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Ai tempi del Brambilla e del Poggioli, quando cominciavano a volare i primi martelli PDF Stampa E-mail
Venerdì 21 Ottobre 2022 00:00

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A destra: siamo ai Giochi Olimpici di Amsterdam 1928; posano il vincitore del lancio del martello, l'irlandese emigrato negli Stati Uniti Pat O'Callaghan, giocatore di rugby che aveva scoperto l'atletica da pochi mesi, e il tarchiato modenese Armando Poggioli, quarto a meno di settanta centimetri dal terzo. A fianco, un disegno scozzese di epoca vittoriana, che riproduce probabilmente un eroe della saga dei Fenians che lancia il martello da fabbro durante una festa popolare. Si noti la testa dell'attrezzo di forma sferica

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Qualche giorno fa abbiamo cercato di intrattenervi sulle storie personali di due atleti che hanno avuto un ruolo nella narrazione del lancio del martello nel nostro Paese. Bella specialità fatta di forza, agilità, equilibrio, esercizio per uomini forti ma non solo forti, ma di grande coordinazione muscolare. Una delle prove dell’atletica leggera che affonda le sue origini in terre come l’Irlanda, le varie Nazioni inglesi, i Paesi nordici, dove si praticava con altri esercizi di forza (il lancio della pietra o del tronco d’albero) durante le feste popolari. Chiunque abbia sfogliato qualche libro di storia non può aver scordato il frequente dipinto che ritrae il barbuto e forzuto re Enrico VIII d’Inghilterra nell’atto di gettare uno strano artefatto formato da un manico sormontato da una palla di ferro. Era un antenato del martello che si sarebbe poi lanciato sui campi sportivi ed è arrivato, rivisto ed aggiornato, fino ai giorni nostri. Un cammino non facile, perché è un esercizio che non è andato mai a genio ai padroni del vapore sportivo. Spesso si è cercato di farlo fuori, con la scusa, non del tutto infondata, che è pericoloso, altre volte lo si è relegato fuori dallo stadio principale per salvaguardare il sacro manto erboso; ultimamente questo manto tende sempre più ad essere sintetico, e così, secondo noi, il lancio del martello verrà bandito per sempre dagli stadi principali. Noi proponiamo di far lanciare il martello all’interno degli edifici degli assessorati allo Sport, e anche all’interno degli eleganti uffici che ospitano tante inutili strutture sportive. Terroristi? Forse. Dimenticavamo: con la scusa della protezione, c’è anche chi ha fatto dei begli affari costruendo delle vere e proprie cattedrali attorno alla pedana del lancio, imponendole in tutti gli stadi per poter concedere l’omologazione.

Torniamo a casa nostra. Mentre ci occupavamo di Silvano Giovanetti (sì, amici premurosi che volevate farci le pulci: Giovanetti, una sola «enne» non due) ci siamo imbattuti in uno scritto di tal Bruno Bonomelli, maestro elementare bresciano (che è il titolo cui teneva di più), nel quale ci raccontava una bella favola, del tipo «c’erano una volta in un Paese chiamato Italia degli uomini grandi e grossi che lanciavano una strana cosa chiamata martello…». Su una pubblicazione di quei tempi – 1958 – si chiamava «Sport Italia» e veniva stampata dalla società SISAL, quella del Totocalcio, l’orco Bonomelli si era conquistato un grande spazio per parlare di atletica. Incredibile ma vero: sulla rivista del calcio che attraverso il concorso Totocalcio sosteneva tutto lo sport italiano e dava anche una bella fetta di quattrini al nostro vorace Stato. Alla fine di ogni stagione atletica, Bonomelli stendeva i bilanci dell’atletica leggera italiana, disciplina per disciplina, corredando la parte scritta con grafici, analisi statistiche, ecco, appunto, queste erano statistiche non compilazioni.

Il 24 giugno 1958 su «Sport Italia» apparve il bilancio del lancio del martello. In questa occasione, oltre alle liste e ai grafici, Bonomelli raccontò aneddoti e personaggi. Riproduciamo il testo.

«Quei pochi che in Italia si occupavano anteguerra (n.d.r. della Prima guerra mondiale) di atletismo, conoscevano il lancio del martello dai risultati ottenuti all’estero che ogni tanto si leggevano sulle gazzette sportive, e fra quei pochi ve n’era qualcuno che lo conosceva per averlo visto alle Olimpiadi di Londra e di Stoccolma. Nessuno però credette che fosse un esercizio che potesse appassionare i nostri atleti; anzi sembrò ai più una branca dell’atletismo di un esotismo tale che non avrebbe mai trovato fra noi i cultori».

Così scrive Emilio Brambilla in quel volume edito da Corticelli e pubblicato a Milano nel 1929 e che noi abbiamo già citato varie volte. Quando però il lettore avrà dato uno sguardo alla cronologia ufficiosa del primato del mondo non potrà non accorgersi che invece il lancio del martello è il padre di tutti i lanci moderni. Nel 1860 si disputavano infatti competizioni e con un regolamento che non si discosta di molto da quello odierno.

Nel 1891 il lanciatore venne fatto prigioniero di un circolo del diametro di 7 piedi; fermo restando i due principi: a) peso dell’attrezzo non minore di 16 libbre; b) lunghezza totale dell’attrezzo (palla più filo) non superiore a 4 piedi.

Ed eccoci al 1920. Emilio Brambilla, allora membro della F.I.S.A., pensò di inserire nei campionati nazionali il lancio del martello. Non trovò però nei colleghi né entusiasmo né consensi. Cosicché egli, per poter realizzare la propria idea, dovette non solo pensare a trovare l’attrezzo – il che era allora assai difficile – ma dovette provvedere anche alla dotazione dei premi. La gara ebbe luogo sul campo dello Sport Club Italia, alla Baggina, e venne vinta da Berardi, vecchio e noto ginnasta della Fortitudo di Bologna, che lanciò l’attrezzo come Dio volle, precedendo altri tre atleti. Fu quella di Berardi la prima misura che si iscrive nell’albo d’oro dei primati italiani. Oggi il Berardi è Presidente dell’Automobile Club di Bologna”.

Nella graduatoria di fine anno 1920 oltre ai cinque del Campionato italiano della Federazione Sport Atletici compare il nome di Armando Poggioli, di cui vi abbiamo già detto qualcosa, il quale, congedato, riprese l’attività sportiva e si impegnò soprattutto nel martello. Forse avremo occasione di riparlarne.

Ultimo aggiornamento Venerdì 21 Ottobre 2022 19:57
 
Mondiali Militari 1951: Castagnetti e Giovanetti si prendono a martellate PDF Stampa E-mail
Domenica 16 Ottobre 2022 00:00

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Le due immagini che corredano questo testo sono prese dal volume «Atletica a Reggio Emilia-100 anni di storia», autore Gianni Galeotti. Nella foto a sinistra il podio dei Campionati Internazionale Militari del 1951; Silvano Giovanetti, Ruggero Castagnetti, il vincitore, e il francese Laurans. A destra, Beppone Tosi e Ruggero Castagnetti: il corazziere vinse sei titoli militari consecutivi di lancio del disco fra il 1949 e il 1954

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Emilia sdraiata fra i campi e sui prati” canta Francesco Guccini fin dal 1990, in quello splendido omaggio musicale a questa regione così varia, variegata e variopinta. Ci sono estensioni di quei campi e di quei prati che gli uomini, fossero discendenti dei Liguri, degli Etruschi o dei Galli, avevano l’abitudine di prendere a martellate, in senso figurato. Forse in origine era un martellone come quello del nerboruto fabbro Cûchulainn, chiamato «il fabbro dell’Ulster», eroe nei Giochi Gaelici Oenach Tailten, di cui scrisse il nostro Marco Martini in un prezioso libricino artigianale intitolato «L’atletica leggera nell’antica Irlanda».

Ci sono stati alcuni decenni in cui nell’area geografica, quella meravigliosa terra piatta padana che nella calura estiva evoca certe visioni sognanti e rarefatte di Vincent van Gogh, habitat (dove probabilmente si installarono i Boi, una gente di origine gallica) che include le propaggini contadine di Mantova, Reggio Emilia, Modena, Carpi, Formigine, Brescello, Correggio, crebbero giovanottoni che piroettavano su un cerchio di cemento e, al finale di saltelli e di vorticosi giri (allora erano tre, poi divennero quattro con l’evoluzione della tecnica elaborata dai grandi lanciatori sovietici), rilasciavano la palla di ferro attaccata ad un filo pure di metallo. Indiscusso capostipite di quella razza chiamata «martellisti» fu Armando Poggioli, nato a Modena nel 1888, il quale, come s’usava nello sport a quei tempi, primi anni del Novecento, si esercitò in numerose e diverse discipline: fu marciatore, nuotatore, ginnasta, podista, sollevatore di pesi e lottatore. Noi dell’atletica lo conosciamo soprattutto come lanciatore di martello. «Uomo forte e semplice», come lo descrisse il prof. Nando Ponzoni, galantuomo emiliano, che di lanciatori di martello ne ha allenati decine.

Adesso riannodiamo il filo che avevamo dovuto interrompere nei giorni scorsi per occuparci di tristezze. Torniamo ai Campionati Internazionali Militari che si svolsero allo Stadio delle Terme, a Roma, nell’ottobre 1951. Delle quattro vittorie degli «stellati» nostri (stellette militari, non stelle della guida gastronomica Michelin, da cui ormai siamo perseguitati) una venne dal lancio del martello. Che, anzi, ci regalò addirittura una doppietta. Vittoria di Ruggero Castagnetti, secondo Silvano Giovanetti: il primo di Reggio Emilia, il secondo di Carpi, terra padana.

Ruggero Castagnetti, nacque nel 1920. Era poco più che un ragazzo, quando nel 1937, vinse i campionati provinciali di getto del peso: 11,16. Lo abbiamo ritrovato negli stessi Campionati nell’anno 1940: primo nel peso con 11,14 e nel disco con 36,56. Più o meno a quell’epoca, Ruggero era allievo alle Fiamme Gialle, e i suoi lanci del disco non erano male. Il 18 giugno 1939, allo Stadio Mussolini di Torino, Campionato nazionale a squadre di Prima Divisione (cronaca sul bollettino federale firmato nientemeno che dal dott. Bruno Zauli), lo vide il finanziere Carlo Bovi, laziale di Velletri trasferito per servizio a Verona, dove disciplinò la innata forza del giovane Adolfo Consolini. Il maresciallo lo osservò sulla pedana del disco; il diciannovenne Ruggero fu terzo con 33,45, dopo Oscar Cereali (37,24) e Carnielli (35,00). Bovi vide in Ruggero un potenziale ottimo lanciatore di martello e lo indirizzò a questa specialità. E i risultati non mancarono: nel settembre del 1941 vinse due titoli ai Campionati della Gioventù Italiana del Littorio, peso con 12,76 (decima misura nazionale dell’anno) e il martello con 46,52, quarto nella graduatoria dopo Taddia, Giovanni Oretti, di Capodistria, e Vladimiro Superina, di Fiume. Nello stesso anno, venne inquadrato professionalmente nella carriera di finanziere. Ebbe una bella stagione nel 1942: vestì la maglia azzurra e nella riunione internazionale di Berlino superò i 50 metri: 50,88 era la terza misura italiana di sempre dopo Michele Venanzetti (primo italico a buttare la palla con filo oltre i 50 metri) e Taddia. Ma c’era la stramaledetta guerra: mobilitato, venne destinato a Vólos, in Grecia, la città che aveva dato i natali al grande pittore italiano Giorgio De Chirico. Fatto prigioniero dai nazisti, Ruggero fu deportato in un campo di concentramento vicino ad Amburgo, da dove fu liberato dagli inglesi.

Nel 1945, chiusa la macelleria della guerra, riprese l’attività sportiva a Reggio Emilia; finì la stagione al secondo posto, ebbe davanti solo Taddia. L’anno dopo ritornò alle Fiamme Gialle. Una carriera lunghissima la sua, supportata da un fisico eccezionale, non grosso ma potente. Dal 1941 fino al 1955 fu sempre fra i primi dieci in Italia (eccezione il 1944, in campo di prigionia non erano appassionati di lancio del martello…, e il 1954, quando fu solo 23esimo). Nel 1956 chiuse ancora al tredicesimo posto; nel ’58 era lì vicino ai 50: 49,34. Sei volte in Nazionale, non vinse mai il titolo italiano, la sua carriera cozzò contro quella dell’Adone ferrarese, di Bondeno, Teseo Taddia, che era suo coetaneo. Le sue soddisfazioni più belle furono i quattro titoli mondiali militari consecutivi: 1950-51-52-53. Nella edizione del 1951 fu anche sesto nel lancio del disco con 39,69 (41,65 il suo migliore quall'anno). Il suo lancio più lungo 51,16, in una riunione nazionale a Torino, il 3 settembre 1949, la sua miglior annata. Passione per lo sport tutto, gareggiò nello sci, nel canottaggio, nel tiro a segno. Ma la montagna era il suo grande amore:”…scalò tutte le cime del Monte Rosa, raggiungendo otto volte la più alta, i 4560 metri della Punta Gnifetti…”. Lo raccontò il nostro socio Gianni Galeotti nel libro «Atletica a Reggio Emilia-100 anni di storia». Ruggero Castagnetti ha chiuso la sua vita a Varese, nell’agosto del 2007.

Silvano Giovanetti ce lo facciamo raccontare dal prof. Nando Ponzoni, autore del libro «Sessant’anni di lancio del martello a Modena», edizione 1985 che ampliava quella del 1974 «Appunti per la storia del lancio del martello a Modena», e che si apriva con una presentazione di Luciano Fracchia, socio fondatore del nostro Archivio. Nando e Luciano erano grandi amici.

Scrisse Ponzoni:” Silvano Giovanetti, nato a Carpi il 22 maggio del 1929, iniziò a praticare l’atletica leggera anche per merito del signor Nicolini, appassionato dirigente della Società sportiva «La Patria», che lo sollecitò ad iscriversi e a partecipare all’attività del sodalizio sportivo locale. Nel 1947 Giovanetti si accostava all’atletica dedicandosi al lancio del peso e del disco; l’anno successivo fu avviato al lancio del martello, specialità per la quale dimostrava una spiccata attitudine; l’allenava il signor Battini, il quale si avvaleva della consulenza del bravissimo Armando Poggioli, impiegato presso la manifattura tabacchi di Carpi. I progressi furono inizialmente rapidi e Giovanetti vinse i titoli nazionali di categoria; nel 1950, con metri 47,90 si classificò al settimo posto della graduatoria nazionale della specialità”.

Aggiungiamo al testo di Ponzoni qualche nota frutto della consultazione di vecchie e malandate carte di quegli anni. 1947: mentre Giovanetti iniziava, nelle liste italiane di fine anno compariva il nome di un atleta che era salito sul podio (secondo) ai primi Campionati d’Europa, Torino 1934: Fernando Vandelli, altro modenese, classe 1907, ancora capace di un lancio di 42,44, a quarant’anni. Il Battini citato nel testo di Ponzoni dovrebbe essere Igino (o Iginio?), pure lui martellista. 1949: a Carpi c’era una vera e propria nidiata di giovani che tiravano il martello. Allora le categorie non erano determinate dall’età, ma dalla destrezza nello specifico esercizio sportivo: c’erano tre Serie, e gli atleti erano suddivisi in esse. Prendiamo la graduatoria dei Terza Serie: terzo Danilo Baracchi (40,46), quarto Silvano Giovanetti (39,93), sesto Jaures Bonaretti (38,04), settimo Battini (37,94). In testa, ben lontano, un gigante fiorentino dell’A.S.S.I. Giglio Rosso Firenze, Avio Lucioli (47,59), poi il milanese Adolfo Sacchi (41,40). Gli emiliani di Carpi trionfarono anche a Trento, in settembre, ai Campionati di Terza Serie: primo Giovanetti 38,71, secondo Bonaretti 38,04, terzo Baracchi 37,72. Nel 1950, salì di categoria e vinse il titolo dei Seconda: 47,90, a Torino, settimo della stagione.

L’ascesa dell’atleta carpigiano – citiamo ancora Ponzoni – continuò negli anni successivi ed i suoi risultati tecnici lo classificarono nei primissimi posti della graduatoria nazionale di specialità…(dal 1956 in poi) nei tre anni che seguirono Giovanetti non ebbe competitori e fu sempre primo nella graduatoria nazionale; conquistò il titolo di campione italiano a Bologna nel 1957…l’anno successivo migliorò tre volte  il record italiano…”. Raccontiamolo in po’ più in dettaglio questo 1958. Quell’anno era tesserato per il G.S. Calzaturificio Diana Piacenza, e proprio in questa città iniziò la stagione: 54,70 il 19 aprile. La settimana dopo, stessa pedana, perse da Lucioli (passato intanto al Fiat Torino), al terzo posto quello che, in futuro, sarà il successore del carpigiano, Manlio Cristin, nato a Tempio, provincia di Sassari, ma tesserato per il C.R.D.A. della Marina Militare di La Spezia.  Durante la stagione Giovanetti le buscherà altre volte da Lucioli (5 a 2 nei confronti diretti). Se per caso non credete che il lancio del martello fosse un affare quasi privato di modenesi e carpigiani, leggete questa. Fase regionale del Campionato di società a Parma, il 10 maggio: primo e secondo Giovanetti e Tavernari modenesi, terzo Zampieri ferrarese, quarto Serafino Ansaloni modenese, quinto Nadalini carpigiano, sesto Pollastri modenese, settimo Luciano Ansaloni modenese, ottavo Oddone Mora carpigiano, nono Fini modenese. E se non vi basta: undicesimo, con 26,47, Alieto Rontini, Edera Forlì, che entrerà nel Consiglio nazionale della Federazione, essendo presidente Gianni Gola.

Era d’estate…”, canterà Sergio Endrigo qualche anno dopo. 1950: d’estate, pieno luglio, il nostro omone si presenta a Forlì, al Campo Scuole, dove si gareggia per i Campionati regionali, «giornata calda, leggero vento» informa la «rosea». Al terzo lancio Silvano centrò il primato e aggiunse una manciata di centimetri a quello del suo predecessore: 59,50 il nuovo, 59,17 il vecchio. Torino fu la sede del sedicesimo confronto fra le squadre nazionali di Italia e Svizzera, primo nel 1928, allo stadio di Colombes, si trattò di un triangolare con i francesi. Il 26 luglio sulle pagine de «L’Unità» Bruno Bonomelli presentò l’evento e scrisse:”…si vorrà vedere se Giovanetti è superiore o meno a Lucioli; e se tutti e due si decidono una buona volta a valicare l’arco dei 60 metri”. E fu la volta buona. Ancora «Bibis» il giorno dopo:” Giovanetti, forse un po’ sbilanciato, con tiri di una sorprendente velocità, portava l’attrezzo a metri 60,40 né il carpigiano perdeva la carica nervosa…Il secondo tentativo egli lo ha fatto inviando l’attrezzo quasi sull’impronta lasciata dal primo, ma un po’ più in là (m. 60,86). Ringalluzzito dal duplice successo, Giovanetti gira sempre più velocemente, ma si ha l’impressione che l’uscita dell’attrezzo avvenga un po’ in anticipo sul dovuto. Ecco la sua serie completa: 60,40; 60,86; 60,39; 58,33; 60,57; 58,54”. Stavolta Lucioli restò a due metri (58,64).

Purtroppo poca gloria ai Campionati d’Europa, a Stoccolma: qualificazione fissata a 55 metri, egli si fermò a 54,45, penultimo. Gli anni a venire furono di medio cabotaggio, non superò più i 60 metri, ma continuò il suo impegno in pedana, e fino al 1968 fu sempre fra i primi dieci in Italia. Fu ancora quarto ai Campionati assoluti nel 1965. Giovanetti si trasferì a Reggio Emilia, dove avviò una attività commerciale. E in quella città continuò ad occuparsi di atletica, come dirigente e come tecnico. Concluse la sua vita terrena il 4 novembre 2016.

Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Ottobre 2022 10:18
 
Don Alessandro Capanni, il prete con il cappello di Tex Willer se n'è andato PDF Stampa E-mail
Lunedì 10 Ottobre 2022 07:49

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I ragazzi e le ragazze della parrocchia di S.Antonio, a Montecatini, lo avevano soprannominato «il Grinta», mutuandolo dal titolo di quella pellicola del 1969 interpretata da John Wayne, che per quella interpretazione ricevette l'Oscar come miglior attore protagonista. Don Alessandro Capanni avrebbe meritato anche lui un Oscar, quello per il miglior interprete dei sentimenti umani, che sapeva leggere, decifrare, auscultare con lo stetoscopio dell'anima. Chissà, forse l'Oscar glielo assegneranno lassù, dove è andato, in punta di piedi, quando la giornata di domenica lasciava spazio alle ormai fitte ombre della sera. Era stato ricoverato in fretta qualche giorno prima, in stato comatoso. Nei giorni successivi aveva dato leggeri segni di ripresa. Forse ce la fa anche stavolta, pensammo, sperammo, il prete era di tempra robusta, la vita gli aveva già riservato prove toste nel fisico. Invece, alla fine, si è arreso.

I funerali, nella chiesa di S.Antonio, a Montecatini, saranno celebrati mercoledì mattina, alle 10. E dopo, l'ultimo viaggio a Firenze, dove sarà sepolto accanto al suo adorato fratello Aldo, che se ne era andato nel gennaio del 2007, quell'Aldino di cui Alessandro parlava sempre con un affetto e una devozione che raramente abbiamo riscontrato in altri. Custodiva gelosamente tutti gli scritti del fratello, che con la penna ci sapeva fare. E li rileggeva, e li leggeva anche a noi, quando andavamo a visitarlo. Quell'Aldo Capanni che fu uno dei primissimi che aderì alla idea di dar vita all'Archivio Storico dell'Atletica Italiana e ne fu inimitabile segretario fino al decesso. Don Alessandro chiese di sostituire il fratello nell'elenco dei soci dell'A.S.A.I. Nel 2010 accolse la nostra Assemblea annuale nella sala riunione della sua parrocchia; fu nel teatro adiacente che venne presentato il progetto di rifacimento del nostro sito Internet. Poi si intrattenne a pranzo con noi in un agriturismo poco distante da Montecatini, circondato dall'affetto dei proprietari e del personale che lo adoravano. Prete battagliero, tenace, non esitava a far sentire la sua voce nei sermoni talvolta pungenti. Aveva anche un'altra qualità: sapeva incazzarsi! Anche per questo gli abbiamo voluto tanto bene. 

Nel collage di foto, momenti di varie edizioni delle «Parrocchiadi», inventate da Aldo e da Alessandro per un momento che chiamasse a raccolta i giovani e i giovanissimi della parrocchia all'insegna dello sport e della cultura: cultura al mattino per visitare una delle tante bellezze artistiche di Firenze, sport al pomeriggio al campo dell'ASSI Giglio Rosso sul viale dei Colli. E poi tante premiazioni attorniato da quei ragazzi e ragazze.

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2022 17:03
 
E dopo Storo, Nicolosi: gli amici Granata e Bonomo presentano il nostro «1946» PDF Stampa E-mail
Sabato 08 Ottobre 2022 11:53

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Inatteso e quindi ancor più gradito. Nella posta @gmail il gestore di questo sito ha trovato un messaggio e allegate due foto. Inviava Michelangelo Granata (a sinistra, con la maglietta bianca, la foto è stata scattata da Armando Monaco), da Catania. Condivide lo scatto con l'amico Carmine Bonomo...e con due copie della nostra ultima pubblicazione: il decimo volume della storia dei Campionati italiani di atletica, iniziata in occasione del centenario della prima edizione (1897) e giunta ora a trattare l'anno 1946. La pista su cui posano i piedi i nostri due amici è quella, nuovissima, dello stadio dei Monti Rossi, a Nicolosi, il cui abitato si adagia alle pendici dell'Etna. Perfino Johann Wolfgang Goethe fece un accenno ai Monti Rossi nel «Viaggio in Italia», scrisse :"...le masse di lava in primo piano, le vette gemelle dei Monti Rossi a sinistra, e di rimpetto a noi la selva di Nicolosi, sopra la quale si ergeva il cono dell'Etna ricoperto di neve e leggermente fumante...". 

L'inaugurazione della rifatta pista di atletica ha offerto l'occasione per la finale del «Premio Estivo Mezzofondo e Marcia». Vista anche la presenza dei rappresentanti dell'Amministrazione Comunale e di dirigenti, tecnici e atleti, Michelangelo e Carmine hanno pensato bene di ritagliarsi uno spazietto per presentare il nostro volume. Volume che contiene un aggangio storico preciso. Durante la stesura, fu chiesto ai due amici di rintracciare materiale di una gara di marcia che si disputò nel maggio del 1946 a Catania. Gara che deve considerarsi il primo Campionato nazionale di maratonina di marcia, distanza poi codificata in 20 chilometri ma che quel giorno alla fine fu di circa 23. Eravamo a un anno dalla fine della guerra, che si poteva pretendere quanto a precisione? A quella gara, prese parte anche  il giovane Pino Dordoni, aveva vent'anni; finì la gara al quarto posto. Iniziava anche la carriera di marciatore, il catanese Gianni Corsaro, che, quel giorno, preso da eccessivo entusiasmo per l'incitamento del suo pubblico, dovette ritirarsi causa dell' andatura superiore alle sue forze. Il tutto è raccontato nel libro con foto originali, risultati completi, articoli di giornali siciliani di quei giorni. Per merito di Carmine e Michelangelo. Doveroso quindi almeno far loro omaggio del libro. Che han pensato bene di pubblicizzare, cosa di cui li ringraziamo.

Il messaggio di Michelangelo si chiude con una annotazione atletica, per ricordare che su questa pista dei Monti Rossi, il 29 agosto 1992, il diciassettenne  Sebastiano Mazzara, dell'Atletica Bagheria Palermo, stabilì la miglior prestazione nazionale della categoria allievi sulla insolita  - almeno qui da noi - distanza del miglio, metri 1609,35 (conversione ufficiale): tempo 4'19"0. A dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto lunga sia 'sta nostra Italia, c'è un filo che lega Nicolosi, Rovereto e Navazzo, dove ha sede il nostro Archivio Storico. Seguiteci. Ci son voluti ben 29 anni per vedere un altro ragazzetto migliorare quel tempo. Di nome fa Simone Valduga, è nato a Rovereto nel 2004, veste i colori gialloverdi dell'U.S. Quercia Trentingrana. Simone corse nella prima serie della gara Elite durante la seconda edizione del meeting Don Kenya Run, il 4 settembre 2021, sulla pista della Civica Arena di Milano. Serie vinta da Stefano Massimi (4'02"42), Simone sesto in 4'05"93, per succedere a Mazzara. Forse vi chiederete che c'entra Navazzo. C'entra, c'entra, perchè la nonna di Simone, signora Rina, risiede proprio nella località che è frazione di Gargnano, sul lago di Garda. Infatti è moglie di Maurizio Bertanza, anche lui un bravo ex atleta negli anni '70 - '80, gli piacevano soprattutto i 2000 metri con siepi, ma non solo. Simone è figlio di Stefano, uno dei figli del precedente matrimonio della signora Rina.

Qualche nota su Sebastiano Mazzara, prodotto di quelle generazioni di mezzofondisti siciliani che hanno dato lustro all'atletica italiana. Solo una pennellata, niente di più su questo bravo atleta, nato nel 1975. Nel 1993, quindi diciottenne, si classificò terzo ai Campionati nazionali juniores di corsa campestre, che si corsero su un tracciato all'interno della pista automibilistica di Fiorano/Maranello. Vinse il pugliese Ottaviano Andriani su Giuliano Battocletti, terzo Sebastiano. Piazzamento che gli aprì le porte della Nazionale junior per il Mondiale di cross che quell'anno era ospitato nel Paesi Baschi, nord della Spagna, in una località famosa per il cross: Amorebieta, in basco Zornotza. Era il 28 marzo, chi scrive non può scordarlo. Come non può dimenticare che il bus che trasportava i giornalisti da Bilbao ad Amorebieta fu fermato per più di un'ora in una strada secondaria, si seppe dopo che si era sparsa voce che i terroristi baschi avrebbero attuato un attentato. Siamo andati a sfogliare la rivista federale «Atletica». Il racconto dell'evento era stato affidato da chi gestiva la rivista in quel momento a Fausto Narducci, allora inviato della «Gazzetta dello Sport». Il testo era corredato dalle fotografie del francese Jean Pierre Durand, uno dei migliori al mondo per l'atletica, purtroppo tragicamente deceduto un anno fa nella sua casa in Dordogna.

Cinque keniani ai primi cinque posti nella gara assoluta, quattro ai primi quattro fra i presunti juniores (lasciam perdere la storia delle vere date di nascita, e non solo per i keniani). Invece il nostro bravo Sebastiano era nato il 13 maggio 1975 e con quella sacrosanta data era stato registrato all'anagrafe del suo Comune, Mistretta. Per il fondismo italiano fu una giornata nera cui tentava di mettere una toppa la parlantina fluviale del prof. Elio Locatelli, allora direttore tecnico, che spiegava, annunciava cambiamenti lì per lì, sparava nomi di tecnici candidati a salvare la situazione del cross. In tutto questo - e abbiamo finito -  Fausto Narducci scrisse:" ...uno dei pochi azzurri che potrà ricordare piacevolmente questa brutta giornata: il siciliano Mazzara che con il 37esimo posto si è messo sulla strada di Modica, suo concittadino a Mistretta...". Modica nel senso di Vincenzo, vero? Meglio chiarire, non si sa mai. E fu un altro 28 marzo quando Sebastiano tornò In azzurro nel cross assoluto stavolta, nel 1999, a Belfast, con un freddo fottuto (attenuato da ripetuti bicchieri di whisky irlandese allungato con acqua bollente che una solida e allegra signora serviva a Sandro Giovannelli e all'autore di questi appunti) e un fango che arrivava al cavallo dei pantaloni. Paul Tergat, il grandissimo Paul Tergat, vinse quel giorno il suo quinto titolo consecutivo di cross. Sebastiano ritrovò, come nel 1993, Giuliano Battocletti, bravissimo 19esimo, gli altri italiani furono Daniele Caimmi e Umberto Pusterla. Lui fu il quarto degli azzurri, 50esimo, e con quel piazzamento contribuì al degnissimo sesto posto dell'Italia nella classifica per Nazioni. 

Mammamia santissima, quante cose s'han da ricordare! E tutto per colpa (merito?) di una foto arrivata da Catania.

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Ottobre 2022 07:33
 
Piacenza riceve il titolo di «Città che favorisce lo sport», nel nome di Pino Dordoni PDF Stampa E-mail
Venerdì 07 Ottobre 2022 09:01

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La quattro immagini documentano l'atto conclusivo delle celebrazioni 2022 del successo olimpico di Pino Dordoni, piacentinissimo, ai Giochi di Helsinki 1952, sulla affascinante distanza dei 50 chilometri di marcia, oggi fatti sparire dal programma in ossequio ai diktat della televisione. Alcune persone - poche - nell'estate di un anno fa si proposero di ricordare l'evento nella città natale del grande marciatore. Sono state realizzate delle iniziative con la partecipazione di taluni e la totale assenza di talaltri. Ultimo atto, ben partecipato, con tanto di nuovo assessore allo Sport del Comune di Piacenza, Mario Dadati, e del campione olimpico di Mosca '80, Maurizio Damilano, la consegna alla città della «Bandiera Azzurra» che comporta anche il titolo di «Città che favorisce lo sport». Mai titolo fu più azzeccato per la «Primogenita» se si pensa che in questa provincia esiste un solo stadio dove praticare l'atletica. Prossima fermata: una sgambettata primaverile sui percorsi intitolati a Dordoni e riservati ai podisti . E poi: archivio, dimenticatoio. Ma non sicuramente per Pino Dordoni, come atleta e come persona.

Post Scriptum - Il ricordo della vittoria olimpica di Dordoni è stata una idea nata all'interno del nostro Archivio Storico dell'Atletica Italiana. Le idee nascono nella testa delle persone. In questo caso una, che ottenne adesione di altre, il Consiglio Direttivo dell'Archivio, prima di tutti. E subito dopo di un socio piacentino, Sergio Morandi. Il resto? Fumosità, le mille bolle blu. Nel momento in cui si chiude il sipario su questa iniziativa viene naturale porsi una domanda: ma se non fosse venuta l'idea all'A.S.A.I. chi si sarebbe ricordato a Piacenza di quel successo olimpico? E fuori di Piacenza? Abbiamo avuto dimostrazioni tangibili della inutilità di personaggi, enti, categorie. L'unico che merita, a pieno titolo di sventolare la «Bandiera Azzurra» è l'amico Sergio Morandi, al quale va il sentito ringraziamento dei soci del nostro Archivio. Una proposta solo sussurrata al nuovo assessore allo Sport, signor Dadati: a fine anno, quando sicuramente farà la sua comparsa alla festa dell'Atletica Piacenza, si presenti con questo premio: «Sergio Morandi, uomo dell'anno dell'atletica piacentina». Vi ricordate quel simpatico pupazzo che, negli anni '70, teneva in braccio Raffaele Pisu durante una trasmissione televisiva? Si chiamava Provolino, ne diceva di cotte e di crude, e terminava con un «Boccaccia mia, statti zitta».

Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Ottobre 2022 15:46
 
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