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Trekkenfild numero 118: un compromesso fra l'antiquariato e il modernariato PDF Stampa E-mail
Giovedì 18 Maggio 2023 13:13

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Questo nuovo numero 118 è un mix di ieri oggi domani. A quelli con le tempie dipinte di grigio forse si accenderà una lampadina (a led, rigorosamente), ma questo - mormoreranno - è il titolo del film diretto da Vittorio De Sica, che vinse l'Oscar come miglior film straniero nel 1965, protagonisti Marcello Mastroianni e una dirompente Sophia Loren in lingerie nera con reggicalze, che allora era il sogno di tutti gli italici maschi, ma non potevano esternarlo, il coming out  dei desideri sessuali era allora sconosciuto, anzi disdicevole. Oggi: nello scritto brambilliano che dovrebbe essere di presentazione del Golden Gala, versione fiorentina, si parla di tante situazioni che, cucite insieme, danno un quadro di st'atletica d'oggi. La quale atletica, per la serie «Idee poche, minchiate tante» se ne è inventata un'altra: la marcia sulla distanza di maratona a staffetta per i Giochi di Parigi 2024. E in ossequio alla moda dilagante, staffetta mista, due uomini e due donne. Tre, quattro anni fa, i padroni del vapore dello sport riuscirono a far cancellare la cinquanta chilometri perchè troppo lunga, che noia 'sta 50! E la ridussero a 35. Adesso la alzano a 42. Schizofrenia pura. Povera, martoriata marcia, che brutta fine stanno scrivendo per te. Ribellatevi marciatori di ogni sesso, ribellatevi, stanno per farvi fuori.

A seguire, il «coccodrillo» per la dipartita di Sergio Ottolina, uno di quelli che fu primattore del film «C'era una volta l'atletica», altro riferimento cinematografico a quel «C'era una volta il West», un capolavoro del suo genere, regia di Sergio Leone, soggettisti Dario Argento e Bernardo Bertolucci, protagonisti un grande Charles Bronson, Henry Fonda e una Claudia Cardinale da sogni erotici, musiche di Ennio Morricone. E Sergio Ottolina avrebbe potuto fare l'attore, anzi era un attore.

Si arretra poi nel tempo con il ripescaggio di un articolo di Roberto Quercetani tratto dalla rivista vigevanese «Atletica Leggera» di cui Daniele Perboni fu redattore per un sacco d'anni, quelli buoni e quelli meno buoni. L'epopea atletica del personaggio trattato dallo storico fiorentino è il mezzofondista statunitense anni '30 Glenn Cunningham. A chiudere un fotone piena pagina di Lorenzo Simonelli, velocista che ha iniziato in tromba la nuova stagione. Possiamo catalogarlo nella casella «domani»?

Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Maggio 2023 16:34
 
Alfredo Rizzo, «King» del mezzofondo, suonatore di tromba, un anarchico elegante PDF Stampa E-mail
Martedì 16 Maggio 2023 00:00

Era il 7 febbraio. In quel momento la nostra redazione era, diciamo, sguarnita, per le famose «cause di forza maggiore». E quindi non abbiamo potuto dare alla notizia la necessaria tempestività. Il 7 febbraio 2023, quasi alla soglia dei novant'anni (li avrebbe festeggiati il 1° luglio), se ne è andato Alfredo Rizzo, una delle icone del nostro non eccelso mezzofondo negli anni '50 e prima metà '60. Alfredo è stato un gran corridore e un gran personaggio, milanesissino, e fedelissimo alla maglia verde della «sua» Atletica Riccardi. Il suo ricordo non deve passare senza un dovuto omaggio da parte nostra. Omaggio che oggi affidiamo al nostro socio Gianfranco Carabelli, che, ragazzino, fu affiancato a Rizzo per muovere i suoi primi eleganti passi nel mondo della corsa...qui ci fermiamo, lasciamo raccontare Alfredo Rizzo da Gianfranco. Che ringraziamo per questo garbato ricordo.

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Didascalie - Le quattro fotografie furono scattate da Bruno Bonomelli. Da sinistra il senso orario: Rizzo al centro con Gianfranco Sommaggio, a sinistra, e Francesco Bianchi, foto scattata all'Arena di Milano il 19 maggio 1963; di seguito, anno 1964, il nostro impegnato in una corsa campestre in Lombardia; 2 giugno 1958, siamo a Cremona, riunione nazionale, 800 metri, Rizzo precede il cremonese Mario Fraschini, finiranno a spalla con il tempo di 1'51"3; il terzo fu tal Luciano Gigliotti, 1'55"2; e infine, ancora Arena, sullo sfondo il Pulvinare, con tre uomini che conversano sul prato: Rizzo, Gianfranco Baraldi al centro, e l'allenatore Carlo Venini, di spalle.

Sotto: Rizzo impegnato su una barriera dei 3000 metri siepi, disciplina che Alfredo, con i suoi primati (sei), ha contributo a togliere dalla mediocrità: qui siamo a Rovereto, il 13 giugno 1965, seconda edizione del Palio della Quercia, sulla nuova pista di atletica, che lui onorò con il nuovo primato nazionale: 8'53"0. A fianco un documento abbastanza raro: la pubblicazione del ministero della Pubblica Istruzione che riporta i nomi dei vincitori dei Campionati studenteschi, nell'anno 1952, nelle finali milanesi Rizzo vince la corsa campestre e i 1000 metri. Notare sotto, a Modena, Luciano Gigliotti vinse le stesse gare.

*****

Quando Sergio D’Asnasch sosteneva che il Giuriati era una specie di “repubblica anarchica” credo si riferisse principalmente a lui, a Alfredo Rizzo, il quale per un decennio, tra la fine degli anni Cinquanta e quella degli anni Sessanta, è stato l’atleta più rappresentativo, il dominus, il meno “addomesticabile”, anarchico appunto, di quello storico campo di atletica e di rugby di Milano. I suoi allenamenti erano quasi sempre una specie di sorpresa. Arrivava al campo con la sua spiderina (vera rarità per i giovani di quei tempi) a orari mai fissi, quando gli impegni di lavoro glielo permettevano. Si spogliava alla luce del sole servendosi di una panchina posizionata in modo casuale lungo il rettilineo. Alla fine dell’allenamento, effettuato come se fosse una esibizione privata, si rivestiva seguendo la stessa procedura, senza curarsi troppo degli occhi indiscreti che lo osservavano o, peggio, lo studiavano in ogni suo movimento, perché dal momento del suo arrivo diventava il centro dell’attenzione.

E ripartiva, a volte senza parlare con nessuno, altre volte chiacchierando con gli astanti, ma sempre solo se aveva delle novità mirate, da portare all’attenzione di chi gli stava intorno. Anche in questi frangenti metteva in evidenza un carattere molto forte, da maschio alfa si direbbe oggi, capace di esprimere una forma decisa, ma simpatica di affermazione di sé stesso, sovente accompagnata da un sorriso su un angolo della bocca, psicologicamente rivolto più a sé stesso che agli interlocutori. Questo bisogno di rendere partecipi gli altri delle sue esperienze più significative e delle sue conseguenti riflessioni era alla base di una serie di articoli scritti per la «Domenica del Corriere» sotto il titolo significativo “C’ero anch’io”.
Lo frequentava un selezionato gruppo di amici e ammiratori che veniva sottoposto a volute provocazioni verbali e a forme non sempre ortodosse di comportamento, che ottenevano il risultato di rafforzarne il rapporto. Sta di fatto che le sue scelte di stile di vita in molti casi hanno anticipato di almeno un decennio quelli che sarebbero stati i nuovi movimenti giovanili e sociali degli anni a venire.
Strana, quasi inspiegabile, ma vera e sincera la sua pressoché perfetta intesa con due persone a cui è rimasto sempre legato: il presidente della sua società, rimasta tale a vita, Renato Tammaro (espressione nazionale anche del Centro Sportivo Italiano oltre che della Federatletica) e il suo allenatore, Gianni Caldana, tutto stile elegante e maniere perfette, anche quando si arrabbiava nel vedere atleti rovinati da allenamenti secondo lui sbagliati, specie in termini di tecnica di corsa a cui attribuiva particolare importanza.
Caldana riusciva a gestire l’ingestibile, perché Rizzo non svolgeva un vero e proprio programma di allenamento. Il più delle volte dava l’impressione di scegliere il da farsi in base all’ispirazione del momento e al tempo, comunque poco, a disposizione. Niente preparazione invernale, niente lavoro in palestra, niente allenamenti di fondo, del cosiddetto lungo e lento neanche parlarne. Qualcosa di questi elementi dell’allenamento l’ha introdotta verso la fine della carriera, ma con parsimonia. Forse, il fiato, come si usava dire, l’ha fatto suonando la tromba, cosa per la quale veniva chiamato anche «King Alfred», ma di questa sua seconda vita non ha mai fatto un vanto vero e proprio.
Anche agli allenamenti collegiali partecipava poco e quando era proprio costretto a farlo. Mario Lanzi, responsabile nazionale del mezzofondo e perfetto e, a modo suo, sensibile conoscitore delle esigenze e delle preferenze dei suoi atleti, sapeva già che doveva lasciarlo libero di decidere da solo su come, dove e quando allenarsi, e, cosa ancora più inusuale, dove alloggiare. Perché preferiva evitare di prendere la camera nel mitico Albergo Stadio, scegliendo una meno accogliente stanza in una dependance del Campo Lanerossi che all'origine era adibita ad alloggio del custode e poi a deposito degli attrezzi. Lì diceva di trovarsi benissimo.
Personalmente, con lui ho fatto un’esperienza che mi ha lasciato il segno a lungo. È stato in occasione del mio primo allenamento da sedicenne al Campo Giuriati. Tammaro mi ha subito affidato a Caldana, il quale, a sua volta, mi ha messo nelle mani di Rizzo per fare alcune ripetute di 300 metri. Ancora non sapevo chi fosse questo atleta con cui mi sarei dovuto allenare e ancora meno lui sapeva di me, ovviamente. Fatto sta che mi ha letteralmente “strippato” per bene, facendomi correre cinque volte i trecento metri al ritmo di gara, ma al suo ritmo, quando già valeva intorno ai 3’43” - 3’44” sui 1500. Da quel momento siamo diventati atleticamente amici, ma da buoni mezzofondisti, sempre pronti alla “sgomitata” per farsi largo.
L’ho rivisto nel ruolo di dirigente della Riccardi, in occasione della presentazione del volume «Storia dell’atletica leggera» di Roberto Quercetani, edita da Roberto Vallardi, in una prestigiosa villa di Monza. Sembrava un’altra persona: buone maniere, eleganza alla “Bardelli” (il negozio di abiti da uomo tra i più eleganti di Milano), impeccabile cerimoniere, comunque sempre capace di rivolgere verso di sé l’attenzione dei convenuti. Ma non è vero che era cambiato, aveva solo fatto emergere una forma di aristocrazia di cui era geloso e che teneva nascosta dentro di sé. 

Ultimo aggiornamento Martedì 16 Maggio 2023 20:28
 
Assemblea ASAI 2023: si farà nella prima metà di ottobre e la sede sarà Firenze PDF Stampa E-mail
Lunedì 15 Maggio 2023 00:00

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La notizia sta nel titolo, ma ribadiamo: abbiamo dovuto spostare la nostra assemblea annuale dal periodo statutariamente previsto (aprile-maggio) all'autunno. Cause di forza maggiore, si usa dire. Dopo un giro di consultazioni, la decisione: le nostre assise si terranno in uno dei primi due fine settimana del mese di ottobre e la meta sarà Firenze. Ancora una volta potremo usufruire della ospitalità nella sede della società ASSI Giglio Rosso, che si affaccia sul bel viale Michelangelo. La risposta alla nostra richiesta da parte del presidente Marcello Marchioni è stata immediata: siete sempre i benvenuti nella nostra sede. Resta da fissare la data che verrà comunicata con la formale convocazione, data che comunque sarà in una delle prime due domeniche del mese di ottobre (1 o 8). Nelle foto, due momenti dell' assemblea 2022 nella sede «degli ASSI», come usano dire i fiorentini: il nostro Sindaco Revisore Tiziano Strinati e, in piedi, il presidente Marcello Marchioni; a fianco la parziale platea dei soci presenti.

Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Maggio 2023 07:55
 
Con Sergio Ottolina se ne va una parte importante dell'atletica che abbiamo amato PDF Stampa E-mail
Sabato 29 Aprile 2023 00:00

Venerdì 28 aprile si è fermato il cuore sempre giocherellone di Sergio Ottolina, scanzonato velocista degli Anni '60 che tanto ha dato all'atletica italiana. Sergio ha spaziato dai 100 ai 400 metri, punto fermo di mitiche staffette 4x100, primatista europeo sui 200 metri (20"4 nel 1964), due volte finalista olimpico suila stessa distanza, esploratore estemporaneo dei 400 metri tanto da migliorare, dopo venticinque anni, il primato nazionale di Mario Lanzi (l'uomo che se la giocava da pari a pari con il teutonico Rudolf Harbig): questo il sintetico sunto della carriera di Ottolina. Sergio ha lasciato la sua firma indelebile sul nostro sport, sia per i risultati, i primati, i successi, insieme all' «interpretazione personalissima» del come essere uomo di sport e di come vivere dentro e fuori questa attività prettamente giovanile. Siamo orgogliosi, pur nel momento di profonda tristezza per la scomparsa di questo atleta che abbiamo amato nei nostri giorni di ragazzi innamorati dell'atletica, di ricordarlo, in questo angolino dove si rifugiano i ricordi, con un magistrale scritto di Gianfranco Carabelli, di qualche anno più giovane di Sergio, ma testimone diretto di quel bel tempo. Gianfranco, lui milanese, Sergio brianzolo, fu corridore di 800 metri di rara eleganza, poi scelse la strada dell'impegno dirigenziale e culturale nel mondo sportivo italiano divenendo Maestro dello Sport, con una carriera di prim'ordine nella struttura del Comitato Olimpico Italiano. Il ritratto che Gianfranco fa di Sergio induce alla più sentita commozione.

Familiari e amici si raccoglieranno attorno a lui per una commemorazione civile nella sua abitazione, in Camnago, martedì 2 maggio, alle ore 15,30.

La terra sotto i tuoi piedi scorra veloce come nelle tue volate vittoriose, Sergio.

 

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Didascalie commentate - Nella prima in alto a sinistra: siamo sulla pista del Campo Scuole di Brescia, in via Morosini, la data è 6 agosto 1963. Tre «uomini veloci» generati dalla terra lombarda: a sinistra il giovane Ennio Preatoni, di Garbagnate, Armando Sardi, di Monza, e Sergio Ottolina, di Lentate sul Seveso, il quale indossa la maglietta con i bordi tricolori di Campione d'Italia: aveva vinto i 100 metri qualche settimana prima a Trieste. Sardi si era aggiudicato i 200. I velocisti erano in raduno a Brescia in vista del Giochi del Mediterraneo che si sarebbero svolti a Napoli. Nella foto accanto, Ottolina esce dai blocchi di partenza; veste la maglia della Gallaratese, "società allenata da Ezio Bresciani, una delle persone più eclettiche, tendenzialmente solitarie, dell’atletica lombarda, dai toni e modi secchi, netti, però capace di esprimersi con immagini colorate quasi fossero degli schizzi acquarellati. Non per niente si era formato a Brera ed era molto amico di Giacomo Manzù. Una progressiva cecità, tuttavia, l'aveva privato della possibilità di coltivare a fondo la sua passione per le arti figurative. Sergio aveva maturato e fatto propri gli insegnamenti di quell’allenatore che sapeva unire la competenza tecnica alla sensibilità estetica dovuta alla sua cultura artistica" (dai ricordi di Gianfranco Carabelli).

La prima in basso a sinistra è la riproduzione della copertina della rivista «Il Coach», periodico della sezione atletica leggera della S.G. Pro Patria S.Pellegrino creato da Beppe Mastropasqua, «numero speciale in attesa di autorizzazione giudiziaria» si legge nel colophon. La foto ritrae Ottolina all'arrivo dei 400 metri  al Trofeo Caduti Universitari, all'Arena di Milano, il 4 giugno 1967; Sergio corse in 47"6, l'altro atleta è il cuneese Giampaolo Iraldo, della Fiat Torino, quarto in 48"4. A destra: il quartetto della Pirelli, con Armando Sardi, Sergio Ottolina, Giancarlo Sisti e Franceso Vincenzi, che siglarono il nuovo primato italiano della staffetta 4x200, con il tempo di 1'25"0, a Torino, il 29 giugno 1961, nella Coppa dell'Industria. A sinistra il dirigente Farina, a destra l'allenatore Angelo Ferrario.

*****

Te vist chel fioeu lì? ".

Era la domanda che passava di capannello in capannello all’uscita dell’ Arena napoleonica, il monumentale stadio di atletica concesso ad uso pressoché riservato, in esclusiva anche per rispetto istituzionale della disciplina che vi si praticava. Come da tradizione milanese, la cui espressione maggiore si verificava in piazza del Duomo, anche all’uscita dell’Arena spesso si formavano capannelli spontanei aperti a chiunque volesse inserirsi per ascoltare e per esprimere la propria opinione sugli argomenti di cui si parlava, senza un vero filo conduttore né iniziale né finale. Quel giorno quel " fioeu li " su cui era caduta l’attenzione era un giovane pressoché sconosciuto, il quale aveva corso i cento metri in dieci e nove. Solo i più informati sapevano che si chiamava Sergio Ottolina. Era originario di Lentate sul Seveso, si era segnalato come molti altri ragazzi della sua età (lui nato il 23 novembre 1942) nei campionati degli studenti. Sergio, pur essendo ancora acerbo, aveva già stuzzicato l'attenzione degli intenditori, i quali, forse con un po’ di provincialismo, ma con la capacità di guardare al futuro con quello speciale ottimismo tipicamente milanese (dalla provincia al resto del mondo), avevano cominciato ad adottarlo come proprio beniamino. Hanno visto subito in quel dieci e nove le premesse per possibili grandi miglioramenti, quindi per un futuro molto promettente. Corsa facile e rotonda come una ruota di bicicletta, agile e essenziale come lo slancio di un ballerino, efficace come quando si sono eliminate tutte le vischiosità neuromuscolari. Insomma, Sergio Ottolina detto anche "el Vultula", è stato adottato come il beniamino della velocità di quella Milano che nel tempo aveva già dato i natali a una lunga schiera di velocisti di valore internazionale e olimpico. Fra questi va senz’altro ricordato Carlo Monti che, prima come eccellente atleta olimpico e poi come illustre e appassionato giornalista, ha tenuto a battesimo almeno tre generazioni di velocisti.

E il nostro Sergio non ha tradito i suoi sostenitori e tifosi arrivando addirittura a migliorare il record europeo dei duecento metri, dopo essere passato sotto le cure dell’ allenatore della velocità per antonomasia, Angelo Ferrario della Pro Patria, società di atletica costruita a immagine e somiglianza di Beppe Mastropasqua. Il Ferrario riusciva a tenere a bada gli irrequieti velocisti usando le armi più improprie che esistano: la mitezza nei comportamenti e un sorriso disarmante e intrigante appena accennato sotto due simpatici baffetti. Come tutti sanno, il record in precedenza era appartenuto all’olimpionico Livio Berruti, che ha reagito all’impresa del suo avversario con il classico aplomb sabaudo, tenendo per sé i più scontati sentimenti che si provano in queste circostanze che toccano da vicino. In quella occasione Sergio ha ricevuto un premio in denaro tanto gradito quanto inatteso. Gradito, perché un giovane della sua età, assolutamente dilettante, non poteva permettersi di disdegnare, inatteso proprio per la sua appartenenza al mondo sportivo dilettantistico un premio in denaro era l’ultima delle aspettative. Artefice dell'esborso è stato il dr. Pasquale Stassano, uno dei dirigenti più apprezzati e più temuti della Federazione. Con una espressione del viso che diceva tutto: passione, affetto, severità, cortesia, gentilezza ha chiamato Sergio al suo tavolo, dove si teneva la cena ufficiale dell’ incontro internazionale Germania - Italia (Saarbrucken, 1964) , ha tolto dalla tasca interna della giacca il proprio libretto degli assegni e ne ha staccato un foglietto sul quale ha scritto una cifra di cui nessuno ha mai conosciuto l’entità, che comunque ha fatto contento, molto contento, il nuovo primatista europeo dei duecento metri.

Il tragitto esistenziale e sportivo, dal dieci e nove al venti e quattro del primato continentale, è stato degno di un giovane più che mai veramente figlio del suo tempo. Anche lui portatore dei germi di una Milano lanciatissima verso nuovi orizzonti socioeconomici, anche grazie al contributo delle nuove generazioni che a suon di rivendicazioni, hanno progressivamente saputo acquisire un proprio ruolo nella società contemporanea, diventando portatori di energie fresche e di più spregiudicati usi e costumi, facendosi largo in spazi sociali fino a quel momento inesplorati. Sergio, in molti casi senza avvedersene del tutto, ha saputo cogliere questi germi virulenti della trasformazione sociale in atto e li ha disseminati e trasmessi ovunque fosse presente, a cominciare dal mondo dell’atletica. La Scuola Nazionale di Atletica Leggera di Formia, tempio sacro dell’allenamento ai massimi livelli, è stato uno dei palcoscenici dove Sergio ha lasciato parte delle sue più vivide impronte giovanili, dove è sceso partendo dalle sue originarie latitudini con lo spirito di chi voleva conquistare qualcosa al Sud e ne è rimasto virtuosamente conquistato.

Sovente arrivava con il suo allora inseparabile amico Raimondo Tauro, l'amabile duro e inflessibile Raimondo. La loro amicizia era speciale. Raimondo quando deponeva le armi del duro era capace di un'amicizia veramente intima, di un lirismo quasi wagneriano, Sergio invece era l’ amico di tutti, tanto da apparire, a volte, l’amico di nessuno. In termini musicali era più propriamente rappresentato dall’ allora emergente Enzo Jannacci di cui era anche un cultore. Al di là delle modalità con cui manifestava la sua amicizia, era comunque un trascinatore naturale che trovava facile seguito da parte di chi aveva l’opportunità di frequentarlo e di apprezzarne le qualità di leader dalla fantasia e dall’attivismo irrefrenabili. L’ arrivo a Formia, dove era stato istituito l’ avveniristico  «College» di atletica, di Sergio e Raimondo spesso era motivo di preoccupazione per il direttore Elio Buldrini a causa delle, diciamo così, marachelle che potevano essere fatte, ma che nello stesso tempo erano motivo di attrazione e di entusiasmo per i giovani atleti-studenti che lì dimoravano, perché vedevano in quelle presenze, sotto certi aspetti eterodosse, l’ opportunità di uscire dal grigiore e dalla monotonia delle intense giornate dedicate allo studio e all’ allenamento. Innanzitutto non c’era cosa che venisse fatta da Sergio che non fosse in allegria e con un sottofondo di trasgressione bonaria, che per il resto del gruppo, giovanissimo, era puro stimolo all’ evasione dal quotidiano. Amici, amiche e tutte le altre forme di rapporto all’ esterno della Scuola, prima impensabili per motivi di disciplina e per mancanza di occasioni, hanno cominciato a diventare opportunità per trovare piacere di frequentazione, di sana distrazione e di apprezzamento di nuovi mondi e di nuove realtà sociali, già sotto gli occhi tutti i giorni, ma involontariamente ignorate. Oggi sembrerà banale, ma anche la scoperta del  Mercatino Americano rivalutato per primo da Sergio con un’ intuizione anticipatrice di tempi molto successivi (ancora si andava a scuola in giacca e cravatta e i jeans americani erano assolutamente banditi dai presidi) ha cominciato a diventare occasione di scoperta di indumenti, di fogge e di  un’ eleganza alternativa e innovativa, quando fino a quel momento era il luogo di acquisto per chi non poteva permettersi di meglio.

Lo slancio verso la scoperta, o la riscoperta, ispirato da Sergio a volte sfociava verso forme di impresa al limite del lecito. Come quando, mettendo sotto i piedi uno dei principali Comandamenti sotto l’aspetto sociale, come troppo sovente sono portati a fare i giovani adolescenti, si formava qualche gruppetto in spedizione alla ricerca di reperti archeologici, o qualcos'altro di affine, che si supponeva si trovasse qua e là nei pressi del porticciolo romano o lungo un viottolo che portava a una villa da tutti immaginata di proprietà di una baronessa di origine russa, probabilmente mai esistita. Fortunatamente queste spedizioni non hanno mai avuto fortuna e tutto è rimasto nelle intenzioni. Degno di nota, fra l’ altro, è il modo con cui Sergio e Raimondo, dopo queste parentesi formiane, sono entrati in contatto con Enzo Rossi, allora allenatore del Centro Sportivo Esercito. Quando Sergio si stava avvicinando all’età della leva, allo scopo di evitare il gravame della naia vera e propria, ha tentato di arruolarsi nel forse più permissivo Gruppo Sportivo dei Vigili del Fuoco di Milano. A quel punto il colonnello Giampiero Casciotti, Vanni Loriga, comandante della Compagnia atleti alla Cecchignola, a Roma, e Enzo Rossi, capo degli allenatori di atletica, che non volevano rinunciare alla ghiotta opportunità di schierare nella propria squadra un importante atleta quale era nel frattempo diventato Ottolina, hanno fatto valere il diritto di prelazione e Sergio, dall’oggi al domani, si è trovato arruolato nell’Esercito, insieme al ritrovato Raimondo.

La facilità di adattamento e la capacità di trarre vantaggio anche in situazioni apparentemente compromesse, ha consentito a Sergio di ottenere ulteriori miglioramenti agonistici proprio, e forse grazie, a questa nuova condizione di militare dell’ Esercito italiano, che in parte soffriva, ma che contemporaneamente lo esaltava tanto da stimolare al massimo le sue capacità di uscire indenne dalle difficoltà e di averne la meglio in ogni circostanza. Innanzitutto, gli è giovata l’intesa e l’amicizia con Enzo Rossi. Con i suoi modi spesso irriverenti, ma anche convincenti, senza troppe lagne e ripensamenti, Enzo ha portato Sergio, quasi per gioco, a correre anche i quattrocento metri, frontiera in tutto e per tutto inesplorata da parte dei velocisti puri. Il risultato dell’impresa è stato strepitoso, concluso con l’ abbattimento del primato nazionale, tentato prima da fior di quattrocentometristi, senza riuscire a battere il precedente record del grande Mario Lanzi. Impresa invece riuscita allo scanzonato Sergio Ottolina sostenuto dall’altrettanto scanzonato, ma convincente e rassicurante Enzo Rossi. Il quale, mentre festeggiava con Sergio il nuovo primato nazionale, preso dalla rabbia, si è trovato a buttare per terra e mandare in mille pezzi il suo cronometro. Perché nella stessa manifestazione (il leggendario Trofeo Urigo di Sassari) si è reso conto di non aver saputo convincere Raimondo Tauro a saltare anche in gara con la tecnica dello scavalcamento ventrale dopo averlo provato in modo ossessivo in allenamento. Raimondo, proprio nel momento cruciale della gara aveva preferito tornare a saltare con il suo originalissimo stile frontale, all’italiana, molto meno efficace del ventrale, ma evidentemente a lui più congeniale.

Col tempo, intorno a Sergio e a Raimondo si è formato un gruppetto di amicizie itineranti, che si spostava di meeting in meeting. Amici, amiche, amicizie da clan, dove convivevano anche bellissimi sentimenti molto platonici con la componente femminile del gruppo. Le imprese sportive non erano le uniche a caratterizzare i rapporti che si erano creati all’interno del gruppo. Si parla di scherzi spesso irriverenti nei confronti di altri atleti, oppure, per citarne uno divenuto esemplare per sua piena riuscita, di messe in scena di improbabili esibizioni di paracadutisti dotati dei "famosi paracadute Pirlon", così diceva il biglietto di invito. Sarebbe bastato conoscere qualche espressione gergale milanese per capire al volo che si trattava di uno scherzo. Invece il luogo indicato per gli atterraggi si è riempito di pubblico, ovviamente beffato. Nel tempo le avventure si sono moltiplicate anche in ambiti non sportivi per trasformarsi in vere e proprie avventure nel mondo, come le fantastiche e perigliose traversate Coast to Coast, negli Stati Uniti.

Ultimo aggiornamento Domenica 30 Aprile 2023 15:21
 
Sergio Giuntini eletto presidente della Società Italiana di Storia dello Sport PDF Stampa E-mail
Giovedì 27 Aprile 2023 00:00

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La notizia che sta nel titolo non può che farci piacere. Sergio Giuntini, apprezzato storico dello sport, docente universitario, è socio del nostro Archivio Storico da molti anni. Sergio ha svolto la sua attività di docente e ricercatore presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Fin dalla costituzione è stato membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Storia dello Sport (S.I.S.S.), di cui ora ricopre la carica di presidente. 

Sergio è nato a Milano il 6 ottobre 1956. È autore di numerosi volumi e di una vasta produzione di articoli su riviste del settore. Tra i libri citiamo solo quelli che trattano di atletica e di Giochi Olimpici: «L’atletica è leggera» (1998), «Sport e fascismo: il caso dell’atletica leggera» (2003), «Dorando Pietri dalla Via Emilia al West» (2004), «Due secoli di Arena e grande atletica a Milano» (2007), «Pugni chiusi e cerchi Olimpici» (2008), «L’Olimpiade dimezzata» (2009), «Storia e politica leggera nel boicottaggio nello sport» (2009), «Storia dell’atletica siciliana» (coautore Pino Clemente, 2012), «Storia agonistica, sociale e politica dell’atletica leggera italiana» (2017), «Lo sport imbroglione da Dorando Pietri a Alex Schwazer» (2002). Il professore milanese ha dedicato numerosi volumi anche alla storia dello sport nella sua città, alla squadra di calcio del Milan, alla attività del CUS Milano; di grande interesse quelli sullo sport femminile in Italia, dagli inizi del Novecento ad oggi; attentissimo all’opera di Gianni Brera del quale ha approfondito gli scritti e la carriera giornalistica ricavandone libri e articoli. Attenzione ha dedicato anche agli aspetti politici dello sport.

Ha contribuito con pregevoli articoli ai volumi dell’A.S.A.I. sulla Storia dei Campionati italiani di atletica leggera. Fu relatore al convegno organizzato a Brescia in occasione dei cento anni della nascita di Bruno Bonomelli (il suo intervento è pubblicato nel volume degli Atti del convegno).

Ci fa piacere ricordare che la Società Italiana di Storia dello Sport ha avuto fra i fondatori un altro socio del nostro Archivio Storico dell'Atletica Italiana (di cui fu pure fondatore): il mai dimenticato Aldo Capanni, che la S.I.S.S. ricorda ogni anno con un premio speciale (istituito dall'A.S.A.I. anni fa) che vuole premiare l’autore o l’autrice (under 35) della pubblicazione più rilevante relativa alla storia dello sport pubblicato nell'anno precedente. E insieme ad Aldo, fu presente all'atto costitutivo anche Alberto Zanetti Lorenzetti, che della nostra associazione è una solida presenza da sempre. Alberto ha fatto parte anche del Collegio dei probiviri della S.I.S.S. per alcuni anni. Nell'elenco dei soci onorari un altro dei «nostri»: l'attuale vicepresidente Augusto Frasca.

Non ci resta che complimentarci con Sergio Giuntini e augurargli «buon lavoro» al vertice degli storici italiani dello sport, e di poter usufruire sempre per le nostre pubblicazioni della sua vasta cultura.

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Aprile 2023 21:44
 
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