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Il nostro socio Elio Forti ha fatto una passeggiata: il giro del lago di Garda PDF Print E-mail
Wednesday, 10 June 2020 14:42

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Questa non è storia dell'atletica. O meglio non lo è ancora, ma lo sarà. Il nostro socio (e per questo ne parliamo in questo spazio) Elio Forti non lo dice, e non lo dirà mai, ma lui coltiva dentro di sé, in gran segreto, il sogno che le sue gesta pedestri un giorno vengano ricordate dall'erigendo Archivio Storico dell'Atletica Navazzese (da Navazzo, Montegargnano, Comune di Gargnano, lago di Garda, 208 abitanti secondo censimento dello scorso anno, ce n'erano di più quando qui si installarono, in epoca pre-romana, dei turisti Gallo-Cenomani, adesso invece gli albergatori e ristoratori locali sono in spasmodica attesa della calata in massa degli Unni dal Centro Europa).

Elio Forti ha una lunga carriera pedestre da scrivere nel suo curriculum vitae: correva con tanta passione, e buon successo, da ragazzo e da giovanotto: poi 'sto virus, tamponi o no, non lo ha mai abbandonato, vuoi da dirigente, da allenatore di ragazzini del luogo alcuni, contadini, di talento straordinario, da fondatore di gruppi podistici, da organizzatore di corse, una da incorniciare: la Diecimiglia del Garda, ex La Camináa. Ma non ha fatto correre solo gli altri: ha scarpinato lui stesso, talvolta in compagnia, ma spesso da solo. Per lui camminare è un esercizio spirituale. Ci fa venire in mente le pagine scritte (1863) dal poeta, filosofo e anarchico americano dell'Ottocento, Henry David Thoreau, in uno dei suoi libri intitolato proprio «Camminare», titolo originale «Walking, or the Wild». Elio è andato da Navazzo a Roma due volte (Anni Santi), ha partecipato e finito cinque, sei o più volte la «100 Km del Passatore», va su e giù per le sue montagne come, o meglio, di uno stambecco, se deve consegnare un documento o vedere un lavoro edilizio (ha sempre fatto il geometra per tirare di che vivere) in un Comune a una ventina di chilomentri da casa sua, va e torna a piedi, sì a piedi. Slow Food di Carlin Petrini? Questa è Slow Life, vera.  Due anni fa ne ha pensata e realizzata una gigantesca: partito da Navazzo ha raggiunto Nazaré, in Portogallo, via Lourdes, Santiago de Compostela, Fatima, 2465 km in 51 giorni. Per chi non è obbligato a saperlo: Navazzo e Nazaré sono gemellate per parte...di podismo.

Il giro del lago di Garda lo aveva già fatto tre volte in passato: la prima non finita, per non abbandonare i compagni, le altre due portate a termine, una sotto una pioggia ininterrotta per tutta la durata, reggendo l'ombrello, ci son volute due settimane per schiodargli i muscoli delle spalle. E adesso questa: partito da Navazzo e tornato a Navazzo, sempre camminando senza interruzioni, salvo per risolvere qualche problema idrogeologico, dopo poco più di 23 ore. Totale come segnalato da moderna diavoleria chiamata GPS: 143 chilometri.

Dice, chiede: perchè l'ha fatto?  Le motivazioni, in gran parte, son bagaglio interiore. Non c'è GPS che le rilevi.

Last Updated on Thursday, 11 June 2020 15:13
 
Una nuova chicca statistica sul nostro sito: le discipline non olimpiche PDF Print E-mail
Sunday, 07 June 2020 17:05

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Il nostro «spazio statistico» si arricchisce oggi grazie alla nuova compilazione dei nostri due esperti: Enzo Rivis ed Enzo Sabbadin. Si tratta delle liste delle discipline che si usa chiamare «non olimpiche», crediamo sia intuitivo a chiunque il significato. L'aggiornamento odierno mette in pari la compilazione che fu fatta parecchio tempo fa (era il 2009) e che fu pubblicata su un supporto DVD, insieme alle altre discipline. Quelle che presentiamo oggi qui sul nostro sito riguardano corse ed eventi di campo che hanno caratteristiche diverse da quelle che si fanno di solito (un esempio: il decathlon in un'ora). E sono tutti risultati fatti dagli uomini, poi verranno le distanze spurie della marcia, e poi le analoghe compilazioni per le donne.

Dove le trovate? Spostate lo sguardo sulla sinistra della pagina di apertura, localizzatevi sulla voce «Liste italiane di ogni tempo», troverete la dizione «Uomini: discipline NOL (1)», ecco, siete arrivati. Serve dire che NOL sta per non olimpiche? Diciamolo, non costa niente. Il numero 1 tra parentesi presuppone che ci sarà anche un 2, elementare Watson! Oggi avete due possibilità: o aprire il documento lì a sinistra, come abbiamo appena indicato, oppure aprirlo direttamente cliccando qui. In seguito le avrete sempre a disposizione nello spazio «Liste». Quando verranno aggiornate? Genericamente, diciamo: di tanto in tanto, a discrezione dei compilatori, secondo il loro tempo disponibile. Nonostante il loro impegno, accuratezza e capacità, anche i nostri amici statistici possono aver omesso un risultato, sbagliato un nome o una data, inciampi normali nelle compilazioni numeriche. Saranno grati a tutti coloro che li contatteranno direttamente se si verificasse qualcuna di queste evenienze. I loro indirizzi sono  This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it   e  This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it .

Abbiamo corredato questa presentazione con le foto di due grandi atleti del nostro mezzofondo veloce: Donato Sabia, purtroppo ghermito recentemente dal virus COVID-19, e Andrea Benvenuti. Due atleti che ci hanno regalato momenti indimenticabili negli anni '80 e '90. Di Donato abbiamo rintracciato su 'sta miniera che è il web il filmato della sua miglior prestazione mondiale sui 500 metri, essendo filmato RAI si sente il commento di un indimenticabile amico nostro, il telecronista Paolo Rosi; di Andrea possiamo offrirvi il filmato del primato sui 1000 metri a Nuoro nel 1992.

New statistical compilation by Enzo Rivis and Enzo Sabbadin: the Not Olympic events, races and field events, Men. You can find the compilation on the left side under «Uomini: discipline NOL (1)». Do not forget to visit the two links including the videos of the 500 metres World Best Performance and the 1000 metres Italian Best Performance.

Last Updated on Monday, 08 June 2020 06:35
 
Georgette Gagneux reginetta del primo incontro Italia-Francia con tre vittorie PDF Print E-mail
Saturday, 06 June 2020 15:20

Non mancano mai motivi di interesse nella comunicazione mensile compilata, e soprattutto aggiornata in molte delle sue parti, dai componenti della Commissione Documentazione e Storia della Federazione francese. Ce la trasmette puntualmente l'amico Gilbert Rosillo. La nostra attenzione è soprattutto attratta dal contributo storico firmato da Luc Vollard, che attinge al passato dell'atletica transalpina. La nostra stessa inclinazione, anzi la nostra addirittura codificata in uno dei primi articoli dello Statuto (che fu steso da Aldo Capanni e poi avvalorato con la firma davanti ad un notaio fiorentino nel 1994) sul quale si trovarono concordi i fondatori dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana Bruno Bonomelli: abbiamo detto atletica italiana, soprattutto e prima di tutto.

La amichevole collaborazione con gli storici e statistici francesi (sul loro sito trovate tutte le altre compilazioni, questo l'indirizzo https://cdm.athle.com/asp.net/espaces.html/html.aspx?id=41163) ci offre spesso l'occasione di parlare di atletica transalpina, ovviamente, ma quasi sempre essa ci suggerisce un tema per parlare di avvenimenti, personaggi, ricorrenze, che hanno interagito con il mondo atletico italiano. È il caso di oggi. Luc ci racconta di una delle prime mademoiselle d'Oltralpe: Georgette Gagneux, sventurata signorina rapita a soli 24 anni da un male che a quei tempi mieteva molte vittime, il mal sottile, denominazione eufemistica ormai poco usata, ma molto diffusa in passato, della tubercolosi polmonare. Un accostamento con il presente è inevitabile.

Georgette venne a Milano in occasione del primo incontro della nostra Nazionale femminile, che si misurò, perdendo nettamente, con quella francese. Era l'11 settembre 1927, le gare si disputarono sul campo della Società Ginnastica Forza e Coraggio. Ella fu l'unica a vincere tre gare: gli 80 metri, il salto in lungo e poi portò al successo la sua squadra nella strana staffetta 800x200x100x100, correndo l'ultima frazione, lei miglior velocista. I risultati completi di quel primo confronto fra squadre nazionali furono compilati da Marco Martini per la sezione «Momenti di Storia», e sono disponibili su questo sito, cliccare qui. Erano le pioniere dello sport femminile, dell'atletica in particolare. e furono anche le signorine che, un anno dopo, entrarono dalla porta principale dei Giochi Olimpici, che fino ad allora era rimasta sbarrata dal veto di una organizzazione (il Comitato Olimpico) saldamente e integralmente in pugno dei maschi. Ad Amsterdam, Gagneux corse i 100 metri: vinse la sua batteria, la quinta, nella quale ritrovò Luigia Bonfanti, che aveva corso anche a Milano; fu poi eliminata in semifinale, terza nella prima serie, passavano solo le prime due. Mancò di non molto il podio nella 4x100: la Francia fu terza, qualificata in batteria, ma quarta in finale, dove sesta fu l'Italia.

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Championne de France dès l’âge de seize ans et sélectionnée en équipe de France avant même cet anniversaire, cette athlète aux dons multiples décéda malheureusement avant ses vingt-quatre ans, épuisée par la maladie. Mais de 1923 à 1929, elle étala sa grande classe sur les pistes en multipliant les exploits, les titres et les records.

Georgette Gagneux était née le 17 juin 1907 et c’est donc aux championnats de France le 15 juillet 1923 à Bourges que l’on découvrit son talent lorsqu’elle remporta le 80 m et le 4 x 100 m. Elle totalisera dans sa carrière sept titres nationaux individuels et huit en relais, dont six pour la seule année 1929 et douze apparitions en équipe de France, incluant les Jeux Mondiaux Féminins en 1923 et 1924 et les Jeux Olympiques en 1928. Avec sa camarade de club aux Linnet’s de Saint-Maur à partir de 1926, Marguerite Radideau, elle va former une extraordinaire paire dans les relais français, améliorant ou égalant les records du monde des 4 x 75 m, 4 x 100 m, 4 x 200 m et 10 x 100 m !
Les 29 et 30 juin 1929 au stade de Saint-Maur-des-Fossés, lors des championnats de France, elle s’adjuge le 80 m, le poids, la longueur, le triathlon et les deux relais mais quelques jours auparavant, au stade du Bon Marché à Paris, c’est un record du record du monde individuel qu’elle va décrocher à l’occasion des championnats de Paris. Dans le 80 m, ce dimanche 16 juin, elle domine Lucienne Velu et s’impose en 10’’0. Elle rejoint ainsi Radideau et la Tchécoslovaque Marie Mejzlikova sur les tablettes de la FSFI. Elle va connaitre ses deux dernières sélections durant l’été, dominant les Belges à Pershing le 28 juillet, notamment avec un ultime record de France du saut en longueur, son cinquième avec 5m41. Le 9 août se sera celui du poids avec 10m78 puis un déplacement à Londres le 14 pour affronter l’Empire Britannique et l’Allemagne. Elle participa encore à des épreuves en septembre, disputa quelques rencontres de basket-ball en 1930 et se retira à la montagne pour se soigner.

Elle disparut le 11 avril 1931 à Chamonix. Durement éprouvée, sa sœur Germaine qui l’avait accompagnée dans sa pratique, fit une remarquable carrière de dirigeante, à la FFSF, à la FFAF puis à la FFA et deviendra en 1967, la première femme à intégrer le Comité directeur. Mais jamais elle ne consolera de la disparition de Georgette.

Crédit photo : Miroir des Sports

Last Updated on Sunday, 07 June 2020 08:03
 
L'intervista possibile: Charles Pierre de Frédy, Baron de Coubertin PDF Print E-mail
Thursday, 04 June 2020 14:42

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Accanto alla foto del Barone, la copertina di un suo libro: copia originale è conservata nella Collezione Ottavio Castellini

Far ballare il tavolino. Sapete di che si tratta? No? Sta per «partecipare ad una seduta spiritica». Narrant, dicunt, che sia uno dei giochi di società preferiti dalla aristocrazia «nera» romana, sai quella dei principi, principesse e principoni, quella che all’ombra del potere temporale dello Stato Pontificio ha saccheggiato la Città Eterna, perché proprio eterna deve essere se è sopravvissuta, seppure ferita gravemente, al massacro di una P2 indistruttibile: Preti più Principi. Altro che Lanzichenecchi, altro che Sacco di Roma del 1527! Volete documentarvi? «Roma capitale malamata» di Vittorio Emiliani, edizioni Il Mulino. Una pennellatina, tanto per dire, siamo verso fine Ottocento: “Nella grande distruzione e abbuffata sono coinvolti i soliti esponenti della finanza vaticana, le solite grandi famiglie dell’aristocrazia «nera» …Emerge la banca vaticana per eccellenza: il Banco di Roma…Nel giro di pochi mesi i terreni vengono rivenduti a un prezzo quintuplicato…”. Poi ci metterà del suo, nell’opera di sfregio, il fascismo, seguito a ruota dalla Democrazia Cristiana e dai suoi amici palazzinari.

Non divaghiamo. Conosciamo Augusto Frasca da quasi cinque decenni, e non abbiamo mai saputo, neppure immaginato che potesse partecipare a sedute spiritiche e facesse ballare i tavolini. Lui, originario di quel paese, Barisciano, che faceva la ilarità del nostro amico Salvatore Massara quando sfotteva l’augusto (lettera minuscola, proto) Capo Ufficio Stampa della Federatletica, Primo Imperator: ce lo vedete in una stanza buia il compassato abruzzese a far levare le preziose gambe a un tavolino stile Luigi XIV? Però, con certe frequentazioni romane, mah, non si sa mai…Quando ci ha proposto questa «intervista possibile», come la chiama lui, non abbiamo investigato, per rispetto all’amico.

Oggi proponiamo ai nostri lettori questa pièce che esula, elegante nella forma e divertente nei contenuti, dalle nostre normali ricerche su gente che corre e che marcia, soprattutto che suda in modo tanto poco aristocratico. Ringraziamo Augusto e leggiamo in silenzio, attorno al tavolino, e al buio, per non disturbare la quiete del Barone. Se c'è, una gamba del mobile batterà uno o due colpi. Ma per interpretare i segnali dall'aldilà bisogna essere degli esperti.

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Mi aiuti: quale titolo prevede il protocollo? Monseigneur, Barone, Eccellenza...

«Barone».

– Spero di non averla importunata. Non è stato agevole raggiungerla, ma solo Lei può aiutarci a chiarire alcuni dubbi di cui siamo vittime da oltre un secolo.

«Si ritenga un privilegiato. Tuttavia, dove mi trovo – accolto generosamente, in onestà senza grandi meriti, salvo la dirittura morale di cui vado fiero – disponibilità nei confronti di prossimo e seccatori è regola tassativa».

– Lei sa che un suo antenato era romano?

«Pessimo inizio! Non mi faccia pentire d’averla ammessa alla mia presenza... Come può pensare che ignori la storia della mia famiglia, a partire da mio padre Charles Fredy, artista in pittura e da mia madre, Marie-Marcelle Gigault de Crisenoy, nipote del marchese de Mirville ed ereditiera del castello in Alta Normandia. Il mio antenato Felice De Fredis era romano a pieno titolo anagrafico. Lo ricordano, tra l’altro, un epitaffio dettato nel 1529 dalla moglie Girolama Branca e una pietra tombale situata nella Basilica di Santa Maria all’Ara Coeli: FELICI DE FREDIS QUI OB PROPRIAS VIRTUTES ET REPERTUM LACOOHONTIS... HIERONIMA BRANCA UXOR. Nella permanenza nella vostra città, nei giorni in cui mi adoperai per portare a Roma i Giochi del 1908 dopo la miserrima edizione di Saint Louis – giorni, come lei saprà, conclusi purtroppo con un fallimento – mi affacciai anche al palazzetto in via degli Specchi, nel rione Regola, a due passi dal Monte di Pietà, appartenuto al mio antenato».

– Le chiedo scusa: mi conferma anche che fu un successore di Felice, Jean Fredi, trasferitosi in Francia, ad acquistare nel 1577 nell’Ile-de-France la signoria di Coubertin e ad inserirsi nel ramo francese della baronia assegnata nel 1477 a Pierre de Fredy, ciambellano nella corte di Luigi XI?

«Non solo confermo, ma sarà opportuno che lei recuperi notizie più aggiornate e rinfreschi le idee presso l’Archivio di Stato della sua città. Troverà notizie su Felice De Fredis e sul ritrovamento nelle sue terre al Colle Oppio, era il 14 gennaio 1506, del Laocoonte. Immagino sappia cosa sia il Laocoonte, il gruppo marmoreo individuato da Giuliano da Sangallo, accorso sul luogo insieme con Michelangelo, come “Questo è Hilaoconte, che fa mentione Plinio”».

– Le chiedo nuovamente scusa, ma forse Lei ignora che nel febbraio del 1905, mentre era a Roma per incontrare Vittorio Emanuele III e Papa Pio X, negli stessi giorni un antiquario ebreo ritrovava in una bottega della città un braccio della statua portata alla luce quattro secoli prima...

«Non ignoro nulla: dove sono, niente può sfuggirmi... Vuole, ad esempio, che le racconti qualche storiella su cosa si nasconde all’interno del rosso sbiadito del Foro Italico, su Onesti o su Carraro, su Franchi o su Nebiolo, su Pescante, Petrucci o Malagò, Barelli... Soprassediamo, le completo l’informazione: sarebbe passato mezzo secolo prima che il braccio venisse assemblato al corpo centrale della statua collocata in Vaticano. Durante la permanenza romana, ricevuto al palazzo del Quirinale, fui trattato con squisita cortesia dai reali. “J’avais trouvé surtout le roi dans un long entretien, la reine à son thé du jeudi, m’avaient témoigné une vive sympathie pour les jeux projetés”. L’incontro con il Papa fu edificante, mi parlò anche delle sue esperienze agonistiche giovanili culminate nella vittoria in una gara di marcia disputata nel suo paese d’origine e della sua decisione di aprire a prove di atletica e ginnastica le mura del Vaticano – “Rien n’est plus inédit et plus pittoresque qu’un festival musculaire au Vatican”. Tuttavia, questi scampoli d’erudizione lasciamoli agli storici e ai topi d’archivio. Immagino voglia chiedermi qualcosa sulla mia storia personale, sulla rinascita dei Giochi olimpici, sulla gente che ho conosciuto, sui miei viaggi, sulle mie esperienze nei college britannici e statunitensi, dei miei studi su Tocqueville e Sorel, sulle tonnellate di saggi e documenti che ho lasciato ai posteri sull’educazione, sulla scienza, sul corpo, sulla storia, sulla morale, sulla filosofia, compresi i quattro tomi della Storia Universale... Li ha sfogliati, i quattro tomi?».

– No, e mi scuso per la terza volta, barone. Ma sappiamo comunque molto della sua attività, soprattutto per merito della magnifica raccolta di scritti selezionati nel 1986 dal CIO, con acribia degna di un entomologo, nei tre volumi Revelation, Olympisme, Pratique sportive, letti dalla prima all’ultima delle 2.262 righe, con l’aggiunta di un prezioso libretto contenente decine di immagini legate alla sua vita, comprese quelle di sua moglie la Baronne, ripresa in occasione del compimento dei 101 anni dinanzi alla tomba di famiglia situata nel cimitero di Losanna a cura perpetua della comunità svizzera. Una domanda, su tutte, mi preme.

«Ognuno ha le proprie debolezze, sono quindi lusingato che lei, caro Frasca, faccia riferimento, mi sembra di capire, al mio patrimonio letterario, non avendo perso nemmeno un rigo dei tre volumi. Quanto alla domanda, scommetto che vuole conferma se sia vera o meno la frase che mi viene attribuita, “L’importante non è vincere ma partecipare”. Mai pronunziata. Chiarisco. In occasione dei Giochi di Londra, il 19 luglio del 1908, dal pulpito della cattedrale di Saint Paul, sulla materia olimpica il vescovo della chiesa anglicana della Pennsylvania Ethelbert Talbot aveva detto, testualmente, “What matters is to participate, not to win”. Cinque giorni dopo, il 24, lo stesso giorno del vostro Dorando e del drammatico esito della maratona, nel corso di un ricevimento ufficiale offerto dal Governo britannico io ripresi quel concetto, precisando tuttavia che “L’important dans la vie, ce n’est point le triomphe mais le combat; l’essentiel, ce n’est pas d’avoir vaincu, mais de s’être bien battu”: è chiaro, mi sembra. Ecco, questa è la mia pedagogia, e si dia da fare con amici e colleghi perché questo falso storico, uno dei tanti di cui è disseminata la storia dello sport, anche quella del vostro paese, venga eliminato».

– A proposito, al di là di espedienti retorici, non sarebbe male che Lei dicesse la parola fine sulla questione dilettantismo-professionismo…

«Volentieri, ma preciso che degli espedienti da lei citati non ho mai fatto uso. Sul dilettantismo, col tempo, è noto, maturai idee nuove, e questo fu il motivo per cui detestai gli atteggiamenti di Avery Brundage e, ancora prima, quelli che mortificarono un grande campione come Jim Thorpe... Aprii a cerchie sociali via via più ampie e al mondo operaio... Nelle mie memorie del 1931 giunsi a considerare del tutto superata la concezione del dilettantismo d’origine inglese... Scrissi anche – quanto sciagurata e profetica l’affermazione – che lo sport può mettere in gioco le passioni più nobili come le più vili, può sviluppare il disinteresse e il sentimento dell’onore come l’amore per il guadagno, può essere cavalleresco o corrotto, umile o bestiale. Infine, lo si può usare per consolidare la pace così come per preparare la guerra».

– Affermazioni terribili...

«Forse, ma realistiche. Si guardi attorno, e mi dica se non feci centro con largo anticipo dinanzi alla trivialità dei mercati, alla progressiva disintegrazione dei principi più nobili e ad un incontrollabile bestiario! Delle volte, oltre che amareggiarmi, oltre che indignarmi, stupisco della spregiudicatezza, dell’aggressività, dell’insolenza, dei maltrattamenti cui l’antica pedagogia sportiva viene sottoposta. Quanto lontano il tempo in cui, era il luglio del 1894, nel discorso di chiusura al Congresso di Parigi, concludevo, sollevando il bicchiere in alto, brindando all’idea olimpica che ha attraversato come un grandioso raggio di sole le brume delle stagioni, tornando ad illuminare di una gioiosa speranza la soglia del ventesimo secolo... Comunque, ombre e luci, nero e bianco. Come non rallegrarmi, ad esempio, dell’iniziativa, presa dal CIO nel 1963, di istituire una Medaglia intitolata a mio nome per premiare eccellenze dello sport. Lei saprà che primo assegnatario fu il vostro Eugenio Monti, e che nel ristretto gruppo dei premiati esistono personaggi come Emil Zatopek e Luz Long».

– Poco fa Lei ha accennato anche a questioni relative al nostro paese...

«Avete una bella storia alle vostre spalle, e la pubblicistica, fin dagli inizi del Novecento, ha prodotto opere importanti. Tuttavia, i punti morti sono molti. Non escludo, sottraendo tempo ed impegno alla scrittura di una storia universale dello sport, di dedicarmi dettagliatamente al recupero del versante italiano e di suggestivi interna corporis. Ma sarà inevitabile scoprire realtà nascoste e fare di iconografie accomodanti e di qualche finto eroe, emersi in stagioni ravvicinate e più lontane, dirigenti, atleti, giornalisti, figure in realtà impresentabili!».

– Una promessa, o una minaccia?

«Interpreti come vuole. Adesso, devo lasciarla: Chi è sopra mi ha chiesto una relazione dettagliata su alcuni personaggi dello sport internazionale, di cui non posso rivelarle l’identità, e su quanto accade nei sottoboschi di Losanna. A proposito, dica in giro, lo faccia sapere al suo amico Malagò, salutandolo a nome mio, che è errato dire Olimpiadi di Roma o di Parigi. Olimpiade è singolare, e coincide con il periodo quadriennale tra un’edizione e l’altra dei Giochi: attualmente, viviamo l’epoca dell’Olimpiade di Rio! E dica anche a qualche analfabeta o distratto che è un insulto alla semantica utilizzare il sostantivo “olimpionico” come aggettivo, dicendo e scrivendo, come fece Calvino in Helsinki ‘52, di campione olimpionico, o peggio, altri, di piscina olimpionica!».

Barone, grazie della disponibilità, la disturberò ancora. Sono, siamo curiosi…

Last Updated on Thursday, 04 June 2020 14:46
 
Francesco da Cellino San Marco, 'stu guagliùna hàva doi coss forti PDF Print E-mail
Monday, 01 June 2020 09:06

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Abbiamo ricevuto una lettera di quelle che vanno di moda oggi - impalpabili - da un lettore che si firma F.S., dice di essere un bresciano che abita a Piffione e che, pur non essendo proprio giovanissimo, ha però ancor lucidissimi ricordi. "Ho letto su questo Archivio che poche settimane fa è morto, a Bari, Francesco Perrone, a causa di questo flagello di cui, ancor oggi, qualche idiota nega l'esistenza. Era un buonissimo atleta, nel nostro Paese ovvio, negli anni '50. Io non ero più un bambino ma non ero ancora un ragazzo, avevo la passione di correre a piedi. A Brescia a quel tempo avevamo Franco Volpi, Albertino Bargnani, e poi Paini, Azzani, mi pare Antonelli, e altri; molti correvano con quel Bruno Bonomelli, bel personaggio, allenatore, giornalista, rivoluzionario! Ma ce ne capiva più di tutti quando si parlava di corsa, di campestri, di maratona. Il mio idolo era Volpi, il più forte di tutti. Io raccoglievo ritagli di giornale, tutto quello che trovavo, soprattutto la «Gazzetta». Li ho ritirati fuori, ho trovato tante notizie, poi ho visto che nel 1957 Perrone e Volpi avevano fatto il record italiano dei 5 mila arrivando insieme. E allora mi sono concentrato su quell'anno. Ho scritto un po' di note disordinate che vi mando, se possono servirvi, fatene quello che volete. Saluti".

E bravo il signor F.S. Raccogliamo l'invito ad occuparci di Perrone, anche perchè, in verità, avevamo anche preso impegno di ricordarlo. Grazie anche ad una bella foto che abbiamo nel nostro archivio e che pubblichiamo qui sopra: foto di agenzia, scattata a Bari, nell'ottobre del '57, sulla linea d'arrivo Perrone e Volpi appaiati segnano il nuovo primato italiano dei 5 mila metri. Seguendo il suggerimento del nostro lettore ci dedicheremo dunque anche noi a quell'anno, ricordando un po' di corse, personaggi, risultati, eventi collaterali. Non aspettatevi niente di «storico», solo disordinate storielle pedestri, per chi le vorrà leggere, chi poi le vorrà completare, approfondire, a suo uso e consumo, faccia pure. Però, per favore, senza supponenze cattedratiche, di quelli che vogliono fare la punta al pisello delle formiche.

Premessa - In occasione del suo decesso, qualche settimana fa, abbiamo letto che Francesco Perrone iniziò la sua carriera di atleta nel 1955. Molto inesatto. Abbiamo letto pure un titolo una tanticchia forzato: «il maratoneta che aveva sfidato Abebe Bikila». Ma a parte inesattezze e forzature (ormai del nostro sport scrive quasi solamente chi poco sa, e nei giornali conta il titolo ad effetto), resta, indiscutibile che Perrone fu per alcuni anni, specialmente fra il 1955 e il 1961, uno dei migliori corridori di lunghe distanze nella nostra atletica. Ma la sua passione per la corsa iniziò parecchio prima: agli inizi degli anni '50, aveva una ventina d'anni essendo nato il 3 dicembre 1930. Forse anche prima in qualche corsa di paese, ma non ne abbiamo trovato traccia. La vulgata vorrebbe che lo aiutò il sindaco del suo paese, Cellino San Marco, provincia di Brindisi.  Ma, in questo momento, torniamo a dire, il 1957 è quello cui riserviamo la nostra attenzione.

Prima di parlare di corse di fondo e di campestri, una notizia che farà contenti coloro che hanno sempre considerato Bruno Bonomelli solamente un litigioso e manesco attaccabrighe. Sentite un po' questa. Siamo alla metà di gennaio, titolo di un quotidiano: «Sospeso un dirigente per 2 anni». Nel pezzullo che dà conto leggiamo:«Nel settore disciplinare, il Consiglio direttivo (FIDAL) ha deliberato di sospendere da ogni attività federale per due anni...il dott. Bruno Bonomelli, dirigente tecnico di società per essere trasceso a vie di fatto verso un atleta e per essere recidivo in precedente punizione». Ma ce n'è anche per altri che abbiamo conosciuto. Nella stessa seduta, si deplora una lenzuolata di atleti romani perchè...avevano voltato la testa dall'altra parte e non visto che, in un certo incontro societario (era il 1956, club implicati CUS Roma e A.S. Roma) aveva corso l'atleta Cagafusi al posto dell'atleta Pernacchi (nomi di fantasia). Loro, imperterriti: non avevano visto, sentito, e secondo buona regola, non ne parlarono. Nel «pacchetto» chi c'era? Un paio che abbiamo conosciuto nella nostra lunga militanza fra piste e pedane, due bravi figliuoli che poi, col tempo, si sono ravveduti: Luciano Gigliotti, il famoso (meritatissimamente) «Lucio» di Modena, allora dimorante a Roma, e Marco Sbernadori, poi fondatore della rivista «Correre», e non solo, editore di libri, e chissà quanto altro ancora. Pensierino della sera: ce ne fossero tanti, o almeno qualcuno, come Bonomelli, oggi. Gli altri? Solo dei birbaccioni.

Febbraio - marzo, mesi di campestri. A Schio, il 17 febbraio, il campionato nazionale dei Terza Serie: lo vince Franco Antonelli, un giovanotto umbro che stava al Comiliter di Brescia e che si era accasato all'Atletica Brescia; al 31° posto Giorgio Lo Giudice (Capitolino Roma), poi una vita spesa alla «Gazzetta dello Sport» redazione romana. Sessantacinquesimo, Giorgio Jegher, che nel 1964 andrà ai Giochi Olimpici nella maratona. Una settimana dopo, la «classicissima» dei prati, la «Cinque Mulini»: vince Franjo Mihalic, slavo come dice il cognome, jugoslavo a quei tempi, che può mostrare il torace con tanto di medaglia d'argento olimpica (maratona, pochi mesi prima a Melbourne). In mezzo alla coalizione dei «partigiani» di Belgrado (Partizan significa partigiano, la storia del club narra che fu fondato da partigiani jugoslavi) si destreggia Franco Volpi, che indossa ancora le insegne del CRAL Gnutti Lumezzane, località bresciana di gente...ben temperata. Terzo, il migliore degli italiani. Sesto il bergamasco Rino Lavelli, classe 1928, quindi alla soglia dei 92 anni. Settimo Francesco Perrone. Poi, nel mazzo, Ambu, Conti, l'altro bresciano Albertino Bargnani (13esimo); 38esimo Vittore Lazzarini, bergamasco che tanto si è speso nella vita per l'atletica della sua provincia e che in fatto di caratterino pepato non era secondo a nessuno.

Gente che va gente che viene, ossia i trasferimenti: il citato Luciano Gigliotti lascia Roma e torna alla Fratellanza Modena; Abdon Pamich va a raggiungere Pino Dordoni al Diana Piacenza; Attilio Bravi, il miglior lunghista, grande potenziale, va a Padova alle Fiamme Oro, e anche lo sprinter Giovanni Ghiselli. Noticina sull'Assemblea del Comitato Lombardo: il pugile bresciano Bonomelli viene dapprima eletto come delegato al Congresso della FIDAL, e poi la sua elezione annullata in quanto il suddetto è sospeso da ogni attività federale, come abbiamo visto. Fra i delegati al Congresso FIDAL (Milano, 9-10 marzo) Carlo Venini, Sandro Calvesi, Renato Tammaro, Dante Merlo, Ottavio Missoni, per chi sa di atletica non serve dire chi sono stati. E fra i piemontesi? Ça va sans dire, Primo Nebiolo. Bruno Zauli, come aveva annunciato, non presenta candidatura alla presidenza FIDAL, acclamato il ritorno del marchese fiorentino Luigi Ridolfi.

Il 10 marzo nasce a San Giorgio su Legnano un nuovo cross, il «Campaccio»: Volpi stacca Baraldi di undici secondi, poi Lavelli, Luigi Conti e Antonelli. Sette giorni dopo, a Bergamo, si corre per la maglietta bordata di tricolore; due impegnativi giri di 3500 metri l'uno. "L'affermazione di Franco Volpi è apparsa netta e convincente in quanto ottenuta in una prova dove Gianfranco Baraldi ha fatto tutto il possibile per contrastargliela". All'inizio il duello sembrava Volpi - Perrone, «Volpi in forma splendente» compone Felice Palasciano sulla «Gazzetta». Perrone va a sbattere contro un incauto fotografo. Podio: Volpi, Baraldi, Lavelli; poi Luigi Conti, Perrone; più indietro, nomi dal fondo della nostra memoria: Bargnani (11°), Giobatta Martini (romagnolo trasferito a Piacenza, 25°, qualche anno prima campione dei 10 mila metri in pista), il solito Vittore Lazzarini (26°), lo stagionato maratoneta Artidoro Berti (30°). Il Felice sull'onda della felicità si lascia trasportare:"Nel duello Volpi - Baraldi il tono agonistico di un cross da ricordare".

Che dite, signor F.S.? Ci fermiamo qui per oggi? (segue)

Last Updated on Monday, 01 June 2020 13:33
 
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