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Ferruccio Albanese e il figlio Albano, eredi del ginnasiarca Gregorio Draghicchio (2) PDF Stampa E-mail
Sabato 26 Dicembre 2020 00:00

Tale padre, tale figlio. Noi abbiamo fatto il contrario: della documentata ricerca di Alberto Zanetti Lorenzetti sulla famiglia Albanese abbiamo pubblicato prima la parte relativa al figlio, Albano, e poi quella che riguarda il padre, Ferruccio. Con questa seconda, e conclusiva, parte rimettiamo le cose nel loro ordine e parliamo del padre, valente ginnasta e poi anche bravo atleta e podista. Molto eclettico, tanto che si esibiva con ottimi risultati tanto nella corsa che nei concorsi, salti soprattutto. Nel ringraziare Alberto, mandiamo in archivio anche questa bella storia familiare, che va ad arricchire il nostro patrimonio di ricerche, immagini, belle storie del tempo andato.

Nelle foto che seguono: Ferruccio Albanese, in abito scuro, presidente della società Forza e Valore di Parenzo, posa con gli atleti. Sotto, a sinistra, da atleta impegnato nel salto in alto, e, accanto, una posa che mette in risalto la compatta struttura del suo fisico. A seguire: la squadra della Forza e Valore che partecipò al Concorso Nazionale di Venezia del 1907; Ferruccio è il ginnasta sdraiato sulla sinistra. Infine, Albanese padre e Giovanni Cottur, padre del ciclista Giordano, impegnati in una gara podistica a Trieste il 13 ottobre 1912. Quest'ultima fotografia ci è stata messa gentilmente a disposizione del Dott. Karl Graf (Austria), che ringraziamo

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Papà Albanese, battezzato Ferruccio Giuseppe, era nato il 13 dicembre 1891 nella sportivissima Parenzo, appassionandosi subito all’attività agonistica, praticando ginnastica, ciclismo e atletica. Non ancora tredicenne - correva l’anno 1903 - lo troviamo premiato a un Concorso interno della Forza e Valore. L’anno dopo ebbe inizio la lunga serie di sue presenze a Concorsi ginnastici. Dopo l’esordio a Gorizia nel 1905, seguirono a distanza di un anno dall’altro le partecipazioni al Concorso internazionale di Milano, al Concorso di Venezia del 1907 e al Concorso nazionale straordinario di Piacenza, organizzato subito dopo la conclusione dei Giochi Olimpici di Londra, in occasione delle celebrazioni per l’inaugurazione del nuovo ponte sul Po. Nel 1910 fu la volta del Convegno federale di Pistoia e del Concorso intersezionale di Genova che celebrava il 50esimo anniversario della spedizione dei Mille.  A seguire, nel 1911, fu la volta del Concorso internazionale di Torino che inaugurava lo Stadium, il nuovo impianto sportivo del capoluogo piemontese. In altre parole partecipò alle principali manifestazioni organizzate nell’ambito della Federazione Nazionale Ginnastica Italiana, pur se suddito di Francesco Giuseppe.

Di tutta questa attività sappiamo i risultati, spesso lusinghieri, della società ginnastica parentina ma ben poco si può ritrovare sulle prestazioni individuali. Il motivo lo possiamo capire sfogliando «Il Ginnasta», bollettino della FNGI: in questi imponenti Concorsi era concesso grande spazio all’attività di squadra, mentre ben poche notizie venivano date per le gare individuali, spesso citando il premio assegnato anziché il risultato tecnico. Possiamo citare ad esempio che al Concorso federale di Pistoia del 1911 Ferruccio guadagnò la medaglia d’argento per essersi piazzato al secondo posto nella “decisiva” dei 400 metri e che al Concorso internazionale di Torino fu premiato con medaglia d’oro e diploma, conquistando anche la medaglia d’argento piccola nella gara dei 400 metri. Nessun cenno al tempo e al piazzamento. Maggiori notizie che ci possono permettere di valutare quale fosse il suo valore ci vengono dai risultati ottenuti al di fuori delle prestigiose manifestazioni organizzate dalla Federazione ginnastica. Già nel 1907 il suo nome comparve la terzo posto del Giro podistico di Trieste (6,4 km) e da allora seguirono una serie di prestazioni che lo segnalarono come uno dei migliori atleti giuliani nelle gare di corsa nelle distanze fra i 100 e gli 800 metri a tutto il 1912. Poi se ne persero le tracce: aveva dovuto indossare la divisa grigia dell’imperial-regio esercito.

Lo ritroviamo in pista il 15 giugno 1919 a Pola, impegnato sulla distanza anomala dei 480 metri e nel lungo, mentre nel salto in alto era presente Giovanni Vojak, futuro centrocampista della Juventus e della Nazionale di calcio, conosciuto anche come Vojak I per distinguerlo dal fratello Oliviero. Nel frattempo Ferruccio aveva iniziato a gestire a Parenzo un negozio di generi alimentari e si era sposato, pianificando (secondo quanto ci disse il figlio Albano, all’insaputa della moglie) il viaggio di nozze  con tappe in località dove avrebbe potuto gareggiare. Se nel 1919 si era dedicato maggiormente alle gare di corsa, l’anno successivo ottenne i risultati di maggior rilievo nei concorsi raggiungendo durante i Campionati istriani (ai quali prese parte anche il velocista polese Vittorio Zucca, reduce dai Giochi Olimpici di Anversa) la misura di 11,61 metri nel triplo, undicesima prestazione nazionale della stagione, vincendo anche il lungo e guadagnando il bronzo nell’asta.

Ai Campionati nazionali assoluti, che ebbero luogo a Bologna il 18 settembre 1922, raggiunse il miglior piazzamento della sua carriera, classificandosi al quinto posto nel salto triplo. Sette giorni dopo, a Parenzo, si disputarono i Campionati provinciali dove partecipò alle gare dei salti in estensione venendo preceduto in classifica dal triestino Pietro De Jurco, personaggio di rilievo che avrebbe allevato generazioni di atlete e ginnaste giuliane di ottimo valore nazionale assieme a Giovanni Lorenzetti, presente anch’egli alla manifestazione unitamente a Vittorio Zucca e a Ettore Uicich, futuro primatista italiano di salto in alto e trasvolatore con Balbo nei primi raid aerei, attività bruscamente interrotta da un incidente d’auto che gli costò la vita.

Le ultime notizie che riguardano l’attività atletica di Ferruccio provengono dai giornali del 1922, quando a Pola si aggiudicò la gara del lungo prendendosi la soddisfazione di battere Zucca. Dello stesso anno è anche la notizia del suo inserimento nell’elenco dei giurati della Federazione ginnastica, preludio alla sua lunga attività dirigenziale che lo portò a ad essere commissario federale della FIDAL per l’Istria e soprattutto a ricoprire per lungo tempo il ruolo di presidente della Forza e Valore di Parenzo, società che ricostruì nell’agosto 1945, ma che poco dopo dovette cessare l’attività per l’evoluzione politica che coinvolse l’Istria. Oggi lo possiamo ricordare come uno dei migliori atleti giuliani che gareggiarono negli anni a cavallo della Grande guerra, assieme ai velocisti Vittorio Tommasini ed Ermenegildo Tomel, al mezzofondista e ciclista Giovanni Cottur e all’eclettico Giovanni Lorenzetti. Esule a Trieste, morì quasi centenario il 26 gennaio 1991.

(fine)

Ultimo aggiornamento Sabato 26 Dicembre 2020 13:32
 
Sandro, Giorgio, Maurizio, cognome Damilano, raccontati da Giorgio Barberis PDF Stampa E-mail
Mercoledì 09 Dicembre 2020 11:45

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Una segnalazione per i nostri lettori, che non è solo un atto formale. Ci fa davvero piacere farla perchè riguarda quattro persone a cui va tutto il nostro rispetto, ammirazione e, diciamolo pure senza falsi pudori, affetto. Da pochi giorni ha raggiunto le librerie, vere o virtuali, un libro che vorremmo andasse ad arricchire lo scaffale delle opere sportive nelle case di tutti gli appasionati di atletica. Il libro porta questo titolo: «I fratelli Damilano - Nati per vincere». Giorgio, Sandro e Maurizio in copertina. E fa già tre di quelli cui siamo legati da antica amicizia e frequentazione. E poi c'è il quarto, colui che il libro lo ha riempito con la sua nitida scrittura. Di nome fa Giorgio Barberis. La cosa più importante: è socio della A.S.A.I.! E quindi per noi motivo di orgoglio. Poi viene tutto il resto: torinese, giornalista che ha il suo cursus honorum principale nella redazione sportiva della storica «La Stampa»: redattore, capo servizio, inviato. E non ha fatto solo questo, come racconta la sua biografia. Questa è la sua ultima, per ora, fatica editoriale. Assecondata da un editore, Paolo Fusta, che tiene i suoi moderni torchi a Saluzzo, come dire l'ombelico del mondo per la Damilano Band. Da questa collaborazione - che Giorgio definisce «fra amici più che fra autore ed editore» - è nato questo libro di 252 pagine (al costo di 17 euro e 90) che, attraverso la narrazione, ci fa entrare nella matassa di sentimenti, sofferti allenamenti, gioie e delusioni, affetti familiari, attività professionali dentro e fuori lo sport, vita di ogni giorno, di questi inseparabili tre fratelli gentiluomini di campagna. Per usare una frase un po' trita, si legge quasi d'un fiato. E per chi - parecchi di noi che ruotiamo a vario titolo attorno a questo spazio - ha vissuto tanta parte di questa loro vicenda sportiva, non manca solo il fiato, subentra il ricordo e, talvolta, la commozione. 

Bravo Giorgio, bravo l'editore Fusta. Bravi i Damilano? Ma già lo sapevamo!

Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Dicembre 2020 23:17
 
Albano e Ferruccio Albanese, “eredi” del ginnasiarca Gregorio Draghicchio (1) PDF Stampa E-mail
Sabato 05 Dicembre 2020 12:26

Se pensavate di esservi liberati di Alberto Zanetti Lorenzetti, allora vi siete sbagliati. Dopo le belle storie personali della famiglia Legat, di Augusto, o Auguste alla francese, Maccario e dell'estroverso marciatore Donato Pavesi, eccolo scavare le vite di padre e figlio, Ferruccio e Albano Albanese, prodotti di quello sport giuliano-dalmata in cui l'amico Alberto è ormai solidamente ferrato dopo ricerche oltre che ventennali e la pubblicazione di due fondamentali lavori storici sullo sport di quelle terre. Liberarci di lui? Il cielo ci fulmini, ne avessimo, non tanti, altri cinque o sei come lui mangeremmo gli gnocchi in testa a tutte le paludate e professorali congreghe cultural-sportive. Noi abbiamo Alberto, teniamocelo stretto. E intanto leggiamo la prima parte (saranno due in tutto) di questo suo nuovo scritto sulla famigliola Albanese, di Parenzo, che ha lasciato orme pesanti nello sport italico.

Rassegna fotografica. Nelle prime due immagini Albano impegnato nelle sue specialità preferite:110 ostacoli e salto in alto. In basso a sinistra, con la maglia nella Nazionale in occasione dell'incontro Italia-Svizzera a Firenze il 4 luglio 1948. Nell'ultima a colori, Albano e Marcella Skabar nel 2003 a Trieste durante un convegno organizzato nella sede della Associazione Atleti Azzurri d'Italia: in primo piano la piccola maglia confezionata dalla madre di Albano in onore del ginnasiarca Gregorio Draghicchio

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Albano Albanese è stato uno dei principali personaggi dell’atletica giuliano-dalmata che visse il dramma dell’esodo. Era nato a Parenzo il 20 dicembre 1921 e rivelò le sue doti atletiche fra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta proponendosi come un’ottima promessa del vivaio istriano (assieme a Egidio Pribetti di Pola, Ovidio Bernes di Visignano e ai gemelli Pellarini di Capodistria) approdando a guerra finita alla «Giovinezza» di Trieste dove ebbe modo di affinarsi nelle gare in pista e nei concorsi. Eccelleva nei 110 ostacoli e nell’alto, specialità che gli portarono 11 titoli italiani (nove nelle barriere alte e due nel salto in alto), 14 maglie azzurre fra il 1947 e il 1954 e un quarto posto agli Europei di Bruxelles dove, nella gara ad ostacoli, mancò per un solo decimo il bronzo. Vinse ai Giochi internazionali universitari disputati a Parigi nel 1947, edizione che fu caratterizzata da violente polemiche che portarono ad un incidente diplomatico per l’annunciata presenza di atleti della Federazione universitaria triestina, una organizzazione facente capo all’UCEF, allora definito il “CONI jugoslavo di Trieste”. Il tutto si risolse grazie all’intervento dell’ambasciata italiana che ottenne il ritiro della delegazione filo-titina.

Ho conosciuto Albano in una giornata di caldo da record nel giugno 2003 a un convegno organizzato a Trieste dalla locale Associazione nazionale atleti azzurri d’Italia, diretta per 32 anni dalla giavellottista Marcella Skabar (sei presenze in Nazionale fra il 1957 e il 1962), ed al quale erano presenti anche la “penna” storica del canottaggio italiano Ferruccio Calegari ed esponenti del mondo sportivo e giornalistico giuliano. Non potevamo non parlare di Brescia, dove aveva vissuto – provenendo dalla «Giovinezza Sportiva» di Trieste – una breve ma intensa stagione, quella del 1950, ricordando che con Armando Filiput  la neonata società di Sandro Calvesi (Atletica Brescia1950, di cui abbiamo ricordato i settant'anni di vita proprio pochi giorni fa) presentava il meglio dell’ostacolismo nazionale, accennando poi alla doppietta ai Campionati nazionali – dove si era aggiudicato il titolo dei 110 ostacoli e del salto in alto – e l’amarezza della «medaglia di legno» (chiamano così il quarto posto) ai Campionati d’Europa, disputati nello stadio Heysel di Bruxelles, dove erano presenti due storici e statistici che hanno ispirato il nostro coinvolgimento in atletica, Roberto Quercetani e Bruno Bonomelli. A fine stagione Albano avrebbe ceduto al richiamo delle sirene di Gallarate, che già avevano ammaliato Tonino Siddi e che avrebbero accalappiato poco dopo anche Filiput, creando un club di enorme capacità agonistica.

Di carattere molto estroverso, con una abbronzatura che metteva ancora più in evidenza la vitiligine della pelle, spesso era protagonista di vicende che davano sfogo alla sua esuberanza. Soffriva di reumatismi che curava uscendo in mare con l’imbarcazione dell’amico fraterno Ottavio Missoni (che nella pesca – a detta di Albano – era meno bravo della moglie Rosita), indossando una muta per fare immersioni che definiva di gran beneficio. Ci hanno raccontato di sue incursioni a seriose riunioni con alla mano razioni di fritto misto di mare.

Ma torniamo al nostro convegno. In quell’occasione non arrivò con materiale commestibile, ma con un cimelio che Marcella avrebbe più che volentieri esposto nella sua mostra permanente allestita nello stadio Nereo Rocco: una microscopica maglietta confezionata per lui dalla mamma con ricamata la scritta “G. Draghicchio – Parenzo”. Il nome fa riferimento al parentino Gregorio Draghicchio, il ginnasiarca, cioè uno dei padri della ginnastica non solo triestina, ma addirittura italiana che fu eccellente istruttore, divulgatore di tecnica, risultati e statistiche attraverso pubblicazioni, e colonna della ginnastica dai sentimenti irredentistici che lo portarono ad assaggiare le imperial-regie galere. Il prof. Gregorio aveva lasciato anche un gran bel ricordo a Milano dove era andato a insegnare ai ragazzi dalla canotta blu della Pro Patria, quelli che si presentavano al grido di “zan zan le belle rane”, motto di battaglia ripreso anche da Enzo Jannacci in una delle sue inconfondibili canzoni comico-surreali.

Draghicchio lasciò Milano poco tempo dopo l’attentato a Umberto I al Concorso ginnastico di Monza (aveva avuto un colloquio con il sovrano qualche attimo prima che Bresci riuscisse nell’intento regicida), tornando nella sua Parenzo dove trasformò il sodalizio di canottaggio “Adriaco” nella “Forza e Valore”, vera e propria società di ginnastica. Morì improvvisamente a soli 51 anni. Atleti e dirigenti vollero che il suo nome fosse aggiunto a quello del sodalizio che divenne “S.G. Forza e Valore Draghicchio”, evento che ci riporta alla piccola maglietta.

Sono passati ormai dieci anni da quando, il 5 dicembre 2010, Albano ci ha lasciato.

(segue)

Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Dicembre 2020 20:32
 
I 1000 della «Sinfonia dei 1000» di Enzo Rossi: un ricordo di Gianfranco Carabelli PDF Stampa E-mail
Mercoledì 02 Dicembre 2020 14:46

Ci fa davvero piacere pubblicare un contributo del Maestro dello Sport Gianfranco Carabelli, con il quale si ricorda Enzo Rossi scomparso qualche giorno fa. Gianfranco, che è nostro socio, ha speso tutta la sua vita professionale nell'ambito del C.O.N.I. e di varie Federazioni; soprattutto è stato tenace assertore della ricerca applicata allo sport, tanto all'interno dell'atletica quanto in ambito del Comitato olimpico nazionale. Ricordiamo che fu anche Segretario Generale della Federatletica. Il titolo che accompagna questo scritto può sembrare sibillino, ma trova una chiara spiegazione nell'articolo di Gianfranco. Cui va il nostro ringraziamento.

Nella foto: un sorridente Enzo Rossi, che sfoggia la sua tipica zazzera capelluta, insieme a Pietro Mennea. Desideriamo ringraziare l' archivio fotografico della rivista «Atletica Leggera» (1959 - 2001) che ci ha messo a disposizione questa ed altre foto, e l'amico Daniele Perboni che ha fatto da tramite a Vigevano

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Con larga approssimazione, per difetto, questi (quelli citati nel titolo, n.d.r.) erani i numeri su cui lavorava Enzo Rossi prima di assumere l'incarico di Direttore tecnico della Federazione di atletica leggera e per il quale viene, giustamente, ricordato dagli atleti e dai tecnici con i quali ha avuto rapporti diretti.
Ma c’è stato anche un "altro" Enzo Rossi, meno “diretto”, capace di ideare e gestire programmi oggi quasi impensabili e che, a mio avviso, dovrebbe essere ricordato e, se ancora possibile, preso in seria considerazione. Non mi riferisco né ai progetti né ai programmi (quelli sono già nei cassetti) ma alla capacità di gestione e di realizzazione degli stessi. E qui dobbiamo rendere merito a Enzo Rossi, quando era responsabile dell’Attività giovanile e dell’Attività tecnica dei Comitati Regionali - fino ad allora pressoché negletta - di avere dato il meglio di se stesso come «dirigente a tavolino», che per lui, comunque, significava stare continuamente con il telefono in mano oppure girare in lungo e in largo per l’Italia a contatto con tecnici, atleti, dirigenti periferici e di club, Comitati, etc.
In breve: prima di tutto ha imposto che ogni Comitato regionale, con il contributo del Settore tecnico nazionale, organizzasse annualmente un corso per Assistenti Tecnici, articolato su nove fine settimana, uno per ogni gruppo di specialità, preceduto da lezioni di base di fisiologia e di psicopedagogia applicate all’ atletica leggera. Significava ben 21 corsi all’anno da svolgersi nel cosiddetto periodo invernale, corsi per 10/12 docenti con una media di circa 30 partecipanti. Fatti i conti, siamo al primo numero 1000 dedicato alla formazione o, più in generale, alla cultura sportiva che ha anche prodotto le prime dispense, curate per la prima volta dai Capi settori nazionali corredate dei primi supporti audiovisivi. Siamo agli inizi degli anni ‘70, con i limiti di allora in termini di risorse umane, finanziarie e tecnologiche.
Il secondo numero 1000, ma più verso i 1200, è costituito dagli atleti partecipanti ai Centri estivi, che duravano 15 giorni, sparsi in tutta Italia, ai quali bisogna aggiungere decine di tecnici, oltre agli organizzatori e i medici coinvolti. In questa iniziativa Enzo avvalse del contributo competente e decisivo dell'indimenticabile ‘’rettore‘’ dei Centri estivi del ministero della Pubblica Istruzione, prof. Fernando Ponzoni, della Fratellanza Modena (*). 
Il terzo numero 1000 riguarda il numero di atleti seguiti attraverso i Centri Regionali di Specializzazione, affidati alla direzione dei Fiduciari tecnici regionali -- Carlo Venini, allora Fiduciario tecnico della Lombardia, ne era il più convinto sostenitore -- ciascuno dei quali per l’ attività sul campo e in aula poteva contare sulla collaborazione di una decina di tecnici specialisti. I Centri venivano organizzati nelle varie località delle regioni ritenute più idonee per la preparazione del momento. Si svolgevano nel corso di due fine settimana al mese, uno allargato agli atleti e ai loro allenatori e uno riservato ai soli tecnici di società, nel corso dei quali venivano concordati e verificati i programmi di allenamento per tutta la fase della preparazione invernale, fino all’inizio della stagione agonistica.
Da questo complesso sistema organizzativo regionale strettamente collegato, sotto l’aspetto programmatico, con il Settore tecnico nazionale, sono cresciute le giovani ‘’seconde schiere’’ di quel momento, diventate, dopo pochi anni, il nucleo centrale della grande squadra nazionale di atletica leggera che tutti ricordano, completa in tutti i settori, i cui i numeri tre, quattro e oltre spesso non avevano nulla da invidiare agli atleti di vertice, ai titolari di squadra.
A chi ha competenza in materia di organizzazione di sistemi complessi, basati sulla massima prestazione, sui rapporti umani, sui rapporti tra tecnici, atleti e dirigenti, fra livelli orizzontali e livelli verticali, credo servano poche parole per comprendere che cosa volesse dire la gestione di tutto questo movimento. Questo complesso sistema organizzativo per un certo numero di anni è stato pensato, programmato e gestito, appunto, dall’ ‘’altro’’ Enzo Rossi. Il quale, per fare tutto ciò, ha saputo avvalersi - valorizzandoli - di molti collaboratori scelti fra gli Insegnanti di educazione fisica, i funzionari e gli impiegati federali e le nuove figure professionali appena immesse nei ruoli del C.O.N.I. e da lui subito investite di incarichi di responsabilità, mettendole alla prova in modo quasi spregiudicato. Mi riferisco ai Maestri di Sport dell’ atletica che ancora oggi gli sono grati per la fiducia da lui riposta in loro nel momento più difficile e più incerto della loro attività professionale, sovente indirizzandoli, o comunque sostenendoli, senza indugio verso frontiere innovative, successivamente divenute anche molto promettenti come, per esempio, il Centro Studi & Ricerche Fidal, assunto come modello di riferimento da parte di tutte le Federazioni.
 
(*) N.d.r. -  Fernando "Nando" Ponzoni, modenese, insegnante di educazione fisica e allenatore di atletica. Fra i tanti che furono da lui «plasmati» Antonio Brandoli il quale, nel 1962, stabilì il primato italiano con 2.04. Brandoli non raggiungeva il metro e 70 di statura. Ponzoni produsse anche alcune belle pubblicazioni, la più nota nel mondo degli insegnanti di educazione fisica «L'atletica leggera nella scuola italiana» (1968, se ne stamparono varie successive edizioni). Un'altra sua grande passione era il lancio del martello, Modena e Carpi furono fucine di lanciatori per decenni, fin dagli inizi del secolo XX. Ponzoni diede alle stampe un primo libro nel 1975, «Appunti per una storia del lancio del martello a Modena», con prefazione di Luciano Fracchia, socio fondatore dell'A.S.A.I. Un seconda edizione, ampliata, vide la luce nel 1985: «Sessant'anni di lancio del martello a Modena». Chi ha conosciuto Ponzoni racconta di un gentleman, educato, gentile, con la scuola e l'atletica nel DNA.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Dicembre 2020 18:44
 
Due milioni. Di euro? No, tranquilli soci ASAI, son solo i contatti al nostro sito PDF Stampa E-mail
Lunedì 30 Novembre 2020 18:31

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Quando le lancette dell'orologio, silenziosamente, era scivolate nelle prime ore notturne di questo lunedì 30 novembre 2020, il contatore che registra il numero dei contatti su questo nostro spazio online ha superato la boa dei due milioni. Pochi? Tanti? Ognuno avrà la sua opinione. Ci occupiamo di uno sport che già non fa impazzire le folle (siamo realisti), in più la nostra mission (piace tanto agli americani, all'entrata di ogni Università fa bella mostra una targa che ricorda la sua mission) ha come obiettivo la storia di questo nostro sport, e in più, tanto per non farci mancare niente, storia dell'atletica italiana. Almeno in questo siamo in sintonia con i tempi: ormai la bandierina tricolore svetta su ogni prodotto, dalle mutande al cibo per cani. Atletica italiana, tanto che a volte siamo costretti a ricordarlo a chi ci propone di dedicare spazio...agli extraindigeni. Non siamo, e non vogliamo essere, uno zibaldone onnicomprensivo, ne esistono già. Stiamo nel nostro brodino ristretto e siamo soddisfatti così. Due milioni, ci chiedevamo: pochi, tanti? Ai posteriori (come sarcasticamente diceva un nostro amico) l'ardua sentenza. Noi sappiamo solo che nel novembre del 2011 i contatti erano 33 mila. E chi vuol tirare le sue conclusioni, libero di farlo. Ma tanto non frega nulla a nessuno. Per essere precisi: la «quota 1 milione» era stata raggiunta i primi giorni d'agosto del 2018. La tabellina che vedete è la fotografia del contatore dei contatti del nostro sito: il nostro socio Elio Forti ha fatto i suoi calcoli e, per approssimazione, aveva valutato l'ora in cui il contatore sarebbe scattato sui due milioni. Si è svegliato, ma per pochi minuti il traguardo era stato superato di 75 contatti. Ce ne fossero come Elio! Grazie, caro amico dell'A.S.A.I.

Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2020 11:24
 
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