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Una piccola aggiunta alla storia di Tom Assi, in questo caso come giovane atleta PDF Print E-mail
Friday, 25 August 2023 00:00

Questo lo sapevi, Gianfranco Carabelli? Un attento lettore del nostro sito, di Trani, ci ha fatto arrivare questa chicca che ora vi riferiremo. Forse l'anonimo mittente è un ex alunno (vi segnaliamo che esiste un gruppo Facebook che chiama a raccolta gli ex alunni e alcuni ci hanno anche scritto) del Collegio "G. Davanzati" della città pugliese, prestigioso istituto che ha formato migliaia di giovani nella sua lunga storia. Al "Davanzati" fece i suoi studi classici Tommaso Assi, come ci ha ricordato Carabelli in quell' elegante profilo che ha fatto qualche giorno fa su questo nostro spazio.

Ordunque, veniamo a Tom Assi giovane atleta attratto dalla corsa pedestre. Siamo nell'anno del Signore 1953. Per la terza volta gli studenti sono chiamati a una attività fisica di tipo agonistico (questa era facoltativa) e non solo ginnico-formativa (obbligatoria): i Campionati Studenteschi, ampiamente illustrati in due Circolari ministeriali (19 ottobre 1950) indirizzate dal ministro della Pubblica Istruzione, Guido Gonella, ai Provveditori agli studi. Atletica leggera come sport di base, come dovrebbe essere sempre, corsa campestre in primavera, gare in pista, di solito, nel mese di maggio. Prima edizione nel 1951. 

Verso la metà di aprile del 1953 in un gran numero di province si tennero i campionati di corsa campestre, quella disciplina che in un passato non lontano era stata messa al bando degli illuminati dirigenti della Federatletica per gli atleti di interesse nazionale. Adesso, quasi legge del contrappasso, gli stessi plaudono la corsa nei campi per gli studenti, mentre il nostro mezzofondo e fondo annegavano in un anonimato avvilente. Grande rivincita del tempestoso Bruno Bonomelli, che si era sempre battuto come un gladiatore a favore di questa attività. Russell Crowe, eroe del Colosseo per finzione filmica nei panni di Massimo Decimo Meridio, impallidisce al confronto della ferocia - solo verbale, per fortuna - del foltocrinito maestro elementare di Rovato.

A Bari di concentrarono gli studenti che volevano sgambettare fra i prati, quasi tutti di licei e istituiti scolastici baresi. L'anomino lettore ci ha fornito un ritaglio di giornale che riporta i primi sei arrivati. Vinse Maselli, del Gimma di Bari, all'epoca doveva essere l'Istituo Nautico; secondo Maiorano, del Liceo Scientifico; terzo, ed eccoci al nocciolo, Tommaso Assi, meglio dire Tommasino dal momento che aveva compiuto diciassette anni da poche settimane (era nato il 6 gennaio 1936). Quarto Ceglie, quinto Barracano, sesto Tempesta. Il quarto, Gian Battista Ceglie, vincerà poi i mille metri in pista, il 13 maggio, con un buon 2'44"5. Purtroppo conosciamo solo il nome del vincitore, ma possiamo presumere che in quella gara ci fosse anche il nostro giovane Tom.

Una lettura non accuratissima dei risultati di quei Campionati Studenteschi di corsa campestre (92 furono le province interessate il 12 aprile) ci permettono di riportare alla luce i nomi di alcuni atleti che hanno avuto un significato nella lunga vicenda dell'atletica nazionale. A Belluno vinse Renato Panciera (classe 1935, nativo di Pieve di Cadore) il quale sarà uno dei quattro staffettisti della 4x400 ai Giochi Olimpici del 1960; l'Italia superò la batteria agevolmente, terza dopo West India e Polonia (tempo elettrico, ancora ufficioso a quei tempi) 3'10"00; purtroppo i sogni di gloria svanirono in semifinale, la prima: vinsero i sudafricani sulla Germania (in quella occasione unita) e sui britannici. Ma i nostri erano lì, aggrappati ai quarti posteriori dei sudditi della Regina Elisabetta: Giuseppe Bommarito, palermitano, Mario Fraschini, cremonese, Nereo Fossati, comasco, e Panciera. Sentenziarono i dispositivi elettrici: granbritanni 3'07"67, italici 3'07"83. Quindi, prendendo per buoni questi responsi, significa che la nostra staffeta rimase fuori dalla finale per 16 centesimi di secondo. Dura lex, sed lex. Annotazione non secondaria: i tempi della batteria e della finale erano nuovi primati nazionali. Altra annotazione: conseguiti nella stessa giornata, batteria al mattino, finale al pomeriggio. La data? 7 settembre.

Torniamo a calpestare i prati. Prendiamo la gara di Brescia: ai primi tre posti tre ragazzi che saranno protagonisti nel mezzofondo degli anni a venire. Giorgio Gandini, buon corridore dagli 800 ai 10 mila, Aldo Bonfadini (che poi vinse i mille metri in pista in 2'40"1), Giambattista Paini, pupillo di Bruno Bonomelli, davvero bravo sugli 800 sul filo dell'1'50", che per quei tempi.... A Cagliari  un ragazzo di casa, Adriano Loddo, che si orienterà sui 400; dietro un bocia di Pirri, Antonio Ambu, una carriera interminabile come fondista e maratoneta, trentaquattro titoli italiani; primo in pista sui mille: 2'43"7. A Ferrara, ecco Gian Paolo Lenzi, allenatore di stuoli di maratoneti, e per alcuni anni anche Commissario tecnico della squadra nazionale. A Lucca al terzo posto quel Moreno Martini che, insieme a Tito Morale, aprirá nuovi spazi sui 400 metri ad ostacoli: trionfò anche sui 1000 metri in 2'43"0. Secondo a Modena troviamo Natale Coliva, che per alcuni anni sarà uno dei migliori mezzofondisti veloci. Il quale Coliva vinse la sua gara in pista (2'47"4), e, aggiungiamo noi, Luciano Gigliotti iniziò la sua carriera di atleta come velocista: primo sugli 80 metri in 9"5. Come allenatore è un'altra storia, la conoscete, vero?

E il nostro Tom Assi che fine fa? I Padri Barnabiti lo facevano studiare duramente, intanto lui però continuava anche a correre. Venne tesserato per la Polisportiva Landolfi Molfetta, società con una solida impalcatura. Nella fase regionale Tommaso fu schierato sugli 800 (terzo nella seconda serie in 2'11"0) e sui 1500 (terzo nella prima serie in 4'35"6). La «Landolfi» passò il turno e fu inserita nel raggruppamento di Ancona (Stadio Dorico, 23 e 24 maggio).  Stavolta lo iscrissero sui 1500 (quinto nella prima serie in 4'24"8, bel progresso) e gli fecero correre una frazione della 4x400. Il miglior risultato per i «landolfini» fu il 15'46"0 sui cinquemila del ventiduenne Giuseppe Bruno, risultato che a fine stagione lo collocherà al quindicesimo posto delle liste italiane.

A quel tempo gli atleti venivano divisi in serie in ragione della loro abilità atletica: prima, seconda e terza serie. Tom era un Terza, e ebbe l'onore di partecipare ai Campionati di questa categoria che, per le regioni del Sud Italia, si disputarono a Bari nei primi giorni di luglio. Vinse il suo compagno di club, Bruno, che precedette Francesco Perrone (cross, pista, maratona, e partecipazione olimpica su questa distanza ai Giochi '60); Tom chiuse al nono posto, 16'58"6. Tempo largamente migliorato, sempre a Bari, il 31 ottobre: 16'27"4. Non male per un ragazzino che non aveva ancora soffiato sulle diciotto candeline della torta di compleanno, che dite?

Last Updated on Saturday, 26 August 2023 06:13
 
Tommaso «Tom» Assi, un irrequieto pioniere della nascente scienza dello sport PDF Print E-mail
Saturday, 19 August 2023 00:00

Gianfranco Carabelli, Maestro di Sport, nostro apprezzato socio, ci fa un graditissimo regalo, che arricchisce questo nostro sito e dà un senso alla nostra esistenza di gruppo che di atletica di altri tempi ha la presunzione di occuparsi. Gianfranco, in punta di penna (il bello scrivere, altra virtù in forte ribasso), dipinge la figura di un suo collega alla Scuola dello Sport del CONI e poi al Centro Studi e Ricerche dalla Federazione di atletica: Tommaso Assi, Tom per quasi tutti. Non vogliamo togliere niente alla lettura, e non ci limitiamo ad alzare il pollice dell'inutile «Mi piace» tanto di moda nella dilagante ignoranza anche del nostro sport. A Gianfranco Carabelli, già raffinato autore di altri ritratti di atleti italiani per questo nostro spazio, un sentito ringraziamento. In attesa di un nuovo contributo: se vuole, Gianfranco, ha tanto da raccontare di quello di cui è stato protagonista nel mondo dello sport italiano.

 

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Le foto, in sequenza da sinistra: Tom Assi con la tuta della Nazionale e con quella della Riccardi Milano (fu primatista sociale dei 10 mila metri con 32'04"4); nei due riquadri: in alto, Tom, occhiali scuri e risvolti della camicia bianca che spuntano da un maglione, sulle tribune in occasione della prima giornata dei Campionati universitari, a Roma: si riconoscono Carlo Vittori, Elio Locatelli, Tino Bianco, Angelo Cremascoli, Mario Valpreda (foto dall'archivio di Bruno Bonomelli); infine, Tom insieme a Vittorio Visini e a Pino Dordoni, in occasione di un raduno di atleti della marcia (foto dall'archivio di Pino Dordoni)

Ci sono casi in cui la vita delle persone si arresta in fase di piena accelerazione e i traguardi professionali ipotizzati nei loro confronti, valutati sulla base di una traiettoria già contrassegnata da tappe importanti, rimangono solo potenziali. Questo è stato il caso del Maestro di sport Tommaso Assi, di Trani, Tom per tutti, anche se un diminutivo poco si addiceva a un tipo come lui. Non perché avesse tradito le sue origini, anzi, ma la sua avventura, durata tutta la vita, specie in ambito sportivo, è stata quella di un nomade che aveva assunto il nomadare, appunto, come stile di vita, di filosofia, come motivo di crescita culturale e professionale. Questa sua irresistibile tendenza, spesso manifestata con repentine decisioni, partiva da lontano, ma non si sa bene da dove né che natura avesse, perché il suo modo di presentarsi non era affatto da nomade. Educazione e formazione classica dai Barnabiti gli hanno conferito un aplomb da persona distinta e di buona cultura, apparentemente un po’ arrogante per via di uno sguardo tendenzialmente torvo, ma accompagnato da un sorriso che, in contrasto con il resto dell’ espressione del viso, invitava alla cordialità, certamente senza smancerie di sorta. 

Passo un po’ legnoso, in linea con il resto del portamento, mai affettato e fuori controllo. Come abbia potuto scegliere le corse di lunga lena, le gare su strada e la maratona è incomprensibile, come tante altre cose derivanti dalle sue scelte di vita, ma alla fine ha sempre avuto ragione lui, come si vedrà. Il fatto è che la legnosità, quasi un segno di eleganza nella camminata, diventava un limite tecnico ben visibile nella corsa, pressoché zoppicante e per nulla ammortizzata all’impatto a terra del piede e alla conseguente flessione del ginocchio. La sua corsa non era un bel vedere. Eppure, questa scelta di dedicarsi alle corse di lunga durata, terminate quasi sempre con la schiuma alla bocca, segno di un impegno al limite della massima resistenza di cui era capace, è stata premiata con risultati molto apprezzabili in ambito nazionale, tanto da essere conteso da un numero non indifferente di società: dalle Fiamme d'Oro Bari, alla Telestar di Palermo, all’ Atletica Schio e da ultimo all’ Atletica Riccardi di Milano.

Alla Telestar di Palermo ha incontrato un allenatore certamente determinante nel prosieguo della sua attività, prima di atleta e poi professionale. Era quel Franco Bettella considerato il più nomade, il più estroso, sotto molti aspetti tecnici il più innovativo , spesso messo all’ indice dagli ambienti ufficiali; se fosse stato un poeta sarebbe stato annoverato fra i ‘’poeti maledetti‘’. Dagli allenatori è sempre stato considerato un estraneo e un sospetto sperimentatore di forme di allenamento inaccettabili per quel tempo, salvo poi, dopo anni, essere rivalutate nella loro giusta dimensione tecnica. Tuttavia, la fiducia e l'ammirazione di cui godeva da parte dei suoi atleti erano totali, tanto da ottenere da loro la piena disponibilità a sottoporsi a carichi di lavoro pesantissimi. E Tom non è stato da meno, prendendo da questo singolare maestro non solo l’ irrequietezza comportamentale, ma anche quella culturale: in particolare era interessato alle nuove forme di allenamento, soprattutto quelle praticate all’ estero, viste anche alla luce delle sue prime conoscenze scientifiche derivanti dagli studi universitari in Scienze agrarie.

Dopo aver cambiato casacca per essere passato alla Riccardi di Renato Tammaro a Milano, ha pensato bene di trasferirsi a Schio, quartier generale del mezzofondo e del fondo italiano, dove sapeva di poter contare sulla guida tecnica e umana di Mario Lanzi, responsabile nazionale del settore. Qualcuno lo ricorda con il libro di testo di entomologia in mano intento nelle pause di allenamento a preparare l’ esame di quella materia. Nello stesso tempo, si manteneva insegnando Educazione fisica in un Istituto di Thiene, dove poi metterà su famiglia.

A questo punto, chiunque avrebbe fatto una sosta per guardarsi intorno e fare scelte di vita pressoché definitive. Ma non lui che, in forza di passaggi burocratici fatti ad hoc riesce ad iscriversi all’ istituenda Scuola Centrale dello Sport a Roma. Si può ben dire che le facilitazioni burocratiche per Tom erano dovute al fatto che rappresentava il prototipo dell’ allievo modello della SCdS immaginato da Onesti e da Garroni (sì, proprio Giulio Onesti, il Presidente del CONI, e Garroni, vicesegretario delegato, i quali con l’ istituzione della Scuola intendevano gettare le basi in prospettiva futura per innovare i quadri tecnici e dirigenziali del CONI e delle Federazioni): ex atleta, buona cultura generale tecnico-scientifica ed umanistica e grande motivazione professionale. Dopo i tre anni accademici è uscito dalla SCdS con il titolo di Maestro dello Sport di cui andava molto orgoglioso, tanto da essere considerato dalle persone a lui vicine ‘’il Maestro‘’ per antonomasia. Da notare che mentre frequentava le lezioni a Roma, con frequenza assolutamente obbligatoria, trovava il modo di insegnare Educazione fisica a Thiene, di allenare alcuni mezzofondisti, di dedicarsi ad altre discipline come il ciclismo e la pallacanestro. Ogni attività si aggiungeva alle altre e non il contrario, come se le categorie dello spazio e del tempo per lui non esistessero, senza, comunque, entrare mai in affanno, portando a compimento e nel migliore dei modi gli impegni assunti, raccogliendo per di più lusinghiere attestazioni di stima e di affetto da parte degli atleti e delle atlete da lui allenati. Certo non aveva né tempo né voglia di perdersi dietro a dispute tecniche senza costrutto. Il continuo peregrinare in varie parti d’Italia lo ha naturalmente portato ad assumere un particolare e originale accento, un misto fra il dolce ma assertivo vicentino e il più conciliante pugliese. Un ossimoro, ma che rappresentava bene l’ evoluzione umana e sociale di Tommaso. Alla fine sposa Grazia, anche lei insegnante, la quale, armata di santa pazienza e di amorevole comprensione, lo porterà ad avere un riferimento stabile anche se non ancora fisso in quel di Thiene e gli regalerà l’amatissima e bella Michela.

Ma non si può sorvolare sul fatto, e questa è la vera peculiarità di Tommaso Assi Maestro di sport , che attraverso la Scuola dello Sport e il nuovo Centro Studi e Ricerche della Federazione di Atletica è venuto in contatto con nuove figure appartenenti al mondo scientifico universitario che fino ad allora non avevano avuto modo di affacciarsi al mondo dello sport, sia per mancanza di reciproco interesse sia per mancanza di interlocutori, da entrambe le parti, disposti e interessati a confrontarsi. La SCdS del CONI prima e il CSeR della Fidal poi, invece, hanno proprio favorito l’ ingresso di scienziati nell’ ambito sportivo: professori universitari che con i loro studi e le loro ricerche condotte con la collaborazione dei tecnici più esperti e culturalmente più preparati hanno potuto dare un contributo innovativo e determinante allo sviluppo delle metodologie di allenamento, alla nascente Scienza dello sport tout court. Spesso, però, mancava l’ anello di congiunzione. Mancava il tecnico, mancavano i tecnici, in grado di collaborare con questi scienziati nel loro ambito prima e di trasferire poi sul campo le nuove acquisizioni scientifiche e tecniche rendendole nuovo patrimonio culturale degli allenatori, tanto da creare un continuum, senza soluzione di continuità, dal campo al laboratorio e dal laboratorio al campo, nel pieno rispetto dei ruoli e delle competenze di tutte le figure coinvolte. Le inevitabili rivalità scientifiche e i personalismi verranno dopo. E sarà un’ altra storia.

Il Maestro Assi, forte anche della formazione scientifica e multidisciplinare acquisita, è stato tra i primi se non proprio il primo tecnico che ha saputo ricoprire questo delicatissimo e preziosissimo ruolo ’terzo‘, facendone un nuovo proprio spazio professionale. Nuovo, ma ormai già imprescindibile. A misura che gli orizzonti scientifici si ampliavano, non solo in ambito medico-biologico-fisiologico, ma in tutti quegli ambiti disciplinari che riguardavano l’atleta nella sua interezza psico-fisica conseguentemente la necessaria capacità di interlocuzione si faceva sempre più complessa. Perché il rapporto era uno a molti: un tecnico verso molti consulenti scientifici, quanti di volta in volta se ne avvertiva la necessità.

Mentre il Maestro Assi era avviato a ricoprire con sempre maggiore competenza, competenza riconosciuta da tutte le componenti in causa particolarmente esigenti e impegnative, specie quelle operanti nell’ ambito dell’ atletica leggera, di ritorno da uno stage in Australia, dove era andato a ricoprire quel ruolo nello staff tecnico, finalmente riconosciuto formalmente dalla Federazione di atletica, ha avvertito dei segnali di grave malessere e in brevissimo tempo è mancato. Si è trattato di una morte prematura, che non ha consentito a Tommaso di formare di sua mano, con la ricchezza delle molteplici esperienze accumulate, una nuova classe di metodologi dell’ allenamento di elevato livello professionale per il futuro, completando così la sua traiettoria professionale. A quarant’ anni dalla sua scomparsa ancora se ne sente il bisogno per il vuoto che ha lasciato, e ancora lo si ricorda con stima, simpatia e rimpianto.

Last Updated on Saturday, 19 August 2023 08:46
 
«Aspettando i Mondiali», numero monografico di Trekkenfild dedicato all'evento PDF Print E-mail
Thursday, 17 August 2023 00:00

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Mancano due giorni all'inizio dei Campionati del mondo di atletica leggera assegnati a Budapest. La capitale magiara fu sede, in passato, di un due edizioni dei Campionati d'Europa: quelli del 1966 e del 1998. È la prima volta invece che accoglie una edizione dei Campionati del mondo. Campionati nati esattamente quarant' anni fa, con il programma completo. C'erano già state due mini-edizioni in precedenza, che ebbero comunque la dignità di Campionati del mondo: nel 1976, a fronte della decisione del Comitato olimpico di cancellare dal programma la 50 chilometri di marcia (e di confermare la «20», in ossequio ai voleri della dittatura televisiva) la IAAF reagì e si fece il suo campionato mondiale, che fu assegnato alla svedese Malmö. Quattro anni dopo, altro mondiale ridotto alla disciplina dei 400 metri ad ostacoli per le donne, disciplina che il CIO non aveva accettato nel programma olimpico. E infine Helsinki, 1983, la prima edizione, una edizione indimenticabile per chi c'era, un'atmosfera speciale, una voglia d'atletica, una consolidata competenza. Campionati quadriennali all'inizio (1983-1987-1991), poi biennali, per ragioni squisitamente di quattrini.

La pubblicazione online «Trekkenfild» che di attualità si occupa con grande attenzione ha sfornato un numero speciale alla vigilia di questo diciannovesimo Mondiale. Ci sono tante tabelle che aiutano a navigare nella cronistoria di questa rassegna atletica che ormai si interseca, e a volte si aggroviglia, con i Giochi Olimpici e con i Campionati d'Europa. Per dire, l'anno prossimo, Europei a Roma e Olimpiadi a Parigi. Si parte sabato, si arriva domenica 27. Una curiosità sulla nazione ospitante: non ha mai vinto una medaglia d'oro nelle precedenti diciotto edizioni; solo sette argenti e sette bronzi. Noi possiamo gongolarci nei nostri dodici ori, sedici argenti e diciannove bronzi, per un totale di 47 medaglie.

Last Updated on Thursday, 17 August 2023 09:06
 
Anche una laurea in filosofia poteva servire alla causa del nascente sport femminile PDF Print E-mail
Tuesday, 15 August 2023 19:48

Vi abbiamo brevemente presentato, pochi giorni fa, mademoiselle Germaine Delapierre, una delle prime donne che decisero che anche lo sport era una attività nella quale impegnarsi agonisticamente e per cui battersi contro tutti i pregiudizi. E non fu la sola. Germaine fu una di queste giovani donne che, in Francia, crearono il movimento sportivo femminile.  Germaine nata a Parigi nel 1897 (e morta, sempre nella Ville Lumiére, nel 1939) aveva un solida educazione: era laureata in filosofia. Insieme alle sorelle Jeanne e Thérèse Brulé, a Suzanne Liébrard, diede vita al Club Fémina Sport, che aveva sede alla Port d'Orléans, a Parigi. Del gruppo faceva parte anche Alice Milliat, che viene, giustamente, considerata la tenace controparte del barone De Coubertin in difesa dello sport femminile. Erano le signorine che dominarono le prove dei primi campionati francesi riservati alle donne, e furono anche protagoniste delle prime edizioni di Giochi internazionali che si tennero per alcuni anni a Monte Carlo, su un terreno antistante il palazzo del Casinò, che appare sullo sfondo delle molte fotografie pubblicate all'epoca. Il Club Fémina Sport fu fondato il 27 luglio 1912, esattamente dieci giorni dopo la ufficializzazione, a Stoccolma, della nascita della International Amateur Athletic Federation, la mai dimenticata IAAF, nonostante le piroette delle varie denominazioni succedutesi negli ultimi 20 anni, come se fosse davvero importante...

Ai Giochi di Monte Carlo prese parte anche un'altra francese, Violette Morris, personaggio singolare finita in maniera tragica. Violette (1893-1944), donna di forme opulente, praticava molte discipline sportive: la lotta libera e il pugilato, l'atletica e l'ippica, il tennis e il calcio, il ciclismo e il motociclismo. Il suo motto era "Tutto quello che può fare un uomo, lo può fare anche Violette". Aveva atteggiamenti fortemente maschili, e venne sospettata di essere un uomo travestito, e, accusa che di solito va abbinata, di essere omosessuale. Fu la prima primatista francese nel lancio del peso. Nel 1926, in conseguenza dei suoi atteggiamenti scandalosi, fu esplusa dalla Federazione. Nel 1937 si rese colpevole della uccisione di un uomo, ma la scampò invocando la legittima difesa. Durante il tragico periodo della invasione nazista della Francia, Violette divenne collaboratrice della famigerata Gestapo. È provato che il Governo tedesco aveva un occhio di riguardo per lei, tanto che fu invitata a presenziare ai Giochi Olimpici di Berlino 1936. Le varie biografie non sono concordi, anzi, talvolta fortemente contrastanti. C'è chi la accusa di aver partecipato alle torture degli aguzzini nazisti, qualcuno la definì «la jena». Noto l'epilogo della sua tortuosa esistenza: il 26 aprile 1944, in una strada di campagna, la vettura su cui viaggiava Violette fu crivellata a colpi di mitraglia da partigiani della Resistenza francese. Per chi volesse saperne di più, suggeriamo tre letture: Raymond Ruffin, La diablesse. La véritable histoire de Violette Morris; Marie-Jo Bonnet, Violette Morris: histoire d'une scandaleuse; Gérard de Cortanze, Violette Morris sans filtre.

Oggi va molto di moda il calcio femminile. Giornali e televisioni lo hanno scoperto e sono saliti sulla stessa giostra sfrenata che circonda il pallone dei maschietti, giostra cui alcuni di noi non si abitueranno mai. Bene, sappiate che, come sempre, non c'è niente di nuovo sotto la volta del cielo: il calcio praticato dalle donne è sempre esistito. Infatti, nell'anno 1918, in Francia si ebbe il primo campionato riservato alle ragazze. E in Gran Bretagna ancora prima: una squadra nacque nel 1894, il primo incontro fu disputato l'anno dopo. I baffuti e austeri (nelle foto) dirigenti sopportavano male e così, quando nel 1921 per una partita di calcio fra donne si presentarono 53 mila spettatori (capito bene? cinquantatremila), la Football Association vietò alle squadre femminili di giocare su campi affiliati alla Federazione. I molto ipocriti reggitori delle sorti del Dio Pallone sostennero che il calcio non era “idoneo per le donne e non avrebbe dovuto essere incoraggiato”. Fa il paio con il barone De Coubertin e i suoi fedeli scudieri, conti, baroni e testoline coronate, che non volevano le donne ai Giochi Olimpici, almeno in certi sport. Era successo lo stesso all'apparire del velocipede: donne in bicicletta? per carità! mostravano le caviglie. E poi oggi dissertiamo della hijab per le donne mussulmane. Ma fateci il piacere! Oggi esageriamo nel senso opposto, uomini o donne che siano, porte aperte a qualsiasi minchiata pseudo-sportiva. Quello che contano sono i voti per rimanere aggrappati ai comodi strapuntini sportivi: mai dire no...

Last Updated on Wednesday, 16 August 2023 11:27
 
Gonna-pantalone e basco operaio, simboli dello sport femminile che avanzava PDF Print E-mail
Monday, 14 August 2023 00:00

Da uno degli ultimi bollettini, fino a non molto tempo fa chiamati con bel sostantivo «Lettre», oggi trasformato in un più anonimo e abusato «Newsletter», dei nostri colleghi transalpini che studiano la loro storia atletica e la mantegono viva, siamo rimasti affascinati dalla bella foto che vedete riprodotta qui. Quelle gonne-pantaloni, e soprattutto quei baschi per tener uniti i capelli. Basco che trae orgine, ça va sans dire, dai Paesi Baschi, la regione spagnola che si affaccia sul golfo di Biscaglia, terra di pantagrueliche mangiate e alluvionali bevute. Basco, o bojna in lingua originale, divenne il tipico copricapo della classe operaia, dei lavoratori. E, a questo punto, diremmo delle atlete francesi, da quel che arguiamo dalla foto. Signorine che, a quei tempi, primi due decenni del 1900, erano ghettizzate dai barbogi del Comitato Olimpico Internazionale, gestore unico dei rinati Giochi Olimpici. Ci sono scritti del famoso (e sicuramente meritevole e, per certi versi, illuminato) barone De Coubertin che la dicono lunga sulla sua idiosincrasia allo sport praticato dalle donne. Ma alla fine nulla potettero i «custodi del tempio sportivo» contro la forza e la tenacia muliebre. Gustatevi il bel pezzo di Luc Vollard che ci presenta Mademoiselle Germaine Delapierre (n.51). Se non masticate troppo il francese, un bel dizionario può esservi utile.

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Au début de la pratique féminine de l’athlétisme, nombreuses furent les athlètes à redoubler d’efforts en multipliant les participations lors des compétitions. Née 19 juin 1897 à Paris, Germaine Delapierre fut de celles-là. Après une première médaille de bronze à la longueur en 1918, elle va faire feu de tout bois aux championnats de France disputés à Paris, au stade Jean-Bouin, le 29 juin 1919. Alors que les Jeux Interalliés se déroulent au stade Pershing, les féminines participent donc à la troisième édition des championnats nationaux et Germaine, sous les couleurs de Fémina Sports, va prendre part à quatre épreuves. Cinquième du 80 m, quatrième du 300 m et de la longueur, c’est sur les haies qu’elle obtiendra le meilleur résultat.

Elle affronte, lors du 83 m haies, la double tenante du titre, sa coéquipière Suzanne Liébrard, et en 14’’4/5, elle va largement la dominer, l’emportant avec une marge supérieure à une seconde. C’est le début d’une courte mais remarquable carrière qui va voir la jeune Française inscrire son nom sur les tablettes officielles des records du monde, tenues à jour par la toute jeune Fédération Sportive Féminine International d’Alice Milliat, à une époque où l’IAAF tout comme le CIO ne souhaitaient pas voir le sport féminin se développer. Delapierre sera ainsi chronométrée en 13"4/5 le 3 juillet 1921 à Pershing lors des championnats de France, décrochant à l’occasion un nouveau titre de championne de France, titre qu’elle avait conservé en 1920.

Ses qualités lui vaudront aussi de souvent participer aux relais, comme aux championnats de France du 4 x 250 m en 1920 avec une autre victoire, ou lors des Jeux Internationaux Féminins à Monaco en 1921 et 1922. Elle quitte probablement les stades en 1923 et celle dont les prénoms étaient en fait Marie et Pauline, décédera le 25 février 1939 à Paris

Crédit photo : La Vie au Grand Air, Germaine Delapierre à gauche, devançant Suzanne Liébrard

 
Last Updated on Monday, 14 August 2023 12:37
 
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