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Donato Sabia, due volte finalista olimpico, si è dovuto arrendere al virus PDF Stampa E-mail

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A sinistra, Donato Sabia impegnato in uno dei turni eliminatori ai Giochi Olimpici di Los Angeles '84 (foto Giulino Bevilacqua). A destra, Donato fotografato non molto tempo fa nella sua città in occasione della campagna promozionale per l'evento «Potenza, città europea dello sport» (per gentile concessione di atleticalive.it)

Una tristissima notizia, che va ad aggiungersi alle troppe ed angoscianti che ci tormentano ogni giorno, ci ha raggiunto pochi minuti fa con una telefonata di Paolo Marabini, il quale ci ha informato del decesso di Donato Sabia, uno dei migliori ottocentisti che abbia avuto la nostra atletica, due volte finalista olimpico a Los Angeles '84 e a Seoul 88. Ci sovvengono tanti ricordi, mentre una tristezza pesante opprime le nostre dita sui tasti che stiamo pigiando. 

Lasciamo al nostro amico Paolo - che ringraziamo per il suo tempestivo contributo - il compito del ricordo della carriera bella, importante, ma non tanto quanto avrebbe potuta essere.

Donato Sabia non ce l’ha fatta. Il coronavirus ce lo ha portato via stanotte, a soli 56 anni, dopo due settimane di strenua battaglia nel reparto di terapia intensiva di un ospedale di Potenza. Più forte dei suoi avversari in pista, più forte della sua tempra di ex atleta - e che atleta, due volte finalista olimpico degli 800, unico italiano della storia - abituato a lottare sino all’ultimo metro di ogni gara.

Donato è stato uno dei più bei talenti che l’atletica italiana abbia mai prodotto, purtroppo frenato da tendini delicatissimi. Enfant prodige meraviglioso, si rivelò a Los Angeles ’84, quando fu quinto appunto nella finale degli 800. Poche settimane prima aveva sfiorato il record italiano di Fiasconaro, correndo a 20 anni in 1’43”88. E sui 400 corse in 45”73.

Proprio in quell’84 Sabia ha legato il suo nome anche all’atletica bergamasca e soprattutto all’ambizioso progetto dell’indimenticato Mauro Capponi, che aveva un fiuto straordinario e non ci pensò un attimo a ingaggiarlo nel suo Athletic Club, dopo essersi assicurato il siepista Mariano Scartezzini, il quattrocentista Alfonso Di Guida e, l’anno dopo, Pietro Mennea e il “miler” Riccardo Materazzi.

Donato arrivò all’Athletic Club a metà stagione, proveniente dalle Fiamme Oro. Non aveva ancora 21 anni e in dote portò proprio quell’1’43”88 siglato a Firenze il 13 giugno 1984 (a tutt’oggi terzo italiano di sempre). Bagnò la maglia dell’Athletic Club con la doppietta tricolore agli Assoluti di Roma: nel giro di poche ore, l’11 luglio vinse 400 e 800. Poi andò negli States per il debutto sul palcoscenico olimpico, con gli stessi Mennea e Materazzi. E, lanciato da un probante 1’15”33 sui 600, primato italiano, fece il botto.

A poche settimane dal compiere 21 anni, al Coliseum di Los Angeles il talentuoso atleta potentino tra il 3 e il 6 agosto mise insieme in 4 giorni 4 gare favolose sugli 800: 3° in batteria con 1’47”04, 2° nei quarti in 1’44”90, 4° in semifinale in 1’45”96 fino al quinto posto nella finale in 1’44”53, dietro a giganti della specialità come Joaquim Cruz (oro in 1’43”00), Sebastian Coe (1’43”64), Earl Jones (1’43”83) e Billy Koncellah (1’44”03).

Quattro giorni dopo, Sabia tornò in pista per la 4x400 e, grazie al suo decisivo contributo in batteria e in semifinale, l’Italia volò in finale. Che purtroppo, a causa di un affaticamento muscolare – comprensibile - non riuscì a correre: al suo posto corse proprio Mennea e il quartetto chiuse al quinto posto, dietro a Usa, Gran Bretagna, Nigeria e Australia.

Archiviata la prima bellissima Olimpiade, Sabia tirò giustamente il fiato. Poi, nei due anni a venire, complici gli infortuni le sue apparizioni si ridussero a una manciata. La sua parentesi bergamasca terminò alla fine del 1986: Donato riparti’ l’anno dopo dalla Pro Patria Osama, ma era più acciaccato che sano. Si logorò quasi subito quei tendini di seta e, pur allenandosi pochissimo, a Seul ‘88 entrò un’altra volta in finale sugli 800 ai Giochi finendo settimo. Fu di fatto l’ultimo acuto - un vero capolavoro - di una carriera comunque incompiuta, non priva di rimpianti.

 

 
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