa, un suo piccolo libro, piccolo di formato, ma ricco di contenuti, che ha titolato «Qualche pagina per gli amici». A pagina 161 sotto il titolo «Mennea, l'uno e l'altro» una cinquantina di righe, anche meno, tutte centrate sul campione Mennea e sull'uomo Mennea, righe che vale la pena leggere con molta attenzione.

Mennea, l'uno e l'altro

di Augusto Frasca

"Fu scoperto in una classe di Barletta da Alberto Autorino, insegnante di educazione fisica, sostenuto da Ruggero Lattanzio, presidente dell'Avis Barletta, da Oberdan La Forgia, presidente dell'Aics Puglia, allenato da Francesco Mascolo. Trovò un muro, inizialmente, in Carlo Vittori. Si dovette alla lungimiranza di Ruggero Alcanterini, membro della presidenza federale, e all'intervento diretto di Primo Nebiolo, perchè il tecnico lo mettesse in lista per gli Europei del 1971. A partire da quell'anno, la progressione tecnica di Pietro Mennea trovò nella Scuola di Formia la sede ideale, e nella disponibilità di un docente dalla pronunciata personalità l'assistenza più accreditata. Furono da allora, con Mennea in campo, stagioni, in ogni senso di fuoco. Furono successi ai campionati continentali del 1974, negli accesi notturni milanesi dell'Arena e del Palasport, nei pomeriggi d'una Praga illividita dal freddo, sicuramente il massimo, in chiave tecnica, espresso in una ventennale carriera. Furono il primato mondiale di Città del Messico, che recò e reca, tutta intera, la firma di Primo Nebiolo, l'affermazione olimpica di Mosca, il pugno in faccia all'ambiente federale e al suo allenatore con il primo annuncio di ritiro ingenerosamente nascosto, la ripresa, la quarta finale olimpica a Los Angeles, il doping mai esplicitamente dichiarato, il secondo annuncio di ritiro, un nuovo rientro per Seul 1988. Grande atleta, additato tra i massimi dell'atletica e dello sport nazionale. Atleta d'eccezione, come persona Pietro Mennea fu altro, e non furono rare le testimonianze, prima fra tutte l'ignobile aggressione fisica a Livio Berruti messa in atto nel 1979 sul prato di Formia in combutta con familiari e compagni, lui vomitanto sull'uomo a terra insulti irripetibili. Amò alimentare la favola di un uomo refrattario ai compromessi. Vantò atteggiarsi a vittima del sistema, quando in realtà l'unico sistema alla sua portata fu quello che a lui tutto concesse, vale a dire la Fidal di Nebiolo, del dirigente che gli garantì massima assistenza tecnica, apoprodo ai traguardi agonistici più elevati e, come opportunità suggeriva, compensi adeguati alle sue imprese e provvidenze mai dichiarate, tantomeno messe nel novero della riconoscenza. Alla scomparsa, dolorosa, ebbe il potente compianto giustamente dovuto a un grande personaggio dello sport. Ma, in luogo di semplici manifestazioni di affetto, demagogia, retorica della morte e volgari esibizionismi aprirono verso l'uomo un imbarazzante accorrere d'incensi. Pietro Mennea non fu né una vittima, né un eroe, né un profeta. Fu un grande atleta".