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Quando l'atletica italiana cercava un riparo per l'inverno (terza parte) PDF Print E-mail

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Copertina della rivista della Federazione, marzo 1970: Franco Arese conduce la gara dei 3000 metri, siamo all'inizio, che concluderà con la miglior prestazione italiana in pista coperta. Siamo sui legni della nuova pista installata nel Palazzo della Fiera di Genova, dove si celebrarono i primi Campionati nazionali in pista coperta. Dietro ad Arese, il modenese Renzo Finelli, che resterà secondo

 

E venne il giorno. Anzi, vennero i giorni: 22 e 23 marzo 1970. Genova, Palazzo della Fiera, prima edizione dei Campionati italiani in pista coperta.

Il collaudo era dei più severi – scrisse l’Anonimo Romano sulle pagine della rivista federale, numero 3 – L’atletica italiana si era affacciata finalmente alla ribalta delle competizioni al coperto, con decenni di ritardo senza nessuna esperienza…Il contatto col legno canadese della nostra prima pista «indoor» aveva quindi, a Genova, il sapore e la misticità di un battesimo. L’evento ha proposto temi nuovi in tutti i sensi, ha sollevato per gli atleti ed i tecnici quesiti di natura del tutto impensati in precedenza, ha preteso dagli stessi giudici soluzioni di rapida fattura. Al tirar delle somme, dopo due giornate incandescenti per la tensione e l’impegno da parte di tutti, organizzatori ed agonisti, il totale ha collimato alla perfezione con i conti fatti in sede preventiva”.

Sulle pagine di «Atletica Leggera» il commentino generale e quelli singoli per ogni evento sono affidati a G.Franco Sozzani, solido conoscitore e statistico del nostro sport a quei tempi. Il quale scrisse:

Non c’è dubbio che la FIDAL ha avuto coraggio e che poi, a conti fatti, ha avuto anche fortuna. Non c’è stata adesione plenaria, ma discreta sì. E si è trattato per lo più di atleti ed atlete in buona forma, quale mai avremmo creduto potesse rivelarsi in questo periodo dell’anno. Non crediamo che in uno qualunque degli inverni passati si sarebbe potuto contare su uno stadio di preparazione già così avanzato, salvo che per i mezzofondisti assidui delle campestri. Questa è stata la maggior sorpresa…

Se i primi campionati indoor fossero falliti, le critiche sarebbero state sin troppo facili. Ma onestamente si deve dire che sono riusciti, anche se rimane la convinzione che programmarli in questo momento di pochezza di atleti di valore e di avvicendamento dei quadri sia stato un atto di presunzione.

L’atletica in Italia ha bisogno di essere rilanciata…E per fare una cosa del genere…occorre rischiare… con soddisfazione, dobbiamo dare atto che l’attuale conduzione della cosa atletica nazionale ha mostrato, in questo caso almeno, di avere il gusto del rischio”.

Commento equilibrato. In verità, non ci furono motivi né per squilli di tromba né per strapparsi i capelli. Risultati in linea con un momento e con lo stato generale della nostra atletica. Se non altro, i campionati servirono a riscrivere buona parte dell’albo d’oro delle migliori prestazioni nazionali «indoor»: otto stabiliti dagli uomini e sedici dalle donne, “il migliore dei quali è stato quello ottenuto da Francesco Arese, salito in cattedra per regalare un eccellente 8:02.0 sui 3000 metri. La gara di Arese è stata il fulcro di tutte le due giornate di gare: condotta sin dalla partenza con l’obiettivo fisso al precedente record di Umberto Risi…”. Cifra che era di 8:04.4; Sozzani, statistico come si deve, ci dà i precisi passaggi per le tre frazioni di 1000 metri: 2:39.0, 2:42.0, 2:41.0. “L’impressione generale è che un tempo sui 7:50.0, con una opposizione valida, era senz’altro nelle sue possibilità…Un referendum tra i giornalisti gli assegna il titolo di miglior atleta dei campionati…”.

A suffragare la teoria bonomelliana circa la indispensabile validità della corsa campestre per i mezzofondisti, facciamo rilevare che Arese corse a Catania, Trofeo S.Agata il 3 febbraio (strada); il 22 a Valduggia si impose nel «cross corto» (introdotto allora) dei campionati societari, il 1º di marzo fu terzo al  «Campaccio» dopo il tedesco Philipp e Pippo Ardizzone; l’8 marzo vinse il titolo italiano di «corto» sul percorso romano di Tor di Quinto; poi il 3000 di Genova, e, infine, il quinto posto – primo degli italiani – a San Vittore Olona, dicesi  «Cinque Mulini», il 30 marzo, dopo Naftali Temu, lo jugoslavo Dane Korica, l’altro keniota Philipp N’Doo e Sua Maestà Gaston Roelants. Il 19 aprile apertura in pista alla «Pasqua dell’atleta» con un 5000 in 14:02.0, in volata su Cindolo e Ardizzone, con scattino agli ultimi 80 metri, per un momentaneo primato personale.

Torniamo a Genova. Oltre alla miglior prestazione di Arese, vanno registrate quelle di Cellerino (batteria) e Bianchi (finale) sui 400 (49.0), del ferrarese Dario Bonetti sugli «otto», 1:51.8 (cancellando dalla lista Gianfranco Carabelli che aveva corso in 1:52.1 – quinto nella seconda batteria – a Praga l’11 marzo 1967, secondi Giochi Europei Indoor), il toscano Elio Lazzarotti, 7,51 in lungo. Attenti al salto in alto: quando cominciò la gara il «primato» era di Giacomo Crosa, 2,06 a Reggio Emilia nel '69. Azzaro fece in tutto tre salti: 2,00 – 2,05 – 2.11. Ma nel mezzo ci fu Gianmarco Schivo, che saltò 2.08, misura ignorata dal «Saraceno». E infine Vittorio Visini, 2000 metri di marcia, 8:02.8.

La piacentina di club ma nata in provincia di Parma, Cecilia Molinari, corse due volte, batteria e finale, i 60 metri in 7.5; due anche per Angela Ramello sugli 800 metri: 2:22.4 in batteria, 2:16.4 in finale; identica cifra sui 60 ostacoli, 8.9, per le prime due della finale, Paola Giuli e Milena Sanna. Entra nel palcoscenico dell’atletica italiana la non ancora diciassettenne Sara Simeoni: 1.55; poi anche Loredana Fiori, sua compagna di club, e Loredana Bolzanella, saltano tanto a 1,55 che a 1,58, alla stessa misura arrivò anche la ragazzina, e siamo a sei; a 1,61 restò sola e poi saltò anche 1,64. Otto volte ritoccata la miglior prestazione. Anna Maria Lugoboni dà un buono scossone al lungo, da 5,42 a 5,70, per quei tempi... Silvana Forcellini completa con 13,79 di peso.

Annotazioni sparse. Sara Simeoni ed Erminio Azzaro, in futuro moglie e marito, vincitori nello stesso evento e nella stessa disciplina. Altri nomi estrapolati di gente che abbiamo poi conosciuta. Di Gianfranco Carabelli abbiamo già fatto cenno: aggiungiamo che, Maestro dello Sport, ha avuto una superba carriera nel Comitato Olimpico Italiano; lasciato l’ente, si occupa attualmente dell’Accademia dei Maestri dello Sport, e, ci fa piacere, aggiungere che è socio del nostro Archivio Storico dell’Atletica Italiana. Alessandro Castelli, 800, poi lungamente dirigente lombardo, consigliere nazionale, presidente del CUS Milano; Gigi D’Onofrio, 60 ostacoli, è sempre rimasto nell’atletica, da anni è apprezzato organizzatore di vari meeting, Golden Gala in primis; Gian Piero Aquino, triplo, piacentino, poi Maestro dello Sport; Renzo Finelli, 3000, per tutta la vita un punto di riferimento tecnico nell'atletica modenese. Una selezione, senza la pretesa di accontentare tutti.

Chiuse così l’Anonimo Romano il suo racconto di quei primi campionati: “Le luci quindi potevano spegnersi senza troppi intoppi e calava la tela su questa prima positiva esperienza nazionale nelle «indoor». Un nuovo capitolo della nostra crescita era stato scritto”.

Noi non abbiamo ancora finito. In lista d’attesa ci sono altri capitoli. Al prossimo.

(segue)