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Due milioni. Di euro? No, tranquilli soci ASAI, son solo i contatti al nostro sito PDF Stampa E-mail
Lunedì 30 Novembre 2020 18:31

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Quando le lancette dell'orologio, silenziosamente, era scivolate nelle prime ore notturne di questo lunedì 30 novembre 2020, il contatore che registra il numero dei contatti su questo nostro spazio online ha superato la boa dei due milioni. Pochi? Tanti? Ognuno avrà la sua opinione. Ci occupiamo di uno sport che già non fa impazzire le folle (siamo realisti), in più la nostra mission (piace tanto agli americani, all'entrata di ogni Università fa bella mostra una targa che ricorda la sua mission) ha come obiettivo la storia di questo nostro sport, e in più, tanto per non farci mancare niente, storia dell'atletica italiana. Almeno in questo siamo in sintonia con i tempi: ormai la bandierina tricolore svetta su ogni prodotto, dalle mutande al cibo per cani. Atletica italiana, tanto che a volte siamo costretti a ricordarlo a chi ci propone di dedicare spazio...agli extraindigeni. Non siamo, e non vogliamo essere, uno zibaldone onnicomprensivo, ne esistono già. Stiamo nel nostro brodino ristretto e siamo soddisfatti così. Due milioni, ci chiedevamo: pochi, tanti? Ai posteriori (come sarcasticamente diceva un nostro amico) l'ardua sentenza. Noi sappiamo solo che nel novembre del 2011 i contatti erano 33 mila. E chi vuol tirare le sue conclusioni, libero di farlo. Ma tanto non frega nulla a nessuno. Per essere precisi: la «quota 1 milione» era stata raggiunta i primi giorni d'agosto del 2018. La tabellina che vedete è la fotografia del contatore dei contatti del nostro sito: il nostro socio Elio Forti ha fatto i suoi calcoli e, per approssimazione, aveva valutato l'ora in cui il contatore sarebbe scattato sui due milioni. Si è svegliato, ma per pochi minuti il traguardo era stato superato di 75 contatti. Ce ne fossero come Elio! Grazie, caro amico dell'A.S.A.I.

Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2020 11:24
 
L'atletica con la «Leonessa» sul petto onora ancora il fondatore Sandro Calvesi PDF Stampa E-mail
Lunedì 30 Novembre 2020 10:30

Non più tardi di una decina di giorni fa, abbiamo ricordato che quarant'anni fa un terremoto cardiaco fermò la vita del prof. Sandro Calvesi. Tecnico apprezzato in tutto iil mondo, ma non solo tecnico: figura poliedrica in una atletica allora straordinariamente vitale. Parliamo degli anni del Dopoguerra, anni difficili, da viaggi sui carri bestiame o su vecchi camion residuati bellici. Eppur...eppur si muove, verrebbe da dire. A Brescia, Calvesi (e non solo lui) era il motore delle iniziative societarie. Quello che leggerete qui sotto vi riporterà a quei tempi, e alla nascita dell'Atletica Brescia 1950. Non serve gran conoscenza aritmetica per rendersi conto che la società bresciana compie ora settant'anni. In breve, ve li raccontiamo.

Nelle foto: in quella verticale svetta in tutta la sua eleganza e potenza l'ostacolista bresciano Giampiero Massardi, originario di Rezzato, alle porte della città; a fianco, Armando Filiput (a sinistra) e Tonino Siddi, con la tuta nella Nazionale (la produceva Ottavio Missoni agli inizi della sua straordinaria carriera di imprenditore) intervistati ai microfoni della Radio Audizioni Italiane, la futura RAI; nella immagine a colori, le ragazze dell'Atletica Brescia che hanno conquistato lo scudetto a squadre nel 2019, poi confermato nel 2020

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Perché nacque l’Atletica Brescia? Per tatticismi di politica sportiva o per vicende economiche? Risposta: tutt’e due. La storia si svolse in due tempi avendo come attore principale il CSI Brescia, che nel 1948 poteva contare sulle floridissime sezioni di atletica maschile e femminile. Ma avere sezioni floridissime (parliamo di due maschi e due atlete presenti alle Olimpiadi di Londra di quell'anno) significava grande impegno di risorse economiche, ovvero casse vuote a fine stagione. Cosa fare in prospettiva del 1949? Semplice: mandiamo a casa le ragazze. Era l’antipasto del secondo tempo, cioè di quanto sarebbe successo l’anno dopo all’attività maschile, anche se stavolta la causa non era il bilancio in rosso, ma una netta virata della politica sportiva del CSI, che decise di spostare le risorse dall’attività di vertice a quella periferica.

Quindi nel giro di pochi mesi il dirigente Nino Verzura e Sandro Calvesi dovettero rimediare alla situazione per due volte, dapprima fondando la società femminile Atala Club e poi l’Atletica Brescia. Rimettere insieme i cocci non fu cosa facile, ma l’impresa riuscì grazie alla solidarietà del mondo sportivo – con il Brescia Calcio in prima linea, l'avreste detto? La societa calcistica bresciana aveva già avuto una sezione atletica negli anni '20 – e alcuni imprenditori locali. Aiuti disinteressati che al giorno d’oggi possiamo tranquillamente scordarci, nonostante il gran cicaleggio sui tanto reclamizzati «sponsor». Una volta si chiamavano «mecenati», termine molto più elegante e, soprattutto, ricco di significato sportivo.

La società, nella quale erano confluite anche le ragazze, in quel 1950 nacque grande, potendo contare su azzurri quali Armando Filiput (in quell’anno vincitore del Campionato d’Europa nei 400 ostacoli), Albano Albanese, Gino Paterlini (argento agli Europei assieme a Filiput nella 4x400 metri), Sandro Sioli, Renato Colosio, Mirella Avalle, Marisa Rossi e Gabre Gabric.

Seguirono periodi che ebbero momenti di stanca alternati a brillanti riprese. Se negli anni '50, terminato il periodo della presenza del sodalizio ai vertici del Campionato di società, crebbero comunque validi atleti come l’ostacolista Giampiero Massardi, il mezzofondista Giorgio Gandini, l’astista Angelo Baronchelli, il velocista Enore Sandrini, e, ancor più avanti, anni '70, Adriana Carli, altra velocista. Il “risveglio” registrato alla fine degli anni ’60 portò ad una dolorosa frattura che fece perdere all’Atletica Brescia il ruolo di principale società della provincia. Poi, nel 1973 giunse la sponsorizzazione dell’Associazione Industriale Bresciana, che inserì sulle maglie bianco-azzurre il nome di Assindustria. L'organizzazione territoriale bresciana sposava così la «nuova filosofia» della Confindustria nazionale che si affacciava nel mondo dello sport con un suo ente di promozione, lo C.S.A.In.

I tempi portano ulteriori cambiamenti. L’uscita di scena dell’Associazione Industriale alla fine della stagione 1985 causò una rifondazione della società, che fu protagonista di un progressivo rilancio, maggiormente incisivo nel settore femminile. La forzata riduzione dell’attività locale dovuta alla chiusura per inquinamento del Campo Scuole intitolato a Calvesi, l’unico impianto di atletica presente in città, non pregiudicò il potenziamento della squadra femminile, e le disponibilità economiche dovute alla sponsorizzazione di Ispa Group e più recentemente della Metallurgica San Marco, aiuti economici che hanno consentito di raggiungere i successi nel Campionato nazionale a squadre del cross, della corsa in montagna, della marcia, nelle indoor, di tre edizioni della Supercoppa fino alla vittoria nel Campionato di società under 23 nel 2018 e la conquista del titolo italiano assoluto nel 2019, successo ripetuto anche nel 2020, stagione coronata anche dalle maglie tricolori indossate da Alice Mangione nei 400 metri e dalle staffettiste della 4x100 metri composta da Melon, Pedreschi, Niotta e Pavese.

L’attività di Sandro Calvesi per 30 anni si sovrappose a quella dell’Atletica Brescia, essendone il leader indiscusso: era stato elemento trainante fin dai tempi della Forza e Costanza, del CSI e, a maggior ragione, nel primo periodo di vita della ”sua” società bianco-azzurra. La stessa Atletica Brescia che, con il sempre maggiore coinvolgimento del professore nel settore tecnico federale, contemporaneamente ne veniva a sentire la mancanza perché, come scrisse sulla «Gazzetta dello Sport» Alfredo Berra, Calvesi “ha fatto della nazionale il suo «club», ottenendo i risultati cospicui che tutti conoscono". Che portano i nomi di Salvatore Morale, Roberto Frinolli, Eddy Ottoz, Nereo Svara, Giorgio Mazza, Giovanni Cornacchia, Franco Sar. Allenatore di fama internazionale giunto ai vertici del settore tecnico italiano della velocità, degli ostacoli e delle prove multiple, Calvesi si dimise nel 1968 alla vigilia delle Olimpiadi messicane tornando alla ribalta l’anno dopo come consigliere federale (iniziava l'era Primo Nebiolo), vivendo un’esperienza di breve durata a causa di contrasti con la politica sportiva proprio del presidente. Nell’ultimo decennio di vita fu impegnato soprattutto ad allenare e a dare preziosi consigli ad atleti di grande valore, tutti stranieri, fra i quali i più famosi furono Guy Drut, Alan Pascoe, Jean-Claude Nallet, Arto Bryggare e Harry Schulting. Morì il 20 novembre 1980, pochi giorni dopo la pubblicazione della notizia di un iniziale riavvicinamento alla Federatletica. 

Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Novembre 2020 12:50
 
Li mortacci tua, 'a Enzo, ma proprio ora te ne dovevi anna? Solo, senza de' noantri PDF Stampa E-mail
Venerdì 27 Novembre 2020 10:27

Abbiamo affidato il ricordo di Enzo Rossi, scomparso tre giorni fa, a una persona che lo ha conosciuto fin da giovinetto aspirante velocista e campione nazionale UISP (longa manus sportiva del Partito Comunista, lui che comunista proprio non era). Abbiamo chiesto a Giorgio Lo Giudice, romano de' Campo de' Fiori, giornalista-manovale nel senso di disponibile sempre e per qualsiasi sport, dall'hockey prato femminile giocato nelle Marche al campionato di bocce di Primavalle, atleta mezzofondista, corse, tra gli altri con Mario Pescante, grandissimo fondista del CONI e del CIO, organizzatore, tecnico giovanile, il Giorgio nostro. Sempre sorridente, pronto a sdrammatizzare con una battuta de roma de' Roma verace, un uomo di sentimenti solidi e immutabili. Questo serviva a noi, e glielo abbiamo chiesto, e lui ha risposto prontamente.

Glielo abbiamo chiesto soprattutto dopo aver letto i miseri commenti apparsi qua e là, non diciamo i giornali che quelli ormai non esistono quasi più, e poi erano tutti impegnati a costruire la imminente ascesa al cielo dei beati di San Diego, ma i siti che si fregiano di indirizzi tipo atletica punto questo e atletica punto quell'altro. Ci ha stupito l'assenza dei grandi editorialisti, abbondano ormai. Tutti invece a ricopiare quelle quattro striminzite note del sito della Federatletica, tirate via in fretta e furia.

Enzo Rossi personaggio facile non fu, la sua carriera come Commissario Tecnico sotto il dominio di Primo Nebiolo ha zone di ombra nivura (sicilianismo). Ma ancora una volta ci è parso di cogliere una frettolosa testa girata all'indietro. Proprio come ai tempi dell'Enzo cittì, quando giornalisti, dirigenti, tecnici, portaborse, autisti e magazzinieri, facevano finta di non vedere che si metteva la polvere sotto il tappeto. Poi son diventati tutti nipotini di Marco Porzio Catone, Cato Censor (andate a vedere il busto, dicono sia lui, a Villa Torlonia). E nessuno si è avventurato a ricordare che Enzo Rossi, estromesso nel 1988, fu ripescato in F.I.D.A.L. dopo le elezioni dell'inverno 1994, quelle che videro Pietro Paolo Mennea ritirare la sua candidature alla presidenza in apertura di Assemblea, nel Salone d'onore del C.O.N.I., e la conferma dell'allora presidente. Ma nessuno voleva Mennea fra le palle allora...allora... adesso invece è stato collocato (giustamente) sugli altari. Adesso ha perfino un francobollo tutto suo, emesso da Poste Italiane. A proposito, domandina: Sara Simeoni no? Maurizio Damilano no? Figli di un dio olimpico minore.

Primo Nebiolo e Enzo Rossi, un bob a due in cui mancava il frenatore, perchè spingevano tutti e due. E qualche volta son usciti di pista. Ci ha detto qualcuno del «cerchio magico» romano che Enzo Rossi si avventurava ancora, recentemente, nelle vicende arraffapoltrone federali. Malato di un virus, l'atletica, che non ha vaccino curativo. Enzo Rossi ha vissuto anche lui, come parecchi di noi, un periodo di grande entusiasmo che non rinneghiamo. Ricordiamolo con umanità, come fa Giorgio Lo Giudice, che di umanità ne ha respirata tanta a Campo de' Fiori, dove stava un altro grande romano che di questo sentimento ha dato lezione a tutto il mondo: Aldo Fabrizi.

Brerianamente, recitiamo un «la terra ti sia lieve, Enzo», rifiutando quell'incivile RIP che va di moda in questa era di barbari che fan fatica perfino a scrivere «riposa in pace».

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Caro Enzo,

hai scelto il momento più brutto per lasciarci, tu che organizzavi sempre tutto ed eri pronto ad assegnare compiti presenti e futuri, seguitando a guardare con inguaribile ottimismo alla rinascita dell’atletica. Te ne vai insalutato ospite, non ci permetti neppure di poterti salutare con un «arrivederci» venato di tristezza. Tu che eri sempre allegro pronto a batterti anche contro i mulini a vento.

Ti ho conosciuto calciatore del Volsinio nel lontano 1953 e buon velocista tanto da essere selezionato con la squadra romana per partecipare ad Imola al Palio Nazionale Amici dell’Unità, ovverosia i campionati italiani UISP, tu piuttosto snob, vincendo anche il titolo della staffetta 4x100 con Di Biagio e Filippini, non ricordo il quarto, forse Belleggia o Vercesi, poi ritrovato al CUS Roma qualche tempo dopo.

Eri bravissimo ad inserirti nelle situazioni dove c’era da lavorare per l’atletica. Qualcuno dirà che sei stato un ottimo tecnico-dirigente, altri l’esatto contrario, ma poco importa. Certo che il tuo attivismo non potrà mai disconoscerlo nessuno, amico o nemico che sia stato in vita, nei tuoi confronti. Ti do atto di una intuizione da mago: un freddo febbraio di non so quale anno, mentre eravamo a Latina ad un cross, vinse Gelindo Bordin, e tu, facendoti prendere in giro da tutti i presenti, dicesti che quel giovanotto sarebbe stato un futuro campione olimpico. Hai avuto ragione e sarebbe sufficiente questo per assegnarti la palma di veggente. Lo eri un po’ meno quando facevi le tue statistiche e trovavi troppi italiani nei primi posti della classifica mondiale, dimenticandoti stranieri importanti. Del resto le statistiche sono un fatto opinabile, ognuno se le aggiusta come crede. Lo fanno giornalmente tutti i politici possiamo farlo anche noi, ogni tanto, quando parliamo di atletica.

Di sicuro non ho mai visto nessuno, né prima né dopo, impegnato quanto te nel seguire gli atleti, nel parlare con gli allenatori, nell’essere il giusto raccordo tra vertice e periferia. E poiché conoscevo l’ammontare del tuo contratto in lire, ero ben certo che ti guidava solo la passione, non certo l’idea del guadagno o del potere che non hai mai avuto né preteso, a dispetto di tante malelingue. Molti non l’hanno capito, ma poco importa. Anche quando eri fuori dall’atletica, negli ultimi anni, eri pronto ad ogni discussione, a presentare nuovi scenari, ad assegnare a ciascuno di noi che ti eravamo vicini, un ipotetico compito gratificante, nel futuro atletico perché, questo lo dicevi a giusta ragione: è importante saper ragionare, lavorare ed avere l’approccio intelligente, sui campi con gli atleti. Non ci sarai a questa futura assemblea elettiva, quindi non potremo fare previsioni o dire chi è giusto che raccolga il bastone del comando, ma sono sicuro che da dove ti trovi un consiglio su come comportarsi troverai modo di mandarlo e magari di sorridere perché le cose sono andate come pensavi, oppure arrabbiarti. Ma questo è un altro discorso.

Nel mio essere giornalista, non già dirigente o tecnico, stavo facendo mente locale e non ricordo di averti mai fatto una intervista ufficiale, al di là di richieste di veloci pareri. Ma forse è meglio così, sarebbe finito tutto con un cazzeggio senza fine, non degno di trovare la luce.

Ti saluto, e posso affermare che, pur mettendo nella somma gli errori che hai commesso, il tuo saldo resta comunque positivo per quanto hai fatto in tanti anni di lavoro nell’atletica. Questo dovrebbe essere più che sufficiente a lasciare soddisfatto questo mondo così pieno di sentimenti contrastanti, dove troppe volte a prevalere è l’odio e l’invidia, con un sorriso.

Giorgio Lo Giudice

Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Novembre 2020 17:58
 
Un altro protagonista dell'«era Nebiolo» se n'è andato: si è spento Enzo Rossi PDF Stampa E-mail
Mercoledì 25 Novembre 2020 21:39

Tra Milano e Roma è rimbalzata anche a noi, nelle prime ore della mattinata, la notizia che, nella notte, si era spento Enzo Rossi, che fu per un lungo periodo Direttore Tecnico della Federazione italiana di atletica leggera durante la ancor più lunga presidenza di Primo Nebiolo. Rossi aveva compiuto 86 anni da poche settimane.

Ci riserviamo di tornare con un ricordo di Enzo Rossi più completo nei prossimi giorni.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Novembre 2020 21:45
 
Quarant'anni fa l'atletica perdeva Sandro Calvesi, professore di ostacoli PDF Stampa E-mail
Venerdì 20 Novembre 2020 16:01

Il cuore cessò di battere regolarmente proprio il 20 novembre, anno 1980, era un giovedì. Così se ne andava Sandro Calvesi, uno degli uomini, dei tecnici, ancor oggi, più conosciuti e ricordati nel mondo dell'atletica, abbiamo detto «mondo». Nella ricorrenza del quarantesimo anniversario della scomparsa, desideriamo ricordarlo. Non rifacciamo per l'ennesima volta l'elenco dei successi dei suoi atleti. Abbiamo deciso di affidare il suo ricordo ad un nostro socio che con Calvesi ebbe occasione di collaborare a Brescia. Ne è uscito un ritratto vivo, vero, scaturito da frequentazione assidua.

Grande cura abbiamo cercato di mettere anche nella ricerca della iconografia che ci regali immagini di Sandro Calvesi nei molteplici ruoli della sua vita: l'atleta, l'organizzatore, il dirigente di società. Nel ruolo di tecnico lo abbiamo visto tante volte.

Le foto. La prima qui in alto ci riporta ad un giovane, aveva venti anni, Sandro Calvesi, saltatore in alto; detenne il primato bresciano con 1.75, Roma, il 16 giugno 1933; era tesserato per la Società Ginnastica Bresciana Forza e Costanza. Calvesi risaltò la stessa misura a Brescia il 16 ottobre 1938, ma era tesserato per la milanese G.S.Baracca. Nella immagine sotto a questa: Brescia, Stadio Rigamonti, 29 giugno 1950: verso le 18.30, l'olandese Fanny Blankers-Koen, un mito con le sue quattro vittorie ai Giochi Olimpici 1948, stabilì il nuovo primato mondiale delle 220 yarde in 24"2. Attorno al tavolo della giuria, in piedi da sinistra, tal Dossena; quindi l'elegante Sandro Furlan, giornalista del «Giornale di Brescia»; con il braccio teso indicando i premi, Elio Sangiorgi, redattore capo delle pagine sportive dello stesso giornale; è la volta di Bruno Bonomelli, baffuto; e infine in camincia bianca mezze maniche Sandro Calvesi. Nelle due immagini verticali, sempre il nostro in uno dei ruoli che prediligeva, l'annunciatore, durante le gare da lui organizzate, e indossando la vecchia tuta della Nazionale. A chiudere, Calvesi dirigente consegna un riconoscimento a Giuseppe Italia, già atleta negli anni '50 nel club bresciano, e poi, siamo negli anni '80, allenatore di mezzofondisti, il migliore dei quali fu Mario Zoppi. (Collezione Privata)

 

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Sandro Calvesi, da Cigole, un uomo di genio

Un bel po’ d’anni fa, venti, forse anche di più, il sen. Giulio Andreotti diede alle stampe un volumetto cui impose questo titolo: «Visti da vicino». Era una raccolta di ritratti di persone famose che egli aveva incontrato nella sua lunga – facciamo pure, lunghissima – carriera di politico, presidente del Consiglio, ministro. Mi è venuto in mente questo titolo quando mi son dovuto mettere davanti al PC (una volta si chiamava Olivetti Lettera 22) per scrivere «qualcosa» a ricordo del prof. Sandro Calvesi, il prof. Alessandro, da sempre e per tutti solo Sandro, venuto alla luce a Cigole, Bassa Bresciana che va verso il Po, il 5 settembre del 1913, dunque appena prima che iniziassero a soffiare quei tragici venti di guerra che poi, per quattro anni, mandarono al macello centinaia di migliaia di poveri contadini, braccianti, manovali, molti anche da queste parti.

Cigole, Calvesi. Mi son chiesto: e adesso che scrivo del «professore»? «Il professore» è il titolo del primo capitolo di un bel libro scritto dal dottor Alberto Zanetti Lorenzetti, di Corvione di Gambara, dove ha esercitato la professione di medico per gran parte della sua vita, prendendo il testimone di una ideale staffetta da suo padre, gran gentiluomo. «I colori della Leonessa – Atletica Brescia 1950 - 1990», edito per celebrare i quarant’anni della società che proprio Sandro Calvesi fondò. E io che dico di questo atleta, insegnante, tecnico, santone, sì, perché no? santone, di risonanza mondiale per quelle discipline atletiche che, tanto per rendere la vita più difficile a chi atleta vuol essere, mettono delle barriere da superare: gli ostacoli, dieci, più o meno alti, così decisero quelli che se li inventarono. Figura poliedrica, il Calvesi. Senza dimenticare, altre «facce» altrettanto importanti: il promotore di club sportivi (la sezione atletica della Forza e Costanza Brescia subito dopo la Seconda Guerra, il CSI Brescia, l’Atala Club, e infine l’Atletica Brescia 1950, divenuta poi Assindustria Atletica Brescia all’alba degli anni ’70) e l’organizzatore di eventi atletici, manifestazioni con tanti atleti nazionali e internazionali della fine degli anni ‘40, eventi mai più neppure eguagliati da queste parti.

Ma se mi addentro ancor di più su questo terreno, mi metto a raccontare quello che di Sandro Calvesi conoscono già tutti. E allora devo riparlare di Tokyo ’64 e México ’68, degli incarichi federali, dei raduni al Franciscanum di Brescia e di padre Onorio (che discobolo fu in gioventù), dell’organizzazione dell’incontro «Sei Nazioni» del 1968, della presenza al Campo Scuole (nel sottosuolo del quale faceva festa il PVC della Caffaro, che ancora non hanno rimosso nonostante tutte le chiacchiere) di grandi campioni, Ottoz (poi divenuto suo genero), il francese Drut, il britannico Pascoe, il finnico Briggare, ma anche Franco Sar, di cui plasmò il talento di decatleta, Sar repentinamente scomparso un paio d'anni fa. Che, mi metto a fare l’elenco? Sarebbe banale, e comunque incompleto, tanti sono stati. Una cosa è certa: fu un grande allenatore da campo più che un teorico, guardarlo l’atleta, «vederlo», correggerlo, parlargli, spiegargli il gesto, farglielo ripetere, fino a che la musica, il ritmo non gli entra dentro, come ad un musicista. E stare sempre sul campo. Qualcuno lo definì «insegnante dimostratore». Non a caso, non esiste una summa del pensiero tecnico calvesiano. Esiste, in compenso, un bel libro di atletica in generale che scrisse con Gianni Brera, oracolo dei giornalisti sportivi: «Atletica, culto dell’uomo», oggi quasi introvabile.

Ed ecco allora che mi è venuto in soccorso «visti da vicino». Un piccolo racconto di come li ho visti io, il professore e la signora Gabre, tandem atletico un po' ovunque, non solo in campo. Ho collaborato con loro, per un certo periodo, era tanto tempo fa…Fu nel 1973, io venivo da fuori, da Piacenza, ero appena stato assunto all’AIB, Associazione industriale bresciana, come «secondo» all’Ufficio stampa. Erano tempi di grandi fermenti sociali, gli industriali facevano gli industriali e non i giocolieri della finanza, i sindacati erano sindacati sul serio al servizio dei lavoratori. Le tensioni molte. L’amico che mi aveva spianato la strada verso questo mio primo lavoro, sapeva della mia passione per l’atletica, che in quel momento mi fu utile. La Confindustria, in un tentativo di rinnovamento della sua azione sociale, aveva messo in campo l’iniziativa di Centri Sportivi Aziende Industriali, lo C.S.A.In., e aveva suggerito alle sue strutture territoriali di entrare nello sport. Un nuovo ente di promozione sportiva, come erano il C.S.I, la Libertas, l’U.I.S.P., l’A.I.C.S., e altri, che erano emanazioni dei partiti di allora.

A Brescia, Calvesi aveva sempre avuto buoni rapporti con industriali bresciani che lo avevano aiutato e sostenuto nelle sue iniziative. Vi basti solo un accostamento con il nome del dott. Giuseppe Tassara (azienda Tassara a Breno, Valcamonica, dove si fecero anche dei piccoli meeting di atletica grazie a Calvesi), che fece parte del primo Consiglio direttivo dell’Atletica Brescia nell’aprile del 1950. Giuseppe Tassara era il presidente della A.I.B. ai primi anni ’70. Il 1969 aveva segnato la frattura insanabile fra una parte di tecnici e dirigenti cresciuti con Calvesi, i quali uscirono dalla casa madre e fondarono la Tepa Sport (azienda di Rudiano, scarpe e articoli sportivi, che ebbe i suoi momenti di gloria in quegli anni) che avrebbe poi mutato pelle divenendo Fiat OM. Anni non proprio tranquilli nel nostro sport nella Leonessa...

Arrivai negli uffici industriali, allora in via della Posta, e, oltre al mio specifico lavoro, mi venne chiesto dai miei dirigenti, di affiancare la società sportiva nel lavoro di diffusione di notizie, dei migliori risultati, sulla stampa locale, allora rappresentata solamente dal «Giornale di Brescia», quotidiano, il famoso «bugiardino» nella vulgata popolare. Mi inventai perfino un bollettino periodico, che veniva da me allestito e poi stampato nella piccola tipografia interna dell'Associazione. Quando mi dissero che i miei referenti erano il prof. Calvesi e sua moglie Gabre Gabric ne fui felicissimo, conoscevo, seppur parzialmente, la fama di entrambi. Il rapporto fu subito cordiale, affabile, collaborativo. Ogni sera uscivo dall’ufficio vicino a Piazza Vittoria e passavo a quello di via dei Musei, dove c’era la antica sede dell’Atletica Brescia, per raccogliere informazioni. Talvolta andavo a cena con il professore e sua moglie, e mi immergevo nei bei racconti del professore, piacevolissimo narratore. L’atletica era stata ed era per me una passione dalle tinte forti.

Ma, come ho detto, non erano tempi tranquilli. Le acute tensioni sociali sembrava avessero un prolungamento anche nello sport, almeno a Brescia. Quando le famiglie si dividono quasi mai lo fanno in armonia. Ed era così anche per l’atletica bresciana. Accuse, maldicenze, invidie, gente che si guardava in cagnesco. Chiacchiere, tante chiacchiere, spesso a vanvera. Anche all’interno si crearono cricche e camarille, e la signora Gabre doveva destreggiarsi, da sola, come poteva fra tecnici scontenti e atleti non sempre sereni. E poi un decisivo malinteso: qualcuno si aspettava da me un lavoro burocratico di segreteria (anche perché la persona che esercitava questo ruolo se ne era andata) che non rientrava nei miei compiti e non mi interessava per niente.

Il problema era che il professore insegnava all’ISEF Cattolica, a Milano, se ne andava il lunedì e tornava il venerdì sera. E, al rientro, veniva investito da tutte ‘ste polemichette fastidiose.  Veniva da altre esperienze nella Federazione nazionale che lo avevano visto protagonista di diatribe non soft. Che aveva condiviso con la signora Gabre. Ma dovevano fare la piega: quella società era la «loro», quella che avevano fondato, fatto crescere, portato agli onori nazionali. Diverso per me, finchè si trattava di fare l’addetto stampa, ci stavo, un maggior coinvolgimento non mi interessava. Cercai di spiegarlo al professore, in un colloquio a quattr’occhi, ma non riuscii a farmi capire. Non la prese bene. Arrivammo a un confronto con i dirigenti dell’Associazione industriale, i quali – per mia fortuna – sostennero fino in fondo la mia posizione: ero un loro dipendente, non un impiegato dell’Atletica Brescia. Che già stava un po' sui piedi, in quel momento gli industriali avevano ben altri grattacapi per doversi occupare di bizze sportive.

Le strade si divisero. Restò un rapporto corretto, da parte mia sicuramente di grande stima per quello che Sandro Calvesi aveva rappresentato per l’atletica italiana. Ci sentivamo, mi chiamava, e mi informava quando aveva ospite qualche atleta famoso. Io, nel frattempo, avevo iniziato (era il 1974) una collaborazione fitta e continuativa con il «Giornale di Brescia», altro mal di testa per qualcuno viste le beghe di quei tempi. Talvolta mi invitava a cena e per me era un piacere: lo ascoltavo sempre con grande interesse, lui narrava, era una passerella di aneddoti, personaggi, situazioni. Era un attrattivo affabulatore. Quando, quel giovedì 20 novembre 1980, fui raggiunto, alla redazione sportiva del «Giornale» (che nel frattempo mi aveva assunto in pianta stabile), dalla notizia del suo decesso per infarto (aveva già avuto avvisaglie qualche anno prima), ne fui addolorato. Avevo, comunque, avuto la fortuna di conoscere un grande dell’atletica. Lo avevo visto da vicino.

Quando se ne andò, un brillante scrittore (che non firmò il suo articolo) gli dedicò queste righe dopo aver elencato i successi da lui conseguiti:” Al centro di questi risultati, il tecnico e l’uomo Calvesi, con le sue capacità, i suoi umori, la sua inguaribile passione, le sue attenzioni per il suo delicatissimo materiale umano unito a lui da un filo tanto invisibile quanto incorruttibile…Calvesi aveva il merito, grande, di saper insegnare quanto conosceva, senza una virgola in meno”.

Vi racconto l’ultima. Nel settembre del 2016, a Talence, una affollata appendice della Grande Bordeaux, ebbi l’occasione di parlare di Sandro Calvesi con Guy Drut, eravamo lì per celebrare i 40 anni di vita di un importante meeting, ed ero fortunato ospite a quella cena. Una chiacchiera tira l’altra, dissi a Guy che venivo da Brescia e che avevo conosciuto Calvesi. Spero (mi illudo?) che tutti sappiano cosa sia stato l’atleta Drut, basti questo: secondo ai Giochi Olimpici di Monaco ’72 e campione olimpico, sempre dei 110 metri ad ostacoli, quattro anni dopo a Montréal. Gli si illuminarono gli occhi. Mi scrissi sul primo pezzo di carta (lo conservo) che mi capitò fra le mani alcune delle sue parole:” Sandro è rimasto nel mio cuore e nella mia testa. A Monaco, dopo l’arrivo, lo incontrai e, d’istinto, mi tolsi la maglia con cui avevo corso e avevo sfiorato la vittoria e la diedi a lui. Nessuno la meritava più di lui”. Ed era la maglia di una medaglia d'argento, poi venne l'oro.

Definirlo in una parola? Questa usò Guy Drut: “Geniale, fu un uomo geniale”.

Quest’uomo geniale veniva da Cigole, Bassa Bresciana.

Ultimo aggiornamento Venerdì 20 Novembre 2020 23:46
 
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