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Corsa campestre, potrebbe essere scuola di campioni, direbbe Bruno Bonomelli PDF Print E-mail

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Quando sentiamo parlare di cross o ne vediamo scrivere, il nostro pensiero corre al nostro mentore, il maestro di Rovato, Bruno Bonomelli. Nessuno come lui - e nel dire nessuno non abbiamo timore di essere smentiti - ha insegnato, propugnato, sostenuto in forma battagliera, sulla stampa che pubblicava i suoi articoli e all'interno del movimente atletico nazionale, il «verbo» della corsa attraverso i campi. L'unico a scrivere un libro sul cross, il primo nel 1966 con il suo amico Emanuele Carli, il secondo, più ampio, nel 1974, con una parte dedicata all'allenamento firmata dal compianto Enrico Arcelli. Il titolo di quella due pubblicazioni: «Corsa campestre, scuola di campioni». La produzione giornalistica di Bi.Bis sui cross provinciali, regionali, nazionali, internzionali, è mastodontica, non ne avete idea. E parliamo di tempi quando gli articoli erano articoli non le poche righe di oggi.

Disciplina sempre guardata con fastidio, con sospetto, dagli allenatori dei tempi che furono, tutti epigoni di quel Goffredo Sorrentino, medico, che aveva scritto il testo che era diventato il «corano» (basta usare sempre «bibbia» per indicare il testo di riferimento per eccellenza) per tutti i preparatori: «L'atleta - Coltura pre - atletica e coltura atletica completa», edito a Bologna da Cappelli Editore nel 1925. Per questo dotto signore di Ancona il cross era ridotto a:" (l'atleta)...nella giornata di domenica, insieme con alcuni amici, o consoci del club al quale appartiene, farà un piccolo «cross-country» di 2, 3 chilometri, senza forsarsi troppo e senza pretendere di fare tempi da record, ma solo per il piacere di ossigenare signorilmente il proprio organismo, e per isvelenirlo di quel tanto di veleno che ogni individuo assorbe quotidianamente nella vita di città, di ufficio, di officina, e di scuola". E in una nota aggiunge:" Il cross-country fatto così, come lo consiglio io, cioè a pure scopo di divertimento e di ossigenazione, non può nuocere...". Ci piacerebbe tanto decrittare questo ossigenare signorilmente, che ci risulta di oscuro significato. Resta che il «vate» (a quei tempi andavano di moda) dell'allenamento influenzò con queste fanfaluche sulla corsa campestre la Federazione, i suoi uomini, i suoi allenatori. La parola d'ordine sorrentiniana era «riposo, riposo, riposo» d'inverno, altro che corse nei campi: "...un poco di saltellamenti alla corda, un poco di corsa sul posto per mantenere il fiato...molti esercizi respiratori e addominali...e poi una energica spugnature fredda...coricarsi presto e levarsi mezz'ora prima del solito...".

Fecero sparire il cross nel 1939, proibito per decreto fidalino agli atleti migliori, riservato ai Terza Serie e ai non tesserati. Fermiamoci, allontaniamoci dal passato e guardiamo al presnte. Se non ci fossero Walter Brambilla e Daniele Perboni con questa loro «coronavirus» per il cross, vogliamo dire, di continuare a parlarne, dove sarebbe finito? Esattamente come oggi, domenica 26 gennaio 2020, cross dei «Cinque Mulini», edizione numero 88, ininterrotto dal 1933: diciannove righe e mezzo, titolino su una colonna, in fondo a una pagina, sulla «Gazzetta dello Sport»; zero righe sul «Corriere della Sera»; zero righe su «La Repubblica». Questi sono i tre che abbiamo avuto sott'occhio. Almeno un po' di rispetto per una vecchia signora, 88 anni!

Tutto questo, magari fuori tema, per presentare il numero 78 di «Trekkenfild», la creatura di Brambilloni (sintesi di Brambilla e Perboni): dove si parla di «Campaccio», «Cross per tutti», «Vallagarina». Bonomelli ringrazia. Poi, su «Star Trek», troverete anche altro, leggetevelo.