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Tre foto ci portano allo stadio romano della Farnesina, era il Primo Maggio 1970 PDF Stampa E-mail
Lunedì 10 Maggio 2021 12:00

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Quante cose possono raccontare vecchie fotografie! Queste sono state scattate da un fotografo un po’ speciale: Bruno Bonomelli. Fanno parte del voluminoso corpus di documenti, libri, riviste, fotografie, lettere, appunti, che abbiamo etichettato come «Lascito Rosetta e Bruno Bonomelli», al recupero del quale si sono prodigati Albertino Bargnani, che di Bruno allenatore fu atleta, uno dei migliori mezzofondisti, corridore di cross specialmente, fra gli ultimi anni del '50 e i primi del ‘60, e Alberto Zanetti Lorenzetti. Tutto il materiale è custodito in un edificio di proprietà di un nostro socio nel piccolo borgo di Navazzo, Comune di Gargnano, sul lago di Garda, sponda bresciana, materiale consultabile su appuntamento.

Bruno ebbe, fin che la salute lo assistette, una cura speciale nel raccogliere vecchi documenti da atleti del passato che andava a scovare in ogni parte d' Italia. Molti gli affidarono, in tutto o in parte, le loro memorie, fatte di vecchi ritagli di giornale, immagini un po' sbiadite, ma anche, soprattutto, i loro racconti orali che sono elemento fondamentale (poi da verificare) per chi fa ricerca storica. Lui stesso aveva il gusto di documentare, con il suo apparecchio fotografico, questi incontri con vecchi atleti, oppure momenti e situazioni sui molti campi di atletica dove trascorse buona parte della sua vita, o da allenatore, o da giornalista (la sua produzione scritta è mastodontica), o da osservatore inflessibile.

Mettiamo a fuoco queste foto. Dove siamo? Al Campo della Farnesina, a Roma. La data: 1° maggio 1970, la prima delle tre giornate dei Campionati nazionali universitari (altra manifestazione lasciata andare in malora). Le altre due giornate furono invece ospitate nel più imponente scenario dello Stadio Olimpico. Nella immagine sotto a destra si riconosce senza fatica, Primo Nebiolo, presidente della Federatletica da pochi mesi, il quale aveva fatto dello sport universitario il suo trampolino di lancio verso le vette della dirigenza sportiva mondiale. L’Assemblea Straordinaria  F.I.D.A.L. che lo aveva «incoronato» si era tenuta, a Roma, il 7 e 8 dicembre 1969. Il successivo giorno 14 si era riunito il nuovo Consiglio federale che aveva distribuito i molti incarichi operativi. Eccone alcuni che riguardano persone a noi vicine: al nostro attuale vicepresidente Augusto Frasca fu assegnato il delicato ruolo di Capo Ufficio Stampa; uno dei nostri soci fondatori, Luciano Fracchia, entrò a far parte del Centro Studi con incarico per la documentazione cinematografica (se non lui, chi?), e il nostro socio Gian Franco Carabelli fu il Segretario di quella struttura. Ruggero Alcanterini (estrazione A.I.C.S.) fu chiamato a dirigere la rivista federale, con Gianfranco Colasante redattore capo, rivista su cui scrivevano Roberto L. Quercetani, nostro socio fondatore e primo presidente, e Sandro Aquari, poi giornalista alla redazione del quotidiano romano «Il Messaggero», oggi nostro socio. Al vertice della Direzione tecnica fu chiamato il prof. Marcello Pagani, che è la persona fissata nella foto in basso a sinistra.

Occupiamoci adesso delle persone che fanno bella mostra nella foto di gruppo sulle gradinate della «Farnesina». Iniziamo dai primi in basso. Sorridente, folti baffi spioventi, impeccabile in giacca e cravatta, Angelo Cremascoli, il fedele scudiero di Primo Nebiolo, paziente «vittima» del vulcanico presidente. Piemontese, era stato atleta bravino nelle gare dai 100 ai 400. Accanto a lui un atleta del CUS Torino, al quale non riusciamo però a dare un nome e cognome (ci fosse mai qualcuno che se lo ricorda...e ce lo facesse sapere). Saliamo di un gradino. Da sinistra: Mario Valpreda, mezzofondista, 1:53. e decimali sugli 800, poi dottore in veterinaria, uomo schietto, leale, un non-politico di mestiere però apprezzatissimo in Piemonte anche dagli avversari ideologici, chiamato a ricoprire ruoli importanti nella Sanità pubblica regionale da un presidente che militava in un partito che era l'opposto di quello suo (Rifondazione Comunista); se volete leggere un po' della sua storia personale andate su questo indirizzo. Il vicino, con i mitici occhiali scuri, è Tino Bianco, per tutti e per sempre «Blanche», che possiamo definire con un termine pugilistico lo «sparring partner» di Franco Arese: gli apriva il «passo» durante gli allenamenti, e talvolta anche in gara, lo consigliava, lo seguiva ovunque. Leggete quanto scriveva di lui la rivista «Atletica Leggera» a pagina 21 del numero di maggio 1970:

“È il giovane tecnico che segue Arese dal giorno in cui cambiò maglia, passando dal Fiat all’Atletica Balangero all’inizio del 1969. Non pretende di essere qualificato allenatore del campione, ma soltanto suo consigliere. Conosce il mezzofondo non per sentito dire, ma per averlo praticato. Ancora lo scorso anno è sceso in pista a fare il treno ad Arese. Sa il fatto suo ed ha il coraggio delle proprie opinioni. È certamente un consigliere di lusso se è vero, come è vero, che il rendimento di Arese è progressivamente migliorato da due anni in qua”.

Alla sinistra di «Blanche», già stempiato ma ancora sufficientemente crinito, il ventisettenne Elio Locatelli, dal quale ci siamo congedati nel dicembre 2019 in maniera repentina, brusca come una frenata improvvisa. Di lui qualcuno ha scritto un sentito e genuino ricordo su questo spazio. Elio - due partecipazioni olimpiche nel pattinaggio su ghiaccio - era già entrato con qualche ruolo nello staff tecnico nazionale, guidato da Pagani. Ancora un gradino: con gli occhiali scuri pure lui, Tommaso Assi, pugliese, classe 1935, buon mezzofondista dai 1500 ai 10.000 e fino alla maratona, aveva iniziato nella Landolfi Molfetta, alla data di questa foto doveva essere, ci pare, allievo della Scuola Centrale dello Sport. Non ebbe vita lunga, quella umana intendiamo, e a 48 anni, dopo una malattia inesorabile, in pochi mesi se ne andò. Ebbe tante soddisfazioni professionali in molti sport: oltre all'atletica, la scherma, il ciclismo, la pallacanestro, l' hockey e pattinaggio.

Compagno di banco di «Tom», il professor Carlo Vittori, di Ascoli Piceno, velocista non di seconda fila nei suoi anni giovanili  (due titoli nazionali sui 100 metri) tanto da guadagnarsi la partecipazione olimpica, Giochi 1952 , in terra di Finlandia: 100 metri, secondo in batteria (la terza) in 10.9, dietro al britannico McDonald Bailey (che sarà poi terzo in finale), sesto nei quarti di finale (il quarto) ancora in 10.9. Poi la staffetta: batterie, la seconda di tre, Italia preceduta solo  dalla Gran Bretagna, ma davanti a Cuba, 41.5, con Carlo Vittori – Antonio Siddi – Giorgio Sobrero – Franco Leccese. Sembrava un promettente avvio, e invece...una serie di infortuni mise in ginocchio il nostro quartetto: Siddi, Montanari , Leccese, tutti lesionati, a marcar visita. E così l'Italia non si presentò al via della seconda semifinale, che era difficile ma non impossibile. Se adesso ci venisse mai la malaugurata idea di raccontare non l'atleta Vittori ma il tecnico, «u professore» Vittori, poveri noi! Sarebbe, riteniamo, una mancanza di rispetto.

Perciò tirèmm innànz, e parliamo di un altro che figura su quella tribuna. Guardando verso sinistra si vede un giovanotto, basetta pronunciata, collo della camicia bianca su un maglione, sguardo che va verso l'alto. Altro studente della Scuola dello Sport, altro futuro Maestro dello Sport. Veniva dalla nidiata di atleti piacentini che intrapresero questa affascinante strada, i fratelli Felice e Claudio Enrico Baldini, Gian Piero Aquino, Renzo Malagisi (giavellottista poi passato al canottaggio), Carlo Devoti, e appunto lui, Roberto Costaldi. Buon velocista e saltatore in lungo, negli anni romani vestì i colori dell'Aeronautica. Crediamo che «Bob», così era per gli amici, potrebbe aiutarci ad identificare altri di quella tribuna, alcuni volti ci ricordano qualcuno ma non ci avventuriamo senza certezze. Provaci «Bob»!

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Maggio 2021 20:03
 
Trekkenfild dà la parola alle vittime della «congiura del silenzio» mediatica PDF Stampa E-mail
Giovedì 06 Maggio 2021 09:09

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Numero 93. Apertura sulle staffette medagliate in questo Campionato che la Federazione mondiale si ostina a organizzare tanto per aumentare il numero delle manifestazioni inutili. Ma visto che ci siamo facciamo una proposta. Proprio oggi pomeriggio (6 maggio) stavamo sfogliando una rivista  italiana del 1925, avete capito bene l'anno: millenovecentoventicinque. Allora esisteva la F.I.S.A., Federazione italiana sport atletici. Nei programmi delle riunioni atletiche di allora c'era anche una staffetta 200x200x400x809, totale 1.609 metri, vale a dire la distanza del miglio inglese. Ecco, la prossima volta, metteteci anche questa: son tre medaglie in più da distribuire. In ogni caso, onore agli atleti, loro corrono, si divertono,  ce la mettono tutta, fanno sfoggio sacrosanto delle loro medaglie.

La parte robusta di questo numero sono invece le pagine dedicate alle interviste rilasciate da quattro oneste persone finora senza voce, quattro persone danneggiate, prese per i fondelli, massacrate umanamente e professionalmente. E anche nel portafoglio. Ma per loro non ci sono collette, sottoscrizioni, mancette annuali di migliaia di euro. I quattro onesti sono Rita Bottiglieri, Michele Didoni, Pierluigi Fiorella, Beppe Fischetto. La vicenda di cui sono costretti a parlare è sempre quella, stucchevole, stantia, stomachevole. Ma quelli che aderiscono al «cerchio poco magico» si ostinano a tenerla viva, e vien da chiedersi: per amore della verità? o per qualche altro recondito motivo? o solo per divertimento (leggi: notorietà) televisivo, giornalistico, sportivo? Molti sperano, e noi fra quelli, che gli ultimi soggetti giudiziari cui è stata chiesta la ennesima «ultima parola» la dicano, la dicano ma una volta per sempre. Che emettano un giudizio tombale, come quelli del nostro Fisco che, manovrato dai politici, è espertissimo in questo. E poi, per favore, facciamola finita. Il giudizio darà ragione a una parte o all'altra, ma che sia davvero la fine di questa farsa e di questa angustia per le persone oneste.

E anche su questo argomento, onore ai redattori di «Trekkenfild» che hanno dato voce alle vittime dell' afonia. Ci viene in mente il titolo di quella straordinaria pellicola di anni fa, tratta da un forte romanzo di Thomas Harris, «Il silenzio degli innocenti», cinque premi Oscar, con quella mitica interpretazione di Anthony Hopkins (altro Oscar come miglior attore pochi giorni fa). «Il silenzio degli innocenti» fu la traduzione italiana del titolo, quello vero era «The Silence of the Lambs», il silenzio delle pecore, degli agnelli. Quelli destinati ad essere sacrificati.

Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Maggio 2021 16:15
 
Dany Eynard, di lui si può davvero dire: una vita dedicata all'atletica e a Bergamo PDF Stampa E-mail
Venerdì 07 Maggio 2021 09:11

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Abbiamo ricevuto poco fa dal nostro socio Paolo Marabini:

L’atletica bergamasca è in lutto. All’età di 90 anni ci ha lasciato Dany Eynard, uno dei padri fondatori dell’Atletica Bergamo ’59, ma soprattutto un personaggio che ha speso almeno 70 anni della sua intensa esistenza a favore dell’atletica leggera, in varie vesti: prima atleta, poi allenatore, quindi giudice, ma soprattutto dirigente, ruolo che è culminato con i 29 anni di gloriosa presidenza della stessa società cittadina, di cui era poi diventato presidente onorario quando, nell’aprile 2012, aveva ceduto il testimone al suo “delfino” Dante Acerbis.

Nato il 23 giugno 1930, “Dany” era cresciuto in una famiglia di sportivi artefici delle prime fortune anche di altre discipline. Lo zio Arnaldo fu uno dei fondatori della Federazione Italiana Pallavolo, mentre il padre Giancarlo un pioniere proprio dell’atletica leggera a Bergamo. E fu quindi automatico per il figlio raccoglierne l’eredità. Così, dopo gli anni da atleta - con particolare attitudine per il salto in alto e per gli ostacoli (si vedano le foto he corredano questo ricordo, n.d.r.), nonostante all’età di 15 anni avesse perso la mano sinistra a causa di un tragico incidente – indossò tutti gli altri vestiti.

C’era anche lui il 9 febbraio 1959 quando alla Borsa Merci, nell’allora sede del comitato provinciale del Coni, agli ordini del primo presidente Giuseppe Tombini si accese la fiammella di quella che sarebbe poi diventata una delle società modello dell’atletica italiana, capace di fare incetta di titoli italiani e maglie azzurre come poche altre e di cavalcare un ventennio ai vertici dell’attività giovanile. E c’era di nuovo lui quando, sul finire del 1982, dopo l’improvvisa uscita dai ranghi societari del presidente Mauro Capponi, l’Atletica Bergamo si ritrovò vicina a sparire. Insieme a Giulio Mazza, a Bice Marabini, ad Antonio Grasseni a Giuseppe Mostosi e a un giovane Dante Acerbis, oltre che a un manipolo di giovani allenatori, Eynard raccolse entusiasmo, idee e qualche indispensabile assegno, portando in salvo la società e raccogliendo subito le prime soddisfazioni sul campo. Poche settimane dopo, in seguito alla morte di Mazza, si ritrovò suo malgrado alla presidenza. Ruolo a cui non ambiva, ma che ricoprì appunto per quasi un trentennio, con la sua proverbiale signorilità.

Dalla sua aveva una grande passione e una spiccata conoscenza tecnica derivante anche dai suoi brillanti trascorsi come allenatore, in un’epoca in cui quel tipo di figura non era così diffusa e professionale come oggi. Poi a livello dirigenziale ha ricoperto anche ruoli federali, prediligendo però sempre il lavoro sul territorio, quando peraltro avrebbe potuto aspirare anche a cariche nazionali. Il tutto in parallelo con la sua attività professionale di architetto, specializzato soprattutto nella realizzazione di impianti sportivi. Il fiore all’occhiello resta a tutt’oggi il Palazzetto dello Sport di Bergamo, di cui fu progettista insieme al padre Giancarlo. Ma nella maggior parte degli impianti sorti in provincia – e non solo – nell’ultimo mezzo secolo c’è stata la sua matita.

Con Dany Eynard non ci lascia solo una parte importante dello sport bergamasco. Se ne va soprattutto un gentiluomo: mai una parola fuori posto, mai toni accesi, l’equilibrio e il buon senso come modalità abituali. E in questo momento, se mi è consentito un riferimento personale, mi tengo stretto il privilegio di aver condiviso con lui tanti momenti. E di aver assorbito più di una lezione.

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Maggio 2021 15:15
 
Fogli sparsi nella memoria di una domenica Primo Maggio di ventisette anni fa PDF Stampa E-mail
Sabato 01 Maggio 2021 00:00

Primo maggio 1994 – Primo maggio 2021. Ventisette anni. Avete presente quello che immancabilmente si lascia scappare il solito «sembra ieri»? Eppure, son proprio ventisette. Al diavolo la banalità: sembra davvero ieri. Si era a Brescia, in un albergo nuovo di nome e di fatto, il Novotel, nel quartiere chiamato Brescia2. Bruno Bonomelli aveva preso congedo da 'sto mondo circa un anno prima. Un tale si fece venire il ghiribizzo di rifare una «setta» di pochi adepti che si occupassero dell'atletica italiana d'antan, atleti, risultati, cronache, evoluzione (o involuzione?) della struttura burocratico-amministrativa chiamata Federazione, di raccogliere testimonianze, di dare una casa a queste rimembranze. Il tale ne parlò a un altro tale, l'incontro avvenne davanti ad un panino di poca sostanza e di molto prezzo all'Autogrill di Firenze Nord. Il secondo tale, dopo aver ascoltato il primo tale, commentò solamente:"Maremma maiala, ti sei inventato un'altra rottura di coglioni che ci darà solo dei dispiaceri". Il secondo tale era di solida radice toscana. L'idea era di un piccolo gruppo, di persone legate dalla stessa passione per le variegate facce dello stesso poliedro: l'atletica leggera. E solo ed esclusivamente l'atletica italiana, cosa che qualcuno, dopo 27 anni, non ha ancora ben capito. Ci furono contatti ad personam,si formò il nucleo. Poi, si dovette allargare, in ossequio a normative cervellotiche.

Se il concepimento era avvenuto all'Autogrill di Firenze Nord, il battesimo avvenne al Novotel di Brescia2. Non c'erano tutti i «protoni» del nucleo costitutivo: uno aveva un invito importante a Imola per il Gran Premio di Formula 1 (dove ci rimise la pelle il povero Ayrton Senna), un altro non potette assolutamente rinunciare alla gara di pesca aziendale, un terzo doveva fare i conti con la malferma salute. Ma andò comunque tutto a meraviglia, sala gremita per il ricordo di Bruno Bonomelli, mancava qualche ominicco-quaquaraqua dell'atletica bresciana, ma niente di importante. Alla fine, si annunciò che la neonata A.S.A.I. aveva emesso i primi strilletti. Su unamime indicazione Roberto Luigi Quercetani fu invitato ad assumere la presidenza, disse non sum dignus, ma alla fine accettò la investitura; Aldo Capanni, la vera colonna dorica, il pilastro, della gestione del gruppo, fu l'inflessibile segretario. Solo in seguito la signora Rosetta accondiscese, senza riserve, alla richiesta di intitolare l'A.S.A.I. alla memoria di suo marito.

Son trascorsi 27 anni. Come disse il mordace toscano, abbiamo avuto i nostri dispiaceri. In particolare quello di accompagnare alla ultima dimora alcuni di quei cari amici degli esordi. Ma abbiamo avuto anche tante soddisfazioni: tenere a battesimo le nostre pubblicazioni (oltre 30), veder crescere questo nostro spazio online, ritrovarci per le assemblee annuali. Il 2020 per motivi che tutti conosciamo ci ha privato di questo momento unificante; nel 2019 nella sede della storica società fiorentina ASSI Giglio Rosso festeggiammo, degnamente, il quarto di secolo. Come sempre tra noi e per noi, con le nostre sole forze, senza chiedere niente a nessuno, senza elemosinare, senza genufletterci. Alla Bonomelli, insomma. E ne andiamo fieri. Oggi, ventisettessimo compleanno, da questo spazio, ringraziamo tutti, proprio tutti. Anzi, prendiamo a prestito una frase (vera? chissà...) che pare abbia pronunciato Francesco Giuseppe I, Imperatore d'Austria, sul letto di morte, circondato da familiari e famigli, da alti dignitari di corte e medagliatissimi militari. Pare che le sue ultime parole furono:" Ringrazio tutti, proprio tutti...anche quelli che non dovrei ringraziare". Vale anche per noi.

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A conclusione di quell'incontro, i soci fondatori presenti (ne mancavano alcuni) posarono davanti all'entrata del Novotel di Brescia. Da sinistra: Alberto Zanetti Lorenzetti, Claudio Enrico Baldini, Ottavio Castellini (che mostra il prototipo del logo dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana eleborato dal designer Martino Gerevini), Raul Leoni, Rosetta Nulli Bonomelli, Roberto L. Quercetani, Luciano Fracchia, Augusto Frasca e Aldo Capanni. Purtroppo, nel corso degli anni, alcuni di questi amici ci hanno lasciato.

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Roberto Quercetani ricordò la figura di Bruno Bonomelli e della loro amicizia nel nome della comune passione per lo studio dell'atletica: Roberto con un occhio quasi esclusivo alla storia e statistica internazionale, Bruno tenacemente ancorato alla evoluzione italiana di questa attività sportiva, e fu il primo a scavare con metodo storico le sue origini. Roberto e Bruno, a Bruxelles nell'agosto 1950, furono fra gli undici fondatori  della A.T.F.S., l'associazione che riuniva, e tuttora riunisce, gli storici e statistici di atletica leggera. Nella foto, da sinistra, Ottavio Castellini, Giulio Signori (del quale pubblichiamo qui sotto il breve e affettuoso ricordo di Bonomelli), Quercetani, Lorenzo Maffezzoni, Alessandro Castelli, Franco Mauro, Giuseppe Mastropasqua e Gabriele Rosa.

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Uno scorcio delle persone presenti quel giorno nella sala del Novotel: la signora Rosetta Nulli Bonomelli, accanto a lei Aldo Capanni, l'on. Gianni Gei, e il giornalista sportivo del «Giornale di Brescia», Ersilio Motta, grande esperto di rugby, e non solo, sempre vicino all'atletica e agli sport olimpici in generale. Dietro alla signora Rosetta, l'on. Sam Quilleri, marito della di lei sorella Agape. Fra il pubblico atleti e dirigenti bresciani sempre vicini a Bonomelli e ai suoi insegnamenti.

 

Quel piccolo branco di giornalisti randagi 

di Giulio Signori

Quando ho conosciuto Bruno erano anni difficili per i giornalisti che avevano l'hobby di seguire l'atletica. I redttori capi dicevano che l'atletica non facevano aumentare la tiratura nemmeno di una copia e scuotevano la testa con aria di disapprovazione quando gli si proponeva di «coprire» un avvenimento sportivo che non riguardasse il culto del pallone o la bicicletta. Così si era formato un branco di giornalisti randagi che andavano dove li portava il profumo di buona atletica, e lì finivano per ritrovarsi tutti insieme, come fossero seguaci di una setta non proprio segreta ma nemmeno del tutto rispettabile. Bruno era il meno giovane del branco, ma si è sempre ben guardato dall'imporre questa sua figura di decano. Odiava il potere, come sanno tutti coloro che l'hanno conosciuto, e al massimo si permetteva di litigare con qualcuno e di riprendere qualche giovane allievo del branco, sempre a scopo didattico, ma si era reso conto che tutti lo rispettavano e molti, anzi, lo amavano.

Di trasferte insieme ne abbiamo fatte a decine, in tutti gli angoli d'Europa dove c'era una pista e dei buoni atleti e quando siamo finiti a Mosca per le Universiadi del '73 aveva addirittura presagito il disfacimento dell'Unione Sovietica:"Un Paese così non ha avvenire" aveva concluso il giorno in cui non era riuscito ad avere l' «Unità» al telefono per trasmettere il suo servizio.

Ma la sua vera e grande battaglia era contro la retorica che considerava uno strumento di sopraffazione da parte del potere. Un giorno a Sarajevo, mentre Risi tentava di raggranellare i punti che mancavano all'Italia per entrare in finale della Coppa Europa, un collega si era alzato in piedi, anzi sull'attenti, mettendosi ad urlare:"Forza Italia, i bersagleri non hanno mai tradito" e altre frasi del repertorio nazional-patriottico che avevano fatto insorgere Bruno: qui si fa dell'atletica, nient'altro che della buona atletica, aveva obiettato rosso in viso. L'idea era di colpire il suo momentaneo avversario usando il mio telefono, cosa che a me seccava abbastanza, e poichè Rosetta, l'unico tranquillante che avesse effetto su di lui, era fuori portata, avevo dovuto fare da paciere.

Le rabbie di Bruno duravano quanto un temporale di primavera, un paio di tuoni che sembra debbano squassare il mondo, un brontolio che annuncia il sereno, e alla sera si tornava tutti amici, in nome dell'amatissima atletica.

Quando ha smesso di far parte di quel nostro branco, qualcuno di noi ha sentito la sua mancanza. Ragionadoci sopra, credo sia stato meglio così. Non gli sarebbe più piaciuto quell'ambiente, nel quale si erano introdotti molti piccoli burocrati ai quali l'atletica importava ben poco se non come strumento per procurarsi qualche vantaggio non sempre da attribuire alle capacità giornalistiche, e tra costoro, francamente, non avrebbe trovato nessuno degno di litigare con lui.

Ultimo aggiornamento Sabato 01 Maggio 2021 19:50
 
Persone che ci lasciano per sempre, salti triplici, lauree in medicina, e tanto altro PDF Stampa E-mail
Giovedì 29 Aprile 2021 00:00

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Questi due documenti ce li ha forniti Gian Luigi Canata. Nella foto l'atleta con il suo allenatore Mauro Astrua, deceduto recentemente. Il ritaglio di giornale merita di essere letto con molta, davvero molta attenzione, per trarne qualche considerazione. Il padre stoppò il figlio e non lo fece partecipare ad un incontro della Nazionale e ai Campionati italiani juniores: prima di tutto, tuonò il severo genitore, viene l'esame di maturità al Regio Liceo-Ginnasio Camillo Benso Conte di Cavour (nome originale e completo). Un «piccolo» Istituto da cui sono usciti Luigi Einaudi, presidente della Repubblica, filosofi, critici d'arte, latinisti, medici, matematici, sindaci della città di Torino, scrittori famosi, e, per parlare di atletica, Livio Berruti, olimpionico. Difronte alla decisione di papà Canata forse qualcuno storcerà il naso: esempio di autoritarismo paterno. Forse, ma bisognerebbe riavvolgere il nastro e tornare a quei valori. Magari si eviterebbero tanti abominevoli spettacoli odierni, online, cui partecipano, figli, figlie e padri dal cervello obnubilato.

*****

"È triste vedere andare via amici di un tempo. Non lo vedevo da decenni  (si riferisce a Norberto Capiferri, n.d.r.) ma ora che non c’è più se ne sente la mancanza. La settimana scorsa è morto Mauro Astrua, il mio allenatore. Ti inoltro una foto del 1972 e un articolo del 1973. Pensa che mi portò nel suo viaggio di nozze in Toscana perché dovevo gareggiare nei campionati italiani allievi". Abbiamo ricevuto queste righe da Gian Luigi Canata dopo quanto abbiamo scritto sull'atleta spezzino deceduto un paio di settimane fa. Canata, torinese, atleticamente nato e cresciuto nel CUS Torino (di cui è stato per un quadriennio anche vicepresidente), buon saltatore di triplo negli anni '70, tre titoli nazionali universitari, un «personale» di 15.74 a Salsomaggiore Terme nel 1979, da anni è uno stimatissimo medico specialista in Traumatologia dello sport e Chirurgia Artroscopica. Ha aggiunto qualche altra riga:"Mauro Astrua apparteneva ad una categoria di allenatori che erano anche educatori . Ci hanno aiutato a crescere, ci hanno insegnato i principi non solo del salto triplo ma i veri concetti della educazione fisica e morale. Insegnamenti fondamentali anche nella mia professione medica . È l’educazione che manca a chi non pratica attività sportiva. Aver praticato atletica mi ha cambiato la vita in tutti i sensi".

Noi che educatori non siamo ma solo modesti imbrattacarte, siamo andati a curiosare nell'episodio citato da Gian Luigi a proposito di Astrua: Campionati italiani allievi 1970, il ragazzo aveva sedici anni. Quella edizione ebbe come palcoscenico uno dei più begli stadi di atletica  del nostro Paese (l'affermazione, che condividiamo, è di un nostro socio): il «Rastrello» a Siena. Partecipazione numerosissima: oltre 1.300 iscritti, 202 solo nei 1500 metri siepi che ebbero 13 serie! Prima di parlare del triplo, ricordiamo qualche nome? Alfonso Di Guida, terzo sui 400; Federico Leporati quarto sui 1000 (sarà l'allenatore di Stefano Mei, ricopre il ruolo di Delegato del C.O.N.I. a La Spezia), settimo Ennio Panetti, ottavo Venanzio Ortis, squalificato Carlo Grippo che, uscito di pista, corse qualche metro sul prato, vincitore un talento come Giovanni Naretto, dell'Atletica Balangero, stesso club di Ciccio Arese; un gran 3000 dominato dal bergamasco Mario Brembilla (di cui parleremo prossimamente); i 1500  siepi vinti da Gabriele Beretta, quarto Marco Marchei, la maratona nel suo futuro; sui 400 «acca» spunta al secondo posto il nome di Vincenzo Pincolini, il «Pinco», emiliano di Fidenza salito agli onori delle cronache come un mago della preparazione atletica delle squadre di calcio: Parma, Milan, Italia, Inter, Roma, Atletico Madrid, Dinamo Kiev, Lokomotiv Mosca, Ucraina, varie Nazionali Italia under qualcosa; il veronese Gianni Modena, salto in lungo con proiezione decathlon e una Olimpiade nel bob a 4, Lake Placid '80. E nel martello? Terzo Gabriele Tirletti, poi consigliere nazionale della Federazione negli anni '90 e vicepresidente vicario del Comitato piemontese, presidente Arese. Un cenno in campo femminile per far contento il nostro vicepresidente Augusto Frasca che nel cuore ha questo club: Atletica Ostia, che vinse il titolo del peso con una delle migliori lanciatrici di ogni tempo, Cinzia Petrucci. Ce ne sarebbero da raccontare, quante storie, quante belle storie.

Noi adesso raccontiamo  qualcosa della gara di triplo. Ottenne molta attenzione dallo scriba, che non si firmò, della rivista federale «Atletica», che commentò così:"Un altro cussino di Roma fa da dominatore nel triplo: è Roberto Mazzucato (agli inizi si scriveva spesso con doppia «cc», n.d.r.), uno dei tanti ragazzini che escono dai Centri CONI; ma questa volta il ragazzino è alto, snello, veloce e ottiene dopo un paio di nulli, che creano un po' di suspence tra i tecnici della sua società, un 14.06 che lo ammette alla finale. Poi all'ultimo salto sfodera tutta la sua classe: la battuta è precisa e il risultato di valore assoluto: 14.97. Moretti, precedente detentore del primato con 14.66, è surclassato, come surclassati sono gli altri partecipanti a questa gara, in 6 oltre i 14 metri. Da tenere d'occhio, per il futuro, tra i piazzati il chietino della Lib. Artese Consorte, ottimo con 14.52". Gian Luigi portò al suo allenatore Astrua la medaglia di bronzo come regalo di nozze. Mazzucato sarà un protagonista per parecchi anni (16.92 nel 1979), Consorte non andò più in là di un 15.87.

Il 1979 fu l'anno migliore tanto per Mazzucato che per Canata. Il primo ottenne i tre migliori salti della sua carriera: 16.92 già citato (Torino, finale di Coppa Europa, secondo dopo il francese Bernard Lamitié), 16.87 (Mexico City, Campionati mondiali universitari, terzo dopo lo statunitense Willy Banks e il sovietico Jaak Uudmae), 16.74 (Salsomaggiore Terme, Campionati nazionali universitari, primo). E ai bagni termali portati agli onori delle Corti regnanti in Europa dalla Duchessa Maria Luisa, moglie di Napoleone, si incontrarono ancora le carriere di Roberto e Gian Luigi. Il primo vinse,  il secondo fu quinto col miglior salto della sua carriera: 15.74. Gran bella gara: dopo Mazzucato, Piapan 16.54, Crescenzio Marchetti (bresciano, ingegnere, grande esperto nel settore dei marmi) 15.85, Pericoli 15.78, e Canata. Decimo - curiosità - Lucio Di Tizio, che poi sposerà la svizzera Corinne Schneider, specialista di eptahlon che ebbe anche nazionalità italiana; il loro figlio, Luca, pure ha gareggiato nel decathlon (7.341 punti).

Il titolo dell'anonimo commento sulla rivista federale degli Universitari a Salsomaggiore fu «Triplo da 110 e lode». Che è esattamente il punteggio che, quello stesso anno, ottenne Gian Luigi Canata laureandosi in Medicina e Chirurgia alla Università di Torino. Storie, tante belle storie di atletica.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Aprile 2021 11:13
 
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