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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Gelindo Bordin PDF Stampa E-mail

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Due copertine della rivista «Atletica Leggera» dedicate a Gelindo Bordin. A sinistra: poco dopo l'arrivo della gara olimpica a Seoul, abbracciato dal massaggiatore Rocchetti, dietro, con gli occhiali scuri, si intravvede il giornalista Salvatore Massara, scomparso qualche anno fa. A destra: son passati due anni, siamo in ottobre 1990, Gelindo, fresco del secondo titolo europeo, trionfa nella maratona di Venezia. Osservate le mani dell'atleta, con entrambe indica «tre», le vittorie di quell'anno: in aprile nella famosa maratona di Boston, in settembre i Campionati d'Europa a Spalato, e infine Venezia.

 

Era il 2 ottobre 1988…Quella domenica, un po' umidina, i più incazzati furono i 36 mila poliziotti coreani - il numero lo diede il Comitato Organizzatore - che dovettero fare servizio lungo il tracciato della corsa di maratona, impalati, sempre controllando quella fetta di pubblico che avevano di fronte. Il fesso che salta le transenne e crea scompiglio non fu una novità di Atene 2004. La storia della maratona olimpica ha altri episodi di «infiltrati», di imbroglioni, di giocherelloni. Fin dalla prima edizione: l'australiano Edwin Flack in una intervista negli anni '70 affermò che qualche concorrente non aveva corso tutta la distanza. A St. Louis, nella 1904, nella sarabanda disorganizzativa, un concorrente, Fred Lorz, un newyorchese, arrivò allo stadio prima di tutti gli altri, accolto da trionfatore, fece perfino una foto con Miss Alice Roosvelt, figlia del Presidente degli Stati Uniti. Poi si scoprì che il furbastro aveva corso meno di dieci chilometri, era salito su una comoda automobile di amici, si era fatto scorazzare per una quindicina di chilometri e poi aveva ripreso a correre. Anche senza andare tanto indietro nel tempo: Monaco di Baviera 1972, anche i presunti perfetti tedeschi si fecero infinocchiare da un burlone che, eludendo i poliziotti della sicurezza, entrò per primo nello stadio qualche minuto prima dell'americano Frank Shorter, il quale, poveretto, fu accolto da una bordata di fischi, e non capiva perchè.

Vabbè, lasciamo da parte gli imbroglioncelli, e occupiamoci di quelli veri. Gelindo Bordin rientra in questa categoria a pieno titolo, per aver vinto una delle più belle maratone olimpiche, anzi, azzardermmo, in assoluto. Come andò quel giorno lo raccontò l'autore dell'articolo che pubblichiamo qui sotto, articolo che trovò accoglienza sul numero 347, novembre 1988, della rivista «Atletica Leggera». Inutile ripeterci, solo una considerazione aggiuntiva. Non solo fu una maratona epica per davvero, ma fu, forse, la gara più completa quanto a qualità. C'erano tutti, ma proprio tutti i migliori, davvero la crème de la crème degli eredi del fantasioso Fidippide. Gelindo strizzò ogni stilla di energia, fisica e nervosa, e, nella caciara italian style che si montò subito dopo il suo arrivo sulla pista dello stadio, con la partecipazione di giornalisti, allenatori, massaggiatori, famigli, infiltrati, ambasciatrici italiche con tanto di copricapo appariscente e inconfondibile, disse una sola frase che la dice lunga:«Sono così stanco che non riesco neppure ad essere felice». 

Partirono in 118, arrivarono in 98, oltre a Bordin, l'Italia schierò Orlando Pizzolato (sedicesimo) e Gianni Poli (diciannovesimo), quel 1988 non fu il loro anno migliore.

 

 

Il trionfo di Bordin

di Ottavio Castellini

 

Un capolavoro. Non ho trovato altro termine per definire la corsa di Gelindo Bordin alla conquista dell’alloro olimpico di maratona. Un capolavoro di intelligenza, tattica e agonistica, un capolavoro di preparazione. E in quest’ultimo aspetto va accomunato Luciano Gigliotti, l’uomo che in quattro anni ha saputo costruire questa bellissima macchina da maratona. Un meccanismo che era stato rodato in precedenza come una Formula Uno.

Gelindo Bordin è il ventunesimo campione olimpico di questa specialità, che è nata contemporaneamente ai Giochi Olimpici moderni e forse è l’essenza stessa dei Giochi, con il suo mito, il suo fascino, la sua epopea. Maratona e Giochi Olimpici sono le due facce della stessa medaglia. Il campione veneto iscrive il suo nome dopo quelli di uomini dai nomi indimenticabili: Spiridon Louis, Hannes Kolehmainen, Emil Zatopek, Alain Mimoun, Abebe Bikila, Mamo Wolde, Frank Shorter, Waldemar Cierpinski, Carlos Lopes. E così citando facciamo torto a quelli altri che hanno vinto la gara di maratona in anni lontani e dai nomi meno celebri. Ma uno vogliamo ricordarlo. Lo conoscono tutti come Kitei Son, giapponese. Il suo nome è in realtà Kee Chuang Sohn, coreano di nascita, di un pese che adesso si troverebbe al Nord. Vinse nel 1936, a Berlino, in piena epoca nazista, vinse sotto i colori del Sol Levante che allora era padrone del suo Paese. E proprio Kee Chung Sohn ha portato la fiaccola olimpica dentro lo stadio di Seul, sollevando un’ondata di commozione.

Bando ai ricordi, torniamo all’attualità. A questo grande Bordin che ha compiuto un’impresa che in questo caso non è esagerato definire storica. Pochi infatti, nella storia della maratona, sono riusciti a dare alla propria carriera una continuità di risultati come quella che ci offre il maratoneta di Longare. È quasi banale ricordare le tappe di questa carriera: titolo europeo due anni fa a Stoccarda, medaglia di bronzo ai Campionati Mondiali l’anno scorso a Roma; campione olimpico adesso. E il tutto in meno di quattro anni, esattamente quattro anni meno cinque giorni. Esordì come maratoneta a Milano il 7 ottobre 1984, è diventato campione olimpico il 2 ottobre 1988. E ha vinto questo titolo alla nona maratona della sua vita (lasciamone perdere una ufficiosa).

Un ruolino di marcia straordinario. Ma ancor più straordinario è, secondo me, il modo col quale Bordin è arrivato a questo traguardo. Non ha sbagliato una mossa, la sua corsa è stata perfetta. È stato riparato quando era il momento di stare accorti e coperti; è stato il promotore dell’attacco decisivo, cogliendo il tempo giusto, come un direttore d’orchestra. Senza essere superman. Infatti anche lui ha avuto la sua brava crisi, ha dovuto stringere i denti, ha dovuto cedere all’attacco di avversari di gran lignaggio. Ma anche in questa occasione ha avuto il merito, l’intelligenza di amministrare le sue forze con grande oculatezza, segno di una padronanza del proprio corpo e delle proprie reazioni che solo una preparazione perfetta riesce a dare. E quel finale, quei 1.800 metri finali sono stati il capitolo conclusivo di una storia agonistica difficile da raccontare con altre parole.

Tutto questo in un contesto tecnico elevatissimo. Voglio subito affrontare il tema delle assenze. Assenze che si limitano agli etiopi, i protagonisti della prima parte della stagione, con Belayneh Dinsamo che ha sfiorato il mitico «muro» dei 42 km corsi a 3 minuti al km, stabilendo la nuova miglior prestazione mondiale in 2:06:50. Certo mancava Dinsamo e mancava almeno un altro etiope di gran valore: Abebe Mekonnen. Ma questo rientra nella normalità del gioco dei presenti e degli assenti. E poi ci può essere un paragone indiretto con Salah, battuto da Dinsamo a Rotterdam in occasione del record e battuto da Bordin a Seul. Ancora: l'anno scorso a Roma Mekonnen c'era e finì per ritirarsi. Pure Bordin c'era e finì invece terzo. Dunque...

Per il resto sulle strade coreane c'era tutto quanto di meglio la maratona mondiale può mettere in campo in questo momento. I vecchi che hanno cominciato la fase di discesa come Seko e de Castella, i nuovi in fase rampante come gli Hussein, i Wlkiihuri, i Moneghetti. Oppure i vecchi marpioni cone Ikangaa, Salah, Spedding. Oppure i grandi regolaristi come Nakayama (quattro prestazioni a 2:08). E in questo campo Bordin ha svettato dalla cintola in su, come un gigante. Ripeto, giudico la sua gara perfetta sotto ogni aspetto. E non è stato facile, anche perchè Bordin in questa occasione ha stravolto la sua mentalità agonistica, affrontando l'impegno con atteggiamento mentale profondamente mutato. Non più la corsa in rimonta, tranquilla all'inizio e galoppante nella seconda parte, ma gara subito gagliarda fin dalla partenza, con i primi, con quelli che volevano e potevano puntare al podio. Magari anche gara con i velleitari, prendendosi qualche rischio. Un modo di correre nuovo, che presupponeva una grande sicurezza e una altrettanto grande tranquillità e fiducia nei propri mezzi, doti che si acquistano solo con la consapevolezza di avere la preparazione giusta.

Bordin si è ritrovato alla fine a dover fare i conti ancora con due compagni di viaggio che aveva già avuto un anno fa a Roma. Allora fu il keniano Wakiihuri che, piazzando un km da 2:54, mise sulle ginocchia Salah. Stavolta è stato l'uomo di Gibuti che ha tentato la sorte con un km da 2:55. Bordin ha momentaneamente mollato la presa, per poi riprenderla nel momento in cui le forze abbandonavano i suoi avversari. Pochi i precedenti - forse nessuno - di una rivincita a tre a distanza di così poco tempo. Mi viene in mente una frase di Gelindo Bordin nella conferenza stampa del giorno dopo, nella sede allestita dal suo sponsor. Bordin, raccontando la sua vita, ad un certo punto ha detto: “Sono un geometra, anzi ero un geometra ed ero anche bravo». Geometra, Bordin lo è ancora, solo che adesso, invece di costruire chiese ed alberghi (a Verona ci sono esempi di lavori diretti da lui), costruisce corse podistiche. C’era un bellissimo progetto disegnato dall’architetto Luciano Gigliotti che Gelindo Bordin ha portato a realizzazione come direttore dei lavori. È stato lui stesso infatti a dirigersi verso la realizzazione dell’architettura più bella della sua vita, che lo ha portato su un podio olimpico situato in mezzo ad uno stadio.

 

Mi viene in mente una frase di Gelindo Bordin nella conferenza stampa del giorno dopo, nella sede allestita dal suo sponsor. Bordin, raccontando la sua vita, ad un certo punto ha detto: “Sono un geometra, anzi ero un geometra ed ero anche bravo». Geometra, Bordin lo è ancora, solo che adesso, invece di costruire chiese ed alberghi (a Verona ci sono esempi di lavori diretti da lui), costruisce corse podistiche. C’era un bellissimo progetto disegnato dall’architetto Luciano Gigliotti che Gelindo Bordin ha portato a realizzazione come direttore dei lavori. È stato lui stesso infatti a dirigersi verso la realizzazione dell’architettura più bella della sua vita, che lo ha portato su un podio olimpico situato in mezzo ad uno stadio.