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L'intervista possibile: Charles Pierre de Frédy, Baron de Coubertin PDF Stampa E-mail

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Accanto alla foto del Barone, la copertina di un suo libro: copia originale è conservata nella Collezione Ottavio Castellini

Far ballare il tavolino. Sapete di che si tratta? No? Sta per «partecipare ad una seduta spiritica». Narrant, dicunt, che sia uno dei giochi di società preferiti dalla aristocrazia «nera» romana, sai quella dei principi, principesse e principoni, quella che all’ombra del potere temporale dello Stato Pontificio ha saccheggiato la Città Eterna, perché proprio eterna deve essere se è sopravvissuta, seppure ferita gravemente, al massacro di una P2 indistruttibile: Preti più Principi. Altro che Lanzichenecchi, altro che Sacco di Roma del 1527! Volete documentarvi? «Roma capitale malamata» di Vittorio Emiliani, edizioni Il Mulino. Una pennellatina, tanto per dire, siamo verso fine Ottocento: “Nella grande distruzione e abbuffata sono coinvolti i soliti esponenti della finanza vaticana, le solite grandi famiglie dell’aristocrazia «nera» …Emerge la banca vaticana per eccellenza: il Banco di Roma…Nel giro di pochi mesi i terreni vengono rivenduti a un prezzo quintuplicato…”. Poi ci metterà del suo, nell’opera di sfregio, il fascismo, seguito a ruota dalla Democrazia Cristiana e dai suoi amici palazzinari.

Non divaghiamo. Conosciamo Augusto Frasca da quasi cinque decenni, e non abbiamo mai saputo, neppure immaginato che potesse partecipare a sedute spiritiche e facesse ballare i tavolini. Lui, originario di quel paese, Barisciano, che faceva la ilarità del nostro amico Salvatore Massara quando sfotteva l’augusto (lettera minuscola, proto) Capo Ufficio Stampa della Federatletica, Primo Imperator: ce lo vedete in una stanza buia il compassato abruzzese a far levare le preziose gambe a un tavolino stile Luigi XIV? Però, con certe frequentazioni romane, mah, non si sa mai…Quando ci ha proposto questa «intervista possibile», come la chiama lui, non abbiamo investigato, per rispetto all’amico.

Oggi proponiamo ai nostri lettori questa pièce che esula, elegante nella forma e divertente nei contenuti, dalle nostre normali ricerche su gente che corre e che marcia, soprattutto che suda in modo tanto poco aristocratico. Ringraziamo Augusto e leggiamo in silenzio, attorno al tavolino, e al buio, per non disturbare la quiete del Barone. Se c'è, una gamba del mobile batterà uno o due colpi. Ma per interpretare i segnali dall'aldilà bisogna essere degli esperti.

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Mi aiuti: quale titolo prevede il protocollo? Monseigneur, Barone, Eccellenza...

«Barone».

– Spero di non averla importunata. Non è stato agevole raggiungerla, ma solo Lei può aiutarci a chiarire alcuni dubbi di cui siamo vittime da oltre un secolo.

«Si ritenga un privilegiato. Tuttavia, dove mi trovo – accolto generosamente, in onestà senza grandi meriti, salvo la dirittura morale di cui vado fiero – disponibilità nei confronti di prossimo e seccatori è regola tassativa».

– Lei sa che un suo antenato era romano?

«Pessimo inizio! Non mi faccia pentire d’averla ammessa alla mia presenza... Come può pensare che ignori la storia della mia famiglia, a partire da mio padre Charles Fredy, artista in pittura e da mia madre, Marie-Marcelle Gigault de Crisenoy, nipote del marchese de Mirville ed ereditiera del castello in Alta Normandia. Il mio antenato Felice De Fredis era romano a pieno titolo anagrafico. Lo ricordano, tra l’altro, un epitaffio dettato nel 1529 dalla moglie Girolama Branca e una pietra tombale situata nella Basilica di Santa Maria all’Ara Coeli: FELICI DE FREDIS QUI OB PROPRIAS VIRTUTES ET REPERTUM LACOOHONTIS... HIERONIMA BRANCA UXOR. Nella permanenza nella vostra città, nei giorni in cui mi adoperai per portare a Roma i Giochi del 1908 dopo la miserrima edizione di Saint Louis – giorni, come lei saprà, conclusi purtroppo con un fallimento – mi affacciai anche al palazzetto in via degli Specchi, nel rione Regola, a due passi dal Monte di Pietà, appartenuto al mio antenato».

– Le chiedo scusa: mi conferma anche che fu un successore di Felice, Jean Fredi, trasferitosi in Francia, ad acquistare nel 1577 nell’Ile-de-France la signoria di Coubertin e ad inserirsi nel ramo francese della baronia assegnata nel 1477 a Pierre de Fredy, ciambellano nella corte di Luigi XI?

«Non solo confermo, ma sarà opportuno che lei recuperi notizie più aggiornate e rinfreschi le idee presso l’Archivio di Stato della sua città. Troverà notizie su Felice De Fredis e sul ritrovamento nelle sue terre al Colle Oppio, era il 14 gennaio 1506, del Laocoonte. Immagino sappia cosa sia il Laocoonte, il gruppo marmoreo individuato da Giuliano da Sangallo, accorso sul luogo insieme con Michelangelo, come “Questo è Hilaoconte, che fa mentione Plinio”».

– Le chiedo nuovamente scusa, ma forse Lei ignora che nel febbraio del 1905, mentre era a Roma per incontrare Vittorio Emanuele III e Papa Pio X, negli stessi giorni un antiquario ebreo ritrovava in una bottega della città un braccio della statua portata alla luce quattro secoli prima...

«Non ignoro nulla: dove sono, niente può sfuggirmi... Vuole, ad esempio, che le racconti qualche storiella su cosa si nasconde all’interno del rosso sbiadito del Foro Italico, su Onesti o su Carraro, su Franchi o su Nebiolo, su Pescante, Petrucci o Malagò, Barelli... Soprassediamo, le completo l’informazione: sarebbe passato mezzo secolo prima che il braccio venisse assemblato al corpo centrale della statua collocata in Vaticano. Durante la permanenza romana, ricevuto al palazzo del Quirinale, fui trattato con squisita cortesia dai reali. “J’avais trouvé surtout le roi dans un long entretien, la reine à son thé du jeudi, m’avaient témoigné une vive sympathie pour les jeux projetés”. L’incontro con il Papa fu edificante, mi parlò anche delle sue esperienze agonistiche giovanili culminate nella vittoria in una gara di marcia disputata nel suo paese d’origine e della sua decisione di aprire a prove di atletica e ginnastica le mura del Vaticano – “Rien n’est plus inédit et plus pittoresque qu’un festival musculaire au Vatican”. Tuttavia, questi scampoli d’erudizione lasciamoli agli storici e ai topi d’archivio. Immagino voglia chiedermi qualcosa sulla mia storia personale, sulla rinascita dei Giochi olimpici, sulla gente che ho conosciuto, sui miei viaggi, sulle mie esperienze nei college britannici e statunitensi, dei miei studi su Tocqueville e Sorel, sulle tonnellate di saggi e documenti che ho lasciato ai posteri sull’educazione, sulla scienza, sul corpo, sulla storia, sulla morale, sulla filosofia, compresi i quattro tomi della Storia Universale... Li ha sfogliati, i quattro tomi?».

– No, e mi scuso per la terza volta, barone. Ma sappiamo comunque molto della sua attività, soprattutto per merito della magnifica raccolta di scritti selezionati nel 1986 dal CIO, con acribia degna di un entomologo, nei tre volumi Revelation, Olympisme, Pratique sportive, letti dalla prima all’ultima delle 2.262 righe, con l’aggiunta di un prezioso libretto contenente decine di immagini legate alla sua vita, comprese quelle di sua moglie la Baronne, ripresa in occasione del compimento dei 101 anni dinanzi alla tomba di famiglia situata nel cimitero di Losanna a cura perpetua della comunità svizzera. Una domanda, su tutte, mi preme.

«Ognuno ha le proprie debolezze, sono quindi lusingato che lei, caro Frasca, faccia riferimento, mi sembra di capire, al mio patrimonio letterario, non avendo perso nemmeno un rigo dei tre volumi. Quanto alla domanda, scommetto che vuole conferma se sia vera o meno la frase che mi viene attribuita, “L’importante non è vincere ma partecipare”. Mai pronunziata. Chiarisco. In occasione dei Giochi di Londra, il 19 luglio del 1908, dal pulpito della cattedrale di Saint Paul, sulla materia olimpica il vescovo della chiesa anglicana della Pennsylvania Ethelbert Talbot aveva detto, testualmente, “What matters is to participate, not to win”. Cinque giorni dopo, il 24, lo stesso giorno del vostro Dorando e del drammatico esito della maratona, nel corso di un ricevimento ufficiale offerto dal Governo britannico io ripresi quel concetto, precisando tuttavia che “L’important dans la vie, ce n’est point le triomphe mais le combat; l’essentiel, ce n’est pas d’avoir vaincu, mais de s’être bien battu”: è chiaro, mi sembra. Ecco, questa è la mia pedagogia, e si dia da fare con amici e colleghi perché questo falso storico, uno dei tanti di cui è disseminata la storia dello sport, anche quella del vostro paese, venga eliminato».

– A proposito, al di là di espedienti retorici, non sarebbe male che Lei dicesse la parola fine sulla questione dilettantismo-professionismo…

«Volentieri, ma preciso che degli espedienti da lei citati non ho mai fatto uso. Sul dilettantismo, col tempo, è noto, maturai idee nuove, e questo fu il motivo per cui detestai gli atteggiamenti di Avery Brundage e, ancora prima, quelli che mortificarono un grande campione come Jim Thorpe... Aprii a cerchie sociali via via più ampie e al mondo operaio... Nelle mie memorie del 1931 giunsi a considerare del tutto superata la concezione del dilettantismo d’origine inglese... Scrissi anche – quanto sciagurata e profetica l’affermazione – che lo sport può mettere in gioco le passioni più nobili come le più vili, può sviluppare il disinteresse e il sentimento dell’onore come l’amore per il guadagno, può essere cavalleresco o corrotto, umile o bestiale. Infine, lo si può usare per consolidare la pace così come per preparare la guerra».

– Affermazioni terribili...

«Forse, ma realistiche. Si guardi attorno, e mi dica se non feci centro con largo anticipo dinanzi alla trivialità dei mercati, alla progressiva disintegrazione dei principi più nobili e ad un incontrollabile bestiario! Delle volte, oltre che amareggiarmi, oltre che indignarmi, stupisco della spregiudicatezza, dell’aggressività, dell’insolenza, dei maltrattamenti cui l’antica pedagogia sportiva viene sottoposta. Quanto lontano il tempo in cui, era il luglio del 1894, nel discorso di chiusura al Congresso di Parigi, concludevo, sollevando il bicchiere in alto, brindando all’idea olimpica che ha attraversato come un grandioso raggio di sole le brume delle stagioni, tornando ad illuminare di una gioiosa speranza la soglia del ventesimo secolo... Comunque, ombre e luci, nero e bianco. Come non rallegrarmi, ad esempio, dell’iniziativa, presa dal CIO nel 1963, di istituire una Medaglia intitolata a mio nome per premiare eccellenze dello sport. Lei saprà che primo assegnatario fu il vostro Eugenio Monti, e che nel ristretto gruppo dei premiati esistono personaggi come Emil Zatopek e Luz Long».

– Poco fa Lei ha accennato anche a questioni relative al nostro paese...

«Avete una bella storia alle vostre spalle, e la pubblicistica, fin dagli inizi del Novecento, ha prodotto opere importanti. Tuttavia, i punti morti sono molti. Non escludo, sottraendo tempo ed impegno alla scrittura di una storia universale dello sport, di dedicarmi dettagliatamente al recupero del versante italiano e di suggestivi interna corporis. Ma sarà inevitabile scoprire realtà nascoste e fare di iconografie accomodanti e di qualche finto eroe, emersi in stagioni ravvicinate e più lontane, dirigenti, atleti, giornalisti, figure in realtà impresentabili!».

– Una promessa, o una minaccia?

«Interpreti come vuole. Adesso, devo lasciarla: Chi è sopra mi ha chiesto una relazione dettagliata su alcuni personaggi dello sport internazionale, di cui non posso rivelarle l’identità, e su quanto accade nei sottoboschi di Losanna. A proposito, dica in giro, lo faccia sapere al suo amico Malagò, salutandolo a nome mio, che è errato dire Olimpiadi di Roma o di Parigi. Olimpiade è singolare, e coincide con il periodo quadriennale tra un’edizione e l’altra dei Giochi: attualmente, viviamo l’epoca dell’Olimpiade di Rio! E dica anche a qualche analfabeta o distratto che è un insulto alla semantica utilizzare il sostantivo “olimpionico” come aggettivo, dicendo e scrivendo, come fece Calvino in Helsinki ‘52, di campione olimpionico, o peggio, altri, di piscina olimpionica!».

Barone, grazie della disponibilità, la disturberò ancora. Sono, siamo curiosi…

 
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