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Giochi Olimpici Roma '60: chi fu il più grande ? Armin Hary o Livio Berruti? Stampa
Sabato 08 Giugno 2019 00:00

Un nostro socio è stato coinvolto in una amichevole discussione da alcuni lettori che, bontà loro, hanno apprezzato il lavoro di ricordo che il nostro sito ha fatto in occasione dell'80esimo compleanno di Livio Berruti. In particolare ci ha fatto vibrare le cordicine cardiache toccar con mano quanto l'impresa di Livio sia ancora viva nel ricordo di tanti, di molti, di moltissimi. E invece ci ha amareggiato - ma non scopriamo niente di nuovo - la completa assenza di cultura, anche solo di vago nozionismo, nei giovani che pur fanno atletica. Frutto del disinteresse di dirigenti, federazioni, degli stessi club, che nulla hanno fatto e nulla fanno per tener viva la anche solo pallida brace del ricordo di chi ha reso grande il nostro sport. Del resto, siamo un Paese che ha ignorato sempre la musica nelle scuole, che della storia dell'arte ha fatto un frettoloso tassello nell'educazione settimanale, che pretendiamo? che si insegni storia dello sport?

Ma qualche arzillo settantenne che quel 3 settembre 1960, sentì alla radio o vide alla tele (gli abbonati in quell'anno avevano raggiunto i due milioni) almeno la finale dei 200 metri, non se l'è mai scordata. Quella figura composta, il ragazzo sabaudo educato, vittima spesso degli scherzi degli altri velocisti (bella razza di burloni, ve li raccomandiamo) proprio per questa suo modo di essere che pareva snob ma non lo era. Composto, ecco quel che era Livio. Mai gesti sbracati, mai urla beluine come usa oggidì, mai magliette stupidamente lacerate in un gesto di idiozia, maglietta mai neppure sollevata o tolta - altra usanza ebete - anche perchè, lasciateci sorridere, con quel suo fisichino non aveva masse muscolari (tutte genuine?) da esibire.

Armin Hary era un tedesco, più tosto fisicamente del torinese, due anni d'età maggiore di Livio. Loro due, insieme, hanno firmato forse la pagina più sbiadita dello sprint statunitense. Nella storia olimpica delle due gare di velocità (100 e 200) solo una volta era accaduto che un europeo togliesse la vittoria ad uno di loro sui dieci decametri: ci era riuscito Harold Abrahams, britannico, nel 1924, quello della piacevole anche se romanzata versione cinematografica «Momenti di gloria», ricordate? Invece nessun europeo era mai riuscito a mettere lo sterno davanti a quello di uno yankee sulla doppia distanza. Il disastro degli americani fu poi completato dalla squalifica della staffetta.

Concludendo, concludendo...chi fu il più grande: Hary o Berruti? Molte volte questioni così sono esercitazioni per sofisti (quelli che sapevano tutto e ognuno dava risposte differenti sullo stesso argomento, oggi diremmo «baristi», filosofi da bar, razza in crescita esponenziale). Chiacchierando con i «reduci» del 1960, ci sovvenne il ricordo di alcuni articoli scritti da Gianni Brera sulla pagine de «Il Giorno». Rapida ricerca sugli scaffali della biblioteca, ed ecco occhieggiare la copetina azzurro tenue del libro «L'abatino Berruti - Scritti sull'atletica leggera», raccolta degli scritti di Gianni Brera, curata dal nostro socio professor Sergio Giuntini. Libro pubblicato nel 2009 della editrice BookTime. Il quotidiano milanese pubblicò, il 5 settembre, due articoli a firma Brera: «Hary o Berruti il più veloce del mondo» e «L'astuto ginocchio di Hary». Oggi riproponiamo il primo.

Livio Berruti ha compiuto la più bella impresa che mai sia stata realizzata nella velocità. Ha corso due volte nello stesso pomeriggio i 200 metri in 20"5: ha stabilito un nuovo record olimpico e ha eguagliato due volte quello mondiale. Sappiamo però quanto possa essere discutibile il giudizio dei cronometri azionati dall'uomo, quando si tratta di definire differenze valutabili in ragione di centesimi di secondo. Quello che veramente conta per la valutazione di un velocista è il confronto diretto: Berruti si è imposto anche in questo uscendone da trionfatore. Il record del mondo della distanza dei 200 metri con curva completa (su pista di 400 metri) elencava un gruppo di 5 atleti (Stanfield, Morrow, Baker, Germar e Norton) con 20"6 fino a tutto il 1959. Quest'anno iniziò Radford, il 28 maggio, a scendere a 20"5: Norton e Stone Johnson lo eguagliarono il 2 luglio. Era giusto che i tre detentori del record fossero presenti in questa finale olimpica: la resa dei conti era inevitabile!

Berruti si è presentato con un molto più modesto 20"7, pur non sentendosi inferiore a nessuno. Le sue prestazioni sui 150 metri gli garantivano la possibilità di raggiungere il 20"5. Ha messo tutti d'accordo: già in semifinale li ha messi tutti a sedere un gradino sotto al suo. Il confronto diretto ha dato ragione a lui, che alla gara è arrivato nella migliore condizione immaginabile.

Vantaggio ai 100

La valutazione delle possibilità fisiche e tecniche dell'atleta e la sua preparazione sono dati di fatto che onorano coloro che hanno aiutato Berruti ad arrivare al luminoso traguardo della medaglia d'oro e del record mondiale. I suoi passaggi ai 100 metri sono stati 10"4 nella semifinale e 10"35 nella finale. in entrambe le prove è uscito in rettilineo con più di un metro di vantaggio, disteso, sciolto, pronto ad attaccare lo sprint finale senza contrazioni.

Berruti ha corso anche meglio nella semifinale: realizzando lo stesso tempo, non ha esasperato la contrazione muscolare nell'ultimo tratto. Il logorio, fisico e nervoso, si è fatto logicamente sentire nell'ultima prova. Siamo convinti che, se l'impegno della semifinale fosse stato pari al secondo, Berruti avrebbe bloccato i cronometri su un ancora più straordinario 20"4.

Grandi campioni

La velocità ha consacrato in questa Olimpiade due grandissimi campioni: il tedesco Armin Hary e l'italiano Livio Berruti; l'uno per i 100, l'altro per i 200. Sono desisamente i due più forti specialisti che si siano mai visti al mondo. Non crediamo che lo stesso Berruti, almeno per ora, si consideri superiore a Hary sui 100 metri; la partenza fulminea del tedesco, Livio non l'ha. Così come sui 200 pensiamo che il tedesco, molto cosciente dei propri mezzi, non possa illudersi, sempre per il momento, di farla all'italiano.

Una prova bellissima si potrebbe però combinare per stabilire chi sia veramente l'uomo più veloce dal mondo. Da molto tempo noi siamo convinti che né i 100 né i 200 siano distanze che giustamente esprimono il valore del velocista: troppo breve essendo la prima, eccessivamente prolungata la seconda. La distanza alla quale vorremmo si valutassero i velocisti sarebbe quella dei 150 metri: un duello Hary - Berruti su tale distanza supererebbe  in bellezza qualsiasi spettacolo atletico visto finora.

Il risultato pronosticabile? Noi li dareemo alla pari, convinti che veramente questi due grandi atleti non debbano, oggi come oggi, essere classificati diversamente. È una proposta: la magnifica pista di Zurigo potrebbe essere tra qualche giorno il teatro ideale per questo stupendo confronto.

Ultimo aggiornamento Domenica 09 Giugno 2019 08:36