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L'intervista possibile: Charles Pierre de Frédy, Baron de Coubertin PDF Stampa E-mail
Giovedì 04 Giugno 2020 14:42

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Accanto alla foto del Barone, la copertina di un suo libro: copia originale è conservata nella Collezione Ottavio Castellini

Far ballare il tavolino. Sapete di che si tratta? No? Sta per «partecipare ad una seduta spiritica». Narrant, dicunt, che sia uno dei giochi di società preferiti dalla aristocrazia «nera» romana, sai quella dei principi, principesse e principoni, quella che all’ombra del potere temporale dello Stato Pontificio ha saccheggiato la Città Eterna, perché proprio eterna deve essere se è sopravvissuta, seppure ferita gravemente, al massacro di una P2 indistruttibile: Preti più Principi. Altro che Lanzichenecchi, altro che Sacco di Roma del 1527! Volete documentarvi? «Roma capitale malamata» di Vittorio Emiliani, edizioni Il Mulino. Una pennellatina, tanto per dire, siamo verso fine Ottocento: “Nella grande distruzione e abbuffata sono coinvolti i soliti esponenti della finanza vaticana, le solite grandi famiglie dell’aristocrazia «nera» …Emerge la banca vaticana per eccellenza: il Banco di Roma…Nel giro di pochi mesi i terreni vengono rivenduti a un prezzo quintuplicato…”. Poi ci metterà del suo, nell’opera di sfregio, il fascismo, seguito a ruota dalla Democrazia Cristiana e dai suoi amici palazzinari.

Non divaghiamo. Conosciamo Augusto Frasca da quasi cinque decenni, e non abbiamo mai saputo, neppure immaginato che potesse partecipare a sedute spiritiche e facesse ballare i tavolini. Lui, originario di quel paese, Barisciano, che faceva la ilarità del nostro amico Salvatore Massara quando sfotteva l’augusto (lettera minuscola, proto) Capo Ufficio Stampa della Federatletica, Primo Imperator: ce lo vedete in una stanza buia il compassato abruzzese a far levare le preziose gambe a un tavolino stile Luigi XIV? Però, con certe frequentazioni romane, mah, non si sa mai…Quando ci ha proposto questa «intervista possibile», come la chiama lui, non abbiamo investigato, per rispetto all’amico.

Oggi proponiamo ai nostri lettori questa pièce che esula, elegante nella forma e divertente nei contenuti, dalle nostre normali ricerche su gente che corre e che marcia, soprattutto che suda in modo tanto poco aristocratico. Ringraziamo Augusto e leggiamo in silenzio, attorno al tavolino, e al buio, per non disturbare la quiete del Barone. Se c'è, una gamba del mobile batterà uno o due colpi. Ma per interpretare i segnali dall'aldilà bisogna essere degli esperti.

*******

Mi aiuti: quale titolo prevede il protocollo? Monseigneur, Barone, Eccellenza...

«Barone».

– Spero di non averla importunata. Non è stato agevole raggiungerla, ma solo Lei può aiutarci a chiarire alcuni dubbi di cui siamo vittime da oltre un secolo.

«Si ritenga un privilegiato. Tuttavia, dove mi trovo – accolto generosamente, in onestà senza grandi meriti, salvo la dirittura morale di cui vado fiero – disponibilità nei confronti di prossimo e seccatori è regola tassativa».

– Lei sa che un suo antenato era romano?

«Pessimo inizio! Non mi faccia pentire d’averla ammessa alla mia presenza... Come può pensare che ignori la storia della mia famiglia, a partire da mio padre Charles Fredy, artista in pittura e da mia madre, Marie-Marcelle Gigault de Crisenoy, nipote del marchese de Mirville ed ereditiera del castello in Alta Normandia. Il mio antenato Felice De Fredis era romano a pieno titolo anagrafico. Lo ricordano, tra l’altro, un epitaffio dettato nel 1529 dalla moglie Girolama Branca e una pietra tombale situata nella Basilica di Santa Maria all’Ara Coeli: FELICI DE FREDIS QUI OB PROPRIAS VIRTUTES ET REPERTUM LACOOHONTIS... HIERONIMA BRANCA UXOR. Nella permanenza nella vostra città, nei giorni in cui mi adoperai per portare a Roma i Giochi del 1908 dopo la miserrima edizione di Saint Louis – giorni, come lei saprà, conclusi purtroppo con un fallimento – mi affacciai anche al palazzetto in via degli Specchi, nel rione Regola, a due passi dal Monte di Pietà, appartenuto al mio antenato».

– Le chiedo scusa: mi conferma anche che fu un successore di Felice, Jean Fredi, trasferitosi in Francia, ad acquistare nel 1577 nell’Ile-de-France la signoria di Coubertin e ad inserirsi nel ramo francese della baronia assegnata nel 1477 a Pierre de Fredy, ciambellano nella corte di Luigi XI?

«Non solo confermo, ma sarà opportuno che lei recuperi notizie più aggiornate e rinfreschi le idee presso l’Archivio di Stato della sua città. Troverà notizie su Felice De Fredis e sul ritrovamento nelle sue terre al Colle Oppio, era il 14 gennaio 1506, del Laocoonte. Immagino sappia cosa sia il Laocoonte, il gruppo marmoreo individuato da Giuliano da Sangallo, accorso sul luogo insieme con Michelangelo, come “Questo è Hilaoconte, che fa mentione Plinio”».

– Le chiedo nuovamente scusa, ma forse Lei ignora che nel febbraio del 1905, mentre era a Roma per incontrare Vittorio Emanuele III e Papa Pio X, negli stessi giorni un antiquario ebreo ritrovava in una bottega della città un braccio della statua portata alla luce quattro secoli prima...

«Non ignoro nulla: dove sono, niente può sfuggirmi... Vuole, ad esempio, che le racconti qualche storiella su cosa si nasconde all’interno del rosso sbiadito del Foro Italico, su Onesti o su Carraro, su Franchi o su Nebiolo, su Pescante, Petrucci o Malagò, Barelli... Soprassediamo, le completo l’informazione: sarebbe passato mezzo secolo prima che il braccio venisse assemblato al corpo centrale della statua collocata in Vaticano. Durante la permanenza romana, ricevuto al palazzo del Quirinale, fui trattato con squisita cortesia dai reali. “J’avais trouvé surtout le roi dans un long entretien, la reine à son thé du jeudi, m’avaient témoigné une vive sympathie pour les jeux projetés”. L’incontro con il Papa fu edificante, mi parlò anche delle sue esperienze agonistiche giovanili culminate nella vittoria in una gara di marcia disputata nel suo paese d’origine e della sua decisione di aprire a prove di atletica e ginnastica le mura del Vaticano – “Rien n’est plus inédit et plus pittoresque qu’un festival musculaire au Vatican”. Tuttavia, questi scampoli d’erudizione lasciamoli agli storici e ai topi d’archivio. Immagino voglia chiedermi qualcosa sulla mia storia personale, sulla rinascita dei Giochi olimpici, sulla gente che ho conosciuto, sui miei viaggi, sulle mie esperienze nei college britannici e statunitensi, dei miei studi su Tocqueville e Sorel, sulle tonnellate di saggi e documenti che ho lasciato ai posteri sull’educazione, sulla scienza, sul corpo, sulla storia, sulla morale, sulla filosofia, compresi i quattro tomi della Storia Universale... Li ha sfogliati, i quattro tomi?».

– No, e mi scuso per la terza volta, barone. Ma sappiamo comunque molto della sua attività, soprattutto per merito della magnifica raccolta di scritti selezionati nel 1986 dal CIO, con acribia degna di un entomologo, nei tre volumi Revelation, Olympisme, Pratique sportive, letti dalla prima all’ultima delle 2.262 righe, con l’aggiunta di un prezioso libretto contenente decine di immagini legate alla sua vita, comprese quelle di sua moglie la Baronne, ripresa in occasione del compimento dei 101 anni dinanzi alla tomba di famiglia situata nel cimitero di Losanna a cura perpetua della comunità svizzera. Una domanda, su tutte, mi preme.

«Ognuno ha le proprie debolezze, sono quindi lusingato che lei, caro Frasca, faccia riferimento, mi sembra di capire, al mio patrimonio letterario, non avendo perso nemmeno un rigo dei tre volumi. Quanto alla domanda, scommetto che vuole conferma se sia vera o meno la frase che mi viene attribuita, “L’importante non è vincere ma partecipare”. Mai pronunziata. Chiarisco. In occasione dei Giochi di Londra, il 19 luglio del 1908, dal pulpito della cattedrale di Saint Paul, sulla materia olimpica il vescovo della chiesa anglicana della Pennsylvania Ethelbert Talbot aveva detto, testualmente, “What matters is to participate, not to win”. Cinque giorni dopo, il 24, lo stesso giorno del vostro Dorando e del drammatico esito della maratona, nel corso di un ricevimento ufficiale offerto dal Governo britannico io ripresi quel concetto, precisando tuttavia che “L’important dans la vie, ce n’est point le triomphe mais le combat; l’essentiel, ce n’est pas d’avoir vaincu, mais de s’être bien battu”: è chiaro, mi sembra. Ecco, questa è la mia pedagogia, e si dia da fare con amici e colleghi perché questo falso storico, uno dei tanti di cui è disseminata la storia dello sport, anche quella del vostro paese, venga eliminato».

– A proposito, al di là di espedienti retorici, non sarebbe male che Lei dicesse la parola fine sulla questione dilettantismo-professionismo…

«Volentieri, ma preciso che degli espedienti da lei citati non ho mai fatto uso. Sul dilettantismo, col tempo, è noto, maturai idee nuove, e questo fu il motivo per cui detestai gli atteggiamenti di Avery Brundage e, ancora prima, quelli che mortificarono un grande campione come Jim Thorpe... Aprii a cerchie sociali via via più ampie e al mondo operaio... Nelle mie memorie del 1931 giunsi a considerare del tutto superata la concezione del dilettantismo d’origine inglese... Scrissi anche – quanto sciagurata e profetica l’affermazione – che lo sport può mettere in gioco le passioni più nobili come le più vili, può sviluppare il disinteresse e il sentimento dell’onore come l’amore per il guadagno, può essere cavalleresco o corrotto, umile o bestiale. Infine, lo si può usare per consolidare la pace così come per preparare la guerra».

– Affermazioni terribili...

«Forse, ma realistiche. Si guardi attorno, e mi dica se non feci centro con largo anticipo dinanzi alla trivialità dei mercati, alla progressiva disintegrazione dei principi più nobili e ad un incontrollabile bestiario! Delle volte, oltre che amareggiarmi, oltre che indignarmi, stupisco della spregiudicatezza, dell’aggressività, dell’insolenza, dei maltrattamenti cui l’antica pedagogia sportiva viene sottoposta. Quanto lontano il tempo in cui, era il luglio del 1894, nel discorso di chiusura al Congresso di Parigi, concludevo, sollevando il bicchiere in alto, brindando all’idea olimpica che ha attraversato come un grandioso raggio di sole le brume delle stagioni, tornando ad illuminare di una gioiosa speranza la soglia del ventesimo secolo... Comunque, ombre e luci, nero e bianco. Come non rallegrarmi, ad esempio, dell’iniziativa, presa dal CIO nel 1963, di istituire una Medaglia intitolata a mio nome per premiare eccellenze dello sport. Lei saprà che primo assegnatario fu il vostro Eugenio Monti, e che nel ristretto gruppo dei premiati esistono personaggi come Emil Zatopek e Luz Long».

– Poco fa Lei ha accennato anche a questioni relative al nostro paese...

«Avete una bella storia alle vostre spalle, e la pubblicistica, fin dagli inizi del Novecento, ha prodotto opere importanti. Tuttavia, i punti morti sono molti. Non escludo, sottraendo tempo ed impegno alla scrittura di una storia universale dello sport, di dedicarmi dettagliatamente al recupero del versante italiano e di suggestivi interna corporis. Ma sarà inevitabile scoprire realtà nascoste e fare di iconografie accomodanti e di qualche finto eroe, emersi in stagioni ravvicinate e più lontane, dirigenti, atleti, giornalisti, figure in realtà impresentabili!».

– Una promessa, o una minaccia?

«Interpreti come vuole. Adesso, devo lasciarla: Chi è sopra mi ha chiesto una relazione dettagliata su alcuni personaggi dello sport internazionale, di cui non posso rivelarle l’identità, e su quanto accade nei sottoboschi di Losanna. A proposito, dica in giro, lo faccia sapere al suo amico Malagò, salutandolo a nome mio, che è errato dire Olimpiadi di Roma o di Parigi. Olimpiade è singolare, e coincide con il periodo quadriennale tra un’edizione e l’altra dei Giochi: attualmente, viviamo l’epoca dell’Olimpiade di Rio! E dica anche a qualche analfabeta o distratto che è un insulto alla semantica utilizzare il sostantivo “olimpionico” come aggettivo, dicendo e scrivendo, come fece Calvino in Helsinki ‘52, di campione olimpionico, o peggio, altri, di piscina olimpionica!».

Barone, grazie della disponibilità, la disturberò ancora. Sono, siamo curiosi…

Ultimo aggiornamento Giovedì 04 Giugno 2020 14:46
 
Francesco da Cellino San Marco, 'stu guagliùna hàva doi coss forti PDF Stampa E-mail
Lunedì 01 Giugno 2020 09:06

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Abbiamo ricevuto una lettera di quelle che vanno di moda oggi - impalpabili - da un lettore che si firma F.S., dice di essere un bresciano che abita a Piffione e che, pur non essendo proprio giovanissimo, ha però ancor lucidissimi ricordi. "Ho letto su questo Archivio che poche settimane fa è morto, a Bari, Francesco Perrone, a causa di questo flagello di cui, ancor oggi, qualche idiota nega l'esistenza. Era un buonissimo atleta, nel nostro Paese ovvio, negli anni '50. Io non ero più un bambino ma non ero ancora un ragazzo, avevo la passione di correre a piedi. A Brescia a quel tempo avevamo Franco Volpi, Albertino Bargnani, e poi Paini, Azzani, mi pare Antonelli, e altri; molti correvano con quel Bruno Bonomelli, bel personaggio, allenatore, giornalista, rivoluzionario! Ma ce ne capiva più di tutti quando si parlava di corsa, di campestri, di maratona. Il mio idolo era Volpi, il più forte di tutti. Io raccoglievo ritagli di giornale, tutto quello che trovavo, soprattutto la «Gazzetta». Li ho ritirati fuori, ho trovato tante notizie, poi ho visto che nel 1957 Perrone e Volpi avevano fatto il record italiano dei 5 mila arrivando insieme. E allora mi sono concentrato su quell'anno. Ho scritto un po' di note disordinate che vi mando, se possono servirvi, fatene quello che volete. Saluti".

E bravo il signor F.S. Raccogliamo l'invito ad occuparci di Perrone, anche perchè, in verità, avevamo anche preso impegno di ricordarlo. Grazie anche ad una bella foto che abbiamo nel nostro archivio e che pubblichiamo qui sopra: foto di agenzia, scattata a Bari, nell'ottobre del '57, sulla linea d'arrivo Perrone e Volpi appaiati segnano il nuovo primato italiano dei 5 mila metri. Seguendo il suggerimento del nostro lettore ci dedicheremo dunque anche noi a quell'anno, ricordando un po' di corse, personaggi, risultati, eventi collaterali. Non aspettatevi niente di «storico», solo disordinate storielle pedestri, per chi le vorrà leggere, chi poi le vorrà completare, approfondire, a suo uso e consumo, faccia pure. Però, per favore, senza supponenze cattedratiche, di quelli che vogliono fare la punta al pisello delle formiche.

Premessa - In occasione del suo decesso, qualche settimana fa, abbiamo letto che Francesco Perrone iniziò la sua carriera di atleta nel 1955. Molto inesatto. Abbiamo letto pure un titolo una tanticchia forzato: «il maratoneta che aveva sfidato Abebe Bikila». Ma a parte inesattezze e forzature (ormai del nostro sport scrive quasi solamente chi poco sa, e nei giornali conta il titolo ad effetto), resta, indiscutibile che Perrone fu per alcuni anni, specialmente fra il 1955 e il 1961, uno dei migliori corridori di lunghe distanze nella nostra atletica. Ma la sua passione per la corsa iniziò parecchio prima: agli inizi degli anni '50, aveva una ventina d'anni essendo nato il 3 dicembre 1930. Forse anche prima in qualche corsa di paese, ma non ne abbiamo trovato traccia. La vulgata vorrebbe che lo aiutò il sindaco del suo paese, Cellino San Marco, provincia di Brindisi.  Ma, in questo momento, torniamo a dire, il 1957 è quello cui riserviamo la nostra attenzione.

Prima di parlare di corse di fondo e di campestri, una notizia che farà contenti coloro che hanno sempre considerato Bruno Bonomelli solamente un litigioso e manesco attaccabrighe. Sentite un po' questa. Siamo alla metà di gennaio, titolo di un quotidiano: «Sospeso un dirigente per 2 anni». Nel pezzullo che dà conto leggiamo:«Nel settore disciplinare, il Consiglio direttivo (FIDAL) ha deliberato di sospendere da ogni attività federale per due anni...il dott. Bruno Bonomelli, dirigente tecnico di società per essere trasceso a vie di fatto verso un atleta e per essere recidivo in precedente punizione». Ma ce n'è anche per altri che abbiamo conosciuto. Nella stessa seduta, si deplora una lenzuolata di atleti romani perchè...avevano voltato la testa dall'altra parte e non visto che, in un certo incontro societario (era il 1956, club implicati CUS Roma e A.S. Roma) aveva corso l'atleta Cagafusi al posto dell'atleta Pernacchi (nomi di fantasia). Loro, imperterriti: non avevano visto, sentito, e secondo buona regola, non ne parlarono. Nel «pacchetto» chi c'era? Un paio che abbiamo conosciuto nella nostra lunga militanza fra piste e pedane, due bravi figliuoli che poi, col tempo, si sono ravveduti: Luciano Gigliotti, il famoso (meritatissimamente) «Lucio» di Modena, allora dimorante a Roma, e Marco Sbernadori, poi fondatore della rivista «Correre», e non solo, editore di libri, e chissà quanto altro ancora. Pensierino della sera: ce ne fossero tanti, o almeno qualcuno, come Bonomelli, oggi. Gli altri? Solo dei birbaccioni.

Febbraio - marzo, mesi di campestri. A Schio, il 17 febbraio, il campionato nazionale dei Terza Serie: lo vince Franco Antonelli, un giovanotto umbro che stava al Comiliter di Brescia e che si era accasato all'Atletica Brescia; al 31° posto Giorgio Lo Giudice (Capitolino Roma), poi una vita spesa alla «Gazzetta dello Sport» redazione romana. Sessantacinquesimo, Giorgio Jegher, che nel 1964 andrà ai Giochi Olimpici nella maratona. Una settimana dopo, la «classicissima» dei prati, la «Cinque Mulini»: vince Franjo Mihalic, slavo come dice il cognome, jugoslavo a quei tempi, che può mostrare il torace con tanto di medaglia d'argento olimpica (maratona, pochi mesi prima a Melbourne). In mezzo alla coalizione dei «partigiani» di Belgrado (Partizan significa partigiano, la storia del club narra che fu fondato da partigiani jugoslavi) si destreggia Franco Volpi, che indossa ancora le insegne del CRAL Gnutti Lumezzane, località bresciana di gente...ben temperata. Terzo, il migliore degli italiani. Sesto il bergamasco Rino Lavelli, classe 1928, quindi alla soglia dei 92 anni. Settimo Francesco Perrone. Poi, nel mazzo, Ambu, Conti, l'altro bresciano Albertino Bargnani (13esimo); 38esimo Vittore Lazzarini, bergamasco che tanto si è speso nella vita per l'atletica della sua provincia e che in fatto di caratterino pepato non era secondo a nessuno.

Gente che va gente che viene, ossia i trasferimenti: il citato Luciano Gigliotti lascia Roma e torna alla Fratellanza Modena; Abdon Pamich va a raggiungere Pino Dordoni al Diana Piacenza; Attilio Bravi, il miglior lunghista, grande potenziale, va a Padova alle Fiamme Oro, e anche lo sprinter Giovanni Ghiselli. Noticina sull'Assemblea del Comitato Lombardo: il pugile bresciano Bonomelli viene dapprima eletto come delegato al Congresso della FIDAL, e poi la sua elezione annullata in quanto il suddetto è sospeso da ogni attività federale, come abbiamo visto. Fra i delegati al Congresso FIDAL (Milano, 9-10 marzo) Carlo Venini, Sandro Calvesi, Renato Tammaro, Dante Merlo, Ottavio Missoni, per chi sa di atletica non serve dire chi sono stati. E fra i piemontesi? Ça va sans dire, Primo Nebiolo. Bruno Zauli, come aveva annunciato, non presenta candidatura alla presidenza FIDAL, acclamato il ritorno del marchese fiorentino Luigi Ridolfi.

Il 10 marzo nasce a San Giorgio su Legnano un nuovo cross, il «Campaccio»: Volpi stacca Baraldi di undici secondi, poi Lavelli, Luigi Conti e Antonelli. Sette giorni dopo, a Bergamo, si corre per la maglietta bordata di tricolore; due impegnativi giri di 3500 metri l'uno. "L'affermazione di Franco Volpi è apparsa netta e convincente in quanto ottenuta in una prova dove Gianfranco Baraldi ha fatto tutto il possibile per contrastargliela". All'inizio il duello sembrava Volpi - Perrone, «Volpi in forma splendente» compone Felice Palasciano sulla «Gazzetta». Perrone va a sbattere contro un incauto fotografo. Podio: Volpi, Baraldi, Lavelli; poi Luigi Conti, Perrone; più indietro, nomi dal fondo della nostra memoria: Bargnani (11°), Giobatta Martini (romagnolo trasferito a Piacenza, 25°, qualche anno prima campione dei 10 mila metri in pista), il solito Vittore Lazzarini (26°), lo stagionato maratoneta Artidoro Berti (30°). Il Felice sull'onda della felicità si lascia trasportare:"Nel duello Volpi - Baraldi il tono agonistico di un cross da ricordare".

Che dite, signor F.S.? Ci fermiamo qui per oggi? (segue)

Ultimo aggiornamento Lunedì 01 Giugno 2020 13:33
 
Non è per caso che Spagna e Italia sono la culla dei migliori marciatori del mondo PDF Stampa E-mail
Venerdì 29 Maggio 2020 13:33

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Riproduzione della pagina de «Lo Sport illustrato» del 12 novembre 1922. Cliccandoci sopra di apre e si ingrandisce, rendendo possibile la lettura del testo

Primo scenario - Immaginate: un nostro socio sta sfogliando la collezione de «Lo Sport illustrato» del 1922. Arrivato al numero del 12 novembre, la sua attenzione viene richiamata da una pagina dedicata ad un marciatore spagnolo, tale Luis Meléndez. "Questa - pensa - sicuramente interessa il mio amico iberofilo Sancho Panza", E gli gira la pagina via posta elettronica. Il destinatario, incuriosito, si mette a leggere e, dalla lettura delle righe di Antonio Brusotti, trae piccolo supporto per approfondire il tema. Si immerge nei due capienti scaffali che custodiscono, oltre alla polvere, anche le pubblicazioni del Regno di Castilla y Leon e ne riemerge con utile strumento didattico. Trattasi di un volume, copertina cartonata, peso sui tre chilogrammi utile per il potenziamento delle braccia, edito dalla Real Federación Española de Atletismo e dalla Asociación Española de Estadísticos de Atletismo (AEEA). Titolo:«Cronologia de los records y mejores marcas españolas de atletismo». Se ricordiamo bene, apparve nel 2015. Gran libro, no solamente para el tamaño pero para el contenido. Da lì abbiamo estratto materia per scarabocchiare le prossime righe.

Atto 1 - Dalla lettura dell'articolo di Brusotti, udite udite, apprendiamo che l'ispirazione a darsi alla marcia venne al bravo catalano Luis dopo aver visto da vicino sapete chi? Ma il nostro Ugo Frigerio! Erasi ai Giochi Olimpici dell'Era Moderna, i settimi, ad Anversa, e celebravasi la prima apparizione olimpica degli spagnoli. Brusotti dipinge Meléndez come uno sportivone, tennis, polo, perfino pugilato, aveva fatto un pensierino alla squadra spagnola di boxe per i Giochi. Ma non solo: a leggere quanto scrive el sciur Antonio il giovanotto ci sa fare anche con la penna ed è considerato, a casa sua, «il giornalista più competente in tema di atletismo. E noi ci rallegriamo di averlo nelle nostre file sportive e professionali». Non abbiamo elementi per confermare o per smentire. Anche la storia del colpo di fulmine per la marcia avendo visto il Frigerio nostro ci lascia una tanticchia perplessi. Ed ecco perchè.

Atto 2 - Non ci pare, documenti atletici alla mano, che Luis fosse un debuttante del tacco-punta mandato ad Anversa in gita premio. Seguiteci. Primo settembre 1918 (dunque il giovanotto ha una diciottina d'anni, avendo visto il cielo sopra la infinita fabbrica della erigenda Sagrada Familla il 28 maggio 1900; nome completo Luis Meléndez (padre) Gardeñas (madre). Quel primo giorno di settembre, durante il Festival de la Real Federación Atlética Catalana, Luis, con la maglia del Club Atlético Catalano, firma il primo record spagnolo dei 3.000 metri en pista: 15:12. Attenzione: non è il primo record assoluto della marcia spagnola; dieci mesi prima Alberto Charlot aveva scritto quello dei 5.000 metri. Dunque, quel che ci racconta il nostro Brusotti ci sembra un po' romanzato. Il suo articolo è datato 1922 e, a quel tempo, Ughetto Frigerio era l'idolo delle italiche folle sportive guidate dal Duce, quindi gli si poteva ascrivere anche di aver fatto il miracolo di propagandare la marcia nella Penisola Iberica attraverso le sue gesta. 

Atto 3 - Si dà però il caso che Meléndez aveva già fatto cose prima di Anversa. Nel '18 aveva coperto un 10.000 sulla pista del campo di Sans (un quartiere della Ciudad Condal) in 53:02, niente male, ma il cronometraggio in quella occasione fu friendly, direbbero i cittadini dell'isola di Albione, insomma non ufficiale e pertanto non riconoscibile come primato. Sempre a Barcellona, ma nel '19, fece altri tre primati: migliorò il suo sui 3.000 metri e quello di Badía sui 5.000, prendendosi in maniera regolare anche quello dei 10.000 in 53:56. Tempo che massacra nel 1920, siamo in maggio, nella prova di qualificazione olimpica: 51:35, non male, avrebbe un certo valore perfino oggi. E poi, con queste premesse, si avvia verso l'avvenura olimpica che fu inferiore alle sue legittime aspettative. Marciò bene nella seconda batteria, agevole quinto in 53:53.6 (altra fonte 53:56.6) , qualificato per la finale, durante la quale si ritirò.

Continuò a marciare ancora per tre anni, collezionando nuovi primati: un paio sui 5.000, e quello sui 10.000, primo spagnolo sotto i 50 minuti: 49:52.4.

Trovassimo altro ve lo faremo sapere. Ricordate sempre l'insegnamento di Marco Martini «Pala, piccone, microscopio», scavare, confrontare, analizzare fonti, senza copiare.

Ultimo atto - Da quanto ci risulta Meléndez è morto il 3 marzo 1971.

Ultimo aggiornamento Venerdì 29 Maggio 2020 14:55
 
Trekkendfild numero 82: quando tutto è virtuale, meglio inesistente, che fatica! PDF Stampa E-mail
Lunedì 25 Maggio 2020 18:27

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Come è difficile arrampicarsi sugli specchi. Vale per tutti coloro che si devono, o dovrebbero, occuparsi di attualità, ma l'attualità non c'è. E secondo noi non ci sarà ancora per parecchio tempo. A meno che non si prendano sul serio le cazzate di quelli, anche famosi, che vogliono fare i meeting senza pubblico. Forse l'esperienza dei Mondiali di Doha 2019 ha ispirato questa genialata. Infatti, a che serve il pubblico? In Qatar ne hanno fatto a meno... Infatti leggete cosa ci scrisse un amico che dovette lavorare, suo malgrado, a quei mondiali, amico al quale avevamo chiesto - sarcasticamente - di inviarci qualche foto dello stadio di Doha con un po' di pubblico:"Desolé de ne pouvoir te fournir des photos du stade plein de monde. IL N' EST REMPLI QU 70 POUR CENT SELON LE L.O.C. !!!!! Le ZERO apres le SEPT n' est qu' une erreur de dactylographie. Pas bien grave !!! Personne ne l' aura remarqué.Tout va tres bien madame la marquise, tout va tres bien, tout va tres bien (chanson de Ray Ventura dans les annees 50/60)". Negli ultimi tempi ne abbiamo lette di ogni, forse colpa degli effetti del virus che affetta non solo le vie respiratorie ma anche i percorsi intellettivi. Ma c'è ancora qualche lupo solitario che ulula alla luna, ostinatamente.

Ultimo aggiornamento Martedì 26 Maggio 2020 14:25
 
La saga dei Legat: dal ginnasiarca Remigio al «resuscitato» Manlio (2) PDF Stampa E-mail
Sabato 23 Maggio 2020 06:30

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Concludiamo, pubblicando la seconda parte, la ricerca di Alberto Zanetti Lorenzetti sulla famiglia Legat, che ebbe una parte importante nello sviluppo della ginnastica e dell'associazionismo sportivo a Bologna. L' attenzione è rivolta ai figli di Remigio Legat, Italo e Manlio. Il secondo, in particolare, ha scritto il suo nome nella disciplina del salto con l'asta, agli inizi del Novecento, arrivando a sfiorare i 3 metri e mezzo. Atleta completo, fu inserito nella squadra italiana per i Giochi Olimpici di Stoccolma, dove però non si distinse molto, pur partecipando a tre prove, asta, lungo e decathlon. Poi la Grande Guerra, il fronte, e la vicenda di una morte che era, fortunatamente per lui, solo un ferimento. Visse abbastanza a lungo: morì poche settimane dopo il compimento dei settanta anni, il 17 dicembre 1955, a Bologna. 

Manlio Legat in vari documenti fotografici degli anni 1912-1913, e, nel piccolo ritaglio, la notizia del suo ferimento, che fu scambiata come morte.

*****

Italo Legat nacque a Bologna il 28 settembre 1885. Oltre ad essere stato atleta, fu anche segretario e direttore tecnico della società. Insegnò alla Scuola Tecnica di Comacchio, entrò a far parte del Comitato regionale emiliano della Federazione calcio e fu membro dell’Unione Repubblicana di Bologna. Cercò di combattere accanto ai francesi all’inizio della Grande guerra. E qui le notizie divergono: secondo il «Giornale del mattino» non gli fu consentito l’espatrio, in altre fonti si riporta che gli fu concessa la Croce guerra francese; infine per Baratti e Lemmi Gigli (autori del libro «Il mito della V nera») fu combattente con i garibaldini nelle Argonne. All’entrata dell’Italia nel conflitto venne inviato al 17° Reggimento Artiglieria. Morì per la recidiva di una malattia intestinale all’ospedale militare di Novara il 27 luglio 1916.

Il fratello minore Manlio, nato a Pianoro il 30 agosto 1889, è principalmente ricordato come atleta. Fu un polivalente portacolori della «Sempre Avanti!», specialista nei salti e con qualche buon risultato anche nei lanci e nei 110 ostacoli. Nel 1912 entrò a far parte della rappresentativa italiana inviata alle Olimpiadi di Stoccolma, gareggiando nel salto in lungo, nel decathlon e nel salto con l'asta senza conseguire risultati soddisfacenti. Riuscì ad essere fra i migliori specialisti nelle prove multiple, nel salto in alto con e senza rincorsa e nel lungo, ma risultati migliori li ottenne nel salto con l’asta, disciplina che lo ebbe capofila delle liste stagionali dal 1911 al 1914, stabilendo il primato italiano nel 1912 con la misura di 3,47 metri, vincendo i principali Concorsi della Federazione Ginnastica d’anteguerra e nel 1913 la gara che si svolse nel Campionato nazionale della FGNI. Era l’anno in cui l’atletica aveva “scippato” i concorsi alla ginnastica. Pur essendo il favorito per la vittoria del titolo nazionale nei Campionati della Federazione atletica, non si presentò in pedana sia nel 1913 che nel 1914.

All’entrata in guerra dell’Italia si era arruolato nel 3° Reggimento Bersaglieri ed aveva il grado di tenente aiutante maggiore in seconda. Alcune pubblicazioni indicano che il suo decesso avvenne il 18 settembre 1915. In realtà la data della sua presunta morte corrisponde al giorno in cui venne ferito a una gamba in azione di guerra a Plezzo, come riporta la motivazione della concessione della Medaglia d’Argento al V.M. Lo «Sport Illustrato e la guerra», nel numero 17 del 1 settembre 1916, scrisse a proposito di Manlio: “Il Legat è un valentissimo atleta bolognese, campione e recordman italiano del salto con l’asta”. Si noti il verbo «essere» al presente e non al passato. Anche la «Gazzetta dello Sport» diede notizia del suo ferimento, non parlando di decesso. D’altronde il suo nome non figura nell’elenco dei caduti bolognesi della Grande Guerra e nella notizia che annunciò la morte del fratello Italo, pubblicata su «L’Avvenire d’Italia» del 2 agosto 1916, veniva auspicata la sua completa guarigione. Il Bollettino ufficiale del Ministero della Guerra del 10 dicembre 1936 lo cita come “richiamato a temporaneo servizio militare” con il grado di maggiore in data 25 marzo 1936, epoca in cui l’Italia era impegnata nella guerra d’Etiopia che, fortunatamente per lui, ebbe termine il successivo 5 maggio.

Ultimo aggiornamento Domenica 28 Giugno 2020 06:50
 
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