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Ci congediamo da Donato Pavesi, campione rimasto senza medaglia olimpica (7) PDF Stampa E-mail

Siamo arrivati alla fine del «romanzo» della carriera di Donato Pavesi, come l'ha ricostruita, con ricchezza di informazioni, Alberto Zanetti Lorenzetti. Ne abbiamo pubblicate sei puntate, questa è la settima e ultima. Forse. Non si sa mai: magari il nostro ricercatore potrebbe scovare qualche altro sconosciuto risultato e darci degli aggiornamenti. Noi siam qui per questo. Come diceva Marco Martini: «pala, piccone e microscopio». Alberto può essere elencato fra i non molti che fanno buon uso di questi strumenti. Ma non vincerà mai il Premio Pulitzer, l'Alberto da Corvione di Gambara, non vogliamo esagerare dicendo il Nobel, per il settore «Biografie» (esiste veramente, non è una battuta), in Italia c'è troppa concorrenza, tutti eredi di Hemingway, perlomeno...A noi spiace congedarci dal Donato di San Donato Milanese, un bel personaggio, che meriterebbe una biografia non solo sportiva. Era un incantatore di folle, le sue epiche cavalcate della «Cento Chilometri» erano seguite da vicino da schiere di ciclisti che volevano stargli vicino e avere un po' di luce riflessa nelle fotografie che ritraevano il campione; pedalatori che si svegliavano nel cuore della notte per essere presenti alla partenza dei temerari della «Cento». Adesso invece, i grandi progressi dell'atletica, hanno portato ad una riduzione della 50 chilometri a 35, schiavi, succubi, servi, della televisione.

Ringraziamo Alberto per questo ricco contributo da ascriversi a pieno titolo alla storia dell'atletica italiana. E aspettiamo il prossimo personaggio...

Le immagini: Donato era il protagonista delle copertine delle riviste sportive dell'epoca. Queste due sono del 1927 e fermano il momento dell'arrivo dopo 20 chilometri per il tentativo di primato mondiale. È il 23 ottobre, Campo dello Sport Club Italia, e Donato indossa la canottiera del club. La pista misurava 350 metri. Pavesi tolse il primato ad Attilio Callegari; lo perderà tre anni dopo ad opera di Armando Valente. Nessun altro italiano sarà primatista su questa distanza: attuale recordman il messicano Segura (1994)

 

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Il lungo soggiorno inglese

Dopo aver vinto una gara sui 9 chilometri a Monza il 13 maggio 1926, battendo Gariboldi e Giani, si recò nuovamente a Londra, inserito nella lista degli atleti italiani che comprendeva anche Pietro Pastorino, Angelo Davoli, Giovanni Garaventa, Luigi Facelli,  Attilio Callegari e Mauro Mangiante. Dopo due anni di sospensione, il 24 maggio riprendeva la manifestazione allo stadio di Stamford Bridge con l’assegnazione della Coppa del Re d’Italia. Garaventa vinse il miglio e nella gara di marcia disputata sulle 14 miglia prevalse Poynton su Pavesi e Callegari. Donato dimorò a Londra da metà maggio fino a metà settembre. In quel lungo periodo fece numerose gare sulle più disparate distanze. Il 19 giugno fu terzo nella Londra-Brighton e ritorno, 167 chilometri, vinta da Baker e con E.C. Horton al secondo posto. Sabato 11 settembre si allineò al via della “classica” Londra-Brighton. In testa per 2 ore, fu però preceduto sul traguardo da Baker, ma lasciandosi Horton alle spalle.

La «Cento Chilometri», in programma il 26 novembre, diede il secondo successo consecutivo a Giani, autore di una gara molto ben impostata nella distribuzione dello sforzo; Umek raggiunse la seconda piazza con una bella progressione e resistendo all’attacco finale di Pavesi. Quarto l’inglese Horton.

Sulla pista dello S.C. Italia, il 3 aprile 1927, mentre Ettore Rivolta gli soffiava i primati dei 25, 30 e 35 chilometri, ma falliva le 20 miglia, Pavesi prevaleva su Gariboldi in una 10 chilometri. Gli atleti italiani tornarono a Londra per una trasferta che non fu particolarmente positiva per il folto gruppo dei nostri atleti. Il 6 giugno anche Donato non brillò, solo terzo nella 25 chilometri, battuto da Green e Clark. Al Campionato Italiano di maratona di marcia, disputato il 2 ottobre a Como, si aggiudicò il titolo Giusto Umek e Pavesi fu secondo a 4 minuti. I marciatori all’anagrafe risultanti nati nel XIX secolo, avevano messo in fila quelli del Novecento: Mario Brignoli, Carlo Giani, e Romano Poggiolini.

Il campo dello S.C. Italia, impianto usato in precedenza dal Milan e spesso preferito all’Arena nei tentativi di primato, il 23 ottobre si presentava con una pista ancora impregnata d’acqua per le abbondanti piogge del mattino. “L’anziano e pur sempre valoroso” Pavesi diede un dispiacere al padovano Attilio Callegari, togliendogli il record mondiale dei 20 chilometri, migliorato di oltre un minuto. Una ciliegia tira l’altra, e il 26 ottobre fu preso di mira il primato delle 2 ore, percorrendo 23.800 metri. Frantumò, abbassandolo di oltre quattro minuti, il suo primato nazionale della 15 miglia, si impossessò del limite mondiale dei 25 chilometri, mancando il mondiale delle 25 miglia, ma togliendo a Rivolta il primato nazionale dei 30 chilometri.

I marciatori della vecchia guardia furono protagonisti anche del finale di stagione. Donato superò Umek il 30 ottobre nella Vicenza-Padova, e il triestino si prese la rivincita nella «Cento Chilometri», che si era già aggiudicato nel 1923. Nella “classica” della «Gazzetta dello Sport», disputata il 6 novembre, Umek, Pavesi e Giani relegarono al ruolo di comparsa il tedesco Börn.

 

Posta per il Duce

 

Con l’arrivo del 1928 per Donato scoccarono i 40 anni. Ormai aveva dato il meglio di sé e i recenti primati erano stati il suo canto del cigno. Non si sottrasse al confronto, sempre generoso e combattivo. Già a gennaio le colonne dei giornali milanesi parlavano di lui: “L’anziano Pavesi, veterano di 15 marcie di 100 chilometri e animato sempre da una inestinguibile passione e da una coraggiosa volontà vorrebbe intervenire, ed è in trattative per ottenere gli appoggi finanziari che gli permettano di portarsi oltre oceano e affrontare la lunga marcia”. La questione riguardava la “transcontinentale” da New York a Los Angeles in programma a marzo. Per Pavesi rimase un desiderio non esaudito, mentre trasse fama dalla partecipazione all’evento Giusto Umek. A Bologna nella riunione del Direttorio e della Commissione tecnica della FIDAL del 23 febbraio venne deciso che da quel momento sarebbero stati omologati soltanto i primati ottenuti su distanze olimpiche. Ma i tentativi di record sulle distanze spurie proseguirono.

È ben noto quanto il regime fascista fosse capace di organizzare eventi di grande teatralità. Uno di questi fu il “pellegrinaggio” degli operai milanesi a Roma il 30 aprile per rendere omaggio al Duce. In tale occasione Donato fu protagonista di un raid di marcia Milano-Roma, con partenza il 21 aprile, giorno del Natale di Roma, e arrivo al Colosseo il 30 aprile. Scrisse il quotidiano torinese «La Stampa»: “Un’altra entusiastica dimostrazione ha dato l’arrivo al Colosseo, verso le 11.45, del corridore Pavesi, il quale, partito da Milano, ha percorso a piedi, con una media giornaliera di 100 chilometri, il lungo percorso fino alla Capitale per portare al Duce due messaggi, uno affidatogli dal Gerarca del Fascismo milanese Giampaoli, e l’altro dal Direttorio della Sezione combattenti di Milano”. L’incontro con Mussolini al Colosseo fu descritto dal «Corriere della Sera»: “Prima di salire il Duce riceve il messaggio dalle mani di Pavesi, che complimenta per la bella marcia compiuta”.

A seguire venne la trasferta in terra elvetica il 13 maggio con doppietta italiana nella Oerlikon-Winterthur e ritorno, per un totale di 50 chilometri: primo Giani e secondo Pavesi. Poi la prestazione opaca, con conseguente ritiro, il 21 ottobre a Padova, quando il giovane triestino Romano Vecchiett vinse la maratona di marcia, che a partire da questa edizione si disputò sulla distanza di 50 chilometri. La manifestazione merita di essere ricordata perchè al termine della prova il padovano Callegari offri una medaglia d’oro al dott. Nai. Universalmente ricordato per essere stato l’allenatore di Luigi Beccali, Dino Nai spese una vita con i colori della Pro Patria come atleta, tecnico e dirigente. In quest’ultimo ruolo ebbe modo di rappresentare l’Italia a livello internazionale e conquistare la gratitudine dei marciatori italiani. Scrisse nella sua autobiografia «Marciando nel nome d’Italia» Ugo Frigerio:“ Chiusa l’Olimpiade di Amsterdam, si riunì il Convegno Olimpionico. L’Italia è presente nella persona del dott. Dino Nai. Esaurite le lunghe discussioni riguardanti i vari generi di sport, vien rimessa in discussione la questione della Marcia a piedi. Subito il dottor Nai, con la forza del diritto che lo sostiene e anima, impegna una forte diatriba coi delegati di quel gruppo di Nazioni che, capitanate dalla nostra consorella latina di confine, avevano decretato al Congresso di Praga il rigetto della sacrosante aspirazioni dei marciatori. (…) Finalmente, dopo aver difeso a oltranza il buon diritto dei marciatori, il dottor Nai riesce a far riammettere la marcia fra i Ludi Olimpici 1932, sul percorso di 50 chilometri”.

Ma la prospettiva olimpica per Pavesi non poteva che essere un miraggio, anche se nonostante il peso degli anni Donato non poteva rinunciare alla “sua” «Cento Chilometri», pur potendo aspirare solo a dignitosi piazzamenti. L’11 novembre, in una edizione che vide il monologo di Mario Brignoli, fu nono.

Nel 1929 arrivò al secondo posto nella Padova-Venezia vinta da Rivolta  (23 giugno), precedendo Francesco Pretti. Il 1° settembre lo Sport Club Italia organizzò una gara sui 3 chilometri che assunse importanza non solo per la vittoria di Pavesi, ma anche perché segnò il rientro dopo un lungo periodo di inattività di Frigerio. Il servizio del «Corriere della Sera» informò che questo ritorno era avvenuto dopo quattro anni di assenza dalle competizioni e concluse con un profetico auspicio: “non è fuor di luogo pensare ch’egli potrà avere dallo sport che ha sempre servito con lealtà nuove soddisfazioni”. Il milanese era destinato a vincere la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1932. Seguirono i Campionati Italiani, con Donato quinto nella 10 chilometri il 22 settembre e ritirato dopo esser stato al comando per 30 chilometri nella maratona di marcia disputata a Trieste il 27 ottobre. Il 3 novembre tornò al successo nella 15 chilometri che assegnava la Coppa Binda a Castellanza, battendo Brignoli, Bosatra e Rivolta e Giani.

A vent’anni dalla prima edizione, la «Cento Chilometri» presentava al via Thomas W. Green, un altro prestigioso esponente della scuola inglese al quale la vita sembrava avesse fatto di tutto per impedirgli di diventare un campione: nell’infanzia il rachitismo fece sì che cominciasse a camminare a cinque anni; poi arrivò la Grande guerra che lo ebbe combattente con la divisa da ussaro e gli procurò diverse ferite e lesioni causate dai gas asfissianti. Morale della favola, ebbe la possibilità di iniziare a fare seriamente sport nel 1926, quando aveva 32 anni, diventando campione olimpico ai Giochi del 1932 e sfiorando la qualificazione per le Olimpiadi di Berlino. All’esordio nella “classica” italiana trovò uno strepitoso Brignoli che, in testa per tutta la gara, lo relegò alla piazza d’onore. Se Brignoli fu grande, altrettanto lo fu Pavesi: dopo due decenni riusciva ancora a salire sul terzo gradino del podio.

Il declino finale

Le prove di marcia che assegnavano la maglia tricolore del 1930 ebbero il protagonista in Pretti; con la partecipazione alla 25 chilometri organizzata il 3 agosto a Sulmona, Pavesi, che aveva condotto la gara per 18 chilometri, ottenne il bronzo, ultima medaglia conquistata in una lunga ed irripetibile carriera. Tre settimane dopo a Salsomaggiore si classificò al quarto posto nella 50 chilometri. Il 14 settembre fu secondo nella Gorizia-Udine dietro ad Attilio Callegari, poi quarto nella Milano-Como del 12 ottobre, vinta da Umberto Olivoni, l’unico italiano che impensierì nella «Centro Chilometri» del 9 novembre il campione britannico Green. Per Donato, ormai quarantaduenne, la gara decretò la decima posizione.

Le ultime competizioni di rilievo non potevano che essere disputate nella gara più legata al suo nome, la «Cento Chilometri». Nel 1931 Ettore Rivolta si era dimostrato nettamente il migliore sulle lunghe distanze, vincendo anche la “classica” della «Gazzetta dello Sport», conclusa da Donato all’ottavo posto. L’edizione del 1932 vide prevalere Umberto Olivoni sul tedesco Franz Reichel, valido atleta, però senza esperienza sulla distanza. Ma il beniamino del pubblico, ovunque incitato e applaudito, era sempre Pavesi, anche quando la sua partecipazione significò un quattordicesimo posto che concludeva una carriera che lo ebbe per 5 volte campione italiano della maratona di marcia (1912, 1914, 1921, 1924, 1925), vincitore di 6 edizioni della «Cento Chilometri» (1910, 1914, 1919, 1920, 1921, 1922); 2 volte si aggiudicò la Londra-Brighton (1921, 1923) e s’impose anche nella Manchester-Blackpool (1922).

Si era sposato due volte ed aveva avuto cinque figli. Faceva il magazziniere in un negozio di rubinetterie quando, il 30 giugno 1946, all’età di 58 anni, in una gara per veterani – presenti anche Valente, Brignoli e un caldo canicolare – a sette chilometri dal via ebbe un malore. Fu ricoverato all’ospedale Niguarda, dove dopo mezz’ora spirò. Il grande campione era caduto sulla breccia.

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