Messaggio
México e nuvole..., ricordo di un pomeriggio nuvoloso a Città del Messico Stampa
Venerdì 13 Settembre 2019 14:31

alt

Momenti di esultanza allo stadio messicano dopo l'annuncio del tempo mondiale: Pietro Mennea e il professor Carlo Vittori danno sfogo alla loro gioia. Nel mezzo si intravvede Primo Nebiolo, presidente della Federazione mondiale universitaria, la F.I.S.U.

Giorgio Barberis, a quel tempo inviato del quotidiano torinese «La Stampa»...oggi inviato dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana Bruno Bonomelli. ci riporta a quel giorno, 12 settembre 1979, quando Pietro Mennea corse i 200 metri in un tempo riconosciuto come nuovo primato del mondo: 19"72. Lo ringraziamo per la sollecita risposta alla nostra richiesta.

A ripensarci adesso...

di Giorgio Barberis

...quarant’anni dopo, quel 12 settembre nello stadio Azteca di Città del Messico ha qualcosa di surreale: il cielo nuvolo pronto a rovesciare scrosci di pioggia (che fortunatamente quel giorno non ci furono), pochi spettatori sugli spalti, una gara senza storia visto il distacco che il primo inflisse al secondo. Di concreto rimane però anche la curiosità con cui, noi inviati dei nostri giornali, attendevamo quei 200 metri di Pietro Paolo Mennea da Barletta, peraltro dubbiosi perché il Mennea visto in semifinale, dopo il 19”96 della batteria, aveva generato qualche perplessità e si temeva ormai avesse dato il meglio di se stesso. Il record del mondo? Non ricordo che qualcuno avesse azzardato un’ipotesi del genere e se l’interessato, Carlo Vittori o Primo Nebiolo avessero in cuor loro presupposto tanto, non lo avevano manifestato alla vigilia. Si pensava ad un tempo intorno ai 19”95, nel migliore dei casi qualche centesimo di meno, ma non tanto da correre più veloce di quel 19”83 di Tommie “Jet” Smith che rappresentava il top assoluto.

Erano le 15,20 locali (le 23,20 in Italia, con i giornali pronti ad andare in stampa, che avevano tenuto una finestrella aperta nelle pagine sportive per dare l’esito della gara) quando il tabellone dello stadio sentenziò 19”72, creando il caos: di corsa in sala stampa, a parlare direttamente con un collega della redazione che avrebbe riempito le poche righe a disposizione con quello che gli veniva raccontato velocemente, mentre un altro collega si occupava del titolo. Poi, nella successiva ribattuta (da effettuarsi il più celermente possibile) il pezzo dell’inviato, dettato ovviamente a braccio (cioè senza averlo materialmente scritto, ma basandosi sugli appunti di un’improvvisata scaletta) in corsa con il tempo, quasi a rivaleggiare con il record del quale eravamo stati testimoni.

Purtroppo l’archivio storico online de «La Stampa» propone solo la prima edizione del giornale e dunque è stato vano da parte mia andare a cercare il servizio che dettai, per riscoprire le sensazioni di quegli attimi. Quel che ricordo è che, a differenza dell’anno precedente quando a Brescia la Simeoni saltò 2,01 ed io per almeno venti minuti rimasi davanti al foglio bianco nella macchina da scrivere con la sensazione che qualsiasi pensiero era troppo misera cosa di fronte all’impresa di Sara (questo lo rammento nitidamente), dominai agevolmente l’emozione. Mennea, personaggio controverso e umorale, non mi ha mai trasmesso sensazioni extra e per certi versi credo che scrivere di lui abbia rappresentato più un piacere perché era un modo significativo per parlare di atletica, che una celebrazione del grandissimo campione che è stato.

Andando a scartabellare quanto scrissi sul giornale del giorno successivo, credo che emerga un ritratto di Pieretto (sovente lo si chiamava con questo diminutivo) che spiega il rapporto che si aveva con l’uomo. Ed allora lo ripropongo perché credo valga ben di più di altri sfumati ricordi.

“Sono passate circa due ore da quei magici diciannove secondi e settantadue centesimi che gli hanno dato il primato del mondo: intorno a lui ci si accalca per scoprirne gli umori, per decifrare le sensazioni che sta vivendo. Di lui si cerca di scoprire quegli aspetti che ancora non si conoscono, il significato della vittoria contro il tempo, dell'essere l'uomo più veloce del mondo con una media oraria di 36,511. Mennea risponde pacato, gli occhi luccicanti: mantiene una lucidità impressionante, rifiuta un commento a caldo per non rischiare di lasciarsi troppo trasportare dall'entusiasmo, arriva a dire che non ritiene questo possa essere il momento più felice della sua vita «in quanto l'atletica non è tutto». Poi rivive la sua giornata, il timore di non poter fare più di quanto aveva già fatto. «Come ho fatto a recuperare? Andando ai blocchi di partenza ho pensato che questa era per me l'ultima occasione, che non sapevo se ce ne sarebbe stata un giorno un'altra. Così ho cercato di dare il massimo, innanzitutto proponendomi di curare a fondo la partenza e di correre bene almeno la prima parte della gara».

E infatti è schizzato via dai blocchi splendidamente: cinquanta metri favolosi, un piccolo rilassamento (quale può esserci in una gara di sprint) e quindi un distendersi in nuove frequenze vertiginose che hanno lasciato stupito lo stesso Vittori. Questo fino all'ultimo metro, in spinta costante, con gli avversari inghiottiti in un batter d'occhio, poi come tanti gnomi a rincorrere il gigante. Sul traguardo Mennea non si è girato: «Aspettavo un segno qualsiasi che mi dicesse com'ero andato. Sinceramente non mi sono reso conto di aver fatto il record del mondo se non quando ho visto il presidente Nebiolo saltellare quasi fosse un atleta. Allora ho alzato gli occhi, ormai certo di aver fatto un grande tempo».

Con il fiato ancora rotto dallo sforzo, Mennea è rimasto qualche attimo immobile: quei numeri scritti sul tabellone sembravano qualcosa di irreale, di incredibile. Neppure l'altoparlante che pochi istanti dopo ufficializzava il tempo sembrava bastare a Pieretto, che ancora durante la premiazione — cioè quasi due ore dopo — si è voltato innumerevoli volte a rileggere il proprio nome con a fianco la prestazione realizzata. «Volevo un grosso risultato. Ma il record del mondo mi sembrava troppo», confida ancora Mennea. E aggiunge: «Tutti i sacrifici ti vengono pagati da queste cose che restano nella storia dell'atletica»”. Indubbiamente, aveva ragione.

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Settembre 2019 09:05