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Campionati Internazionali Militari 1951: quattro ori, tre argenti, due bronzi PDF Stampa E-mail
Domenica 04 Dicembre 2022 19:12

Ultimo capitolo della nostra ricostruzione di quella edizione dei Campionati Internazionali Militari sotto l'egida del C.I.S.M. Dopo esserci intrattenuti sui quattro atleti che diedero altrettanti successi alla squadra italiana, concludiamo con la pubblicazione dei risultati completi dei nostri giovanotti con le stellette. Di ogni atleta, oltre nome e cognome, al piazzamento e al risultato, abbiamo cercato di fornire la data di nascita completa (di quattro non siamo riusciti a trovarla), e la società di appartenenza al momento del Campionato. Il Gruppo Sportivo Fiamme Gialle di Roma aveva, ovviamente, il maggior numero di atleti presenti. Una eccezione fu Giuseppe Tosi, che apparteneva al Corpo dei Corazzieri, inquadrati all'epoca come 3° Squadrone Carabinieri a Cavallo. I dati anagrafici sono riportati una volta sola nel caso l'atleta figuri in più discipline o in più turni.

Roma, Stadio delle Terme, 22 – 23 settembre 1951

100 metri (23)Prima batteria: 4. Dario Valla (19.7.1929, SEF Virtus Bologna) 11.8; seconda batteria: 1. Gesualdo Penna (27.5.1924, Polimeni Reggio Calabria) 11.0. Finale: 3. Penna 11.1

200 metri (22)Seconda batteria: 2. Valla 22.9; terza batteria: 1. Penna 22.7. Finale: 1. Penna 22.0, 6. Valla23.6

400 metri (23)Prima batteria: 3. Renato Berti (…, Fiamme Gialle Roma) 51.4; terza batteria: 1. Gianni Rocca (13.6.1929, Pro Patria Milano) 49.3. Finale: 3. Rocca 49.3

800 metri (23)Nessun partecipante italiano

1500 metri (22)Finale: 13. Gaetano Zambon (7.7.1930, CUS Roma) 4:22.2

5000 metri (23)Finale: 6. Giacomo Peppicelli (27.3.1928, S.S. Testaccina Roma) 15:16.8, 11. Zambon 16:19.4

110 metri con ostacoli (23) Prima batteria: 6. Umberto Bordignon (11.3.1930, COIN Mestre) 16.8; seconda batteria: 6. Mario Castignone (29.10.1929, Gancia Torino) 16.0

400 metri con ostacoli (22)Prima batteria: 4. Ernesto Emanuelli (11.5.1927, Fiamme Gialle Roma) 57.8; seconda batteria: 6. Antonino Scuto (…, CUS Catania) 59.4

Salto in alto (22)Finale: 5. Ferdinando Lovati (24.2.1930, Fiamme Gialle Roma) 1.75, 12. Scuto 1.60

Salto con l’asta (23) Finale1. Giulio Chiesa (23.4.1928, Fiamme Gialle Roma) 4.20

Salto in lungo (22)Finale: 8. Alberto Achille (…, Fiamme Gialle Roma) 6.48, (Nella classifica appare un cognome sconosciuto, Pozzuoli, che non corrisponde a nessun atleta dell’epoca; secondo le ricerche di Marco Martini potrebbe trattarsi di Achille che quell’anno compare nelle liste di Bruno Bonomelli con 6.49), 15. Bordignon 5.90

Salto triplo (23)  Finale2. Ferdinando Simi (16.1.1930, Fiamme Gialle Roma) 14.13, 15. Bordignon 11.83

Getto del peso (23)Finale: 6. Giuseppe Dalla Fontana (25.10.1924, Fiamme Gialle Roma) 13.68, 9. Antonio Mainardi (14.9.1922, Fiamme Gialle Roma) 13.13

Lancio del disco (23)Finale: 1. Giuseppe Tosi (25.5.1916, CUS Roma) 49.83 (altra fonte 49.88), 8. Ruggero Castagnetti (6.7.1920, Fiamme Gialle Roma) 39.69

Lancio del martello (22)Finale:1. Castagnetti 48.64, 2. Silvano Giovannetti (22.5.1929, La Patria Carpi) 48.22

Tiro del giavellotto (22)Finale: 8. Arnaldo Rinaldi (20.1.1922, CUS Ambrosiana Milano) 51.30, 12. Mainardi 49.30

Staffetta 4 x 100 metri (23) – Prima batteria: 2. Italia 42.3. Finale: 2. Italia (Valla, Celestino Marassi/…, Fiamme Gialle Roma, Michele Mondelli/23.5.1928, Fiamme Gialle Roma, Penna) 42.7

Staffetta 4 x 400 metri (22)Seconda batteria: 2. Italia 3:41.4. Finale: 4. Italia (Luigi Caldani/1934, Fiamme Gialle Roma, Berti, Mario Marchini/1930, Fiamme Gialle Roma, Rocca) 3:22.4 (altra fonte 3:22.8)

Ultimo aggiornamento Domenica 04 Dicembre 2022 21:05
 
Mondiali Militari 1951: primo 4.20 italiano nell'asta del finanziere Giulio Chiesa PDF Stampa E-mail
Mercoledì 30 Novembre 2022 00:00

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Un primo piano di Giulio Chiesa e in azione nello scavalcamento dell'asticella. Si noti la rigidità dell'asta che allora era di metallo

Con un salto cronologico di tredici anni cerchiamo di creare una connessione fra due atleti e lo stesso plastico gesto che praticavano: il salto con l'asta. I due poli del nostro raccontino di oggi sono Giulio Chiesa e Renato Dionisi, del quale abbiamo ricordato qualche giorno fa gli esordi con un prezioso «cammeo» scritto da Giulio Signori. Due Ere atletiche completamente diverse, seppure l'intervallo temporale non sia grande. Ma in quegli anni cambiò tutto. L'Era di Giulio Chiesa era quella dell'asta rigida, di metallo, alluminio normalmente, che aveva preso il posto del bamboo che faceva tanto Tarzan. E proprio «Tarzan» fu il nomignolo che affibbiarono a Don Bragg, il prestante statunitense che vinse il titolo olimpico a Roma nel ’60 e che riuscì, primo uomo al mondo, a superare 4 metri e 80 centimetri. A livello internazionale, l’evoluzione dell’attrezzo viene fissata in queste pietre miliari: anni '40 - ’50 passaggio dal bamboo all’alluminio, fine anni ’50 compaiono le aste in acciaio, 1961 sulle riviste americane vengono pubblicate fotografie di saltatori riversi indietro e sfottuti dai giornalisti che pensavano a salti clamorosamente falliti. E invece era la nascita degli attrezzi in un nuovo materiale sintetico: il fiberglass. E fu l’Era nella quale entrò, meglio fu catapultato, Renato Dionisi.

Rimaniamo nei patrii confini. Il salto con l’aiuto di un palo trovò spazio nei concorsi ginnici nell’ultimo quarto di secolo XIX, come riferiscono le ricerche dei nostri soci Claudio Enrico Baldini e Marco Martini. Una parvenza di salto simile all’attuale si vide nei primi anni del Novecento, sempre però legato alla ginnastica, come del resto tutte le altre discipline di salto e di lancio. Saltiamo a piè pari tutta la parte protostorica e riprendiamo da quando apparve sulla scena, nella prima metà degli anni ’20, un giovanottone toscano, di Sesto Fiorentino, che aveva iniziato con il salto triplo: Danilo Innocenti, il quale, centimetro dopo centimetro, portò il primato nazionale da 3,61 a 4,01. Fu il primo atleta nostro a superare i 4 metri, e avvenne in una occasione importante, i Giochi Olimpici di Berlino 1936. Salvo errori od omissioni, ci pare l’unico astista ad aver fatto il primato nazionale nella massima manifestazione atletica (nell’alto, come un flash,  ci appare il nome di Giacomo Crosa a México ’68).

Dalla Toscana alla Sardegna. Finì a 4,01 l’ascesa di Innocenti e iniziò quella di Mario Romeo, un sardo, nato a Carloforte, località di origine ligure-genovese grazie ad una folta colonia di cittadini di Pegli che a metà del Cinquecento colà si trasferirono. Il nome di Mario Romeo era apparso nelle liste dei primi 10 nazionali già nel 1934, ma poi non fece progressi per tre stagioni, vivacchiò fino a quando, nel 1938, il suo meccanismo si sbloccò e, durante i Campionati italiani, al Comunale di Bologna, prese il posto di Innocenti nell’albo dei primati: 4,03. Il suo regno durò a lungo, nonostante le inevitabili pause imposte dalla scellerata guerra nella quale l’Italia era stata trascinata. Nel 1942 durante l’incontro Svizzera – Italia, a Zurigo, salì con estrema disinvoltura fino a 4,17.

Dovettero passare nove anni per vedere l’atleta che ci accompagnerà oggi: Giulio Chiesa. Così riannodiamo anche la narrazione dei Campionati Internazionali Militari del 1951, ospitati allo Stadio delle Terme a Roma, cui abbiamo dedicato alcune puntate. Già abbiamo raccontato degli altri tre vincitori italiani di quell’evento: Gesualdo Penna, Ruggero Castagnetti e Giuseppe Tosi. Il quarto fu Giulio Chiesa, ligure di nascita, di La Spezia. Entrò nell’élite nazionale (primi 10) nel 1949, con Romeo sempre al vertice. E anche a Piacenza era germogliato il talento di un estroverso giovanotto di gran fisico, che impressionò perfino Cornelius Warmerdam che lo ebbe «in cura» per alcuni mesi in California: Edmondo Ballotta. Chiesa andò a Roma, al gruppo sportivo delle Fiamme Gialle, dove le prese in cura Tommaso Sorba, il vero creatore del club atletico dei finanzieri. Sorba negli anni ’30 fu buon saltatore con l’asta (3,70 nel 1938). Chiesa, dotato di ottima struttura fisica, era molto veloce e assimilò presto gli insegnamenti del suo allenatore. Nel 1951 vinse il suo primo titolo, all’Arena Civica di Milano, a fine settembre, pochi giorni dopo aver conquistato il successo ai Mondiali militari, in una gara di non gran contenuto tecnico che egli vinse con uno scarto di quaranta centimetri sul secondo, il francese Chevillard, ma, soprattutto, superando, primo italiano, l’altezza di 4,20.

Chiesa ebbe una intensa stagione agonista, che abbiamo provato a ricostruire:

metri 4,00             Roma, Stadio delle Terme, 3 maggio (primato laziale)

metri 3,90             Roma, Stadio delle Terme, 12 maggio (riunione regionale)

metri 4,05             Roma, Stadio delle Terme, 20 maggio (fase regionale CdS) (tentò 4,20)

metri 4,00             Firenze, Stadio Comunale, 9 giugno (semifinale CdS)

metri 4,10             Torino, Stadio Comunale, 23 giugno (finale CdS) (tentò 4,20)

metri 3,60             Milano, Arena Civica, 30 giugno (riunione internazionale)

metri 4,00             Bologna, Stadio Comunale, 1° luglio (tentò 4,20, sfiorato)

metri 3,35             Londra, White City Stadium, 14 luglio (Campionati Inglesi, qualificazione)

metri 3,886           Londra, White City Stadium, 14 luglio (Campionati Inglesi, finale)

metri 4,00             Bruxelles, Stadio Heysel, 29 luglio (incontro Belgio – Italia)

metri 0,00             Roma, Stadio delle Terme, 19 agosto (fallì la misura d’entrata a 3,60)

metri 4,10             Stoccarda, Neckarstadion, 2 settembre (incontro Germania – Italia)

metri 3,80             Roma, Stadio delle Terme, 15 settembre (Campionati regionali laziali)

metri 4,20             Roma, Stadio delle Terme, 23 settembre (Campionati Internazionali Militari)

metri 3,90             Milano, Arena Civica, 30 settembre (Campionati italiani)

Conclusa la lunga parentesi sportiva (raggiunse il suo massimo nel 1956 con 4,35, fu scelto per i Giochi Olimpici a Melbourne dove si classificò nono a pari con il sovietico Vladimir Bulatov, vinse il terzo titolo italiano nel 1959 e riuscì ancora a saltare 4,30 nel 1960), Giulio Chiesa ebbe una grande carriera militare nella Guardia di Finanza, fino al grado di generale. Era nato a La Spezia il 23 aprile 1928, è deceduto a Roma il 13 luglio 2010.

Ultimo aggiornamento Domenica 04 Dicembre 2022 19:02
 
Secondo voi, la RAI sbaglierebbe il cognome di un calciatore che gioca in Serie Z? PDF Stampa E-mail
Domenica 27 Novembre 2022 17:52

Domanda retorica. Ma la RAI, di tutto di più e di peggio, può sparare un titolo sulla pagina di RAIPLAY in cui scrive:«Marcel Jacob e la moglie...». Non contento il titolista ripete lo svarione:«Ballerini per una notte: il campione olimpico Marcel Jacob e la moglie...». Notare tra l'altro, oltre all'errore nel nome del campione olimpico ed europeo dei 100 metri, anche il piattume che ripete titolo e sottotitolo esattamente uguali. Un qualsiasi caporedattore in un giornaletto di provincia ti prenderebbe a calci nel deretano. A meno che il velocista non abbia deciso di modificare il suo cognome, dovrebbe ancora chiamarsi Marcel Jacobs...ma alla RAI non era giunta la notizia...Dal che si potrebbe, forzando il commento, dedurre che Giochi Olimpici e atletica non son proprio al centro dell'attenzione della nostra televisione di Stato. Basta poi sentire certi commenti (meglio, non commenti) durante alcune competizioni: il top della impreparazione e insipienza.

Ultimo aggiornamento Domenica 27 Novembre 2022 18:10
 
Giulio Signori scrisse con garbo ed eleganza: Dionisi, la catapulta fra le vigne PDF Stampa E-mail
Martedì 22 Novembre 2022 00:00

L'estensore di queste note desidera ringraziare l'amico Vittorio Colombo, in passato giornalista de «L'Adige» di Trento, che fu compagno di club di Renato Dionisi alla Benacense e suo amico per tutta la vita. Vittorio fu buon atleta delle prove multiple. Oggi si occupa prevalentemente di storia locale a Riva del Garda, ed è autore di vari libri di successo. Vittorio ci ha messo a disposizione l'articolo di Giulio Signori che qui riproduciamo, di questo gli siamo grati. Quanto alle foto di Renato Dionisi nel suo ambiente familiare, con mamma e papà, e fra le vigne, sono riprodotte dalla copia del giornale di quasi sessant'anni fa, quindi la qualità lascia a desiderare.

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Un «Pennel» italiano non è un sogno, né un’utopia: date un’asta in fibra di plastica ad un sedicenne appassionato dell’acrobatico esercizio ed avrete, dopo il giusto periodo d’addestramento, il campione in potenza. All’Acqua Acetosa, l’allievo della S.S. Benacense, Renato Dionisi, in difesa dei colori di Trento, ha fornito un eloquente esempio in tal senso: dopo soli quattro giorni di allenamento intenso (circa 100 salti) con un attrezzo molto flessibile (125 libbre) su di un rudimentale pistino ricavato fra due filari di viti e con alcune balle di paglia in luogo della buca di atterraggio, ha progredito di 20 cm. rispetto al suo vecchio «personale» e, con 3,60, ha battuto la «migliore prestazione italiana» già detenuta da Savino e Pasetti con 3,50. Dionisi ha stabilito il nuovo primato alla prima prova e successivamente ha tentato i 3,70 sbagliando di pochissimo alla seconda. Il promettente astista è nato il 21 novembre del ’47 a Riva di Trento ed è allenato dal prof. Giuliani”.

Pennel? Chi era costui? Speriamo che sia rimasto qualcuno in questa landa desolata che sappia che stiamo parlando di tal statunitense John Pennel, nato nel Tennessee, e non di un pennello marchio Cinghiale, ricordate lo spot? quello che faceva «non ci vuole un grande pennello, ma un pennello grande». Pennel fu uno dei primi a saper domare le bizze dell’asta in fibra, l’attrezzo che si piegava come si diceva allora. E fu l’atleta che innalzò il primato del mondo da 4,95 a 5,44, anche se molte volte non si vide riconosciuto un nuovo primato grazie a cervellotiche decisioni dei tenutari delle procedure di ratifica della Federazione mondiale. Ma lui se stracatafotteva e continuava a salire. Morto giovane, purtroppo, John di Memphis.

Paragonare un ragazzino che doveva ancora compiere 16 anni al mostro sacro americano, forse parve un tantino azzardato. Ma Ruggero Alcanterini (una pedina saldamente avvitata nello scacchiere federale costruito da Primo Nebiolo) che lo scrisse sulla rivista «Atletica» (numero 37, del 19 ottobre 1963) aveva avuto vista lunga. Lo osservò a Roma durante la conclusione del terzo Trofeo delle Province, manifestazione per allievi. Il ragazzino di Linfano, frazioncina dalle parti di Arco – Riva del Garda dove i suoi avevano un podere agricolo, quel giorno vinse con 3,60, e non vi diciamo altro perché lo ha già scritto Alcanterini. Annotazioni ad abundantiam, per nomi che negli anni successivi «saranno qualcuno»: Roberto Gervasini piegato da Petranelli sui 600 metri, mentre Pippo Ardizzone si dovette accontentare della finale dei secondi; pure «o’ Saraceno» di Salerno, Erminio Azzaro fu secondo nel salto in alto al romano Scolastici; e chissà se a Giacomo Crosa farà piacere ricordare del sedicesimo posto in quella gara con un pauperrimo 1,60, terz’ultimo.

Ma adesso vi lasciamo alla lettura di un bellissimo «pezzo» di uno dei giornalisti che maggiormente abbiamo apprezzato nel nostro non breve bazzicare nel mondo della carta stampata e anche non stampata: Giulio Signori, del quale molti hanno detto e scritto «signore di cognome e di fatto». Non possiamo che confermare, con convinzione, avendolo conosciuto e frequentato. Signori, venuto dal «Guerin Sportivo» passò poi a «Il Giorno» e fu responsabile delle pagine sportive, avendo fra i suoi redattori il suo mentore Gianni Brera. Giulio Signori andò nella bassa campagna trentina a visitare ‘sto ragazzino di cui tanto ben si diceva. Ed ecco cosa scrisse da Linfano, il 9 agosto 1964, quando già Renato aveva iscritto il suo nome nell’albo d’oro del primato nazionale.

“Quando noi grandi rivolgiamo ad un ragazzo la solita domanda «Cosa vuoi fare da grande?» ci aspettiamo delle risposte normali: il medico, l’ingegnere, l’avvocato, magari il ferroviere o il corridore automobilista. Mai e poi mai ci aspetteremmo di sentirci rispondere «il saltatore con l’asta». Eppure questa sembra essere la più grande aspirazione di Renato Dionisi, diciassette anni a novembre, figlio di agricoltori di Linfano, un villaggio dalle parti di Riva del Garda. Renato Dionisi non aveva mai fatto sport fino a due anni fa: niente pallone, niente bicicletta, che sono i mezzi di evasione che più affascinano i ragazzi di paese. Dionisi no: con il suo amico Righi si è procurato un’asta metallica, non è chiaro in che modo, ed ha cominciato a saltare nel breve spazio fra un filare di viti e l’altro, attento a non andare a finire nell’orto a rovinare il radicchio. Dalle finestre della vecchia casa di via Rivana a Linfano la madre guarda e scuote la testa: meglio così, in fondo, piuttosto che vada a infilare monete nel juke-box al bar, o peggio. In fondo, Renato a scuola, l’Istituto professionale di Riva del Garda, è bravo, lasciamo che si sfoghi così.

Un’asta antidiluviana

Di tutto questo traffico del Dionisi e del Righi viene a conoscenza il professor Fabio Giuliani, che insegna educazione fisica all’Istituto professionale ed è allenatore della Benacense; reclutare i ragazzi per fare atletica è difficile almeno come indurli a credere che la ginnastica in palestra faccia bene al corpo e allo spirito. Così Renato Dionisi viene indotto a esibirsi finalmente in pubblico con la sua asta metallica antidiluviana. Si sa che in America hanno scoperto, per i saltatori con l’asta, un propellente che si chiama fiberglass, ma prima che arrivi a Riva del Garda, si dice il professore, ne dovrà passare di tempo.

Al campo comunale di Riva, Renato Dionisi fa la sua prima apparizione in pubblico, non è una gara vera e propria, è una esibizione assai più vicina alla scalata all’albero della cuccagna che non a una manifestazione atletica. Renato salta 2,70 fra l’entusiasmo dei compaesani, pochi dei quali immaginavano che con un tubo metallico fosse possibile andare così in alto.

Il bravo professor Giuliani non perde tempo, gli fa firmare il cartellino per la Benacense e lo fa lavorare d’inverno in palestra, per presentarlo all’inizio dell’anno scorso nelle prime gare per gli allievi. Sempre con l’asta metallica Dionisi fa tre metri alla prima gara, 3,20 alla seconda, 3,40 alla terza. E l’amico Righi sempre dietro a lui. Il professor Giuliani li manda tutti e due ai campionati nazionali per gli allievi, per farli vedere ai tecnici federali in cerca di nuovi talenti per rinsanguare il vivaio nazionale. Ai campionati di Bologna c’è tale Pasetti da Treviso che salta 3,50. Dionisi e Righi fanno secondo e terzo con 3,40 e 3,35.

Poi c’è il Trofeo delle Province a Roma. Poiché vi è ammesso soltanto un atleta a specialità per provincia, Dionisi e Righi si scannano fra di loro nella selezione. La spunta Dionisi. Ma il suo amico Righi non digerisce l’affronto e nello stesso giorno, il 13 ottobre, a Trento batte con 3,53 il record di categoria. Dionisi sembra raccogliere la sfida e a Roma salta 3,60. Da meno di una settimana ha avuto finalmente l’asta in fiberglass, una conquista che esaudisce una delle sue più grandi aspirazioni. Con il fiberglass fa vedere di essere finalmente qualcuno: finisce la stagione con 3,76, che non è proprio niente male per un ragazzo di sedici anni.

È troppo leggero

A chi lo intervista confida che quel primato allievi era «un sogno che diventava realtà». Il professor Giuliani se lo lavora in palestra per tutto l’inverno. Renato ha scatto, velocità, un’innata eleganza nel gesto atletico. È addirittura violento nel «caricamento» dell’asta, la fase-chiave del moderno salto con l’asta, quello fatto con il fiberglass. Il «caricamento» consiste nel trasmettere all’asta tutta la forza d’inerzia acquisita con la rincorsa, affinché l’asta stessa restituisca questa forza raddrizzandosi dopo lo stacco e catapultando l’atleta al di là dell’asticella.

La sua prima asta in fiberglass finisce male sotto la spinta violenta di Renato che la spacca quasi subito: è un buon indizio, in fondo, se è riuscito a tanto, vuol dire che ha della birra in corpo. Così al posto di quell’asta da 14 piedi gliene danno una più pesante, da 16 piedi: ora dicono i tecnici è già matura per un’asta più pesante.

Il guaio di Dionisi, dicono ancora i tecnici, è che il ragazzo è troppo leggero: i suoi 68-69 sono pochini per consentirgli di «caricare» l’asta come sarebbe augurabile. Così leggero rischia di essere respinto dall’asta indietro sulla pedana. Gli attuali «big» del salto con l’asta son tutti dei pezzi d’uomo dal peso molto vicino ai 90 chili.

Che Dionisi sia già riuscito a superare 4,50, che è il meglio che sia mai stato fatto in Italia, è già un fatto sorprendente, ed è ancor più sorprendente che egli abbia dato a tutti l’impressione di poter migliorare questo limite, al quale è arrivato con una progressione costante in questa stagione. Il problema è dunque quello di dargli il peso che non ha: una cura intensiva di bistecche che gli diano quei fasci muscolari che ancora gli fanno difetto.

Non gli fa proprio difetto, invece, il temperamento. Non si diventa campioni senza avere quel «quid» psicologico che fa difetto a molti atleti, macchine magari perfette, ma senza la scintilla psicologica necessaria. Che Dionisi abbia anche il temperamento lo ha dimostrato nell’incontro con i francesi ad Annecy il luglio scorso. Quanti nostri abatini (ce ne sono fin troppi anche nell’atletica…) si sarebbero smontati per quell’errore dei giudici che all’improvviso hanno confessato di aver sbagliato di venti centimetri nell’annunciare l’altezza dei salti? Lui, Dionisi, non ha fatto una piega, ed ha continuato come se nulla fosse, facendo il record nazionale proprio in quell’occasione.

In attesa che Dionisi si rimpolpi, accontentiamoci del suo primato di 4,50. Lasciamo che il tempo lavori per lui: abbiamo aspettato per anni un saltatore con l’asta capace di limiti decorosi in campo europeo, che possiamo attendere con pazienza che Dionisi maturi.

Non dobbiamo nasconderci che la misura di 4,50 in campo internazionale non rappresenta assolutamente nulla. In tutto il mondo si sono fatti progressi prodigiosi anche nel salto con l’asta: noi partiamo da Dionisi, pressoché da zero. Dionisi ha il vantaggio di non essere stato capace di imparare a saltare con l’asta rigida, quella che è stata completamente tolta di mezzo dal fiberglass. Lasciamo ora che torni a giocare fra i filari della vigna del padre con la sua asta nuova, con il suo amico Righi, concediamoli tempo e fiducia, e diamogli appuntamento per il 1968, per le Olimpiadi di Città del Messico, e speriamo che il salto con l’asta rimanga la sua grande passione.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 22 Novembre 2022 21:39
 
Un assiòma che vale anche in atletica: se si scava con pazienza, alla fine si trova PDF Stampa E-mail
Venerdì 18 Novembre 2022 00:00

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Foto di grande significato nella vita di Pino Dordoni allenatore: ritrae un momento della riunione dei componenti della Commissione tecnica federale con la presenza, per la prima volta, del campione olimpico in qualità di responsabile nazionale per la marcia. Dordoni è il primo in alto a sinistra, accanto a lui il Commissario tecnico Lauro Bononcini, e subito dopo il tecnico Peppino Russo. Con il mento appoggiato alla mano, il presidente federale Giosuè Poli (Ringraziamo Sergio Morandi per aver rintracciato la foto)

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Una selezione di ritagli di giornale dei primi anni '60, conservati da Carmine Bonomo. Facciamo notare la firma sull'articolo di centro: Rino Cacioppo, che in quegli anni lavorare al giornale palermitano «Telestar» che chiuse e lo lasciò disoccupato. Si trasferì a Torino ed entrò prima alla «Gazzetta del Popolo» e poi a «La Stampa». Qui fu per parecchi anni collega del nostro amico e socio Giorgio Barberis, che con Rino divise la grande passione per la pallavolo. La fotografia che correda il primo articolo, a sinistra, fu scattata allo stadio delle Palme di Palermo in occasione della visita di Pino Dordoni (al centro della foto) a dirigere un allenamento; il primo a sinistra è Carmine Bonomo

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Originale dell'ordine d'arrivo della gara di marcia km 10 dei Campionati juniores, allo Stadio Comunale di Bologna, luglio 1961

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Pino Clemente, personaggio maestoso dell'atletica siciliana, allenatore, giornalista, scrittore, firmò l'articolo che potete leggere sulla sinistra. A destra, Carmine Bonomo impegnato in una gara a Reggio Calabria nell'autunno 1962

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Se aprite il Dizionario Treccani alla voce «assiòma» potete leggere, insieme ad altre, questa definizione: “In filosofia, principio certo per immediata evidenza e costituente la base per l’ulteriore ricerca”. Il nostro assiòma sta nella seconda parte del titolo:”…se si scava con pazienza…”. Ovvio che se non si scava, non si trova. È quanto avviene in archeologia, dove conta “il metodo di acquisizione delle conoscenze, mediante lo scavo sul terreno, la ricognizione della superficie, la lettura dei resti residui”. Immediato il ricordo del titolo che Marco Martini diede al suo intervento in occasione del Convegno che ricordò Bruno Bonomelli a cent’anni dalla nascita, eravamo a Brescia nel novembre del 2010. Quel titolo recitava «Pala, piccone e microscopio». Il metodo che avevamo individuato per dar vita a questo Archivio Storico e che avrebbe dovuto ispirare la nostra ricerca. Avete letto bene «avrebbe dovuto», e ognuno ne tragga le conclusioni che preferisce. Certo che se si continua a pestare acqua nel mortaio scrivendo dei «soliti noti», di ricerca se ne fa ben poca. L’atletica, la sua narrazione ultracentenaria non è solo Ugo Frigerio, Luigi Beccali, Adolfo Consolini, Livio Berruti, e via via, su per li rami, fino ai giorni nostri. Quella narrazione ci racconta, se investigata, di migliaia, di milioni, di esperienze personali e collettive, che, spesso, non si sono fermate alla baldanza muscolare giovanile, ma hanno accompagnato vite intere e hanno fatto parte di un bagaglio permanente.

Se non si scava le pietre millenarie non vengono alla luce da sole, raramente. E anche nel nostro sport se non si ha la curiosità di conoscere meglio il nostro passato si rimane…all’acqua pestata. In archeologia si conosce la piaga dei «tombaroli», coloro che rubano le orme del passato. Anche nella nostra attività esistono i «tombaroli», e son coloro che sgranfignano dove possono e accumulano per sé stessi, per poi nascondere in cantina, oppure – peggio – ne fanno mercimonio. Ci sono, ne abbiamo conosciuti, e ne conosciamo. Poi ci sono le brave persone, tante, che hanno piacere far partecipi gli altri, quelli come noi, per esempio, non per sciocca vanagloria (che va molto di moda). E allora aprono i loro cassetti dei ricordi, tolgono il velo della polvere del tempo a vecchi risultati, ritagli di giornali, preziose foto magari un po’ sfocate che fanno sfocare anche gli occhiali per un fremito di commozione. In giro per il nostro allungato stivale ci sono tesori che ci potrebbero parlare dello sport di cui siamo innamorati. Ma se non ci si da una mossa, difficilmente questi preziosi materiali verranno alla luce.

Oggi vi parliamo di una carissima persona che da qualche anno ci aiuta nel nostro lavoro di archeo-atletica. Il suo nome è Carmine Bonomo, siciliano di Palermo, poi trasferito a Catania. Ingegnere elettronico specializzato in informatica, ha lavorato sempre in società private nel campo dei sistemi informativi e nella ricerca, fra cui Texas Instruments a Rieti e Infracom Italia a Padova. Ma soprattutto (notate il «soprattutto»…) Carmine è stato un marciatore. Adesso, a spizzichi, la facciamo raccontare da lui. “Mi sono messo in luce nel 1961”. Allegato il ritaglio della «Gazzetta dello Sport» del 15 aprile 1961, titolo «Dai 49’34”1 di Pino Davì agli exploit di Dioguardi e Bonomo». L’anonimo scriba di quella breve nota scrisse: “La lotta per il secondo posto fra il volitivo Dioguardi, lo sbalorditivo Bonomo e lo sfortunato Gugliotta è stata interessantissima e drammatica…il clamoroso (per uno junior esordiente sulla distanza) 51’34” di Carmine Bonomo…”. Il quale vestiva la maglia della Libertas Palermo. Al sesto posto in quella gara Aldo Lo Cascio, fratello minore di Bruno, che solo chi ha i capelli bianchi può forse ricordare: Bruno Lo Cascio, nell’estate del 1957, fu un grande protagonista di «Lascia o raddoppia?», oggi diremmo un personaggio mediatico. Mike Bongiorno lo definì «Il cervello elettronico». Si presentò per rispondere a domande sull’atletica leggera, Bruno aveva una rapidità straordinaria. Arrivò fino alla fine e vinse cinque milioni e 200 mila lire. Ma domanda finale fu di una cattiveria inaudita: prevedeva 86 risposte. E in sessanta secondi. Se ne è andato nel luglio del 2012 all’età di settantasette anni. Abbiamo detto fratello di Aldo, padre di Luigi Lo Cascio, attore, regista, sceneggiatore; qualcuno ricorderà I cento passi, La meglio gioventù, Il traditore, fra i molti lavori spesso premiati con riconoscimenti prestigiosi.

Ritorniamo al nostro amico Carmine. Il 20 maggio alla terza gara ottenne il suo miglior tempo: 51’27”, trentacinquesimo nelle liste italiane di fine stagione. A fine luglio salì a Bologna per i Campionati italiani juniores. Sulla pista dello Stadio Comunale si alternarono circa settecento giovanotti; qualche nome buttato lì: Sergio Ottolina (100 e 200); Sergio Bello (due titoli anche per lui, 400 piani e ad ostacoli); un siciliano sugli 800 metri, Sicari; Beppe Gentile nel triplo; un altro nostro amico, Giacomo Catenacci nell’asta; Vanni Rodeghiero nel giavellotto. Primo sui 10 chilometri di marcia uno che…farà tanta strada: Armando Zambaldo, siciliano di nascita ma trasferito al Nord, che sarà quarto ai Campionati d’Europa ’74 e sesto ai Giochi Olimpici ’76, oltre a Giochi del Mediterraneo, titoli italiani, Coppe del mondo. Zambaldo era una spanna superiore e lasciò tutti a due minuti, gli altri erano tutti più o meno sullo stesso valore: Carmine, quarto, mancò il podio per sette secondi (52’36”4).

Carmine insiste per un paio di stagioni, i tempi gli danno ragione. I suoi ricordi:” Dopo il raduno con Pino Dordoni a Palermo nel gennaio 1962, andai un’altra volta a Bologna per i Campionati juniores. Ci arrivai completamente scarico, una settimana dopo gli esami della maturità classica, mi ritirai a metà gara quando ero ancora nel gruppo di testa”. Rivinse Zambaldo on un tempo molto più lento. Campionati che sancirono l’entrata nell’agone atletico italiano di giovanotti ti gran talento: Arese, Finelli, Cindolo, il nostro socio Gianfranco Carabelli (che si schierò sui 400 e sugli 800), Ottoz, secondo sui 1500 siepi c’era il nostro socio Giulio Salamina, Gentile rivinse il triplo; nell’asta quattro metri entrambi ma Giacomo Catenacci dovette lasciare il titolo a Sergio Rossetti, poi bravo decatleta; nel peso il fiorentino Balleggi ebbe la meglio su Adriano Buffon, padre del conosciutissimo portiere Gigi. Torniamo all’ingegner Bonomo. “Il mio miglior tempo quell’anno fu 52’44”. La gara più bella a fine stagione, il Trofeo Altimani a Reggio Calabria, vinse Gianni Corsaro, davanti a Pino Davì, terzo io. Il 1963 avrebbe potuto essere l’anno della mia affermazione. All’esordio stagionale migliorai subito il mio primato personale: 49’40”2, dietro a Pino Davì, 48’39”4. Poi chiusi terzo, a Napoli, in una delle fasi del Campionato di società, primo Vittorio Visini, di un anno più giovane di me. Continuai con buoni risultati fino a metà stagione, stabilendo anche il primato siciliano juniores sull’ora con 11.125,80 metri. Ma gli esami universitari incalzavano, niente Campionati nazionali juniores e altre manifestazioni nazionali. La mia carriera di marciatore in pratica finisce qui. Continuai fino al 1969 anche da senior, con manifestazioni nazionali e regionali per la mia società, tempi attorno ai 53 minuti”.

E qui si conclude anche per noi il racconto dell’ingegner Carmine Bonomo marciatore. Che ancora conserva gelosamente fotografie, ritagli di giornale e risultati di sessanta anni fa. Un esempio di archivio storico dell’atletica italiana, meglio siciliana. Un archivio gigantesco sparso in tutta Italia, in archivio da scoprire.

Ultimo aggiornamento Domenica 20 Novembre 2022 13:40
 
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