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Rovereto: sulla sabbia della pedana del lungo resiste l'impronta di Nenad Stekic PDF Print E-mail
Monday, 07 September 2020 16:47

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 Nenad Stekic, in una foto di quella gara a Rovereto, mentre si prepara alla rincorsa. Riproduzione della pagina originale dei risultati della gara di salto in lungo: si noti l'accuratezza del dattilografo che ha storpiato il cognome in «Stekuc». Idem per «Rosseau»

 

Che anno, quell'anno! 1978, ve lo ricordate? Milano Campionati d'Europa indoor, Yashchenko superò 2.35 e Sara Simeoni vinse il titolo nella stessa disciplina; Pietro Mennea alle prese con i difficili equilibrii tecnici e tattici di due giri di pista indoor (400 metri) ce la mise davvero tutta quella volta; medaglie per Baffino Buttari e per Rita Bottiglieri; vicinissimo al podio, due miseri centimetri ma il metro è rigido, Carlo Arrighi che se ne è andato prima di tanti di noi. Questo quando fuori, a Milan,el faseva fred. Poi l'estate. A Brescia, nel campicello detto Campo Scuole dell'epoca eroica dello sport scolastico, campicello che navigava su un mare di PCB (policlorobifenili, micidiali), il 4 agosto, Sara Simeoni divenne la donna più alta del mondo (2.01). Giusto il tempo di raggiungere Praga, la bella misteriosa Città d'oro, culla di musici che fan volare la fantasia alla ricerca di un Nuovo Mondo, di processi angoscianti e di tante belle leggende, per seguire, intirizziti dal freddo, un duplice Mennea , ancora Sara con i suoi famosi calzettoni disneiani - poi regalati ci ha detto recentemente Erminio Azzaro -, un Venanzio Ortis anche lui d' oro e d' argento.

Che anno, quell'anno! Primo Nebiolo trovò le chiavi che cercava da tempo e aprì le porte della Città Proibita: i nostri ragazzi e ragazze andarono alla scoperta della Cina che era uscita da un paio d'anni dalla follia collettiva della Rivoluzione Culturale voluta da Mao Zedong, morto, con il mostro sociopolitico che aveva ideato, nel 1976. E di passaggio verso l'Impero di Kublaikan, il «Meeting delle Otto Nazioni» a Tokyo. Quasi nello stesso tempo gli organizzzatori della U.S. Quercia Rovereto allestirono il loro meeting, 14esima edizione del «Palio», primo Trofeo Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. Pista in Rubkor, pedane in Sportflex, solo gare per maschietti.

Le due riviste (sì due, 1978 due riviste mensili di atletica, 2020 zero, anche per noi la nostra piccola disastrosa Rivoluzione Culturale!) dell'epoca dedicarono picca spazio al meeting. Una delle due non fece meglio di 19 righe. La oculata attenzione di Roberto L. Quercetani individuò il vero, grande risultato di quella edizione. Scrisse il Maestro nella sua rubrica «Atletica-Mondo» sulla rivista federale:

"A Nenad Stekic, primatista europeo del lungo (...) è bruciata non poco la sconfitta patita agli Europei di fronte all'eterno rivale Jacques Rousseau (8.12 contro 8.18)...". Appunto: lo jugoslavo aveva perso contro il francese d'Oltremare (nato a Pointe-à-Pitre, Guadalupa) e non gli era andata giù.

"Dopo gli Europei il 27enne Stekic si è tuffato nella mischia dei meeting ad invito..." Fra i 5 e il 23 settembre Stekic disputò otto meeting in Germania e in Italia. Monetizzare aiuta a dimenticare le delusioni. Inoltre, in tre occasioni, aveva anche menato sonoramente il transalpino.

"Stekic, venuto in Italia in viaggio di nozze, ha avuto la sua grande giornata a Rovereto, dove ha ritrovato il miglior Rousseau. Ne è venuto fuori il più gran duello fra lunghisti mai visto su suolo italiano...". Poi Quercetani riporta le due serie di salti, che i nostri lettori possono leggere sulla pagina dei risultati originali che pubblichiamo.

"La «media» di Stekic a Rovereto - 8.17! - è la più alta sin qui ottenuta da un europeo su sei salti validi. Il precedente record apparteneva dal 1974 a Valeri Podluzhni con 8.09...".

Nenad aveva una «battuta» che pareva uno sparo, una frustata, secca seppur leggera. Un grande lunghista. A ben pensarci, a quei tempi era secondo al mondo, aveva davanti un tale che di cognome faceva Beamon, e di nome Bob. Son passati 42 anni, ma l'8.32 del giovanotto serbo di Belgrado è lì, inamovibile, nell'albo d'oro del «Palio».

Terzo, a rispettosa distanza, un giovanotto bresciano di gran talento mai totalmente espresso, peccato: Maurizio Maffi, di Palazzolo sull'Oglio, allenato da Bruno Mahoni, tipo un po' bizzarro ma che c'azzeccava. Visto che ci siamo: furono parecchi i bresciani indigeni o importati presenti sotto la quercia. Ricordiamo Mario Zoppi, cremonese allenato da Giuseppe Italia, ci cui si può dire «la corsa campestre è il mio mestiere», nei 1500 vinti da Chicco Leporati, poi allenatore di Stefano Mei; stessa gara Alberto Cova, ottavo. Altri nomi: Roberto Filippini, bel decatleta non realizzato; Alfredo Bonetti, nei 5000, il quale ha collezionato gerle piene di primati Master; in quella gara su un altro pianeta (roba da 13:30.0, gli altri a una cinquantina di secondi) Ilie Floroiu, che sarebbe asceso alla presidenza della Federazione rumena con la volontà di far ordine e pulizia, missione fallita, e se ne è andò insalutato, meglio insultato, ospite, ed era una persona per bene. Alto: Maurizio Tanghetti, poi imprenditore; in quella gara tre a 2.21: l'olandese Wielart, Bruno Bruni e il teutonico Karl Trainhardt. Nell'altro esercizio di scalare il cielo a forza di braccia, vinse un italiano emigrato, Tracanelli, gran talento, da Udine alla terra di Asterix. Quinto un nome che dice qualcosa ai moderni: Gianni Stecchi. Era il padre.

E infine lui, il più atteso, il suo nome era: Pietro Mennea, quattro zampate, 20.48. In quella stagione corse quindici volte in meno di 20.70. Ordinaria amministrazione.

Era il 16 settembre 1978, un lunedì, Santa Sofia Martire.

Last Updated on Tuesday, 08 September 2020 06:33
 
Ripassi di memoria: Universiadi da Torino 1959 a Torino 1970 (parte 2) PDF Print E-mail
Saturday, 05 September 2020 06:47

Concludiamo, con questa seconda parte, la narrazione dei vari capitoli temporali di una manifestazione internazionale nata come Giochi Mondiali Universitari e poi divenuta Universiadi, diremmo per assonanza con Olimpiadi. Il narratore è Augusto Frasca che ci accompagna dalla edizione di Torino 1959 a quella del 1970, sempre nella città sabauda. Non perdete l'occasione di una buona lettura.

*****

Era attesa a Roma, ma l'imminenza dei Giochi Olimpici ne suggerì lo spostamento. A raccogliere il messaggio dell'Universiade 1959, da undici anni al vertice goliardico cittadino, sostenuto sul versante istituzionale da Mario Saini, eporediese di nascita, braccio destro di Bruno Zauli nella gestione del Comitato olimpico nazionale e protagonista in anteguerra dell'organizzazione, nell'Augusta Taurinorum, dei Campionati mondiali universitari e della prima edizione dei Campionati europei di atletica, Primo Nebiolo. Fu un successo, 43 nazioni, 1.407 atleti sul campo, quattro giorni, dal 3 al 6 settembre, il calendario dell'atletica. Un primato rispetto alla Parigi di due anni prima. Fu un formidabile miracolo diplomatico, costituito dalla presenza di atleti cinesi, rappresentanti di un'entità politica e sportiva fuori dal consesso del Comitato olimpico internazionale e giunta a Torino – nell'imbarazzato sconcerto del Foro Italico, sotto lo sguardo attento della municipalità retta dall'avvocato civilista Amedeo Peyron, democristiano, e nell'induzione in paranoia di Angelo Cremascoli, factotum in segreteria generale, impegnato nell'inedita ricerca di un interprete – provvista di un visto culturale recuperato tramite l'associazione internazionale studentesca di sede a Praga. Un evento senza bandiere nazionali, unico vessillo la grande U con cinque stelle, unico inno il Gaudeamus igitur degli antichi clerici vagantes medioevali, unico simbolo grafico la magnifica riproduzione, ideata da Antonio Donat-Cattin, delle gambe in primo piano di Douglas Alistair Gordon Pirie, britannico conquistatore fra il 1953 e il 1956 di vari primati mondiali di mezzofondo e tuttavia mortificato, nei Giochi di Melbourne, dalle gambe di Vladimir Petrovich Kuts, l'atticciato marinaio di Aleksino che avremmo elevato a nostro idolo temporaneo, al termine della sua cavalcata mondiale sui 5.000 metri, in un radioso pomeriggio romano dell'ottobre del 1957, quando sembrò che sotto la pesantezza delle sue cadenze scorressero millenni di storia dell'uomo.

Ecco, per chi scrive, le curiosità agonistiche di Torino '59. Gli esiti di quattro atleti orientali, miglior risultato il 14.6 sui 110 di Kao Chi-chiao, quarto alle spalle di Nereo Svara e di Giorgio Mazza, i 4 metri nell'asta di Chang Chang-fa, il 14.44 di Ku Ke-yen nel triplo, il 22.6 di Chen Chia-chuan sui 200. Le vittorie in abbinata, da lontano, di Giuseppina Leone e della sua corsa satinata – di lì a poco unica medaglia olimpica italiana nella storia dei 100 metri – e di Livio Berruti, 11.7 e 23.8, 10.5 e 20.9. Di Salvatore Morale, 400 ostacoli in 52.1, di Attilio Bravi, salito nel capoluogo piemontese dalla cuneense Bra, 7.46 nel lungo, di Iolanda Balas, sgraziato fenicottero di Timisoara, fresca titolata continentale a Stoccolma e già ultra primatista mondiale. E di John Holt, prossimo ad occupare nella ristretta sede londinese di Upper Richmond Road, 162, il massimo scranno amministrativo della Federazione internazionale, secondo in 1:50.5 in un combattuto finale degli 800, stesso tempo del tedesco Dieter Heydecke, e titolare nel terzo posto del quartetto britannico nella 4x400. Anni dopo, non senza punte perdonabili di compiacimento, del personaggio avrei conquistato definitivamente confidenza e rispetto facendogli omaggio di una cassetta con madrigali di Carlo Gesualdo principe di Venosa – autore seicentesco, celebre per la bellezza delle sue composizioni ma anche per aver fulminato nella profanazione dell'alcova coniugale una moglie infedele e il suo drudo – di cui Holt, pure professionalmente versato in campo musicale, ignorava l'esistenza, e per di più meravigliosamente interpretati da una corale di Oxford!

Da Sofia 1961 in poi, salito il 5 settembre al vertice della Fisu, le Universiadi furono un monologo, esclusivo terreno di conquista di Nebiolo, ivi comprese, nelle loro imbarazzanti immutabilità, le ritualità degli incontri istituzionali e delle insegne onorifiche, chieste e ricevute, nelle sedi di volta in volta scelte in base alle garanzie assegnate ad una manifestazione progressivamente avviata, per composizione cosmopolita e pansportiva, ad essere inferiore solo ai Giochi olimpici. A Sofia, l'atletica dal 31 agosto al 3 settembre, prima novità, i cubani, a segno con Enrique Figuerola, 10.4 nei 100, gara in cui è impegnato fino a semifinali comprese un insolito Igor Ter-Ovanesyan, 10.5, poi volato a 7.90 nel lungo e subito divenuto 'principe' secondo scontato riferimento al Borodin delle Danze polovesiane. Si afferma nuovamente nel suo prorompente agonismo Tito Morale in 50.0, si affermano colossi dei lanci quali Gyula Zsivotski e Gergely Kulcsar rispettivamente nel martello e nel giavellotto, mentre si affacciano nel contesto goliardico due sorelle di Kharkov, Tamara ed Irina Press, inquietante consesso familiare, due pezzi di donna onuste di vittorie, di primati e di sospetti, due esistenze agonistiche parallele destinate a chiudersi alla vigilia dei campionati europei del 1966 all'avvio dei controlli antidoping. Ma la punta nobile dell'edizione bulgara è rappresentata dall'atleta che natura, e un tecnico dalle non comuni capacità, Vladimir Michajlovič D'jačkov – architetto, maestro dello sport sovietico, coniuge dell'estroversa e corposa discobola pluriprimatista mondiale Nina Dumbadze, la stessa di cui si scrisse (Gianni Brera), infoiata del maciste di Costermano, di un assalto erotico ai limiti dell'aggressione portato vittoriosamente a termine, in una pausa di Helsinki '52, fuori dall'occhio invidioso di Beppe Tosi, nei confronti di Adolfo Consolini – avrebbero elevato al rango di più grande altista di tutti i tempi, secondo collaudato copyright di Giacomo Crosa, Valeriy Brumel, salito alle 18.40 del 31 agosto, al Vasil Levski Stadium, a metri 2.25, terzo primato mondiale della stagione, misura poi segnata da un memorabile ritocco il 21 luglio 1963, il 2.28 realizzato sulla pedana di Mosca in occasione dell'incontro Urss-Usa.

Dalla plumbea città bulgara all'esotismo brasiliano, nel 1963, di Porto Alegre, settembre, dal 3 all'8. Tra le affermazioni di Brumel, 2.15 su Mauro Bogliatto, 2.09, nuovo primato italiano, di Ter-Ovanesyan, fresco dell'8.31 mondiale di Yerevan, e di Janis Lusis nel giavellotto, spazio per gli azzurri: copertina a Roberto Frinolli, 50.5, fresco del titolo internazionale militare, e a Gaetano Dalla Pria, 51.63, due terzi posti per Berruti, 10.5 e 21.5, di Morale, 51.9, il sesto di Beppe Gentile, fermo a 15.45. Tra le curiosità in campo, citazione per Istvan Gyulai, quattrocentista da 48.3 quinto in finale davanti all'azzurro Mario Fraschini, ultimo frazionista di una 4x100 ungherese vincitrice a sorpresa sui cubani condotti da Figuerola e più avanti, dopo un ventennio di militanza giornalistica, approdato al munifico ruolo di segretario generale della Iaaf nella stellare sede monegasca al 17 di rue Princesse Florestine.

Budapest, 24-29 agosto 1965, terza affermazione consecutiva per Ter-Ovanesyan, 8.19 sul gallese Lynn Davies, reduce dal trionfo olimpico di Tokyo e prossimo a completare l'invidiabile curriculum con un titolo europeo e l'affermazione ai giochi del Commonwealth, e per Gyula Zsivotsky. Raddoppio di Frinolli, esordio vincente per Eddy Ottoz, 13.6, primato italiano, dinanzi a Giovanni Cornacchia e a Willie Davenport, en plein di Sergio Bello, 46.8 sui 400 e forte frazione nell'Italia vincente nella 4x400, terza presenza, modesta, di Berruti, eliminato in batteria nei 100 e sesto in 21.3 sui 200, Gentile, 16.31, a quattro centimetri dalla medaglia e primato nazionale. Nel decathlon, Bill Toomey, statunitense: conoscerà, e poi sposerà, a Città del Messico, sede della sua affermazione olimpica, separandosene poco dopo, Mary Bignal, ricordata dagli esteti come le più belle gambe di Roma '60, unita in prime nozze con Sidney Rand, olimpionico di canottaggio, vincitrice nel lungo a Tokyo 1964, 6.76, primato mondiale e prima britannica olimpionica in atletica. Mentre Toomey, tra il '66 e il '69, salirà al vertice della specialità con due primati mondiali, l'irrequieta britannica passerà a nuove nozze trasferendosi ad Atascadero, in California, il cui zoo è intitolato a Charles Paddock, il grande velocista degli anni '20 deceduto in un incidente aereo, da ufficiale dei Marines, nel secondo conflitto mondiale. Unica nazione con quattro affermazioni, nella classifica finale l'Italia assaggerà la soddisfazione di precedere Unione Sovietica, Stati Uniti e Germania. A Budapest farà discesa in campo la principessa polacca Irena Kirszenstein non ancora Szewinska, indisturbata su 100 e 200: una levità di corsa e di tratto destinata a lasciare meravigliose memorie lungo un infinito tracciato di affermazioni e di primati.

Nel 1967 l'Universiade si spostò a Tokyo, dal 30 agosto al 4 settembre. Dato più vistoso, con un anno di anticipo rispetto all'esplosione di Città del Messico, la presenza di Tommie Smith, secondo sui 100 battuto dall'ivoriano Kone e primo sui 200 in 20.7, e l'incrocio curioso con un Livio Berruti, quinto in 21.5. Due terzi posti di Ito Giani in velocità, ancora un Ottoz vincente, doppio impegno per Gianni Del Buono, terzo in 3:44.0 sui 1.500 e ottavo in 1:49.2 sugli 800, e Gentile, terzo nel triplo, 15.84, sesto nel lungo, 7.31, terzo Sergio Bello sui 400, e finale di fuoco italiano in 39.8 con la 4x100, Vittorio Roscio, Ennio Preatoni, Ito Giani e un regale Berruti in ultima frazione, la stessa di Smith, con gli Usa quinti classificati indietro di nove decimi rispetto agli italiani.

Poi, nel 1970, dal 2 al 6 settembre, il passaggio epocale della manifestazione. Per Nebiolo, nella sua Torino, l'apoteosi, e con essa l'inclinazione, ipertrofica nella sua progressione, d'essere Primo di nome e di fatto al punto d'identificarsi in un proprio personale Monte Rushmore. Tutti coinvolti, nell'occasione: la benedizione di Gianni Agnelli, l'abbraccio del presidente Saragat, l'adesione controllata della irriverente e rischiosa compagine universitaria cittadina, la presenza del capo del Governo Emilio Colombo, platealmente intronizzato in tribuna con feluca goliardica. L'apertura fu celebrata in uno stadio Comunale reso colmo anche per l'accorrere di calciofili interessati all'incontro Cagliari-Sporting Lisbona, arbitrato da Concetto Lo Bello e messo in calendario al termine della cerimonia con l'aiuto di un abilissimo conciliatore di rapporti a nome Andrea Arrica. La regia fu firmata dal concittadino Bruno Beneck a chiusura di una staffetta che coinvolse i migliori atleti italiani del tempo con una fiaccola riproducente la miccia con cui, durante l'assedio di Torino del 1706, Pietro Micca aveva fatto saltare in aria, a difesa della libertà, la storica Cittadella. Quell'Universiade mosse mezza città, e ne parteciparono amministratori civici, notabili, maestranze e semplici osservatori, con una stampa che fu sollecita ad accompagnare una festa cittadina ricca di internazionalità, e furono i locali Ormezzano, Romeo, Perucca, Perricone, Toniolo, Pacifico, Colombo, i giovanissimi Barberis e Pistamiglio, Barletti e Boscione a dirne e scriverne assieme ai Lòriga, Berra, Signori, Pirazzini, Monti, Massara, Melidoni, Pirona, Mantovani, Vespignani, giunti dal resto d'Italia. Anche tecnicamente quell'Universiade fu un trionfo, nobilitato dai primati mondiali di Heidemarie Rosendahl, 6.84 nel lungo, e di Wolfgang Nordwig, 5.46 nell'asta, con un contorno eccezionale, Renate Meissner-Stecher, Viktor Saneyev, Larry James, Valentin Gavrilov, David Hemery, Miklos Nemeth, Pat Matzdorf, Maria Sykora, Teresa Sukniewicz, Nadezhda Chizhova, vale a dire il meglio a portata di mano dell'epoca, la vittoria di Franco Arese sui 1.500, i piazzamenti di riguardo di Azzaro, Del Buono, Cindolo, Liani, Simeon. Con Torino, si chiuse un'epoca. Mosca, tre anni dopo, geniale anticipazione nebiolana dei Giochi dell'80, fu l'apertura di una nuova frontiera. Chiudiamo qui il ripasso… 

Last Updated on Saturday, 05 September 2020 08:40
 
Vi raccontiamo Donato Pavesi, un campione rimasto senza medaglia PDF Print E-mail
Monday, 31 August 2020 06:45

 

Alcuni di noi hanno avuto la fortuna di frequentare spesso Carlo Monti e di abbeverarsi alle sue storie di atletica, da lui vissute da grande e grintoso velocista. Per esempio, il suo commento quando vedeva gli atleti salire sul podio per le premiazioni, queste piattaforme moderne su cui salgono...in troppi, era caustico. E Carlo ricordava che, ai suoi tempi, per sfottere l'avversario che non era salito sul podio, il quarto specialmente, lo si apostrofava con un "oggi mangi l'erbetta, incoeu te manget l'erbeta", a significare che non era salito sul podio che era riservato ai primi tre, dal quarto tutti giù, nel prato, con l'erba appunto.

Se ne è ricordato Alberto Zanetti Lorenzetti, che, con la curiosità dello storico e lo humour dell'osservatore disincantato, sta preparando per noi una serie di ritratti di atleti nostri che, pur essendo bravi, hanno dovuto mangiar l'erbetta, e non sono saliti sul podio olimpico. Già AZL ci ha raccontato di Augusto Maccario, il fondista ligure quarto sui diecimila metri ai Giochi 1920. Adesso la sua ricerca si appunta su Donato Pavesi, che, marciatore plurivittorioso, non ebbe la gioia di una medaglia olimpica.

La ricerca è ampia e documentata e quindi la divideremo, come già per Maccario, in più puntate. Un ringraziamento ad Alberto, e buona lettura.

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Nella prima foto in alto a sinistra: siamo a Firenze Parco delle Cascine, domenica 3 ottobre 1909, per il campionato italiano dei dieci chilometri di marcia. I protagonisti: da sx, il fiorentino Breri, il vincitore della gara Fontana, di Busto Arsizio, l'altro fiorentino Romigialli, secondo arrivato, il padovano Pittarello, quarto, e Pavesi, che fu terzo. Un primo piano del nostro con la maglia della Post Resurgo Libertas. Nelle due centrali: a sx, col n.39, vincitore della seconda edizione della «Cento Chilometri» nel 1910; la copertina della rivista «Lettura Sportiva» è dedicata alla 20 km disputata al Velodromo milanese di Porta Ticinese: l'inglese Harold Ross (che aveva vinto la prima edizione della «Cento» ma non era riuscito a ripetere l'impresa l'anno dopo) doppia Pavesi e Silla Del Sole. Ancora al Velodromo: lo scatenato britannico, superati Cattaneo e Zangrilli, va ad inseguire con decisione Donato Pavesi 

Fra gli atleti che possono essere annoverati nella categoria dei grandi campioni, ma che, pur essendo stati autori di una carriera di assoluto prestigio non hanno potuto fregiarsi di una medaglia olimpica, possiamo indicare il nome di Donato Pavesi. Non fu mai buono il suo rapporto con le Olimpiadi. Eppure, quando vi partecipò, era tra gli atleti più quotati, ma condizionato – lui amante dei lunghi percorsi – dalle brevi distanze dei programmi olimpici del 1912, 1920 e del 1924, e dalla esclusione della marcia ai Giochi di Amsterdam. Quando quattro anni dopo, a Los Angeles, la specialità del tacco e punta ricomparve con la 50 chilometri, per lui era troppo tardi.

Nato a San Donato Milanese il 19 agosto 1888, il giovane tornitore già nel 1908, ventenne e in attività da tre anni, si era messo in evidenza nei Campionati italiani organizzati a Roma, manifestazione importante anche perché indicativa per la selezione degli azzurri da inviare a Londra; purtroppo i risultati ottenuti dai marciatori non furono tali da portare alla convocazione di qualche atleta. Le condizioni climatiche non furono certo favorevoli. In particolare la prova della maratona di marcia era stata fortemente condizionata da una giornata tanto calda da falcidiare buona parte dei concorrenti, fatti partire alle due del pomeriggio.

Ben si ricordava di quel giorno il marciatore, poi diventato una delle più prestigiose penne di sport, Arturo Balestrieri. Anche lui era stato costretto al ritiro e a distanza di 14 anni su «Lo Sport Illustrato» scrisse che Donato era ancora: “Lo stesso uomo combattivo fino allo spasimo che nel 1908 battagliava da leone in Roma sotto il sole torrido per la conquista del titolo di maratona”. Quanto Pavesi fosse combattivo in quei giorni fra la fine di maggio e i primi di giugno, esordiente ai Campionati italiani, lo dimostrarono le classifiche: sesto nella gara sui 1.500 metri, terzo nella 10 chilometri e secondo nella 40 chilometri.

Sull’onda della popolarità per le vicende di Dorando Pietri ai Giochi londinesi, il 27 settembre fu organizzata a Milano la “Maratona italiana” che fece disputare una gara di corsa, vinta da Giuseppe Losi (compagno di colori di Pavesi alla Post Resurgo Libertas) e immortalata da Achille Beltrame sulla copertina della Domenica del Corriere, e una prova di marcia che diede la vittoria a Angelo Claro, milanese dell’Agamennone detentore del titolo nazionale della 10 chilometri, giunto al traguardo con sette secondi di vantaggio su Pavesi, che per tutta la gara aveva conteso il successo al concittadino. Era ormai evidente la sua propensione per le lunghe distanze.

Al via la Cento Chilometri

Un terzo posto nella 10 chilometri e il ritiro nella maratona di marcia ai Campionati italiani sembrarono rendere piuttosto sottotono il 1909. Ci pensò la «Gazzetta dello Sport» – che nel maggio dello stesso anno aveva organizzato il primo Giro d’Italia – a dare una scossa al marciatore milanese con l’allestimento di un’altra “classica”, la prima «Cento Chilometri», manifestazione che più di ogni altra è legata al nome dell’atleta milanese. Nella prima edizione si ebbe il successo del britannico Harold Ross – già vincitore della Londra-Brighton, alla quale gli organizzatori milanesi si erano ispirati – ed il secondo posto confermò la classe di Donato.

La stagione del 1910 iniziò con le vittorie nel Meeting di Pasqua a Milano il 27 marzo, a una 16 chilometri ad Alessandria il 24 aprile, ai Campionati lombardi disputati a Bergamo il 12 giugno nella 10 chilometri battendo il campione italiano in carica Pietro Fontana e alla Milano-Affori-Molinasso di 14 chilometri il 17 luglio sconfiggendo Fernando Altimani.

All’Arena il 21 agosto perse ingenuamente la gara sui 5 chilometri fermandosi un giro prima del termine e dando via libera a Hermann Müller. Nella 2.500 metri vinse ancora il tedesco, concludendo davanti a Pavesi e Nando Altimani. L’8 settembre fallì al Velodromo Milanese l’assalto al record italiano sui 30 minuti, primato che restò a Balestrieri. Riuscì a battere Mario Vitali l’11 settembre nel Doppio Giro Podistico di marcia a Busto Arsizio e il 18 settembre, nella prova di 22,5 chilometri a San Colombano, si lasciò alle spalle Bertola. Fu primo anche nella Milano-Magenta  il 25 settembre.

Al Velodromo di Milano il 16 ottobre ebbe luogo una sfida sui 30 chilometri fra Dorando Pietri, Umberto Blasi e Fortunato Zanti, con il successo del carpigiano. Come gara di contorno fu organizzata una prova di 6 chilometri ad handicap vinta da Altimani, che costrinse al ritiro Donato. Si rifece il 23 ottobre con il primo posto alla Coppa Borioli di 17 chilometri. Dopo il successo del 1909, Harold Ross ai ripresentò il 14 novembre alla partenza della «Cento Chilometri». La forte andatura iniziale di Silla Del Sole lo stroncò, ma pregiudicò la gara anche al romano. Ne approfittò Pavesi.

Sull’onda della popolarità della manifestazione e dei suoi partecipanti fu creata un’occasione di rivincita il 20 novembre al Velodromo Milanese di Porta Ticinese, dove venne allestita una 20 chilometri ad handicap; starter il velocista Franco Giongo. Nonostante il clima ostile creato dal pubblico, Ross ebbe la meglio, prevalendo su Pavesi, Del Sole e Romano “Lallo” Zangrilli, anch’egli laziale. Il «Corriere della Sera» riportò che l’inglese aveva migliorato i primati mondiali delle 10, 11 e 12 miglia. Lo stile di marcia di Ross, tipico della scuola anglosassone, faceva storcere il naso agli italiani, tanto che Zangrilli scrisse sulla «Lettura Sportiva»: “Scartabellando il Regolamento tecnico federale (…) noi vediamo che Ross è squalificabile o meglio lo sarebbe stato, poiché nella sua andatura flette il corpo troppo in avanti. (…) Se poi ci regoliamo diversamente, intendendo per marciare il non «correre» possiamo asserire che Ross nella sua marcia è corretto. Tanto nello stile di marcia italiano, a corpo eretto, quanto in quello inglese, a posizione del corpo libera, si può degenerare in corsa, nell’istessa misura”.

(segue)

Last Updated on Saturday, 19 September 2020 10:01
 
Liste italiane di ogni tempo al 17 agosto 2020: virus o non virus, si muovono... PDF Print E-mail
Wednesday, 26 August 2020 08:28

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Alla vigilia dei Campionati nazionali, che si terranno a fine settimana allo Stadio Colbachini di Padova, ex Stadio Littorio, tempio del rugby italiano (era dal 2007 che la città del Santo non ospitava la rassegna tricolore, allora allo Stadio Euganeo), i nostri tenaci compilatori di liste atletiche Enzo Rivis e Enzo Sabbadin hanno elaborato una nuova versione di quelle di ogni tempo. Questo lavoro è aggiornato al 17 agosto. Come fanno notare i compilatori i nuovi inserimenti 2020 sono circa 120, "neanche pochissimi vista la situazione".

Per i lettori di questa pagina la collocazione delle nuove liste è sempre la solita: sulla sinistra alla voce «Liste italiane di ogni tempo», entrare in «Uomini» e «Donne», per consultare, ovviamente, le compilazioni corrispondenti. Come sempre, il colore giallo che evidenzia certi risultati sta a significare i nuovi inserimenti, quindi facilitandone il riconoscimento visivo immediato. Per chi vuole entrare direttamente nelle liste da questo articolo questi sono i collegamenti:

Liste di ogni tempo, uomini

Liste di ogni tempo, donne

Last Updated on Sunday, 30 August 2020 06:24
 
Ripassi di memoria: Augusto Frasca ci racconta i Giochi Mondiali Universitari PDF Print E-mail
Tuesday, 25 August 2020 05:00

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La bella foto, ripresa dal settimanale sportivo «Tutti gli Sports», è legata ai Giochi Mondiali Universitari del 1933. Recita testualmente la didascalia:«Lo Stadio Civico milanese ha laureato i gogliardi italiani pei giuochi mondiali di Torino: la vedetta delle atletesse Ondina Valla di Bologna, dopo aver battuto il record italiano del salto in alto, vince innanzi alla Testoni i 100 metri piani». L'Arena milanese ospitava dunque le prove di selezione degli atleti italiani per le gare mondiali degli studenti universitari che si sarebbero tenute a settembre a Torino, prova generale dei primi Campionati d'Europa che erano già in calendario per l'anno successivo nello stesso Stadio torinese

Il timbro è del nostro Archivio Storico. La firma ha il nome di Raul Leoni e di Alessandro Bianco, uniti anni addietro in un'asciutta ricostruzione dei Campionati Mondiali Universitari. Tappa iniziale, Parigi, Stade de la Porte Dorée, 3-6 maggio 1923, siglati Campionati Internazionali Universitari. Di quella prima edizione, quattro nomi su tutti da segnalare. Charles Paddock, indisturbato in velocità, 10.2/5 e 21.0. Lo ritroveremo nella capitale francese l'anno successivo nello stadio di Colombes a cospetto di Harold Abrahams e di Jackson Scholz, quinto sui 100 alle spalle dell'uomo di Bedford evocato in Momenti di gloria, e secondo sui 200 dietro il connazionale. Adriaan Paulen, futuro presidente internazionale dell'atletica, sceso di forza su 400 e 800, vincitore nei primi in 51.1/5 e bruciato sul filo nel doppio giro di pista da Paul Martin, 1:57.0 e 1:57.1/5. Carlo Clemente, sassarese, autore nel 1921 del primo 'sopra i 50' italiano nel giavellotto, inattaccabile con i suoi 53.80 metri. Adolfo Contoli, magnifica figura atletica versata in poliedricità d'impegni, al vertice del pentathlon. Dell'esuberante bersagliere, dell'aviatore, del paracadutista, delle medaglie belliche al Valore, dei ventiquattro titoli italiani e dei dodici primati nazionali in sei specialità con maglia della Virtus, di uno dei tanti grandi del nostro sport mortificati dall'ignoranza, nulla di meglio dell'affidarsi alla riflessione dettata alle pagine della rivista federale Atletica, a commento della scomparsa avvenuta nel 1988, dalla mano, lucida nella sua sofferta inabilità, di Alfredo Berra: a distanza d'anni, nel giorno della morte, accadrà di dover spiegare a molti chi fosse l'uomo di cui appena s'è celebrato il funerale. Ѐ così. E forse è giusto che le vie dello sport passino anche attraverso l'ignoranza.

Mutati in Giochi Mondiali Universitari a partire dal 1924, disputati al Park Sobieski di Varsavia intitolato al re polacco annientatore degli ottomani nell'assedio di Vienna, furono ospitati per l'esordio organizzativo italiano nel 1927 allo Stadio della Farnesina di Roma dal 28 agosto al primo settembre, con affermazioni di Ludovico Paternò nel pentathlon e di Virgilio Tommasi, 7.03, nel lungo. Fu poi il turno di Parigi, dal 14 al 16 agosto 1928, e di Darmstadt, dal 7 al 10 agosto 1930. Ancora l'Italia, nel 1933, 7-10 settembre, nel nuovo stadio di Torino, azzurri in vetta con Luigi Beccali nei 1.500, 3:49.2, primato mondiale di Jules Ladoumègue uguagliato, su John  Lovelock, invitto protagonista sulla stessa distanza a Berlino nel 1936, con Umberto Cerati sui 3.000, 8:43.0, con la staffetta 4x400+200+200+800 di Giacomelli, Ferrario, Gonnelli, Beccali, con una strepitosa Trebisonda Valla, non ancora Ondina, 100 (12.9), 80 ostacoli (12.2) e alto (1.45), Claudia Testoni nel lungo (5.03), Lidia Bongiovanni nel disco (25.62), 4x100, 51.5 con Bongiovanni, Maria Cosselli, Testoni, Valla. Da Torino a Budapest, 1935, 15-18 agosto, ritrovando un futuro dirigente internazionale, Joszef Sir, 10.8 sui 100 e 21.6 sui 200, l'uomo che, da delegato tecnico della Federazione Internazionale di atletica all'Universiade del 1979, porterà nella tomba, inutilmente inseguito sulle tribune di Città del Messico da Robert Parienté, da Elio Trifari e dal sottoscritto, il referto ufficiale sulla velocità del vento registrata nella finale dei 200 metri. Poi, Parigi, 1937, 26-29 agosto, e Montecarlo, 1939, 24-26 agosto, anno in cui prese vita, in controtendenza, alla vigilia del conflitto mondiale, con una frattura che sarebbe stata archiviata solo nel 1962, analoga manifestazione targata Unione Internazionale degli Studenti. Ancora Parigi nell'immediato dopoguerra, 26-31 agosto 1947, con affermazioni di Emil Zatopek su 1.500 e 5.000, e del nostro Albano Albanese sui 110 (14.9).

Si tornò in Italia due anni dopo, a Merano, dal 2 al 4 settembre 1949, nella Settimana siglata dalla Fédération Internationale des Sports Universitaires di nuova istituzione, con cinque affermazioni azzurre, Danilo Pacchini, pisano di ferro, su 110 e 400 ostacoli, 15.1 e 55.4, Lorenzo Toso, 6.99, e Carmen Sciuto, 5.03, nel lungo, e la 4x100 maschile (Gino Roghi, Enrico Perucconi, Gino Riva, Elbano Allori). Due edizioni nel nord Europa, Lussemburgo dal 20 al 26 agosto 1951, e Dortmund, 13-16 agosto 1953, pedana d'oro nel triplo per la cavalletta brasiliana Adhemar Ferreira da Silva, modesta presenza azzurra,  gradino alto del podio a Milena Greppi, 100 in 12.3, le curiosità del sesto posto nei 200 di Carlo Vittori, 22.3, e per  la presenza nella 4x400 di Piero Massai, avviato a ritagliarsi ruoli autorevoli tra gli arbitri della pallacanestro e nella struttura tecnica nazionale della Federazione di atletica. Con San Sebastiano, 11-14 agosto 1955, il ciclo dei Campionati Mondiali Universitari venne archiviato con una raffica di affermazioni italiane, Ezio Nardelli, 110 in 15.2, Gianmario Roveraro, 1.90 nell'alto, Edmondo Ballotta, 3.80 nell'asta, Giuseppina Leone, 100 in 12.0 e 200 in 24.8, Milena Greppi, 80 ostacoli in 11.5, e staffetta veloce femminile con Angiolina Costantino, Leone, Luciana Cecchi, Greppi, in 49.0. Nel 1957, con l'edizione di Parigi, i Giochi divennero maturi, aprendo la strada formalmente alla prima edizione dell'Universiade. Sarebbe esplosa due anni dopo, con l'avvento di Primo Nebiolo alla testa dell'organismo internazionale, a Torino.     

Last Updated on Friday, 04 September 2020 06:42
 
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