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Quando il simbolo dell’atletica vintage era la maglia azzurra con scudetto tricolore PDF Stampa E-mail
Giovedì 08 Dicembre 2022 11:29

Alessandria – Asti 50-43, Cogne Aosta – Cogne Imola 51-47. Due notiziette su «Tuttosport» del 5 maggio 1951. E poi ancora: La Virtus Bologna vince il triangolare maschile; Il Battisti Trento supera il COIN Mestre; A.T.A. batte Pirelli; Sconfitti a Vienna i triestini; Gli atleti della Pro Patria battono gli svedesi; Di misura la Colombo superata a Nizza; La squadra di Zagabria supera l’A.T.A. a Trento; Battisti Trento – S.A. Bolzano 54-46; qualche giorno dopo: S.A. Bolzano – Battisti Trento 55-46; Battuti dal Trionfo gli universitari marsigliesi; Vinto dalla Libertas il triangolare di Trieste; Il Trionfo Genovese vince a Lugano 58-36; Il Wiener a Trieste s’impone alla Giovinezza; Virtus Locarno –  Gallaratese 77-73; Marche – Lazio 48-45; L’ATA Trento a Zagabria ha perso di misura; La Ginnastica Triestina supera il Klagenfurter Athletik Club 83-60.

Che è ‘sta roba? vi chiederete. Son titoli di notiziette reperite sui giornali sportivi dell’anno 1951. Nei giorni scorsi ci siamo dedicati ai Campionati internazionali militari di quell’anno e ad alcuni atleti italiani in particolare che avevano ben figurato in quella occasione. Abbiamo quindi sfogliato una ricca raccolta di ritagli di giornale. Abbiamo poi collegato questa banale investigazione ad una lettera che ci aveva inviato tempo fa l’amico Daniele Poto, nella quale scriveva un elogio alla Maglia Azzurra ormai relegata a soli pochi, pochissimi eventi. Dietro? Il vuoto. O son Campionati, che hanno proliferato negli ultimi due decenni, o sono i cosiddetti meeting sempre più pallosi, a parte veramente pochi. Son sempre gli stessi che gareggiano, una specie di «compagnia di giro» superprotetta e ben pagata. Quanti saranno? Un paio di centurie, al massimo, che si spartiscono il bottino.

E gli altri che pur fanno atletica dove finiscono? In circuiti minori con la stessa logica ma molti meno quattrini, senza nessun interesse e divertimento, tanto per gli atleti in campo che per gli spettatori sulle semideserte tribune. Non parliamo poi delle corse su strada, inflazionate, insulse, con atleti che corrono spesso col freno a mano tirato, tanto vince il keniano o etiope o ugandese o nordafricano di turno, l’importante è tirare a casa qualche centinaio di piccioli, arrivederci e grazie. E tutto, pista o strada che sia, nel totale disinteresse della stampa, quella rimasta. Per i  superstiti appassionati di corse salti e lanci, non resta che andare a vedere i risultati sui cosiddetti social o sulle pagine Internet degli organizzatori. Ma state certi che la sera al bar nessuno vi saprà dire chi ha vinto il Giro del Campanile (* vedi nota al fondo), al massimo ti rispondono "un alter negher".

Ma com’era l’atletica una volta? Atletica vintage la chiama l’amico Daniele. Era una atletica che offriva uno spazio a tutti nella squadra del proprio club, magari una trasferta a Klagenfurt o a Marsiglia, o anche solo un viaggetto Trento-Bolzano o Bolzano-Trento. Si stava insieme, si conoscevano gli atleti di un altro club, si legavano amicizie. Le società affogano oggi in una pletora di garette provinciali e regionali, dove non si diverte nessuno, né chi corre e salta, né chi organizza. E nessuno guarda, a parte gli addetti ai lavori. Per completezza: quell’anno 1951, la Nazionale fu chiamata a sostenere cinque confronti con altrettante Nazioni europee; Belgio – Italia e Germania – Italia con gli uomini, Jugoslavia – Italia, Svizzera – Italia e Italia – Francia con le donne. Oggi gli atleti arrivano, mangiano, dormono, gareggiano, e la mattina dopo spariscono verso aeroporti, stazioni, autostrade. Una volta almeno si fermavano un po’ di più per ritirare la «moneta», oggi ci pensa qualcuno per loro e ormai tutto avviene con bonifico bancario.

Il nostro sito non è, non lo è mai stato, e non vuol essere, spazio di chiacchiere, di dotti editoriali, di dibattiti. Non ci interessa. Sola eccezione in questo caso: ci siamo ricordati della mail di Daniele Poto che tocca questo problema. E ne condividiamo l’ analisi.  Che si riflette poi sulla perdita di valore e di attaccamento, alla Maglia Azzurra. Non un incontro riservato alla squadra nazionale, solo Campionati o campionatini. Ci pare di sentirlo il furbone di turno: eh, ma quella era un’altra atletica. Sì, era proprio un’altra atletica.

* Absit iniuria verbis - Dire Giro del Campanile non è sminuire una corsa podistica. Serve solo un po' di conoscenza del tempo passato. La «Gazzetta dello Sport», quando era davvero al servizio dello sport, aveva promosso una serie di manifestazioni di atletica che aveva denominato le «Popolari della Gazzetta»: una gara veloce, il salto in alto, il lancio del peso che chiamarono «Sfera d'argento», e appunto il «Giro del Campanile», una corsa su strada o nei campi di due chilometri e mezzo. Sai quanti campioncini del mezzofondo son venuti fuori girando attorno al campanile! E come non ricordare una delle più belle corse campestri della nostra storia atletica: la «Sette Campanili» di Cavaria, in provincia di Varese. E i campanili erano davvero sette! Ci dicono che appassionati del luogo l'anno rimessa in vita, bravi!

Sentiamo adesso quello che ha da dirci Daniele Poto.

So che la cattiva versione del vintage può facilmente trasformarsi nell’obsolescenza. Ma per chi non l’ha vissuta vorrei ricordare un elemento identitario discriminatorio tra l’atletica di tempi ormai lontani e quella odierna. Faccio un esempio struttural-istituzionale e ne rintraccio le radici a pagina 624 dell’Annuario FIDAL 2022. È quella che elenca le presenze di sempre degli azzurri al servizio della Nazionale, quando era in vigore il full time e la piena disponibilità stagionale alle gare, fossero Giochi del Mediterraneo, incontri di nazionali, esagonali, il clou “Bruno Zauli” Ebbene, nella lista dei primi 30 uomini e prime 30 donne non c’è alcun azzurro di oggi, neanche quelli di più lungo corso, mettiamo Tamberi o Lingua. Elogio a Chiara Rosa, formichina che fa eccezione. Questo spicchio di storia esclude tristemente il presente e le ragioni tracciano la differenza tra il prima e il dopo. Oggi ci sono atleti che escludono la partecipazione al Golden Gala pur essendo azzurri di prima fila se non adeguatamente stimolati da mamma FIDAL, al pari di stranieri d’Oltreoceano. Altri che hanno perentoriamente chiuso la stagione dopo i Campionati europei, pur in presenza di risultati tutt’altro che esaltanti, per non parlare di quelli che hanno chiuso la stagione al lumicino con una prova mediocre in un meeting internazionale, mentre il resto del mondo correva e lanciava a tutto spiano. 

La diminutio è quella del passaggio da un’atletica comunitaria con un senso collettivo di proiezione nazionale all’individualismo mercenario. Colpa dei calendari, di una mentalità, della stessa Federazione? Certo se un Tamberi o uno Jacobs, alfieri e capitani del movimento, viaggiano e raggiungono la sede del grande evento per conto loro con un proprio staff che prescinde da quello federale si capisce che il centro decisionale si è spostato e dagli stessi non si può pretendere piena adesione. Vittorio Visini (62 presenze) capeggia un elenco che è un bel tuffarsi nel passato. Nell’elenco ci sono Damilano, Evangelisti, Mennea, Pamich, Donato, Lievore, Berruti, Mei tra gli uomini; Masullo, Simeoni, Dorio, Perrone, Pigni. Concedetecelo, era quella l’atletica che ci piaceva, non quella degli strizzacervelli, dei fisioterapisti d’essai, dei social media manager, delle mamme mediaticamente sovraesposte.

Ultimo aggiornamento Giovedì 08 Dicembre 2022 18:48
 
Campionati Internazionali Militari 1951: quattro ori, tre argenti, due bronzi PDF Stampa E-mail
Domenica 04 Dicembre 2022 19:12

Ultimo capitolo della nostra ricostruzione di quella edizione dei Campionati Internazionali Militari sotto l'egida del C.I.S.M. Dopo esserci intrattenuti sui quattro atleti che diedero altrettanti successi alla squadra italiana, concludiamo con la pubblicazione dei risultati completi dei nostri giovanotti con le stellette. Di ogni atleta, oltre nome e cognome, al piazzamento e al risultato, abbiamo cercato di fornire la data di nascita completa (di quattro non siamo riusciti a trovarla), e la società di appartenenza al momento del Campionato. Il Gruppo Sportivo Fiamme Gialle di Roma aveva, ovviamente, il maggior numero di atleti presenti. Una eccezione fu Giuseppe Tosi, che apparteneva al Corpo dei Corazzieri, inquadrati all'epoca come 3° Squadrone Carabinieri a Cavallo. I dati anagrafici sono riportati una volta sola nel caso l'atleta figuri in più discipline o in più turni.

Roma, Stadio delle Terme, 22 – 23 settembre 1951

100 metri (23)Prima batteria: 4. Dario Valla (19.7.1929, SEF Virtus Bologna) 11.8; seconda batteria: 1. Gesualdo Penna (27.5.1924, Polimeni Reggio Calabria) 11.0. Finale: 3. Penna 11.1

200 metri (22)Seconda batteria: 2. Valla 22.9; terza batteria: 1. Penna 22.7. Finale: 1. Penna 22.0, 6. Valla23.6

400 metri (23)Prima batteria: 3. Renato Berti (…, Fiamme Gialle Roma) 51.4; terza batteria: 1. Gianni Rocca (13.6.1929, Pro Patria Milano) 49.3. Finale: 3. Rocca 49.3

800 metri (23)Nessun partecipante italiano

1500 metri (22)Finale: 13. Gaetano Zambon (7.7.1930, CUS Roma) 4:22.2

5000 metri (23)Finale: 6. Giacomo Peppicelli (27.3.1928, S.S. Testaccina Roma) 15:16.8, 11. Zambon 16:19.4

110 metri con ostacoli (23) Prima batteria: 6. Umberto Bordignon (11.3.1930, COIN Mestre) 16.8; seconda batteria: 6. Mario Castignone (29.10.1929, Gancia Torino) 16.0

400 metri con ostacoli (22)Prima batteria: 4. Ernesto Emanuelli (11.5.1927, Fiamme Gialle Roma) 57.8; seconda batteria: 6. Antonino Scuto (…, CUS Catania) 59.4

Salto in alto (22)Finale: 5. Ferdinando Lovati (24.2.1930, Fiamme Gialle Roma) 1.75, 12. Scuto 1.60

Salto con l’asta (23) Finale1. Giulio Chiesa (23.4.1928, Fiamme Gialle Roma) 4.20

Salto in lungo (22)Finale: 8. Alberto Achille (…, Fiamme Gialle Roma) 6.48, (Nella classifica appare un cognome sconosciuto, Pozzuoli, che non corrisponde a nessun atleta dell’epoca; secondo le ricerche di Marco Martini potrebbe trattarsi di Achille che quell’anno compare nelle liste di Bruno Bonomelli con 6.49), 15. Bordignon 5.90

Salto triplo (23)  Finale2. Ferdinando Simi (16.1.1930, Fiamme Gialle Roma) 14.13, 15. Bordignon 11.83

Getto del peso (23)Finale: 6. Giuseppe Dalla Fontana (25.10.1924, Fiamme Gialle Roma) 13.68, 9. Antonio Mainardi (14.9.1922, Fiamme Gialle Roma) 13.13

Lancio del disco (23)Finale: 1. Giuseppe Tosi (25.5.1916, CUS Roma) 49.83 (altra fonte 49.88), 8. Ruggero Castagnetti (6.7.1920, Fiamme Gialle Roma) 39.69

Lancio del martello (22)Finale:1. Castagnetti 48.64, 2. Silvano Giovannetti (22.5.1929, La Patria Carpi) 48.22

Tiro del giavellotto (22)Finale: 8. Arnaldo Rinaldi (20.1.1922, CUS Ambrosiana Milano) 51.30, 12. Mainardi 49.30

Staffetta 4 x 100 metri (23) – Prima batteria: 2. Italia 42.3. Finale: 2. Italia (Valla, Celestino Marassi/…, Fiamme Gialle Roma, Michele Mondelli/23.5.1928, Fiamme Gialle Roma, Penna) 42.7

Staffetta 4 x 400 metri (22)Seconda batteria: 2. Italia 3:41.4. Finale: 4. Italia (Luigi Caldani/1934, Fiamme Gialle Roma, Berti, Mario Marchini/1930, Fiamme Gialle Roma, Rocca) 3:22.4 (altra fonte 3:22.8)

Ultimo aggiornamento Domenica 04 Dicembre 2022 21:05
 
Mondiali Militari 1951: primo 4.20 italiano nell'asta del finanziere Giulio Chiesa PDF Stampa E-mail
Mercoledì 30 Novembre 2022 00:00

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Un primo piano di Giulio Chiesa e in azione nello scavalcamento dell'asticella. Si noti la rigidità dell'asta che allora era di metallo

Con un salto cronologico di tredici anni cerchiamo di creare una connessione fra due atleti e lo stesso plastico gesto che praticavano: il salto con l'asta. I due poli del nostro raccontino di oggi sono Giulio Chiesa e Renato Dionisi, del quale abbiamo ricordato qualche giorno fa gli esordi con un prezioso «cammeo» scritto da Giulio Signori. Due Ere atletiche completamente diverse, seppure l'intervallo temporale non sia grande. Ma in quegli anni cambiò tutto. L'Era di Giulio Chiesa era quella dell'asta rigida, di metallo, alluminio normalmente, che aveva preso il posto del bamboo che faceva tanto Tarzan. E proprio «Tarzan» fu il nomignolo che affibbiarono a Don Bragg, il prestante statunitense che vinse il titolo olimpico a Roma nel ’60 e che riuscì, primo uomo al mondo, a superare 4 metri e 80 centimetri. A livello internazionale, l’evoluzione dell’attrezzo viene fissata in queste pietre miliari: anni '40 - ’50 passaggio dal bamboo all’alluminio, fine anni ’50 compaiono le aste in acciaio, 1961 sulle riviste americane vengono pubblicate fotografie di saltatori riversi indietro e sfottuti dai giornalisti che pensavano a salti clamorosamente falliti. E invece era la nascita degli attrezzi in un nuovo materiale sintetico: il fiberglass. E fu l’Era nella quale entrò, meglio fu catapultato, Renato Dionisi.

Rimaniamo nei patrii confini. Il salto con l’aiuto di un palo trovò spazio nei concorsi ginnici nell’ultimo quarto di secolo XIX, come riferiscono le ricerche dei nostri soci Claudio Enrico Baldini e Marco Martini. Una parvenza di salto simile all’attuale si vide nei primi anni del Novecento, sempre però legato alla ginnastica, come del resto tutte le altre discipline di salto e di lancio. Saltiamo a piè pari tutta la parte protostorica e riprendiamo da quando apparve sulla scena, nella prima metà degli anni ’20, un giovanottone toscano, di Sesto Fiorentino, che aveva iniziato con il salto triplo: Danilo Innocenti, il quale, centimetro dopo centimetro, portò il primato nazionale da 3,61 a 4,01. Fu il primo atleta nostro a superare i 4 metri, e avvenne in una occasione importante, i Giochi Olimpici di Berlino 1936. Salvo errori od omissioni, ci pare l’unico astista ad aver fatto il primato nazionale nella massima manifestazione atletica (nell’alto, come un flash,  ci appare il nome di Giacomo Crosa a México ’68).

Dalla Toscana alla Sardegna. Finì a 4,01 l’ascesa di Innocenti e iniziò quella di Mario Romeo, un sardo, nato a Carloforte, località di origine ligure-genovese grazie ad una folta colonia di cittadini di Pegli che a metà del Cinquecento colà si trasferirono. Il nome di Mario Romeo era apparso nelle liste dei primi 10 nazionali già nel 1934, ma poi non fece progressi per tre stagioni, vivacchiò fino a quando, nel 1938, il suo meccanismo si sbloccò e, durante i Campionati italiani, al Comunale di Bologna, prese il posto di Innocenti nell’albo dei primati: 4,03. Il suo regno durò a lungo, nonostante le inevitabili pause imposte dalla scellerata guerra nella quale l’Italia era stata trascinata. Nel 1942 durante l’incontro Svizzera – Italia, a Zurigo, salì con estrema disinvoltura fino a 4,17.

Dovettero passare nove anni per vedere l’atleta che ci accompagnerà oggi: Giulio Chiesa. Così riannodiamo anche la narrazione dei Campionati Internazionali Militari del 1951, ospitati allo Stadio delle Terme a Roma, cui abbiamo dedicato alcune puntate. Già abbiamo raccontato degli altri tre vincitori italiani di quell’evento: Gesualdo Penna, Ruggero Castagnetti e Giuseppe Tosi. Il quarto fu Giulio Chiesa, ligure di nascita, di La Spezia. Entrò nell’élite nazionale (primi 10) nel 1949, con Romeo sempre al vertice. E anche a Piacenza era germogliato il talento di un estroverso giovanotto di gran fisico, che impressionò perfino Cornelius Warmerdam che lo ebbe «in cura» per alcuni mesi in California: Edmondo Ballotta. Chiesa andò a Roma, al gruppo sportivo delle Fiamme Gialle, dove le prese in cura Tommaso Sorba, il vero creatore del club atletico dei finanzieri. Sorba negli anni ’30 fu buon saltatore con l’asta (3,70 nel 1938). Chiesa, dotato di ottima struttura fisica, era molto veloce e assimilò presto gli insegnamenti del suo allenatore. Nel 1951 vinse il suo primo titolo, all’Arena Civica di Milano, a fine settembre, pochi giorni dopo aver conquistato il successo ai Mondiali militari, in una gara di non gran contenuto tecnico che egli vinse con uno scarto di quaranta centimetri sul secondo, il francese Chevillard, ma, soprattutto, superando, primo italiano, l’altezza di 4,20.

Chiesa ebbe una intensa stagione agonista, che abbiamo provato a ricostruire:

metri 4,00             Roma, Stadio delle Terme, 3 maggio (primato laziale)

metri 3,90             Roma, Stadio delle Terme, 12 maggio (riunione regionale)

metri 4,05             Roma, Stadio delle Terme, 20 maggio (fase regionale CdS) (tentò 4,20)

metri 4,00             Firenze, Stadio Comunale, 9 giugno (semifinale CdS)

metri 4,10             Torino, Stadio Comunale, 23 giugno (finale CdS) (tentò 4,20)

metri 3,60             Milano, Arena Civica, 30 giugno (riunione internazionale)

metri 4,00             Bologna, Stadio Comunale, 1° luglio (tentò 4,20, sfiorato)

metri 3,35             Londra, White City Stadium, 14 luglio (Campionati Inglesi, qualificazione)

metri 3,886           Londra, White City Stadium, 14 luglio (Campionati Inglesi, finale)

metri 4,00             Bruxelles, Stadio Heysel, 29 luglio (incontro Belgio – Italia)

metri 0,00             Roma, Stadio delle Terme, 19 agosto (fallì la misura d’entrata a 3,60)

metri 4,10             Stoccarda, Neckarstadion, 2 settembre (incontro Germania – Italia)

metri 3,80             Roma, Stadio delle Terme, 15 settembre (Campionati regionali laziali)

metri 4,20             Roma, Stadio delle Terme, 23 settembre (Campionati Internazionali Militari)

metri 3,90             Milano, Arena Civica, 30 settembre (Campionati italiani)

Conclusa la lunga parentesi sportiva (raggiunse il suo massimo nel 1956 con 4,35, fu scelto per i Giochi Olimpici a Melbourne dove si classificò nono a pari con il sovietico Vladimir Bulatov, vinse il terzo titolo italiano nel 1959 e riuscì ancora a saltare 4,30 nel 1960), Giulio Chiesa ebbe una grande carriera militare nella Guardia di Finanza, fino al grado di generale. Era nato a La Spezia il 23 aprile 1928, è deceduto a Roma il 13 luglio 2010.

Ultimo aggiornamento Domenica 04 Dicembre 2022 19:02
 
Secondo voi, la RAI sbaglierebbe il cognome di un calciatore che gioca in Serie Z? PDF Stampa E-mail
Domenica 27 Novembre 2022 17:52

Domanda retorica. Ma la RAI, di tutto di più e di peggio, può sparare un titolo sulla pagina di RAIPLAY in cui scrive:«Marcel Jacob e la moglie...». Non contento il titolista ripete lo svarione:«Ballerini per una notte: il campione olimpico Marcel Jacob e la moglie...». Notare tra l'altro, oltre all'errore nel nome del campione olimpico ed europeo dei 100 metri, anche il piattume che ripete titolo e sottotitolo esattamente uguali. Un qualsiasi caporedattore in un giornaletto di provincia ti prenderebbe a calci nel deretano. A meno che il velocista non abbia deciso di modificare il suo cognome, dovrebbe ancora chiamarsi Marcel Jacobs...ma alla RAI non era giunta la notizia...Dal che si potrebbe, forzando il commento, dedurre che Giochi Olimpici e atletica non son proprio al centro dell'attenzione della nostra televisione di Stato. Basta poi sentire certi commenti (meglio, non commenti) durante alcune competizioni: il top della impreparazione e insipienza.

Ultimo aggiornamento Domenica 27 Novembre 2022 18:10
 
Giulio Signori scrisse con garbo ed eleganza: Dionisi, la catapulta fra le vigne PDF Stampa E-mail
Martedì 22 Novembre 2022 00:00

L'estensore di queste note desidera ringraziare l'amico Vittorio Colombo, in passato giornalista de «L'Adige» di Trento, che fu compagno di club di Renato Dionisi alla Benacense e suo amico per tutta la vita. Vittorio fu buon atleta delle prove multiple. Oggi si occupa prevalentemente di storia locale a Riva del Garda, ed è autore di vari libri di successo. Vittorio ci ha messo a disposizione l'articolo di Giulio Signori che qui riproduciamo, di questo gli siamo grati. Quanto alle foto di Renato Dionisi nel suo ambiente familiare, con mamma e papà, e fra le vigne, sono riprodotte dalla copia del giornale di quasi sessant'anni fa, quindi la qualità lascia a desiderare.

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Un «Pennel» italiano non è un sogno, né un’utopia: date un’asta in fibra di plastica ad un sedicenne appassionato dell’acrobatico esercizio ed avrete, dopo il giusto periodo d’addestramento, il campione in potenza. All’Acqua Acetosa, l’allievo della S.S. Benacense, Renato Dionisi, in difesa dei colori di Trento, ha fornito un eloquente esempio in tal senso: dopo soli quattro giorni di allenamento intenso (circa 100 salti) con un attrezzo molto flessibile (125 libbre) su di un rudimentale pistino ricavato fra due filari di viti e con alcune balle di paglia in luogo della buca di atterraggio, ha progredito di 20 cm. rispetto al suo vecchio «personale» e, con 3,60, ha battuto la «migliore prestazione italiana» già detenuta da Savino e Pasetti con 3,50. Dionisi ha stabilito il nuovo primato alla prima prova e successivamente ha tentato i 3,70 sbagliando di pochissimo alla seconda. Il promettente astista è nato il 21 novembre del ’47 a Riva di Trento ed è allenato dal prof. Giuliani”.

Pennel? Chi era costui? Speriamo che sia rimasto qualcuno in questa landa desolata che sappia che stiamo parlando di tal statunitense John Pennel, nato nel Tennessee, e non di un pennello marchio Cinghiale, ricordate lo spot? quello che faceva «non ci vuole un grande pennello, ma un pennello grande». Pennel fu uno dei primi a saper domare le bizze dell’asta in fibra, l’attrezzo che si piegava come si diceva allora. E fu l’atleta che innalzò il primato del mondo da 4,95 a 5,44, anche se molte volte non si vide riconosciuto un nuovo primato grazie a cervellotiche decisioni dei tenutari delle procedure di ratifica della Federazione mondiale. Ma lui se stracatafotteva e continuava a salire. Morto giovane, purtroppo, John di Memphis.

Paragonare un ragazzino che doveva ancora compiere 16 anni al mostro sacro americano, forse parve un tantino azzardato. Ma Ruggero Alcanterini (una pedina saldamente avvitata nello scacchiere federale costruito da Primo Nebiolo) che lo scrisse sulla rivista «Atletica» (numero 37, del 19 ottobre 1963) aveva avuto vista lunga. Lo osservò a Roma durante la conclusione del terzo Trofeo delle Province, manifestazione per allievi. Il ragazzino di Linfano, frazioncina dalle parti di Arco – Riva del Garda dove i suoi avevano un podere agricolo, quel giorno vinse con 3,60, e non vi diciamo altro perché lo ha già scritto Alcanterini. Annotazioni ad abundantiam, per nomi che negli anni successivi «saranno qualcuno»: Roberto Gervasini piegato da Petranelli sui 600 metri, mentre Pippo Ardizzone si dovette accontentare della finale dei secondi; pure «o’ Saraceno» di Salerno, Erminio Azzaro fu secondo nel salto in alto al romano Scolastici; e chissà se a Giacomo Crosa farà piacere ricordare del sedicesimo posto in quella gara con un pauperrimo 1,60, terz’ultimo.

Ma adesso vi lasciamo alla lettura di un bellissimo «pezzo» di uno dei giornalisti che maggiormente abbiamo apprezzato nel nostro non breve bazzicare nel mondo della carta stampata e anche non stampata: Giulio Signori, del quale molti hanno detto e scritto «signore di cognome e di fatto». Non possiamo che confermare, con convinzione, avendolo conosciuto e frequentato. Signori, venuto dal «Guerin Sportivo» passò poi a «Il Giorno» e fu responsabile delle pagine sportive, avendo fra i suoi redattori il suo mentore Gianni Brera. Giulio Signori andò nella bassa campagna trentina a visitare ‘sto ragazzino di cui tanto ben si diceva. Ed ecco cosa scrisse da Linfano, il 9 agosto 1964, quando già Renato aveva iscritto il suo nome nell’albo d’oro del primato nazionale.

“Quando noi grandi rivolgiamo ad un ragazzo la solita domanda «Cosa vuoi fare da grande?» ci aspettiamo delle risposte normali: il medico, l’ingegnere, l’avvocato, magari il ferroviere o il corridore automobilista. Mai e poi mai ci aspetteremmo di sentirci rispondere «il saltatore con l’asta». Eppure questa sembra essere la più grande aspirazione di Renato Dionisi, diciassette anni a novembre, figlio di agricoltori di Linfano, un villaggio dalle parti di Riva del Garda. Renato Dionisi non aveva mai fatto sport fino a due anni fa: niente pallone, niente bicicletta, che sono i mezzi di evasione che più affascinano i ragazzi di paese. Dionisi no: con il suo amico Righi si è procurato un’asta metallica, non è chiaro in che modo, ed ha cominciato a saltare nel breve spazio fra un filare di viti e l’altro, attento a non andare a finire nell’orto a rovinare il radicchio. Dalle finestre della vecchia casa di via Rivana a Linfano la madre guarda e scuote la testa: meglio così, in fondo, piuttosto che vada a infilare monete nel juke-box al bar, o peggio. In fondo, Renato a scuola, l’Istituto professionale di Riva del Garda, è bravo, lasciamo che si sfoghi così.

Un’asta antidiluviana

Di tutto questo traffico del Dionisi e del Righi viene a conoscenza il professor Fabio Giuliani, che insegna educazione fisica all’Istituto professionale ed è allenatore della Benacense; reclutare i ragazzi per fare atletica è difficile almeno come indurli a credere che la ginnastica in palestra faccia bene al corpo e allo spirito. Così Renato Dionisi viene indotto a esibirsi finalmente in pubblico con la sua asta metallica antidiluviana. Si sa che in America hanno scoperto, per i saltatori con l’asta, un propellente che si chiama fiberglass, ma prima che arrivi a Riva del Garda, si dice il professore, ne dovrà passare di tempo.

Al campo comunale di Riva, Renato Dionisi fa la sua prima apparizione in pubblico, non è una gara vera e propria, è una esibizione assai più vicina alla scalata all’albero della cuccagna che non a una manifestazione atletica. Renato salta 2,70 fra l’entusiasmo dei compaesani, pochi dei quali immaginavano che con un tubo metallico fosse possibile andare così in alto.

Il bravo professor Giuliani non perde tempo, gli fa firmare il cartellino per la Benacense e lo fa lavorare d’inverno in palestra, per presentarlo all’inizio dell’anno scorso nelle prime gare per gli allievi. Sempre con l’asta metallica Dionisi fa tre metri alla prima gara, 3,20 alla seconda, 3,40 alla terza. E l’amico Righi sempre dietro a lui. Il professor Giuliani li manda tutti e due ai campionati nazionali per gli allievi, per farli vedere ai tecnici federali in cerca di nuovi talenti per rinsanguare il vivaio nazionale. Ai campionati di Bologna c’è tale Pasetti da Treviso che salta 3,50. Dionisi e Righi fanno secondo e terzo con 3,40 e 3,35.

Poi c’è il Trofeo delle Province a Roma. Poiché vi è ammesso soltanto un atleta a specialità per provincia, Dionisi e Righi si scannano fra di loro nella selezione. La spunta Dionisi. Ma il suo amico Righi non digerisce l’affronto e nello stesso giorno, il 13 ottobre, a Trento batte con 3,53 il record di categoria. Dionisi sembra raccogliere la sfida e a Roma salta 3,60. Da meno di una settimana ha avuto finalmente l’asta in fiberglass, una conquista che esaudisce una delle sue più grandi aspirazioni. Con il fiberglass fa vedere di essere finalmente qualcuno: finisce la stagione con 3,76, che non è proprio niente male per un ragazzo di sedici anni.

È troppo leggero

A chi lo intervista confida che quel primato allievi era «un sogno che diventava realtà». Il professor Giuliani se lo lavora in palestra per tutto l’inverno. Renato ha scatto, velocità, un’innata eleganza nel gesto atletico. È addirittura violento nel «caricamento» dell’asta, la fase-chiave del moderno salto con l’asta, quello fatto con il fiberglass. Il «caricamento» consiste nel trasmettere all’asta tutta la forza d’inerzia acquisita con la rincorsa, affinché l’asta stessa restituisca questa forza raddrizzandosi dopo lo stacco e catapultando l’atleta al di là dell’asticella.

La sua prima asta in fiberglass finisce male sotto la spinta violenta di Renato che la spacca quasi subito: è un buon indizio, in fondo, se è riuscito a tanto, vuol dire che ha della birra in corpo. Così al posto di quell’asta da 14 piedi gliene danno una più pesante, da 16 piedi: ora dicono i tecnici è già matura per un’asta più pesante.

Il guaio di Dionisi, dicono ancora i tecnici, è che il ragazzo è troppo leggero: i suoi 68-69 sono pochini per consentirgli di «caricare» l’asta come sarebbe augurabile. Così leggero rischia di essere respinto dall’asta indietro sulla pedana. Gli attuali «big» del salto con l’asta son tutti dei pezzi d’uomo dal peso molto vicino ai 90 chili.

Che Dionisi sia già riuscito a superare 4,50, che è il meglio che sia mai stato fatto in Italia, è già un fatto sorprendente, ed è ancor più sorprendente che egli abbia dato a tutti l’impressione di poter migliorare questo limite, al quale è arrivato con una progressione costante in questa stagione. Il problema è dunque quello di dargli il peso che non ha: una cura intensiva di bistecche che gli diano quei fasci muscolari che ancora gli fanno difetto.

Non gli fa proprio difetto, invece, il temperamento. Non si diventa campioni senza avere quel «quid» psicologico che fa difetto a molti atleti, macchine magari perfette, ma senza la scintilla psicologica necessaria. Che Dionisi abbia anche il temperamento lo ha dimostrato nell’incontro con i francesi ad Annecy il luglio scorso. Quanti nostri abatini (ce ne sono fin troppi anche nell’atletica…) si sarebbero smontati per quell’errore dei giudici che all’improvviso hanno confessato di aver sbagliato di venti centimetri nell’annunciare l’altezza dei salti? Lui, Dionisi, non ha fatto una piega, ed ha continuato come se nulla fosse, facendo il record nazionale proprio in quell’occasione.

In attesa che Dionisi si rimpolpi, accontentiamoci del suo primato di 4,50. Lasciamo che il tempo lavori per lui: abbiamo aspettato per anni un saltatore con l’asta capace di limiti decorosi in campo europeo, che possiamo attendere con pazienza che Dionisi maturi.

Non dobbiamo nasconderci che la misura di 4,50 in campo internazionale non rappresenta assolutamente nulla. In tutto il mondo si sono fatti progressi prodigiosi anche nel salto con l’asta: noi partiamo da Dionisi, pressoché da zero. Dionisi ha il vantaggio di non essere stato capace di imparare a saltare con l’asta rigida, quella che è stata completamente tolta di mezzo dal fiberglass. Lasciamo ora che torni a giocare fra i filari della vigna del padre con la sua asta nuova, con il suo amico Righi, concediamoli tempo e fiducia, e diamogli appuntamento per il 1968, per le Olimpiadi di Città del Messico, e speriamo che il salto con l’asta rimanga la sua grande passione.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 22 Novembre 2022 21:39
 
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