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Ripassi di memoria: Universiadi da Torino 1959 a Torino 1970 (parte 2) Stampa

Concludiamo, con questa seconda parte, la narrazione dei vari capitoli temporali di una manifestazione internazionale nata come Giochi Mondiali Universitari e poi divenuta Universiadi, diremmo per assonanza con Olimpiadi. Il narratore è Augusto Frasca che ci accompagna dalla edizione di Torino 1959 a quella del 1970, sempre nella città sabauda. Non perdete l'occasione di una buona lettura.

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Era attesa a Roma, ma l'imminenza dei Giochi Olimpici ne suggerì lo spostamento. A raccogliere il messaggio dell'Universiade 1959, da undici anni al vertice goliardico cittadino, sostenuto sul versante istituzionale da Mario Saini, eporediese di nascita, braccio destro di Bruno Zauli nella gestione del Comitato olimpico nazionale e protagonista in anteguerra dell'organizzazione, nell'Augusta Taurinorum, dei Campionati mondiali universitari e della prima edizione dei Campionati europei di atletica, Primo Nebiolo. Fu un successo, 43 nazioni, 1.407 atleti sul campo, quattro giorni, dal 3 al 6 settembre, il calendario dell'atletica. Un primato rispetto alla Parigi di due anni prima. Fu un formidabile miracolo diplomatico, costituito dalla presenza di atleti cinesi, rappresentanti di un'entità politica e sportiva fuori dal consesso del Comitato olimpico internazionale e giunta a Torino – nell'imbarazzato sconcerto del Foro Italico, sotto lo sguardo attento della municipalità retta dall'avvocato civilista Amedeo Peyron, democristiano, e nell'induzione in paranoia di Angelo Cremascoli, factotum in segreteria generale, impegnato nell'inedita ricerca di un interprete – provvista di un visto culturale recuperato tramite l'associazione internazionale studentesca di sede a Praga. Un evento senza bandiere nazionali, unico vessillo la grande U con cinque stelle, unico inno il Gaudeamus igitur degli antichi clerici vagantes medioevali, unico simbolo grafico la magnifica riproduzione, ideata da Antonio Donat-Cattin, delle gambe in primo piano di Douglas Alistair Gordon Pirie, britannico conquistatore fra il 1953 e il 1956 di vari primati mondiali di mezzofondo e tuttavia mortificato, nei Giochi di Melbourne, dalle gambe di Vladimir Petrovich Kuts, l'atticciato marinaio di Aleksino che avremmo elevato a nostro idolo temporaneo, al termine della sua cavalcata mondiale sui 5.000 metri, in un radioso pomeriggio romano dell'ottobre del 1957, quando sembrò che sotto la pesantezza delle sue cadenze scorressero millenni di storia dell'uomo.

Ecco, per chi scrive, le curiosità agonistiche di Torino '59. Gli esiti di quattro atleti orientali, miglior risultato il 14.6 sui 110 di Kao Chi-chiao, quarto alle spalle di Nereo Svara e di Giorgio Mazza, i 4 metri nell'asta di Chang Chang-fa, il 14.44 di Ku Ke-yen nel triplo, il 22.6 di Chen Chia-chuan sui 200. Le vittorie in abbinata, da lontano, di Giuseppina Leone e della sua corsa satinata – di lì a poco unica medaglia olimpica italiana nella storia dei 100 metri – e di Livio Berruti, 11.7 e 23.8, 10.5 e 20.9. Di Salvatore Morale, 400 ostacoli in 52.1, di Attilio Bravi, salito nel capoluogo piemontese dalla cuneense Bra, 7.46 nel lungo, di Iolanda Balas, sgraziato fenicottero di Timisoara, fresca titolata continentale a Stoccolma e già ultra primatista mondiale. E di John Holt, prossimo ad occupare nella ristretta sede londinese di Upper Richmond Road, 162, il massimo scranno amministrativo della Federazione internazionale, secondo in 1:50.5 in un combattuto finale degli 800, stesso tempo del tedesco Dieter Heydecke, e titolare nel terzo posto del quartetto britannico nella 4x400. Anni dopo, non senza punte perdonabili di compiacimento, del personaggio avrei conquistato definitivamente confidenza e rispetto facendogli omaggio di una cassetta con madrigali di Carlo Gesualdo principe di Venosa – autore seicentesco, celebre per la bellezza delle sue composizioni ma anche per aver fulminato nella profanazione dell'alcova coniugale una moglie infedele e il suo drudo – di cui Holt, pure professionalmente versato in campo musicale, ignorava l'esistenza, e per di più meravigliosamente interpretati da una corale di Oxford!

Da Sofia 1961 in poi, salito il 5 settembre al vertice della Fisu, le Universiadi furono un monologo, esclusivo terreno di conquista di Nebiolo, ivi comprese, nelle loro imbarazzanti immutabilità, le ritualità degli incontri istituzionali e delle insegne onorifiche, chieste e ricevute, nelle sedi di volta in volta scelte in base alle garanzie assegnate ad una manifestazione progressivamente avviata, per composizione cosmopolita e pansportiva, ad essere inferiore solo ai Giochi olimpici. A Sofia, l'atletica dal 31 agosto al 3 settembre, prima novità, i cubani, a segno con Enrique Figuerola, 10.4 nei 100, gara in cui è impegnato fino a semifinali comprese un insolito Igor Ter-Ovanesyan, 10.5, poi volato a 7.90 nel lungo e subito divenuto 'principe' secondo scontato riferimento al Borodin delle Danze polovesiane. Si afferma nuovamente nel suo prorompente agonismo Tito Morale in 50.0, si affermano colossi dei lanci quali Gyula Zsivotski e Gergely Kulcsar rispettivamente nel martello e nel giavellotto, mentre si affacciano nel contesto goliardico due sorelle di Kharkov, Tamara ed Irina Press, inquietante consesso familiare, due pezzi di donna onuste di vittorie, di primati e di sospetti, due esistenze agonistiche parallele destinate a chiudersi alla vigilia dei campionati europei del 1966 all'avvio dei controlli antidoping. Ma la punta nobile dell'edizione bulgara è rappresentata dall'atleta che natura, e un tecnico dalle non comuni capacità, Vladimir Michajlovič D'jačkov – architetto, maestro dello sport sovietico, coniuge dell'estroversa e corposa discobola pluriprimatista mondiale Nina Dumbadze, la stessa di cui si scrisse (Gianni Brera), infoiata del maciste di Costermano, di un assalto erotico ai limiti dell'aggressione portato vittoriosamente a termine, in una pausa di Helsinki '52, fuori dall'occhio invidioso di Beppe Tosi, nei confronti di Adolfo Consolini – avrebbero elevato al rango di più grande altista di tutti i tempi, secondo collaudato copyright di Giacomo Crosa, Valeriy Brumel, salito alle 18.40 del 31 agosto, al Vasil Levski Stadium, a metri 2.25, terzo primato mondiale della stagione, misura poi segnata da un memorabile ritocco il 21 luglio 1963, il 2.28 realizzato sulla pedana di Mosca in occasione dell'incontro Urss-Usa.

Dalla plumbea città bulgara all'esotismo brasiliano, nel 1963, di Porto Alegre, settembre, dal 3 all'8. Tra le affermazioni di Brumel, 2.15 su Mauro Bogliatto, 2.09, nuovo primato italiano, di Ter-Ovanesyan, fresco dell'8.31 mondiale di Yerevan, e di Janis Lusis nel giavellotto, spazio per gli azzurri: copertina a Roberto Frinolli, 50.5, fresco del titolo internazionale militare, e a Gaetano Dalla Pria, 51.63, due terzi posti per Berruti, 10.5 e 21.5, di Morale, 51.9, il sesto di Beppe Gentile, fermo a 15.45. Tra le curiosità in campo, citazione per Istvan Gyulai, quattrocentista da 48.3 quinto in finale davanti all'azzurro Mario Fraschini, ultimo frazionista di una 4x100 ungherese vincitrice a sorpresa sui cubani condotti da Figuerola e più avanti, dopo un ventennio di militanza giornalistica, approdato al munifico ruolo di segretario generale della Iaaf nella stellare sede monegasca al 17 di rue Princesse Florestine.

Budapest, 24-29 agosto 1965, terza affermazione consecutiva per Ter-Ovanesyan, 8.19 sul gallese Lynn Davies, reduce dal trionfo olimpico di Tokyo e prossimo a completare l'invidiabile curriculum con un titolo europeo e l'affermazione ai giochi del Commonwealth, e per Gyula Zsivotsky. Raddoppio di Frinolli, esordio vincente per Eddy Ottoz, 13.6, primato italiano, dinanzi a Giovanni Cornacchia e a Willie Davenport, en plein di Sergio Bello, 46.8 sui 400 e forte frazione nell'Italia vincente nella 4x400, terza presenza, modesta, di Berruti, eliminato in batteria nei 100 e sesto in 21.3 sui 200, Gentile, 16.31, a quattro centimetri dalla medaglia e primato nazionale. Nel decathlon, Bill Toomey, statunitense: conoscerà, e poi sposerà, a Città del Messico, sede della sua affermazione olimpica, separandosene poco dopo, Mary Bignal, ricordata dagli esteti come le più belle gambe di Roma '60, unita in prime nozze con Sidney Rand, olimpionico di canottaggio, vincitrice nel lungo a Tokyo 1964, 6.76, primato mondiale e prima britannica olimpionica in atletica. Mentre Toomey, tra il '66 e il '69, salirà al vertice della specialità con due primati mondiali, l'irrequieta britannica passerà a nuove nozze trasferendosi ad Atascadero, in California, il cui zoo è intitolato a Charles Paddock, il grande velocista degli anni '20 deceduto in un incidente aereo, da ufficiale dei Marines, nel secondo conflitto mondiale. Unica nazione con quattro affermazioni, nella classifica finale l'Italia assaggerà la soddisfazione di precedere Unione Sovietica, Stati Uniti e Germania. A Budapest farà discesa in campo la principessa polacca Irena Kirszenstein non ancora Szewinska, indisturbata su 100 e 200: una levità di corsa e di tratto destinata a lasciare meravigliose memorie lungo un infinito tracciato di affermazioni e di primati.

Nel 1967 l'Universiade si spostò a Tokyo, dal 30 agosto al 4 settembre. Dato più vistoso, con un anno di anticipo rispetto all'esplosione di Città del Messico, la presenza di Tommie Smith, secondo sui 100 battuto dall'ivoriano Kone e primo sui 200 in 20.7, e l'incrocio curioso con un Livio Berruti, quinto in 21.5. Due terzi posti di Ito Giani in velocità, ancora un Ottoz vincente, doppio impegno per Gianni Del Buono, terzo in 3:44.0 sui 1.500 e ottavo in 1:49.2 sugli 800, e Gentile, terzo nel triplo, 15.84, sesto nel lungo, 7.31, terzo Sergio Bello sui 400, e finale di fuoco italiano in 39.8 con la 4x100, Vittorio Roscio, Ennio Preatoni, Ito Giani e un regale Berruti in ultima frazione, la stessa di Smith, con gli Usa quinti classificati indietro di nove decimi rispetto agli italiani.

Poi, nel 1970, dal 2 al 6 settembre, il passaggio epocale della manifestazione. Per Nebiolo, nella sua Torino, l'apoteosi, e con essa l'inclinazione, ipertrofica nella sua progressione, d'essere Primo di nome e di fatto al punto d'identificarsi in un proprio personale Monte Rushmore. Tutti coinvolti, nell'occasione: la benedizione di Gianni Agnelli, l'abbraccio del presidente Saragat, l'adesione controllata della irriverente e rischiosa compagine universitaria cittadina, la presenza del capo del Governo Emilio Colombo, platealmente intronizzato in tribuna con feluca goliardica. L'apertura fu celebrata in uno stadio Comunale reso colmo anche per l'accorrere di calciofili interessati all'incontro Cagliari-Sporting Lisbona, arbitrato da Concetto Lo Bello e messo in calendario al termine della cerimonia con l'aiuto di un abilissimo conciliatore di rapporti a nome Andrea Arrica. La regia fu firmata dal concittadino Bruno Beneck a chiusura di una staffetta che coinvolse i migliori atleti italiani del tempo con una fiaccola riproducente la miccia con cui, durante l'assedio di Torino del 1706, Pietro Micca aveva fatto saltare in aria, a difesa della libertà, la storica Cittadella. Quell'Universiade mosse mezza città, e ne parteciparono amministratori civici, notabili, maestranze e semplici osservatori, con una stampa che fu sollecita ad accompagnare una festa cittadina ricca di internazionalità, e furono i locali Ormezzano, Romeo, Perucca, Perricone, Toniolo, Pacifico, Colombo, i giovanissimi Barberis e Pistamiglio, Barletti e Boscione a dirne e scriverne assieme ai Lòriga, Berra, Signori, Pirazzini, Monti, Massara, Melidoni, Pirona, Mantovani, Vespignani, giunti dal resto d'Italia. Anche tecnicamente quell'Universiade fu un trionfo, nobilitato dai primati mondiali di Heidemarie Rosendahl, 6.84 nel lungo, e di Wolfgang Nordwig, 5.46 nell'asta, con un contorno eccezionale, Renate Meissner-Stecher, Viktor Saneyev, Larry James, Valentin Gavrilov, David Hemery, Miklos Nemeth, Pat Matzdorf, Maria Sykora, Teresa Sukniewicz, Nadezhda Chizhova, vale a dire il meglio a portata di mano dell'epoca, la vittoria di Franco Arese sui 1.500, i piazzamenti di riguardo di Azzaro, Del Buono, Cindolo, Liani, Simeon. Con Torino, si chiuse un'epoca. Mosca, tre anni dopo, geniale anticipazione nebiolana dei Giochi dell'80, fu l'apertura di una nuova frontiera. Chiudiamo qui il ripasso…