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Carlo Monti, atleta, giornalista, scrittore, ma soprattutto galantuomo PDF Print E-mail
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Questa mattina, martedì 24 marzo, ci saremmo dovuti trovare a Milano, in qualche sala conferenze, o ristorante, o albergo. Ci sùarebbero stati soci del nostro Archivio Storico, giornalisti, amici milanesi, ex atleti. Volevamo ricordare un uomo a cui tutti siamo stati affezionati: Carlo Monti. Oggi, 24 marzo 2020, ricorre il centesimo anniversario della sua nascita, e qualcuno di noi aveva lanciato l'idea di ricordarlo. Insieme al figlio Fabio, che ci aveva dato il suo benestare. Avevamo diffuso la notizia, chiesto adesioni, ricevemmo risposte che ci confermavano che l'idea era azzeccata. Poi...poi, sapete tutti quello che sta succedendo e che ci preoccupa non poco. Le consequenze sono sotto gli occhi di tutti.

Ma abbiamo questo spazio per comunicare, ed è nostro dovere utilizzarlo per superare la frattura fisica che ci separa dagli amici, dai conoscenti, dalle persone con cui abbiamo anche condiviso esperienze professionali. E abbiamo deciso di ricordare Carlino Monti, qui, oggi. Ma con un impegno preciso: quando sarà superata questa angosciante situazione, Milano - uno dei centri più martoriati - ci ospiterà per parlare di Carlo Monti. Atleta, giornalista, scrittore, ma soprattutto uomo di profonda umanità, rettitudine e saggezza. Chi ha avuto l'occasione di conoscerlo, anche solo poco, sa che queste non sono parole di circostanza.

Ovunque tu sia, auguri per questi cento anni che pure hai sfiorato nella tua vita terrena. Carlo ha lascito i suoi affetti più cari nell'aprile del 2016.

Abbiamo scelto di ricordare Carlino nella sua seconda, terza o quarta carriera: quella di giornalista. Presenza fissa dove c'era atletica, all'Arena di Milano, all'Olimpico di Roma, ai Campionati del mondo, a quelli d'Europa, sempre con attenzione e competenza, e, ancor più con indipendenza di giudizio. Era un compagno ideale nelle tribune stampa, piacevole da ascoltare, utile per apprendere, sempre pronto ad aiutare. E mai con la superbia del saccente. o con la spocchia di considerarsi erede di Alessandro Manzoni. Abbiamo selezionato un articolo che scrisse per la rivista federale «Atletica» nel 1978. Lo abbiamo scelto, fra i tanti possibili: una intervista a Orazio Mariani, altro grande velocista lombardo, milanesissimo, che di Monti fu rivale per molti anni. Una rivalità accesa, non da Coppi - Bartali ma quasi. Una rivalità fatta anche di dialetto milanese e di sfottò, ma senza esclusione di colpi come è nel DNA degli scattisti puri, il sangue corre veloce come le gambe, e, talvolta, la lingua.

Ma se leggerete questa intervista coglierete tutto l'animo di Carlo Monti, la sensibilità, l'umanità. Le ultime righe sono intrise di tristezza per il vecchio malandato avversario. Un grand'uomo, Carlo Monti.

Noticine a margine. Orazio Mariani si trovò fra i piedi un giovanottello di poco più di 19 anni, il 23 ottobre 1939, allo Stadio del Littoriale (si chiamavano tutti così all'epoca) di Trento. Una gara nazionale, il Trofeo Dallago. A sorpresa, il giovane Carlo lasciò dietro il più titolato Orazio sui 100 metri: 11 secondi netti, contro 11 e 2. Una rivalità che durò anni, e sarebbe stata anche più lunga senza quella dannatissima e scellerata guerra di mezzo.

Vite parallele. Orazio Mariani nacque a Milano il 21 gennaio 1915 e ivi morì il 16 ottobre 1981. Jessie Owens nacque il 12 settembre 1913 e morì il 31 marzo 1980.

Coincidenze. Nello stesso numero della rivista dalla quale riproduciamo l'articolo di Monti su Mariani, nel quale si parla diffusamente della staffetta ai Giochi di Berlino '36, a pagina 48 una notizia con foto ci informa della morte dell'americano Ralph Metcalfe, grande sprinter e poi importante personaggio pubblico negli Stati Uniti. Metcalfe fu il secondo staffettista del quartetto americano, prese il bastoncino da Owens, e ebbe come avversario italiano Gianni Caldana.

Le fotografie che pubblichiamo fanno parte dell'archivio personale del dott. Alberto Zanetti Lorenzetti.

dalla rivista della Federazione italiana «Atletica», anno 1978, numero 10, pagine 39 - 40

Orazio Mariani va il più spesso possibile al Brallo. Il Brallo è un paese di poco più di mille abitanti a quasi mille metri di altezza, nel Pavese, fra i versanti della Staffora e della Trebbia, due torrenti dove pescare è ancora un piacere. Orazio Mariani, uno dei non dimenticati scattisti del quartetto che a Berlino, nel 1936, conquistò l’unica medaglia d’argento olimpica nella staffetta 4 x 100 metri, non va al Brallo per ossigenarsi in vista di qualche gara in programma, ma data l’età non più verde, a ritemprare le sue coronarie piuttosto affaticate da qualche infarto, dalla dolorosa scomparsa della figlia Bianca, morta a soli 34 anni lasciando qui una tenera creatura di soli 5 anni, e da una delicata operazione.

Orazio Mariani è ormai un pensionato costretto al passo da una salute che non è più di ferro, dopo una vita spesa fra sport attivo e quello delle schedine del Totocalcio, dove per anni è stato impiegato nella sede di Milano. Il Brallo, quindi, lo vedrà frequentatore assiduo, nonché impacciato turista lungo le sue strade, i suoi viottoli ed i suoi boschi, profumati di funghi in autunno e di «non ti scordar di me» in primavera.

Sinceramente, dobbiamo dirlo, non riusciamo a vedere Mariani nelle vesti di pensionato. Lui, l’uomo tranquillo che ubbidisce al medico e ti fa tanti chilometri al giorno con passo calcolato e con aria distratta e distesa; lui, il pensionato, che si siede al tavolo d’un caffè per una partita a briscola e non si infuria ad ogni errore suo o dei compagni di gioco; lui, il compìto uomo che a tavola non cerca di buggerare la moglie, mangiando più di quanto gli è stato prescritto. E via! Mariani è ormai un pensionato; i suoi giorni di gloria atletica sono ormai lontani; i ricordi hanno, talvolta, i contorni un poco sfumati ma il vecchio «Nearco», come il lupo di proverbiale memoria, non ha perduto completamente il pelo. Che diamine!

Il temperamento è rimasto, intatto; e, forse, il giorno del supremo distacco dalla terra, se lo porterà con sé, perchè anche lassù qualcosa non andrà come lui vorrà quando «qualcuno» gli chiederà ragione dei suoi «soprusi» verso gli avversari, delle sue rodomontate (non tutte tali!), dei suoi «spaccatütt» celebri di un tempo. Ma è bene che sia così; che cosa rimane, in fondo, ad un campione, con il trascorrere degli anni, al di là dei ricordi, spesso intimi, se non quel caratteraccio, quel temperamento, quella voglia di vincere ad ogni costo, nati da un sangue a rapida circolazione (come è quello degli scattisti) anche quando l’antagonista sembrava, tempi in mano, superiore a lui?

Orazio Mariani, per chi non lo conoscesse, è stato negli anni a cavallo fra il 1934 e il 1939 il miglior scattista italiano; non solo, ma fu secondo (dietro all’olandese Osendarp, già finalista quattro anni prima a Torino sia sui 100 che sui 200 m.) ai campionati europei di Parigi nel 1938 sui 100 m.ed avrebbe potuto benissimo vincere, dopo aver realizzato in semifinale, con 10”4/10 il record italiano ed il miglior tempo fra tutti i finalisti, senza una partenza talmente balorda, che ancora oggi grida vendetta. Ma Orazio Mariani (chiamato anche Nearco dal nome di un celeberrimo cavallo italiano che vinse in quegli anni un «Arc de Triomphe» a Parigi od anche «spaccatütt» perché si sentiva sempre in tali condizioni di forma da «spaccare» qualsiasi avversario che si opponesse alla sua volontà di vincere), fu anche, come abbiamo già scritto, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, assieme a Gianni Caldana, Elio Ragni e Tullio Gonnelli, nella staffetta 4 x 100.

Tullio Gonnelli, adesso, vive negli Stati Uniti; Ragni, pure pensionato dopo essere stato direttore della piscina Mincio a Milano, trascorre il suo tempo allenando giovani promesse dell’atletismo italiano, mentre Gianni Caldana, gentiluomo vecchio stile, con i capelli tutti bianchi, ben ordinati e numerosi, allena giovani promesse sul campo XXV Aprile a Milano. Da alloro sono passati quarant’anni e più, da quel 9 agosto 1936; eppure per il nostro protagonista quel giorno è solamente ieri.

“Allora – dice – avevo 21 anni; non ero ancora quel campione affermato che poi sarei diventato. Però ero già il migliore in Italia. Mi facevo già i miei 10”6 puliti e gli altri mi stavano dietro, anche i vecchi «marpioni» come Toetti”.

-          Ti aspettavi – gli chiediamo – quel piazzamento, ossia la medaglia d’argento nella staffetta, a Berlino?

“Io non mi aspettavo niente; non so i miei compagni di squadra. Però eravamo decisi tutti e quattro a spendere tutte le nostre energie pur di fare bella figura. Eravamo bene allenati ed affiatati. Avremo provato trentamila volte i cambi ed allora, tu lo sai, non era facile come adesso, perché tutto doveva avvenire entro venti metri. Noi cambiavamo a 18 – 18 metri e mezzo, ossia molto vicino al margine estremo. Era un grosso rischio, ma per combinare qualcosa di buono si doveva rischiare, anche perchè noi quattro non eravamo certo Owens e soci, ossia la squadra degli USA”.

-          Come mai ti misero in prima frazione?

“Ero il più forte in quel momento e pensavano che se io avessi dato una bella spinta al quartetto, sarebbe poi stato più facile piazzarci”

-          Ma tu sapevi di correre la prima frazione insieme ad Owens?

“No. Lo seppi a Berlino e certamente non ne fui contento”.

-          Ma lo incontrasti soltanto nella finale della staffetta? Te lo trovasti così, di colpo, davanti?

“No. Ci preparavamo assieme qualche volta sulla pista di allenamento del Villaggio Olimpico. Anzi sovente gli chiedevo qualche consiglio, specie sulla partenza”.

-          E lui te lo dava?

“Sì. Tranquillamente. Era un tipo allegro, si allenava volentieri con tutti. Non si dava arie da supercampione; anzi rideva e scherzava. Ma in allenamento non dava l’impressione di essere quel talento eccezionale che poi vinse quattro medaglie d’oro. Con lui ho provato molte partenze e qualche allungo di 100 – 150 metri”.

-          Di fronte a lui come andavi?

“In partenza mi dava almeno un metro, appena fuori dalle buchette. In rettilineo io tiravo fuori l’anima, stringevo i denti e lui correva in scioltezza”.

-          Non hai avuto paura quando te lo sei visto in finale proprio dietro le spalle?

“Tu sai bene che io non ho mai avuto paura di nessuno e quindi non ne ho avuta nemmeno di Owens. Certo, vederlo lì dietro, in seconda corsia, mentre io ero in terza, non mi ha fatto piacere. Ma poi al momento di mettermi in «buchetta» (non c’erano ancora gli starting-blocks, n.d.r.) ho solo pensato: «caro Orazio, o la va o la spacca, dacci dentro». Poi dentro di me ho aggiunto ancora: «Quel lì mi el mangi» (quello lì me lo mangio: n.d.r.). E al colpo di pistola partii come un razzo”.

-          Però Owens è andato molto più forte di te.

“Sì, però era Owens e poi io correvo in terza corsia e lui in seconda, quindi io dovevo girare più al largo. Mi avrà anche preso qualcosa ma che io sia andato forte sta a testimoniarlo il fatto che il quartetto italiano si classificò secondo e dietro di noi furono finirono i tedeschi, nelle cui file c’era Borchmeyer, finalista e quinto sui 100 m. lì a Berlino e che gli olandesi, forti di Berger e Osendarp, campione europeo il primo nel ’34 a Torino sui 100 e 200 m. ed il secondo frasca medaglia di bronzo sulle due distanze, lì a Berlino, sarebbero arrivati dietro di noi, se Osendarp non avesse perduto il testimonio a 25 m. dal filo di lana”.

-          Come mai Owens corse la prima frazione?

“Non lo so. Ma gli americani, quando poterono, anche in seguito, cercarono di mettere sempre un velocista bianco nell’ultima frazione. Forse, in quell’occasione, nonostante l’Owens da quattro medaglie d’oro, preferirono mettere in ultima frazione il bianco Wykoff, già alla sua terza Olimpiade. Però, sinceramente, non so se questa è la verità”.

-          È il tuo ricordo più bello questo della staffetta?

“È un ricordo glorioso e basta. Io, poi, per la staffetta non mi sono mai dannato l’anima. Correre in quattro e dividere la vittoria non è mai stato il mio forte. «Le pussee bel vinc de per mi» (È più bello vincere da solo, n.d.r.). Però è un bel ricordo, anche se sono passati più di quarant’anni e se di Orazio Mariani non si ricorda più nessuno”.

-          È la vita, caro Orazio – gli diciamo. Ma dimmi: tu Owens in seguito non lo hai più incontrato?

“Sulla pista mai più. Solo in quella finale olimpica. Avrei dovuto incontrarlo al Letzigrund di Zurigo pochi giorni dopo sui 100 metri, ma lui non venne. In privato, però, l’ho incontrato nuovamente. Fu alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Io a Roma ero addetto agli impianti ed un giorno lo rividi. Mi presentai. Ci abbracciammo. Io ero molto più grasso di lui. Ma tutti e due non eravamo più i due giovanotti di 21 e 22 anni di quel 9 agosto 1936 dello Stadio Olimpico di Berlino. Andammo a bere una birra assieme. Mi venne voglia persino di sfidarlo sui 100 metri od almeno, forse era meglio, sui 50 metri. Il mio temperamento veniva fuori ancora, alla distanza di un quarto di secolo dalla prova di Berlino. Poi ci ripensai e mi dissi: «Caro Orazio, non ti illudere. Quello ti fa fare una brutta figura; lascia perdere». Lasciai perdere ma a fatica. Non fu insomma una decisione facile. Ah, se mi sarebbe piaciuto vendicarmi di quel giorno alle Olimpiadi, quando mi sentivo il suo fiato sulla mia nuca e lo scalpitio dei suoi passi alle mie spalle ed io correvo, correvo come un ladro colto sul fatto ed inseguito dai carabinieri”.

Questo è il ricordo di un atleta che fu a Berlino quarantadue anni fa e che si guadagnò una medaglia d’argento nella staffetta veloce. Né prima né dopo si è fatto di meglio. Fu quello il trampolino di lancio mondiale di Orazio Mariani, campione senza macchia e senza paura, oggi pensionato un poco irrequieto, che deve camminare ma non correre e che deve osservare una dieta ferrea.

“L’è propi brutt diventaa vecc ma pasiensa. Oramai «anca mi sun un urfanel»”.

È proprio finita per Orazio Mariani. Perché per lui «orfanello» erano tutti quei velocisti che valevano poco, molto poco. E per uno come lui, dichiararsi in disarmo è veramente sentirsi nemmeno più un ex-atleta.