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L'oro della medaglia olimpica non sbiadisce mai: Abdon Pamich (2) PDF Stampa E-mail

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Due belle immagini di quel giorno, una domenica fredda e piovosa a Tokyo: Abdon Pamich applaudito da bambini, vecchi, uomini e donne, giovani e meno giovani, lungo le strade che mescolavano la pioggia al suo sudore. E poi, gli ultimi 180 - 190 metri che lo separavano della vittoria olimpica, sulla pista che non lascia dubbi circa le avverse condizioni meteo in cui si svolse la lunga gara

 

Era il 18 ottobre 1964…Partirono in 34 quella domenica mattina, brutta giornata, con la prospettiva di farsi una passeggiata di 50 chilometri per le strade della capitale giapponese. Che capitale era da 105 anni, dal giorno in cui l'Imperatore Meiji decise di traslocare il suo trono da Kyoto a Edo, questo il nome della città imposto secoli prima da uno dei tanti Shogun, dittatore militare che governarono il Giappone per sette secoli. Tokyo significa «capitale dell'est». Alcuni di questi 34 aveva già una qualche esperienza «turistica», avendo partecipato qualche giorno prima, il 15, alla «venti», che era stata principescamente vinta da Sir Ken Matthews, terzo il mitico sovietico / ucraino Golubnichiy, campione a Roma prima e a México City poi, in gara olimpica fino al 1976. Fra i doppiatori il francese Delerue, il lussemburghese Sowa, il ceco Bilek. I sovietici ebbero un risultato buono ma non buonissimo, tre nei primi sette. Fra i due squalificati per andatura scorretta, un americano, che è rimasto un mito nella poverella marcia USA, tanto che lo hanno inserito in quella roba che va molto di moda adesso e che chiamano Hall of Fame, muro della gloria: Ron Laird, un imbianchino di Louisville, Kentucky, che era apparso già nella 50 di Roma '60 e ritroveremo a Montréal '76, non fu a München '72, quindi quattro Olimpiadi, e un totale di 65 titoli nazionali su tutte le distanze, dal miglio alla 50 chilometri.

I nipotini di Leonid Breznev (pure lui stirpe ucraina, assurto al posto di Primo Segretario del Soviet Supremo proprio in quei giorni, 15 ottobre) volevano rifarsi nella «cinquanta». Lanciarono Agapov per 15 km, Pamich lo controllò senza farsi prendere dalla fretta. Ai 20 km i più ottimisti davano già la gara conclusa, con successo di Pamich. Senonchè, Vincent Paul (per tutti era però solo Paul) Nihill, britannico nato nell'Essex, non mollava un centimetro, ancora al 35esimo km se ne andavano a spasso insieme, magari mirandosi in cagnesco. Al 38esimo la forzata sosta igienico - sanitaria del nostro campione, espletata la formalità non procrastinabile, al 40esimo Abdon tornava avanti di 4 secondi. Limiti ristretti, non c'era da scialare. Una gestione oculata porta alla vittoria. Sovietici ancora a digiuno, bene i tedeschi (allora erano uniti in sede olimpica) con tre nei primi otto; il campione di Roma, Don Thompson, piccolo e sgembo, sempre la testa piegata sulla destra, vincitore anche della mitica «100 KM» nel 1960 a Bollate, finì decimo a circa undici minuti da Pamich. Dei 34, trentuno arrivarono al traguardo, l'ultimo un cittadino di Hong Kong, So Kam Tong, l'unico a più di cinque ore; due squalificati, un ritirato, il birmano Rajan.

Abdon Pamich, quell'anno, aveva vinto in Patria i titoli nazionali della «venti» e della «cinquanta» (era la decima, ne vincerà quattordici), ma brontolava, come scrisse «Atletica», settimale della FIDAL, in occasione del titolo a Calolziocorte:"Abdon Pamich dice di non essere in forma, di attraversare un periodo poco felice, di non sentirsi completamente a posto. Ciò non di meno continua la sua ininterrotta collana di vittorie...". Quell'anno la nostra marcia era poca cosa, mentre fra gli juniores emergeva un giovanotto destinato a buone cose: Vittorio Visini. Non è un caso che a Tokyo c'era un solo camminatore italico. Un atleta, una medaglia d'oro, equazione perfetta.

E per chiudere vi lasciamo alle lettura di tre brani. Per il primo anche se non mettessimo la firma molti lo riconoscerebbero, tanto è limpido lo stile. È un brano tratto da un lungo articolo pubblicato sulla rivista - adesso sì - federale, numero 5, luglio 1968. Lui a Tokyo c'era, scriveva per «Il Giorno». Nella tribuna stampa dello Stadio Nazionale nipponico lavoravano insieme a Aronne Anghileri, Alfredo Berra, Giorgio Bocca, Mario Fossati, Alberto Marchesi, Renato Morino, Gino Palumbo, il nocchiero del calcio italiano olimpico e Mondiale anni '30, Vittorio Pozzo, Gualtiero Zanetti, Ciro Verratti, Gino Palumbo, Candido Cannavò, Mario Gherarducci, e la lista potrebbe continuare con nomi altrettanto importanti per il giornalismo sportivo italiano. Il secondo brano porta la firma di Alfonso Castelli, allora redattore capo del foglio federale; l'altro, il fondino della rivista «Atletica Leggera» è scritto da uno dei più attenti commentatori di cose atletiche a quel tempo, Marco Cassani. Ce ne fossero oggi...

 

Abdon e l'orgoglio

di Gianni Brera

Nessuno di noi aveva potuto seguirlo, se non sui tabelloni ufficiali. Per otto km., ha tallonato NIhill, l'inglese, con le budella ingroppite. Lui dorme sereno la notte della vigilia: è l'uomo più calmo del mondo. Se poi gli si torcono le budella, segno è che ha inghiottito qualcosa di freddo. Così a Stoccolma, a Roma e a Tokyo, e avrebbe voluto buttarsi bocconi e piangere disperato. Non Boschetti aulenti, nei quali riparare; non angoli discosti. Facce larghe e gialle di giapponesi assiepati fin dal mattino. Ogni quindici metri un poliziotto. E le budella che si torcono per l'angoscia. Le gambe che andrebbero, la volontà che fiammeggia, e il maledetto pudor populi che non è dell'animale, bensì dello atleta presente a se stesso.

Ricorda perfettamente, ora: il cartello dei chilometri dice 38. Gli occhi atterriti si posano su un gruppo di donne col bambino in braccio. Adesso basta. Si porta ai margini, allarga le braccia, scuote il capo, con le mani aggranchite afferra l'elastico dei calzoncini e si accoscia. Mio dio: queti sono applausi. E come fanno col bambino in braccio?

Ricordo un passo famoso di Cain:«Capii allora che l'iguana aveva defecato e quindi era pulita come un fischietto». Abdon sente gli applausi e insegue Nihill ricomponendosi passo dopo passo. Rimane un paio di chilometri con lui: prova un allungo: Nihill perde ciabatta: allora cautamente rifiata: al 45esimo impettisce, stringe i denti e via. Nihill sculettaimpotente. Lo stadio di Tokyo applaude Abdon campione olimpionico 1964. La pista è fradicia, talchè stenta a reggersi in piedi, peccato. ...Il dramma era stato consumato in ben altra parte del Giappone. Però quelle mammine con la faccia larga e gialla, che buone e brave sportive hanno dimostrato di essere, al km 38! Il fiumano di Carnia Abdon Pamich gliene è molto riconoscente. E adesso anch'io.


Un asceta

di Alfonso Castelli

Abdon Pamich, questa incredibile figura di asceta che appare quasi fuori della realtà nei duri tempi che viviamo, ha saputo vestire d'oro la sua maglia azzurra, a Tokyo, così come l'aveva vestita d'oro a Belgrado, nei campionati d'Europa. La marcia è lo sport delle figure leggendarie. Lo è per i sacrifici immensi che richiede ai suoi adepti, lo è perchè è sempre un po' - almeno apparentemente -  la cenerentola delle attività sportive. Ma lo è sopra tutto perchè gli uomini che essa esprime, gli atleti che essa laurea sono uomini ed atleti nel più ampio senso della parola.

Di questi uomini di leggenda, l'atletica italiana ne ha espressi parecchi. Senza far torto ai molti altri grandi campioni, da Pavesi a Valente, da Callegari ad Altimani, ci limiteremo a ricordarne tre, che effettivamente sono entrati nella leggenda dello sport: Ugo Frigerio, campione olimpionico ad Anversa ed a Parigi; Giuseppe Dordoni, campione olimpionico a Helsinki; Abdon Pamich, campione olimpionico a Tokyo. Cinque medaglie d'oro (Frigerio ad Anversa ne conquistò due) che hanno creato una tradizione gloriosa per la marcia italiana. Cinque medaglie d'oro, è giusto dirlo, che costituiscono oltre la metà del bottino azzurro in tutta la storia delle Olimpiadi.

Avete mai seriamente pensato che cosa significhi marciare per 50 km. sotto la pioggia e il vento - come ha fatto Pamich - combattendo la stanchezza, la sofferenza, il freddo, ma anche e sopra tutto combattendo gli avversari di tutto il mondo?

È qualche cosa che esula dalla semplice prestazione atletica. È qualche cosa che pone l'artefice di questa impresa sul piano dei semidei dello sport.

Abdon Pamich ha inseguito per otto anni questo alloro olimpico. Gli era sfuggito a Melbourne, dove si era classificato quarto. Gli era sfuggito ancora a Roma, dove aveva conquistato una medaglia, ma solo di bronzo. Aveva raggiunto l'oro a Belgrado, vincendo il campionato d'Europa. Ma non era ancora l'Olimpiade. Ed a Tokyo il taciturno fiumano, esempio di una tenacia che potrebbe essere il blasone della nostra razza, ha finalmente colto il magico fiore d'oro.

Ora Pamich ripensa alle migliaia di chilometri percorsi in gara o in allenamento, alle rinunce compiute per tanti anni, ai sacrifici di ogni genere fatti. Ma tutto questo getta dietro le spalle con un sorriso perchè è felice di aver vinto, per l'Italia, per la sua società, e per sè.

 

 

Viva la marcia

di Marco Cassani

Grazie, Pamich. Viva la marcia!

Non ci svegliamo ora, non ci inchiniamo alla tradizione antica della marcia italiana solo in segno di rispetto od in atto esaltato per l'entusiasmo che il marciatore dei due mari, fiumano di schiatta e ligure di adozione, ha scatenato in tutti gli sportivi. Noi di «Atletica Leggera» abbiamo sempre amato la marcia, non l'abbiamo mai definita la «comica finale». Sensibili al suo significato umano, alla sua francescana modestia, ai bistrattamenti cui è stata sottoposta in Italia, nonostante la sua messe copiosa di risultati, noi sosteniamo che la marcia è il riavvicinamento dell'auomo all'origine, alla natura.

Praticare la marcia a livello «escursionistico» o agonistico significa essere cultori della principale funzione del nostro corpo. Marciare significa ribellarsi alle automazioni, riacquistare vita, combattere quegli aspetti dannosi che il progresso e la civiltà fatalmente portano con loro. Se gli atleti poi forzano il loro incedere con atteggiamenti che possono sembrare innaturali, essi non fanno che ricercare un maggior perfezionamento nel loro naturalissimo gesto.

Può sembrare difficile capire la marcia in tempo di satelliti, di astronavi e di utilitarie. Ma è proprio in questo mondo d'oggi che la marcia come sport può svolgere un benefico compito fra la gioventù. Ci sia d'esempio la progredita civiltà dei nordici, scandinavi e finnici in particolare. Marcia il Presidente Kekkonen, marciano le autorità e gli operai, marciano i giovani e i vechi, le donne e i bambini. C'è il «giorno della marcia», c'è la marcia settimanale nel programma scolastico, c'è la marcia dei boscaioli, quella dei camerieri di albergo, quella dei pensionati, dei maestri, dei dipendenti del Municipio, dei deputati al Parlamento, degli sportivi di altre discipline agonistiche. Da noi si tentò di inserire la marcia escursionistica nel programma dell'educazione fisica scolastica. Fu un grosso fallimento. Eppure tutti sappiamo che abbiamo bisogno di marciare, sempre più bisogno.

Ci auguriamo che la vittoria di Pamich serva a qualcosa, chiediamo maggiori attenzioni anche alle società oltre che alla FIDAL. Chiediamo programmi per l'escursionismo scolastico come introduzione alla marcia agonistica. Se è una cosa difficile nelle grandi città, è attuabilissima nelle piccole, nei paesi e nei villaggi, sin dalle elementari.