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Paola Pigni, ovvero poetica di una donna diventata un simbolo dell' Atletica Stampa

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Tre foto della signorinetta Paola Pigni: in lettura vicino alla mamma, signora Monserrat Hurtado, accanto alla libreria di famiglia, esercitandosi al pianoforte. L'ultima immagine è un omaggio alla SNIA, il club che ha avuto l'onore della sua medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici München '72, nella prima finale olimpica in cui fu consentito alle donne di correre i 1500 metri

Non ce lo aspettavamo, e quindi ci ha fatto ancor maggior piacere. Gianfranco Carabelli, Maestro dello Sport, dirigente del Comitato olimpico italiano in molteplici ruoli, atleta di rara eleganza nei suoi anni giovanili, corridore di 800 metri, fermato solamente da problemi muscolari non risolvibili, uomo di solida cultura sportiva, ma - soprattutto - socio dell'A.S.A.I. (lasciateci scherzare), ci ha fatto avere un ricordo di Paola Pigni, che domenica scorsa, repentinamente, è morta, mentre stava concludendosi un atto pubblico voluto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, eventi cui Paola dava spesso la sua convinta adesione. Gianfranco, coetano di Paola e germogliato come atleta nello stesso ambiente milanese, ce ne regala un bozzetto vivido, vissuto, intenso, emozionante. Gianfranco è rimasto uno dei pochi, in questo mondo sportivo raffazzonato, che scrive Atletica con la lettera iniziale maiuscola.

Leggendo Gianfranco ci è tornata alla memoria una breve chiacchierata che Paola ebbe con Salvatore Massara mentre era in viaggio di nozze (parliamo del 1971), un botta e risposta pubblicato sul numero di aprile della rivista «Atletica Leggera». Fece tappa alla Scuola di Formia, si allenò regolarmente e poi si intrattenne con l'amico Salvatore. Alla domanda "Cosa pensi del tuo passato d'atleta?" rispose:"Mi vengono in mente certi scrittori che non riconoscono più le loro opere giovanili. Rivedendo il mio passato ora posso accorgermi degli errori fatti. Però proprio il riconoscere questi errori significa in definitiva progredire e migliorare. La gente dice che io mi sacrifico per l'atletica. Ma non è vero. L'atletica a me ha dato tanto. Senza l'atletica ci sarebbe un gran vuoto in me".

Domenica, sull'onda della triste notizia, abbiamo dato spazio ad un saggio del prof. Sergio Giuntini. Oggi gli affianchiamo questo ricordo personale di Gianfranco Carabelli. La lunghezza d'onda è la stessa. Un sentito ringraziamento a Gianfranco.

Il lutto per la morte di Paola Pigni porta con sé il lutto per un certo tipo di cultura dello sport di altissimo livello. Paola non è stata solo l’atleta capace di battere record nazionali, europei e mondiali; è stata l’ atleta che ha affrontato e superato i limiti culturali, sociali e antropologici che facevano dello sport femminile, in particolare di certi settori dell’ Atletica leggera, una sottospecie di quello maschile. Con sbarramenti considerati invalicabili, salvo avventurarsi su chine considerate contro natura per il "gentil" sesso. Paola non si è mai data per vinta e con la sua innata predisposizione alla sfida, ha affrontato e demolito tutti i tabù di allora, sostenuta dalla sua tanto richiamata formazione conseguita alla razionalissima e rigorosissima scuola tedesca, arricchita, e non in contrasto, dalla cultura musicale operistica coltivata in famiglia.

Aggiungiamo anche il fatto che con un ulteriore percorso di formazione personale, facilitato da un orecchio musicale ben addestrato, poteva vantare la capacità di dialogare in quattro lingue e di esprimersi in un italiano ricco di osservazioni, di sfumature appropriate e ben aggettivate. Le stesse che le hanno reso più facile l’intesa dialettica con chi la allenava nella titanica impresa di abbattere i muri verso percorsi agonistici fino ad allora inesplorati. Allo stesso modo, metteva in mostra se stessa, i suoi turbamenti, le sue paure, le sue gioie le sue "esaltazioni" necessarie per vincere sulle ostilità di percorso o sulle avversarie, quando c’erano. Non era incline ai mezzi termini e agli infingimenti, pur facendo apparire a volte una velata quanto insospettata timidezza e, soprattutto, la ricerca di una mano rassicurante e inflessibile che la sostenesse.

Da queste basi, da questa "poetica" che meriterebbe ben ulteriori approfondimenti, Paola è partita per costruire l’atleta che è stata, senza porsi limiti, alla scoperta di territori tanto ignoti quanto ambiti, concepiti da una mente libera e determinata prima ancora di essere raggiunti dalle gambe e dal cuore dell’atleta. Le sue conquiste l’hanno portata ad essere la dissacratrice di consolidate credenze e, nello stesso tempo ,la consacratrice di nuovi orizzonti spalancati davanti al movimento sportivo femminile.
 
Per quella fortuna che aiuta i coraggiosi, ha trovato sulla sua strada, fin dalla prima ora, due persone (una più e una meno) quasi dimenticate, ma che è doveroso ricordare, anche nel caso di un oltremodo sintetico ricordo. Si tratta di Lauro Bononcini, allora Direttore tecnico FIDAL, e di Alfredo Berra, maitre a penser dell’ Atletica leggera e giornalista della «Gazzetta dello Sport». Il primo si è comportato da saggio e lungimirante traghettatore di Paola dalla velocità alle corse prolungate. Famosi gli allenamenti in salita al San Luca, luogo emblematico scelto da Bononcini per i test più stressanti , dove non era concesso schiattare e dove Paola ha rivelato presto le sue potenzialità in termini di capacità di sopportazione della fatica più dura. Il secondo, Alfredo Berra, ha assecondato le scelte personali dell’ atleta. Aiutandola a sviscerare e a riflettere su tutti gli aspetti umani, sociali e culturali implicati nella sua vicenda assolutamente nuova e per ciò stesso piena di insidie, portandola a raggiungere la piena consapevolezza della sua eccezionale dimensione di donna-atleta. Più avanti, arrivata alla necessità di dare un indirizzo pressoché stabile alla propria vita, con discrezione, ha accompagnato Paola a seguire una strada sportiva e familiare definitiva che le desse quelle sicurezze di cui era alla ricerca fin da giovane atleta promettente.
 
Ciao Paola.