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Luigi "Jerry" Bertocchi si è fermato davanti ad un ostacolo troppo alto PDF Stampa E-mail

 

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Abbiamo ricevuto da Paolo Marabini la triste notizia del decesso di Luigi "Jerry" Bertocchi, cinquantadue anni compiuti lo scorso giugno. Fu un bravo ostacolista sulle barriere alte negli anni '80 e la prima metà dei '90. Fermò il suo miglior risultato su un 13.69, nel giugno del 1991, a Potenza, cifra che lo vede ancor oggi fra i migliori venti specialisti italiani di ogni tempo. La lista si può consultare su questo indirizzo.

Così ricorda l'uomo, l'amico e l'atleta, con viva commozione, il nostro socio Paolo.

Jerry non ce l'ha fatta. Ci ha provato con tutte le forze, con il coraggio del leone, quel coraggio che è stato per tanti anni il marchio di fabbrica delle sue vittorie in pista. Ma stavolta l'avversario è stato più forte di tutto e ce l'ha portato via. Non che non ce lo aspettassimo, ma volevamo credere che lo avrebbe battuto. Niente da fare. Luigi Bertocchi ha perso oggi la gara più difficile, quella contro un cancro che per due anni lui ha cercato di sconfiggere in ogni modo.

Era più o meno di questi tempi, il 4 novembre 2015, quando ci lasciò impietriti davanti allo smarthpone con un messaggio choc:"Ho pensato molto se divulgare o meno questa notizia, ma le notti insonni cariche di pensieri pesano come un macigno" scrisse sul suo profilo Facebook. "Dicono che un problema condiviso pesa molto meno e so che qui di amici ne ho molti, per cui un po' di energia, che mi aiuterà ad affrontare la gara più importante della mia vita: il cancro, quel temibile avversario di cui però non ho paura. La lotta sta per iniziare e con il vostro supporto so che sarà meno pesante, la mia compagna sta già facendo tantissimo, mi è sempre vicina e mi tiene alto il morale. In questo caso anche l'amore farà la sua parte". Parole cariche di forza, di speranza, ad accompagnare l'inizio della sua battaglia. C'è stato tutto. L'affetto degli amici, dei vecchi compagni, dei vecchi avversari; l'amore della famiglia e di Graziella; la sua forza di volontà spaventosa, capace di fargli superare tanti momenti dolorosi e difficilissimi; le cure continue, le terapie sperimentali. Ma non è bastato. E oggi per noi che l'abbiamo conosciuto, che l'abbiamo frequentato, che l'abbiamo incitato dagli spalti, che abbiamo riso di gusto al suo fianco - perché Jerry ti faceva rotolare per terra dalle risate - è un giorno terribile, assurdo, inaccettabile. Sprizzava felicità, Jerry: voglia di ridere, di divertirsi, di vivere, di stare in compagnia, circondato da belle persone. Non andare d'accordo con lui era praticamente impossibile, e non è un modo di dire figlio del momento triste che siamo costretti ad attraversare. E che non sarà facile superare.

Jerry era nato a Bergamo il 10 giugno 1965. E a 10 anni era già lì che dava del tu all'atletica, svezzato da quel genio e sregolatezza di un Alfio Ghisdulich, un altro che ci ha lasciato troppo presto, quasi alla sua stessa età. Talento precoce, dopo un biennio di stop perché aveva cominciato a lavorare si era riavvicinato alle piste nel 1980 e si era messo nelle mani sapienti di Mario Alemanni, già valente velocista e prima anima della neonata Atletica Nembro. In men che non si dica ecco i primi successi. Bologna, 27 giugno 1981, il primo titolo italiano, categoria allievi: 110 ostacoli naturalmente, anche se avrebbe potuto fare pure altro, finanche diventare uno tosto da decathlon, con quel fisico perfetto. Di titoli tricolori ne vincerà altri tre, uno da junior, nell'84, nei 60 ostacoli indoor, e due assoluti, sulla stessa distanza, nell'86 e '87. Il tutto farcito con altri dieci podi tricolori, ma anche sei primati italiani under 20 e uno under 23.

E, soprattutto, da 34 maglie azzurre, 23 delle quali assolute,  la prima a 20 anni non ancora compiuti, secondo bergamasco di sempre alle spalle solo di Charlie Guerini. Primo uomo bergamasco in gara in un Mondiale indoor (Parigi 1985, a soli 19 anni) e in un Mondiale all'aperto (Roma 1987), tre partecipazioni agli Europei indoor, due agli stessi Mondiali indoor, tre ai Giochi del Mediterraneo, uno alla Coppa Europa, due volte d'oro ai Mondiali militari, onnipresente negli incontri fra Nazionali: avrebbe potuto anche superare il record di Guerini, se un increscioso episodio non lo avesse visto sfortunato protagonista nel 1989, quando si trovò coinvolto suo malgrado in una rissa fra tifosi di calcio nei pressi di un autogrill. Un episodio che lo segnò molto, al di là dei danni fisici, inducendolo a lasciare le Fiamme Gialle, che lo avevano ingaggiato appena diciottenne, e anche le piste.

Tornò in finale di stagione, convinto da Alberto Bergamelli, che era stato al suo fianco sin dagli anni della gioventù e gli offrì una maglia dell'Atletica Nembro. Jerry la onorò nella stagione successiva, regalando alla piccola società del suo paese un bronzo agli Assoluti e un gran balzo a 7.53 nel salto in lungo, suo miglior risultato di sempre, prima di ritrovare spazio nell'atletica di serie A con la maglia delle Fiamme Azzurre, agli ordini di Giovanni Cornacchia, tecnico pescarese fra i più preparati. E cominciò una seconda carriera, impreziosita dal suo miglior crono sugli amati 110 acca, 13.69 a Potenza l'8 giugno '91, ai tempi quinta prestazione italiana assoluta di sempre. Ma anche dal ritorno in Nazionale: l'ultima maglia azzurra la vestirà il 19 luglio 1993 a Narbonne, ai Giochi del Mediterraneo. Ma continuerà a superare ostacoli per altre cinque stagioni. E peccato per quell'assalto ripetuto al titolo italiano all'aperto mai andato a buon fine, a quel gradino più alto del podio stregato, sfiorato a più riprese ma mai acciuffato. Un po' per sfortuna, un po' perché c'erano anche gli avversari, ed erano tosti: da Laurent Ottoz a Mauro Rossi, da Daniele Fontecchio a Gianni Tozzi, da Mauro Re a Fausto Frigerio, amico-rivale sin dalle categorie minori, e poi Andrea Putignani, Gabriele Maccarone, Dario Volturara, Marco Todeschini.

Una volta smesso di correre, Jerry è rimasto nell'ambiente, nel giro dell'Atletica Saletti, la società di Nembro, in mille ruoli: motivatore, consulente, consigliere, allenatore, tuttofare. Lo è stato anche nei due anni della malattia, quando le cure e il dolore gli hanno concesso qualche breve periodo di tregua. Perché lì - nel suo habitat naturale, in mezzo alla sua gente, anche se gli costava fatica - si rigenerava, nello spirito e nel fisico, e faceva il pieno di buon umore e soprattutto di speranza. Una speranza che purtroppo ha avuto vita breve. Troppo breve, maledizione.

Ciao Jerry. Te ne sei appena andato e già ci manchi tantissimo. Conoscerti, condividere giornate insieme, soprattutto quei bellissimi momenti in giro per le gare, quando eravamo ragazzini spenseriati, è stato un privilegio che mi porterò sempre dentro nel cuore. Che oggi è carico di lacrime e di dolore.