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Oscar e Danilo, vite parallele con un denominatore comune: l'atletica (3) PDF Stampa E-mail

Ci avviamo verso la conclusione dell'ampio e documentato lavoro di Alberto Zanetti Lorenzetti sulla movimentata vita dei due fratelli Cereali, quella di Oscar e, in particolare, di Danilo. Ci riserviamo un ultimo capitolo con materiale fotografico e di documentazione, che pubblicheremo nei prossimi giorni. Intanto vi offriamo una immagine di Oscar con la tuta della Libertas Vercelli, il club per il quale fece competizioni fino al 1961. A fianco, la riproduzione della rivista «Lo Sport» che, nel 1952, dedicò due pagine a Danilo, con un articolo-intervista firmato da Sandro Calvesi. Con un doppio click la pagina di apre e diventa leggibile. A seguire, dopo le foto, la terza parte dello scritto di Zanetti Lorenzetti; al centro la tabella compilata da Marco Martini sulla carriera «venezuelana» di Danilo.

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Parte dell’ambiente dell’atletica lo accolse volentieri, ma non fu così per tutti. Al di là di qualche lettera anonima piena di acredine nei suoi confronti, l’episodio più clamoroso fu il rifiuto di Teseo Taddia – il miglior specialista di lancio del martello italiano e vecchia conoscenza fin dai tempi d’anteguerra – di stringergli la mano quando venne battuto ai Campionati del 1952. Di ben altro tono era stato l’articolo che uno dei più prestigiosi tecnici nazionali, Sandro Calvesi, gli dedicò sul settimanale «Lo Sport» il 4 dicembre 1952. Il titolo era “I sogni del figliol prodigo” e l’allenatore bresciano ricostruiva la carriera di Danilo e ne descriveva le caratteristiche tecniche: “Due sono i concetti che vuole applicare; scioltezza e continuità di movimento (…). Siamo rimasti impressionati della fluidità del suo movimento; effettivamente, velocità, scioltezza, e una «tirata» finale fuori del comune caratterizzano il suo stile; il finale richiama il lancio del disco perché il concetto applicato è quello di uno svitamento potente senza creare inutili bloccaggi del corpo ed assecondando la traiettoria dell’attrezzo sotto controllo. Esiste in lui un anticipo di tutto il corpo, non un’azione limitata alle anche, e questo gli permette di «tirare» al massimo senza sforzo apparente”.

Per ovvi motivi politici non prese parte all’incontro disputato a Zagabria il 4 e 5 ottobre fra le rappresentative di Italia e Jugoslavia, ma il suo esordio con la maglia azzurra era solo rimandato di qualche mese. Era il 28 giugno 1953, a Milano, quando assieme a Taddia affrontò i colossi tedeschi Wolf e Hagenburger concludendo in quarta posizione. Con il rivale italiano iniziò una serie di duelli che si protrasse per sei anni. Nelle prime due stagioni Danilo si dimostrò il più forte, raggiungendo anche il nono posto nel ranking della prestigiosa rivista americana «Track and Field News». Poi, più frequentemente, la spuntò il ferrarese, ma non mancarono reazioni d’orgoglio da parte di Danilo che, il 23 ottobre 1954 a Bari, indossò nuovamente quella maglia della Nazionale che gli era stata negata – non senza strascichi polemici – in occasione della poco brillante trasferta degli azzurri in Sud America nel novembre 1953, anno in cui fu nuovamente in testa alla graduatoria nazionale e secondo nei Campionati italiani.

Lasciata la Gallaratese, nel 1954 indossò i colori del C.C.A. Lane Rossi di Schio, e ai Campionati nazionali fu nuovamente medaglia d’argento nella prova che ebbe in gara anche Oscar, buon settimo, e atleta dal 1952 della Libertas Vercelli. La permanenza di Danilo nella società vicentina durò solo due anni. Nel 1956 e 1957 gareggiò per il Gruppo Atletico Coin Mestre, il suo ultimo sodalizio italiano che lasciò, non prima di aver ottenuto un terzo posto al Campionato del 1957, per andare in Venezuela, dove – cambiato in Daniel il nome di battesimo – iniziò una nuova carriera riassunta nella tabella curata dall’indimenticato storico dello sport e socio fondatore dell’Archivio Storico dell’Atletica Italiana, Marco Martini.

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Anche l’impegno agonistico di Oscar fu particolarmente lungo, superando i 25 anni di attività. Il suo nome comparve per l’ultima volta nelle graduatorie nazionali del 1961, dove figurava essere ancora atleta della Libertas di Vercelli, la città dove morì il 16 maggio 1983.

Danilo era arrivato in Venezuela nella seconda metà del 1957 e diventò un dipendente della ditta petrolifera Shell di Punto Fijo, nello stato di Falcon, gareggiando nel gruppo sportivo aziendale. Successivamente si trasferì a Caracas prendendo contatto con il Club Campestre Los Cortijos, collaborando con la società anche come massaggiatore, fisioterapista e istruttore. Particolarmente penose sono le notizie sulla sua morte, avvenuta il 16 agosto 1984 dopo molte sofferenze ed episodi di malasanità a seguito dell’investimento da parte di un veicolo non identificato con conseguenti lesioni interne non riconosciute dai sanitari nel pellegrinaggio fra i vari ospedali in cui di volta in volta era stato ricoverato. Non avendo potuto essere identificato – addirittura venne indicato un nome diverso – la sua salma riuscì ad essere riconosciuta dopo mille peripezie dalla moglie Milena e dalla figlia Anna Maria che, accorse subito in Venezuela quando fu loro comunicata la inconsueta e perdurante assenza da casa di Danilo, con molta caparbietà dapprima trovarono il modo di dargli una dignitosa sepoltura e successivamente, nel 1998, superando i mille ostacoli della burocrazia, a portarlo nella natia Duttogliano per il riposo eterno.

In Slovenia venne ricordato nel 2015 in un film documentario televisivo dal titolo “Danilo Žerjal, športni velikan s Krasa” (Danilo Žerjal, il gigante dello sport del Carso).

 
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