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L’atletica leggera nella letteratura fascista: un saggio di Sergio Giuntini (2) PDF Stampa E-mail
Mercoledì 20 Ottobre 2021 13:36

Il prof. Sergio Giuntini ci accompagna, in questa seconda parte del saggio sull'atletica leggera nella letteratura fascista, alla scoperta (per chi non li avesse mai letti prima...) di alcuni autori che hanno cercato ispirazione nel nostro sport. Non tutti si elevano ai vertici della buona letteratura, ma fanno parte comunque parte della vicenda letteraria di un'epoca che ebbe nello sport una fonte di ispirazione.

Seconda parte

Esaurito il capitolo relativo agli autori compresi nella Prima antologia degli scrittori sportivi, vale ora soffermarsi su Orio Vergani e Alessandro Pavolini, impegnati nel raccontare la prova “regina” della velocità. Vergani, firma di punta del “Corriere della Sera” capace di passare con naturalezza dalla “terza pagina” della cultura al Giro d’Italia e al Tour de France fino all’enogastronomia, nel suo volume «Festa di maggio. Racconti e bozzetti sportivi» (SEI, 1940) incluse il brano “100 metri” dando un saggio d’alta scuola delle sue indiscusse qualità stilistiche. Una prova d’autore alla ricerca, per certi versi “eugenetica”, dello sprinter perfetto. Una descrizione minuziosa dell’uomo più veloce al mondo che in un lampo, vissuto il suo attimo fuggente, non lo sarà più:

Una nota sola. Un endecasillabo solo. L’ultimo verso del sonetto. L’acuto che corona e chiude la romanza. Cento metri di corsa. La lettera A e la lettera Z dell’alfabeto atletico. Lo sforzo più elementare e più complesso. Il problema che si risolve sulle cinque dita e l’algebra dei calcoli infinitesimali. Un miliardo di uomini passati al setaccio della pista per trovare quell’unico che, se l’umanità fosse disposta su una linea sola, su una linea di partenza lunga migliaia e migliaia di chilometri, e venisse lanciata innanzi, in massa alla più alta velocità possibile, per una distanza di cento metri, sopravanzerebbe tutti, all’arrivo, di un centimetro, di due, di tre, di mezzo metro, di due metri, di dieci, di venti, di cinquanta. Un uomo solo, un uomo di venti o ventidue anni, innanzi a tutti gli altri: lo spasimo del suo sforzo finale, la convulsa agonia del suo viso, lo strappo tentacolare nell’ultimo metro d’aria, la nudità quasi lacerata dai muscoli, il guizzo urlante dei suoi tendini, la schiavitù disperata del suo unico respiro, il martello rotondo e pauroso del cuore che sfonda le costole e la gola, la durezza di spasimo delle mascelle attanagliate dal cavo della distanza, il gioco delle rotule e dei femori nei loro incastri levigati, la chiamata al soccorso dei nervi, l’S.O.S. lanciato a mille lontane sorgenti di volontà, di resistenza e di scatto. Un uomo solo. Per venti anni il mistero della vita ha lavorato dentro e attorno a quest’uomo. Ha tornito, limato, levigato queste ossa, questa carne, questi muscoli, questi tendini […]. In tutte le parti del mondo, i cento metri di migliaia e migliaia di piste, a tutte le ore, in tutte le stagioni, vengono percorsi a passo disperato, a gran carriera, a folate vertiginose, da centomila uomini di vent’anni […] col cuore in gola, gli occhi sbarrati nella tenebra, a cercare sul cuscino il filo di lana bianca del traguardo tagliato netto in sogno con lo scatto che hanno gli angeli, i demoni e i personaggi dei sogni. Le stagioni setacciano i nomi. E l’umanità distratta, a un certo punto, si vede attorno i nomi nuovi, all’orizzonte, come le parole delle notturne pubblicità luminose. Nomi che ancora non dicono troppo: Macalister, Legg, London, Lammers, Williams, Wykof… Nomi buoni per tutto: per marche di impermeabili, per autori di romanzi, per automobili americane, per specialità di medicinali, per finalisti olimpici della corsa dei cento metri […]. Un attimo dopo l’uomo più veloce del mondo è passato. La dea non gli chiede neppure il nome. Scende dalla scaletta bianca. Sa che quest’uomo ha già vissuto l’estremo violento e dolcissimo spasimo della velocità, e che già, in questo splendore, qualcosa della sua meravigliosa macchina è bruciato. Come si chiamerà il successore che ora è un fanciullo e che sarà, un giorno, più veloce ancora? Lascia lo stadio, la dea Velocità. Va a cercarlo, per le mille vie del mondo, tra miliardi di uomini nuovi che attendono, e non sanno”.

E da Vergani a un Pavolini, poco noto quale scrittore. Un versante della sua biografia oscurato dai ruoli di vertice occupati nella politica fascista da potente ministro della Cultura popolare durante il regime e poi da segretario del partito a Salò nell’avventura sanguinaria della Repubblica sociale italiana (Rsi). Pavolini in seno al fascismo fiorentino e nazionale aveva la fama di “liberale”. Una fama non meritata giacchè la sua personalità fu sempre duplice, difficilmente  decifrabile. Salottiero e insieme fucilatore. Amico di Galeazzo Ciano e suo carnefice. Tutto e il contrario di tutto. Un Giano bifronte legato sino all’ultimo solo al suo duce.  Egli proveniva da una famiglia di intellettuali e letterati, essendo il padre Paolo Emilio professore di sanscrito all’Università di Firenze e il fratello Corrado poeta dal tratto delicato ed elegante. Proprio queste origini ne stimolarono forse le velleità letterarie, spingendolo sin a scrivere di sport. Nel 1928 pubblicò (da  Campitelli di Foligno) un romanzo sul ciclismo che portava il titolo «Giro d’Italia», e nei suoi progetti vi era anche quello, irrealizzato, di dare alle stampe un saggio di filosofia sportiva: «I giuochi del paradiso terrestre». Al contrario nella silloge «Scomparsa d’Angela» (Mondadori, 1940) inserì il racconto “100 metri” aperto da questo incipit:"Quando penso a Niccolò vedo prima di tutto una linea orizzontale. Tutti e due, poco più che adolescenti eravamo abituati a pensare le nostre vite con in fondo una retta sottile e sospesa, il traguardo". Niccolò è l’atleta proteso verso gli europei (di fantasia) di Helsinki, l’altro è l’amico il cui sport senza impegno è la vela. A interporsi fra i due è una ragazza che entrambi desiderano. Ciò pare allontanarli, ma quando lei partirà gli amici si riavvicineranno e, in Finlandia, l’amico geloso farà il tifo in tribuna per il “Niccolò ritrovato”. Vi è stato chi, come il critico Enzo Siciliano, in questa trama ha inteso intravedere una specie di trasfigurazione/premonizione del rapporto, sfociato nel dramma vittima-carnefice, tra Pavolini e Ciano. Un legame apparentemente profondo, e in seguito irreparabilmente distrutto dall’infedeltà  del genero del duce il 25 luglio 1943. Una tesi che però, al di là dell’esser presentato Niccolò come livornese, la città d’origine di Ciano, sinora non ha trovato altri convincenti riscontri. Ad ogni modo le parti più riuscite del racconto pavoliniano, intriso di psicologismo, sono quelle che riproducono l’attesa spasmodica del centista prima del via e dello sparo. Una metafora dei momenti infiniti e decisivi d’ogni vita destinata a tagliare il traguardo:

Si costeggiava dal prato il tratto di pista che lo riguardava. I cento metri di polvere rossa, compatta, elastica, rigata dai binari bianchi delle corsie. Mi parlava, per esempio, della posizione da prendere sulla linea di partenza, punta delle dita a contatto del suolo, orecchio al colpo di pistola, occhio al filo laggiù. Più che di spiegazione, il suo tono era allora di confidenza: come di chi, pensando ad alta voce, ripassi fra sé il senso della propria vita. Parlava dell’attimo dello stacco, di quell’unico battito di cuore che divide la lenta vita degli undici secondi vertiginosi. Come un motore in silenzio, che debba accendersi un tratto al massimo dei giri (“il mio cuore non è famoso”, avvertii). Niente rincorse, avvii come in altre gare. Nessuna possibilità come nel salto con l’asta o nei tuffi, di indugiare, scegliersi il momento, il giusto battito del cuore. Niente. Una pistolettata e via. Ma appena ci si allontanava dallo stadio egli si allontanava; mi batteva le sue espansive manate di livornese, scherzava, divagava con spirito; riprendeva dinoccolato a errare per le giornate come un’anticamera. Ormai, però, io sapevo bene che se c’era uno della nostra età il quale non si distrasse mai veramente era lui, Niccolò. Era appunto come quei tuffatori che sostano a lungo sulla cima del trampolino e guardano l’acqua e non la guardano, e pare che il tempo non abbia valore per loro lassù, sospesi a mezz’aria: ma in realtà essi lavorano, lavorano ad aspettare un certo loro istante da cogliere, quello e non un altro, da buttarglisi dietro al volo. Così Niccolò nel suo andirivieni, in quella spaziosità di vigilia che conservava nella sua vita. Aspettava un certo momento. Sempre guardava e non guardava un certo filo, teso ad altezza di cuore. Né si trattava (anche questo sapevo ormai) di un traguardo qualsiasi: ma di un traguardo ben preciso, sebbene ancora lontano nello spazio e nel tempo. Campionato europeo di Helsinki: la finale… Oh, una pista rossa, là come a Livorno; e una pistolettata, e via. Ma le corse che Niccolò poteva disputare prima d’allora, in realtà non erano per lui che prove e rappresentazioni di quello. Erano, nella sua gioventù d’attesa, un accelerarsi breve, poco più che una fitta al cuore. Egli guardava laggiù, a quel dato filo sulle rive del Baltico. E dopo? Dopo, certo, si sarebbe messo agli studi, a una carriera. Ma questo lo dicevamo noi, suoi amici. A parlarne a lui, non è che lo negasse. Semplicemente si rifiutava di considerare qualunque cosa, la quale fosse al di là di quella linea sospesa sottile. Ne avrebbe avuto, direi, un senso come di tradire”.            

Infine ecco la gara con un epilogo quasi alla Samuel Beckett. Una tensione bruciata in una manciata di secondi, restando tuttavia sospeso l’interrogativo sul vero significato di quell’attesa:

Quando partirono e corsero io li vidi avventurarsi verso il traguardo come un’onda frontale, compatta. Conoscete in queste cose il gesto con cui le chiude il vincente, gettando in avanti in un estremo sforzo il petto a toccare primo il filo? Così fece Niccolò. Ma fu come se il filo contenesse una corrente: e il cuore gettato in avanti non reggesse il leggerissimo urto. Cadde sull’erba acciambellata, come un levriero”.

In conclusione, l’atletica leggera declinata in letteratura produsse in epoca fascista degli esiti alterni. Prove di valore invero assai modesto ed altre, si pensi in particolare a Ciampitti, Vergani, Pavolini decisamente più meritevoli. Questo del resto fu il livello generale medio della letteratura sportiva fascista, troppo condizionata dalle pressioni del contesto politico e spesso incapace di andare oltre la propaganda o la retorica di regime.

(fine)

Ultimo aggiornamento Mercoledì 20 Ottobre 2021 15:26
 
L'atletica leggera nella letteratura fascista: un saggio di Sergio Giuntini (1) PDF Stampa E-mail
Domenica 10 Ottobre 2021 00:00

Parecchie settimane orsono il prof Sergio Giuntini, docente di Storia dello sport e nostro socio di antica iscrizione, ci aveva introdotti alla conoscenza degli albori della letteratura sportiva con riferimento al nostro sport. Oggi pubblichiamo la prima parte di un suo lungo scritto dedicato alla letteratura atletica del periodo fascista.

*****

La stagione fascista ricca di successi atletici in campo internazionale (Frigerio, Beccali, Valla, Testoni, Consolini, Oberweger, Lanzi ecc.) conobbe una sintesi letteraria nei vari brani che, traendo alimento da questa disciplina, furono ospitati nella «Prima antologia degli scrittori sportivi», edita nel 1934 da Carabba a cura di Francesco Ciampitti  e Giovanni Titta Rosa. Il primo tentativo, appunto, di offrire al pubblico una vasta selezione di opere prodotte dalla letteratura sportiva del Ventennio.  In questa raccolta, di Curio Mortari, giornalista de “La Stampa” di Torino e già autore del romanzo ciclistico «La pista del Sud» (Lattes, 1930), si proponeva “200 metri per dame”,  presentato quale anticipazione d’un volume che avrebbe dovuto avere il medesimo titolo. Libro che, peraltro, non vide mai la luce, non essendone stata reperita alcuna altra traccia oltre questo abbozzo. Esemplificativo del suo tono, è un dialogo in cui Mortari riveste la protagonista (una sorta di “signorina Pedani” deamicisiana adeguatamente fascistizzata) dei panni di un “femminismo” di maniera. Così estremizzato da apparire alla fine falso e improbabile. Tende cioè a farne il prototipo, rimasto solo sulla carta, della “donna nuova” vagheggiata dal regime. Una donna tesa a rovesciare i ruoli tradizionali, dinamica, moderna, addirittura  “omerica”:

Ho gusti eroici, solari, radioattivi. Sono una forza della natura. Voi invece mi sembrate ancora un prodotto razionalistico del secolo passato: un melanconico, un nordico, un pessimista. Non capite dunque che la ragione della nostra esistenza sta nel gusto, non nel sistema di vivere? Ma credo che vi cambierò. Vorrei misurarvi: dovete essere alto un metro e settantacinque e avere per lo meno 98 centimetri di torace. Con l’allenamento si potrà ottenere molto di più. Lo sport predispone alla vita totale. Fino ad oggi abbiamo scambiato per vita dell’individuo soltanto una parte di essa: magari quella del cervello, come insegnano i filosofi, che tra gli esseri umani sono più incompleti, quasi sempre per arresto di sviluppo. Voglio redimervi, voglio inocularvi l’amore e l’entusiasmo per l’esercizio fisico. Avete troppi preconcetti verso questa attività, che pure risorge in tutti i periodi omerici dell’umanità. Tutto ciò, d’altronde, è divertentissimo perché irrita tanti imbecilli che hanno scambiato la bruttezza per intelligenza, le deformità per privilegio. - Parlate come un baccelliere. - Allora capisco… Siete una di quelle terribili presbiteriane che vanno ai comizi e tengono dei meetings per la emancipazione della donna! - No, voi non capite ancora. Tutta la vostra intelligenza e la vostra coltura non sono riuscite a darvi la chiave di una creatura semplice e primitiva come sono io […]. E, come avviene a tutti gli uomini, avete cercato le spiegazioni più strane e più spregiudicate. Se io vi fossi venuta incontro ballando il tango con le anche, fumando una sigaretta e strizzandovi l’occhio ad acciuga, secondo la tradizione oleografica che in Europa si attribuisce ai nostri paesi, voi mi avreste probabilmente creduta subito. Ebbene sappiatelo: sono invece una specialista pedestre, inviata dal suo Governo per partecipare ai Giochi olimpici del Sud: prova di “200 metri per dame”.

Di Bruno Fattori, l’antologia del ’34 scelse un componimento poetico tratto dalla raccolta «Linee azzurre», Liriche sportive (Caesar, 1933). Più espressamente la non invero trascendentale “Corsa veloce”: «Sull’alluce nerbuto/ tesa al balzo la volontà,/ nell’aria lieve fiuto/ la preda di velocità./ Allo sparo, che smaglia/ la catena de le gioconde/ fronti, son l’agil scaglia/ lanciata da bimbo a fior d’onde/ e già, fiume sonoro,/ il plauso de le gradinate/ scende e m’investe, coro/ d’ansie all’improvviso inceliate…».

“Chi sa dove è rimasto l’ultimo maratoneta? E’ calata la sera, lo stadio è ormai vuoto, e lungo la via anche i più ostinati curiosi sono andati a cena. Il vincitore dorme, sorridente, coi muscoli sciolti dai massaggi e dal riposo, nella stanza c’è odor di rose e canfora. L’ultimo è ancora lontano; si è seduto sull’erba di un prato ai margini della strada, sotto un albero, quando il cuore gli è mancato e il respiro gli è salito in gola, e ancora non ha fiato per rialzarsi; si è tolto le scarpe, pensa alla gloria che ha perduto e si guarda i piedi rossi, lividi. Quando riprenderà la via, comincerà da solo una triste e lunga marcia di tremila chilometri per tornare a casa”.

E da ultimo anche Ciampitti, uno dei due curatori, compare nel volume con un suo brano, “Il lanciatore di giavellotto”, estrapolato dal romanzo «Cerchi» (Carabba, 1934). Di Isernia, dove nacque nel 1903, Ciampitti occupò un posto di rilevo nella letteratura sportiva del tempo. Laureato in legge e collaboratore de “Il Mezzogiorno Sportivo”, Cerchi fu in concorso alle Olimpiadi dell’Arte di Berlino (1936). Giochi a cui egli fu presente da giornalista ricavandone una serie di ritratti confluiti nella raccolta «Campioni del mondo» rimasta inedita. In precedenza con un altro suo romanzo, «In cammino e arriverò», successivamente intitolato più suggestivamente «Novantesimo minuto», vinse il primo premio letterario indetto dalla Federazione italiana giuoco calcio (Figc) nel 1932. In “Il lanciatore di giavellotto” Ciampitti accompagna il suo atleta nel dubbio e nella solitudine che precedono la prova.  Lo segue nei gesti tecnici ripetuti all’infinito, meccanicamente. In quegli attimi di estrema tensione e concentrazione che finiscono soltanto col gesto del lancio liberatorio, catartico:

Ecco il suo turno: nella vastità del campo il megafono ha scandito il suo nome ed egli si è ritrovato solo sul posto donde inizierà la rincorsa. La mano s’adatta sull’impugnatura di corda, dapprima lentamente, poi con una stretta ferrea e tutti i muscoli del braccio, fino alla rotondità della spalla, partecipano allo sforzo. Per un attimo gli occhi dell’uomo fissano lo spazio fra i suoi piedi e la linea bianca e poi guardano la distesa che sta oltre di questa, cosparsa lontano di picchetti bianchi di legno. Poi la destra si allenta, il braccio si alza e si ripiega nel gomito, sicché la mano, che impugna l’attrezzo, sfiora quasi l’orecchio. Lentamente l’ampio torace si colma in una inspirazione profonda di aria e l’atleta parte…uno, due, tre, quattro, cinque passetti brevi sulla punta dei piedi, col corpo in avanti, poi passi più lunghi, più veloci e poi ancora più rapidi. Di botto il corpo s’inarca sulla schiena, la destra porta indietro l’attrezzo, stendendosi, la rincorsa scaglia contro il vuoto l’atleta e l’atleta scaglia contro il cielo l’attrezzo […]. L’attrezzo era partito come se si fosse staccato dalla carne… vibrava ora alla sommità della parabola, accennava ad andare dritto per poco s’abbassava… E l’atleta lo seguiva cogli occhi, lo spingeva nel volo con la esasperazione della sua ansia, col suo sguardo, con la sua volontà, tratteneva il respiro quasi che così avesse potuto ritardare la caduta, restava proteso con tutto l’essere suo, non vedeva più nulla, non sentiva più nulla. Soltanto guardava l’asta di legno filare l’aria e gli sembrava di avere nelle orecchie come un lieve sussurro di ala: aveva fischiato l’attrezzo, sfiorandogli il capo. Ecco: ricadeva. Egli non lo vedeva più contro il colore del cielo, lo distingueva su quello della folla, addensata sugli spalti. Il giavellotto ricadeva. Tutta la forza di propulsione sembrava che si fosse spenta nella gravità metallica del puntale: le fibre di legno non reggevano più la distanza. Ricadeva. L’ultimo brivido fece piantare l’asta per terra e si spense. Bruno sta ora con gli occhi fissi in avanti e non intende neppure quel brusio che si va levando dalla folla. Trascorrono dei secondi, poi si fa silenzio e il megafono annunzia: “metri settantatre

(parte prima - segue)

Ultimo aggiornamento Domenica 10 Ottobre 2021 17:22
 
Luc Vollard ci accompagna alla scoperta di marciatori francesi di ottant'anni fa PDF Stampa E-mail
Venerdì 08 Ottobre 2021 19:29

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La marche athlétique en France a eu une histoire parfois tortueuse. Les désaccords entre dirigeants ont notamment conduit à l’existence de fédérations rivales, y compris après la disparition des structures professionnelles comme la FSAPF dans les années 20. Ainsi les athlètes doivent ’’choisir’’ entre la FFA et l’UFM de 1925 à 1939 lorsque qu’un accord est enfin trouvé. La seconde guerre mondiale empêche la mise en œuvre de l’accord mais le gouvernement de Vichy finira par l’imposer. Il deviendra caduc à la Libération et ce n’est qu’en 1965 que la fusion sera finalement effective et la marche définitivement unifiée.
Ces méandres ne facilitent pas la promotion de la discipline pourtant longtemps très populaire. Parmi les champions tombés dans l’oubli, Florimond Cornet est pourtant l’un des meilleurs mondiaux de l’époque sur les longues distances, capable d’enchainer les compétitions à un rythme incroyable, ce qui lui permettra de se constituer un palmarès qui serait riche de 200 victoires!
Né le 21 juillet 1911, pratiqua la course à pied, le cyclisme puis la boxe avant de découvrir la marche en voyant passer Roger Marceau lors de l’édition 1932 du Circuit du Nord. Il tient là sa discipline et on le retrouve déjà avec les arrivants de Paris – Strasbourg dès 1934. Parmi ses principaux succès figure le Tour du lac Léman en 1938 aux termes d’un effort de 170 km ! Mais son nom est aussi inscrit sur les tablettes officielles des records du Monde. C’est à l’occasion du critérium national des 50 km, disputé sur les 500,30 mètres de la piste du stade Pershing, que Cornet va réaliser un nouvel exploit, le 11 octobre 1942. La liste des officiels est à elle seule un résumé de l’histoire de la spécialité. On y retrouve Emile Anthoine, Francis Guilleux, Francis Jenevein ainsi que Jean-René Seurin, futur secrétaire général de la FFA et du comité Europe de l’IAAF.
Le breton de l’US Bannalec Joseph Manic va accompagner Cornet durant deux heures, et Cornet, qui a quitté son Pas-de-Calais natal pour s’établir à Montargis, va ensuite faire cavalier seul et laisser Manic à plus de cinq minutes après les 100 tours de l’épreuve. Il s’impose en 4 h 34’39’’4 mais c’est le temps de passage aux 30 miles soit 48,280 km en 4 h 24’54’’2 qui lui vaut les honneurs de la fédération internationale et ce record du monde.
Il décédera le 16 novembre 1949 à Wittenheim lors d’un accident dans la mine où il était employé, écrasé par une plaque de sel gemme. Il exerça aussi auparavant le rarissime métier d’essayeur de chaussures ce qui lui faisait parcourir 30 km par jour, après avoir déjà été mineur à la compagnie de Bruay dans sa jeunesse !

Crédit photo : Miroir des Sports lors de sa victoire en 1941 sur Paris – Angers

Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Ottobre 2021 11:06
 
Disponibile in rete il nuovo numero di «Trekkenfild», e siamo così arrivati a 99 PDF Stampa E-mail
Giovedì 07 Ottobre 2021 09:24

Segnaliamo agli utenti del nostro sito che gli editori della pubblicazione online «Trekkenfild» hanno appena messo in rete il numero 99, come sempre focalizzato su argomenti di attualità. Coloro che sono  interessati lo possono trovare, scaricare, leggere, su questo indirizzo https://flipbookpdf.net/web/site/1cf07bac22e93867473c4138972154f21d221df3202110.pdf.html

Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Ottobre 2021 10:01
 
L'estate se n'è andata, torniamo a scavare con pala, piccone e microscopio PDF Stampa E-mail
Lunedì 20 Settembre 2021 10:19

L'estate sta finendo...Ve la ricordate? Estate 1985, «Un disco per l'estate» e «Festivalbar», cantavano i Righeira, due scanzonati giovanotti torinesi che si erano conosciuti sui banchi di scuola. Volete riascoltarla, nostalgici di quegli anni? Cliccate qui. Anche per la redazione del sito dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana "Bruno Bonomelli" l'estate sta finendo, anzi è finita. E la affollata redazione, dopo aver goduto di esotiche ferie ovviamente pagate dal ricco bilancio associativo,  da oggi torna al lavoro. Ci torna con il proposito di offrire ai nostri fedeli lettori nuove piccole storie e documentate cronachette, usiamo i diminutivi volutamente,  perchè i nostri redattori non hanno velleità di impartire lectiones cattedratiche. Anzi, se proprio dobbiamo fare una dichiarazione d'intenti la nostra ambizione sarebbe quella di riportare alla luce vicende umane e sportive poco conosciute, poco sfruttate. C'è tanto da fare in questo senso. Se invece si continuano a copiare storie e biografie di campioni olimpici e mondiali, beh, ormai sappiamo fin dove possiamo arrivare. Onore e gloria non si tolgono a nessuno, ma alla fine è tutto un copia e ricopia, l'è sempèr chèla. Invece noi, lo andiamo ripetendo e non da oggi, vorremmo essere emuli di Marco Martini che predicava l'uso dei «pala, piccone e microscopio» nelle ricerche sportive di carattere storico. Cercheremo di far tesoro della sua lezione. L'applicazione richiede impegno: ne saremo capaci?

Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Settembre 2021 10:52
 
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