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Non c'è nessuna macchina che misuri la dignità e la capacità di sacrificarsi PDF Stampa E-mail
Giovedì 13 Agosto 2020 11:05

Un nostro affezionato lettore, S.M., di Vigàta, ci ha scritto perchè gli è piaciuta molto la lettera di Alfredo Rizzo che abbiamo ritrovato in una rivista di anni fa e che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi. Scrive il misterioso lettore:" Mi sono piaciute le ironiche considerazioni di Rizzo, un atleta che in carriera ha dato tutto alla Maglia Azzurra, alla sua società, la Riccardi Milano, che è sceso in pista sempre e ovunque, che doppiava le gare per portare punti alla sua squadra, che faceva i Campionati nazionali sempre, non come oggi che sembra quasi una diminuzio gareggiare per la maglietta bordata di tricolore. Non per niente lo chiamavo tutti «il King», un vero signore. Mi prendo la libertà si segnalarvi un passaggio di un articolo di Gianni Mura, che viene ricordato in questi giorni con un bel libro che raccoglie alcuni suoi articoli sul Tour de France, la corsa che egli amava più di ogni altro evento sportivo. Pagine che fanno innamorare, scritte, si sarebbe detto una volta, in punta di penna, ma al tempo stesso con semplicità, un linguaggio piano discorsivo eppur ricco di cultura. Un grande giornalista, un grande scrittore, che ha lasciato un baratro in un giornalismo sportivo popolato da scolaretti delle scuole elementari: soggetto, verbo, complemento, oppure iperboli per cercar di stupire. Magari ci fosse qualcuno con la stessa capacità di raccontarci la nostra atletica come Mura raccontava il Tour e gli altri sport...".

Ecco il brano segnalato:"Ci sono macchine che informano sui battiti cardiaci, sulla potenza espressa in salita, sulla soglia della fatica. Non ci sono più corridori che fumano o che bevono vino rosso  al Tour. Sono tutti programmati, pesati, monitorati, guidati via radio o istruiti dal computer sul manubrio. Non ci sono, ed è un bene, macchine che misurano la dignità, la costanza, la serietà, la capacità di sacrificarsi, il coraggio e la fantasia. Non ci sono macchine che danno la proporzione dei sogni che si sognano da bambini o da adulti. Ed è un bene che non ci siano, perchè tutte le cose che ho elencato le possono valutare solo gli uomini, se vogliono, e gli uomini si sa che possono sbagliare, ma almeno hanno un vantaggio sulle macchine".

Abbiamo rintracciato l'articolo: Mura lo scrisse il 28 luglio 2014, il giorno del successo «del ragazzino Nibali», come lo chiamava lui. Come sia finito il ciclismo, e anche l'atletica, è lì da vedere. Un Requiem per Mura e per lo Sport (maiuscolo, proto, maiuscolo) che non esiste più. Vabbè, mettiamoci un «quasi», per addolcire.

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Agosto 2020 05:41
 
Piccole storie di atleti che si sono incontrati...fra le siepi e scavalcando ostacoli PDF Stampa E-mail
Sabato 08 Agosto 2020 15:26

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Foto non usuali per Franco Boffi. Abbiamo pescato nell'ordinato archivio del Gruppo Sportivo Montegargnano, che da 47 anni (domenica scorsa appunto questa cifra) organizza una corsa podistica a Navazzo, una piccola frazione di Gargnano, sul lago di Garda. Queste immagini riemergono a mostrarci alcuni dei protagonisti di anni felici, 1985 e 1986. Boffi, con la maglia della Pro Patria Milano, fu presente tre volte e sempre da protagonista: secondo nell'84, quinto nell'85, terzo nell'86. A sinistra: Severino Bernardini e Gianni Poli davanti, dietro Boffi e quasi attaccato Davide Bergamini. A destra: stazze diverse, ma la stessa maglia, Gianni Demadonna e Franco Boffi; a lato (n.4) Osvaldo Faustini, dietro di lui si intravvede la testa di Bergamini; sulla sinistra, Alain Capovani e il piccolo bergamasco Fausto Bonzi (ringraziamo il GS Montegargnano)

Qualche giorno fa abbiamo utilizzato la storia del nostro amico francese Luc Vollard per ricordare la finale dei 3000 metri siepi ai Giochi Olimpici di Los Angeles '84, oggi vogliamo dar spazio ai «nostri», proprio nell'ottica di incroci agostici fra atleti italiani e francesi. Siamo nel monumentale Coliseum - costruito per i Giochi del '32 -, il programma prevede tre turni per questa gara: batterie (tre, il 6 agosto), semifinali (l'8) e la finale (il 10). L'Italia manda in pista due atleti: Francesco Panetta e Franco Boffi, che, un mesetto prima, aveva vinto il titolo italiano. Anche i francesi ne schierano due: Joseph Mahmoud, pure lui champion nationale quell'anno, e Pascal Debacker, di lui più giovane, il quale corre la prima serie in maniera gagliarda, vince l'americano Brian Diemer, sesto posto per Debacker, ottavo Panetta, che passa il turno a spese del keniano Kiprotich Rono, fuori. Di ben altra stoffa Julius Korir che, nella seconda serie, fa il bello e cattivo tempo, Mahmoud controlla bene, terzo, e Boffi (settimo) fa quel che deve fare e passa il turno. Prima semifinale (promossi i primi cinque più i migliori due): garone di Debacker, secondo dietro allo spagnolo Domingo Ramón, Boffi prova a lanciare il primo chilometro, ma poi si perde (decimo). Un po' quel che succede a Panetta nella seconda (nono). 

Si prenderanno le loro soddisfazioni negli anni seguenti. Panetta campione del mondo a Roma '87, argento agli Europei '86 e oro nel '90, e un grande tredicesimo posto al mondiale di cross a Varsavia '87, con neve e ghiaccio in terra e un vento gelido polare; leggere i nomi che erano lì con lui, davanti a lui, dietro di lui, è come passare in rassegna il Gotha del fondismo mondiale del tempo. E tanto altro, una delle più belle carriere dell'atletica italiana.

Boffi, nel 1985, vinse il titolo mondiale universitario, a Kobe, in Giappone. Aggiungiamo due dettagli che ci fanno dire che questo lungo giovanotto con un cespuglio di capelli riccioluti non ha raccolto in proporzione del suo valore, ne siamo convinti. Nel 1985, ai mondiali di corsa campestre a Lisbona, fu il migliore degli italiani, ventitreesimo, insieme a gente del valore di Rob de Castella, di Antonio Prieto,di Craig Virgin, Steve Jones, e tanti altri grandi specialisti del cross. E i nostri si chiamavano Bordin, Panetta, Nicosia, Demadonna, Gozzano: furono quarti nella classifica per Nazioni, la prima volta, e se ne contano poche altre. Boffi ha una bella carriera come corridore di cross: sette volte in squadra ai Mondiali prataioli fra il 1983 e il 1991, e sempre diede il suo contributo alla squadra. Così come affrontò i Mondiali di Roma '87 con la determinazione del campione: si battè come un leone nella terza batteria, finì settimo, con l'ultimo tempo disponibile per entrare in finale (i primi quattro delle tre batterie più tre tempi ripescati). Quel 8:21.69 era e rimase il suo primato personale, farlo in una batteria in un Mondiale denota carattere.

Torniamo a Joseph Mahmoud dal quale abbiamo preso l'abbrivio per raccontarvi un po' di storie. Intanto per dire che fu quarto alla prima edizione dei Mondiali, Helsinki '83, pelin pelino dal terzo, solo 47 centesimi dal britanno Colin Reitz. Poi non riuscì più a partecipare ad un Campionato del mondo. Inoltre non era un corridore di cross, strano per uno specialista dei 3000 siepi. E gli inizi? Vestì la sua prima magliettina con il coq sul petto nel 1974, a Digne, incontro giovanile Francia-Italia, Bulgaria-Italia, Italia-Bulgaria. Era il 18 agosto. Volete qualche nome di ragazzini della serie «saranno famosi»? Sandro Bellucci (primo sui 10 km di marcia), Carlo Grippo (terzo sugli 800), Venanzio Ortis (primo nei 1500), Giuseppe Gerbi (quarto sui 3000), cui aggiungere Orlandone Bianchini e Massimo Botti (martello e disco), Giordano Ferrari (alto), Giovanni Bongiorni nella 4x4 (oggi stimato allenatore e fortunato padre di una signorina, Anna, che va forte: 11.30 e 23.31 nello sprint).

Ancora, stavolta a cavallo della Bassa Padana. Asta: al quarto posto spunta il nome di Ettore Colla, piacentino di Roveleto di Cadeo, pochi chilometri fuori dalla città, famiglia benestante di imprenditori caseari; lui dotatissimo ma estroverso, lo allenava Edmondo Ballotta, non uno qualsiasi, in una altalena di rapporti del tipo «ti alleno - basta, non ti alleno più». Saliamo a Nord, provincia di Brescia. Dietro a Bellucci, Vittorio Canini, un gran bel marciatore. Sulla pedana del lungo, distese le sue lunghe leve Maurizio Maffi, di Palazzolo sull'Oglio, allenato da un personaggio fatto a modo suo come Bruno Mahony. Maurizio quel giorno smosse la sabbia a 7 metri e 55 centimetri, che, ci crediate o no, oggi Anno del Signore 2020, è ancora la seconda prestazione bresciana dopo 46 anni! Che venga avanti il progresso se è presente! Maffi quattro anni dopo fece anche meglio ma vestiva la canottiera di una società non bresciana: 7.75 a Pavia nel 1978. In effetti è il miglior risultati ottenuto da un atleta di nascita bresciana. Ma su questo tema si son sempre fatti un sacco di casini, ognuno va per la sua tangente.

Ritorniamo a frugare fra le siepi. Vinse il giovanotto venuto da una terra di Berberi. Dietro, uno ragazzo cresciuto...nell'ombelico d'Italia, Rieti. Mitico il club, l'Alco Rieti di Sandro Giovannelli e Andrea Milardi. Nome e cognome: Antonio Patacchiola, classe 1955. Si era ben comportato nei cross: nono al Campionato allievi (primo Ortis), poi ancora ottavo alla «Cinque Mulini  dei giovani» (sempre Ortis primo su Gianni Demadonna). Poi la pista: Campionati nazionali, primo Matteo Lo Russo, secondo l'Antonio; incontro Italia - Jugoslavia, stessa storia, che si inverte a Digne: il francese davanti nettamente, secondo Patacchiola, lontanissimo Lo Russo. Chiude la stagione con un miglior crono sui 2000 siepi di 5:45.4, il tempo dei Nazionali a Torino.

Ci fu un secondo episodio agonistico nel quale Mahmoud, rappresentando la Francia, incrociò gli italiani. Quattro anni dopo, il 12 agosto1978, a Pisa, un Italia - Francia Under 23, che poi si sarebbero chiamati «promesse», per i francofoni «espoirs». Mahmoud beccò duro da Giuspìn Gerbi: 8:39.0 a 8:49.3. Il minuto torinese due anni più tardi, a Giochi falcidiati di Mosca, otterrà un bel sesto posto olimpico. A Pisa, contribui anche con il suo piazzamento (secondo) sui 5000 al sonoro successo dei giovanotti nostri: 270 a 162. Sulla pista dello Stadio Garibaldi ritroviamo parecchi di quattro anni prima: Giovanni Bongiorni  (400 e 4x4), Massimo Botti che rivinse il disco, un Bianchini ancora cresciuto di stazza vinse il marteau, e eccolo di nuovo, il Maurizio Maffi di cui sopra, secondo con 7.69.

Punto. Con questo ci congediamo da chi ha avuto la pazienza di seguirci, ma noi siamo di quelli che pensano che non esistono solo i campioni olimpici - che incensiamo hora et semper -  ma che le pagine del libro dell'atletica sono state compilate da tantissimi portatori d'acqua, a volte anche modesti. Ma pur sempre preziosi.

Ultimo aggiornamento Sabato 08 Agosto 2020 21:21
 
Alfredo Rizzo: «La vita del campione deve essere una faticaccia terribile» PDF Stampa E-mail
Venerdì 07 Agosto 2020 18:16

Cerchi qualcosa, un articolo, un risultato, una foto, e t'inciampichi (romanesco) in qualcos'altro che attira la tua attenzione. Avevamo fra le mani la raccolta - religiosamente rilegata e conservata - della rivista «Atletica Leggera», quella di Vigevano, come si usava etichettarla per distinguerla da quella romana, federalfidalina. Anno 1985, copertina dedicata a Sergey Bubka con bella maglia rossa con tanto di falce e martello dell'Unione Sovietica, foto Olympia. Lui, il Sergey, sfoggiando un paio di sottili baffetti, aveva valicato il tetto del mondo, di allora, sulla pedana dello Stadio Jean Bouin, quello che sta a Charléty, XIII Arrondissement di Parigi: sei metri, piegando la pertica ai suoi muscoli e alla sua volontà e imponendole di proiettarlo oltre quell'asticella. Era il 13 luglio. Una estate calda quella per i primati dell'atletica: Cram, Aouita, l'Albertino Cova nostro, Povarnitsin e Paklin (salto in alto, per i deboli di memoria), Ulf Timmermann, forse il più bel pesista, non come avvenenza ma come proporzioni, che ci sia capitato di vedere. E le donne: Petra Felke (tirava il pilum, giavellotto ai tempi dei romani), Ingrid Kristiansen, Mary Decker-Slaney, Zola Budd, Heike Daute-Drechsler, Sabine Bush (il giro di pista con dieci ostacoli). Che estate, quell'estate!

Ma non su dati numerici vogliamo catturare la vostra attenzione, ma una lettera. Ne fa cenno Dante Merlo, direttore di quella pubblicazione, nelle ultime due righe del suo scritto iniziale: "...nella preoccupata lettera scrittaci da Alfredo Rizzo, un mezzofondista d'altri tempi al di sopra di ogni sospetto". Alfredo Rizzo versione Gian Maria Volontè, dirigente di Pubblica Sicurezza a cui nel film «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» non viene mai dato un nome e un cognome (ricordate? musica di Ennio Morricone che se ne è andato pochi giorni fa...a dirigere il coro degli angeli).

Dunque, che c'era scritto nella lettera di Alfredo «King» Rizzo (il mese scorso, il primo luglio, al traguardo numero 87, auguri in ritardo) indirizzata a Dante Merlo? Prendeva spunto da un Convegno scientifico (allora andavano molto di moda in atletica), presente il Pontifex Maximus del momento, prof. Francesco Conconi dalla Ferariae Universitas, e tanti luminari, tutti ben foraggiati per portar acqua al binomio scienza-sport. Tema, fra gli altri, l'autoemotrasfusione (pratica che proprio quell'anno, 1985, fu ritenuta illecita nello sport). Leggiamo qualche brano della lettera di Rizzo.

"Come dice il prof. Conconi non c'è nulla di strano dal punto di vista medico, e ritengo che con l'evolversi dei tempi, con l'assoluta necessità di battere sempre nuovi primati, tutto o quasi possa ormai considerarsi lecito. Tuttavia, avendo anch'io in passato praticato lo sport, non posso far a meno di esaminare questa «evoluzione» dal mio punto di vista.

"L'atletica era bella perchè veniva praticata in libertà, perdere o vincere non contava molto, ma era bello gareggiare il più possibile anche nelle riunioni regionali, anche quando, senza saperlo, nel sangue circolavano solamente 12 grammi di emoglobina e quando c'era carenza di ferro.

"Ora, stando a quanto ho capito, la vita del campione deve essere una faticaccia terribile, oltre agli allenamenti interminabili, continue e frequentissime visite mediche, prelievi, analisi, somministrazioni di sostanza vitaminiche B12, B6 e così via, per non parlare dei controlli alimentari ecc. Insomma, questo atleta è un po' una specie di degente, che deve essere continuamente rivisto e controllato, sottoposto a test periodici, proprio come una specie di malato, che si reca in ospedale regolarmente per sottoporsi ad analisi varie... E quando poi gareggia?! Qui dovrà essere seguito da una équipe medica con tutta una attrezzatura adeguata per il trasporto del materiale tolto dal freezer! ...

"Certo dal punto di vista psicologico il campione «supernormalizzato» deve sentirsi un po' frustrato, si sentirà, in un certo senso, tirato dentro, poichè è chiaro che a certi livelli queste prassi siano praticate indiscriminatamente, ma soprattutto deve sentirsi terribilmente «strumentalizzato».

"...leggo infine che il prof Conconi asserisce che tutto ciò è inteso come un normale piccolo artifizio e che dopotutto non fa male!...Sarà anche giusto, ma il paragone mi sembra troppo simile a quello che potrebbe essere una trasfusione fatta ad un malato che in ospedale, per sopravvivere, sia costretto a praticare!

"Caro Dante, mi conosci da anni. Prendi questa mia solamente come lo sfogo di un vecchio atleta".

Ci è venuta in mente un'altra lettera: quella che scrisse «ú professore» Carlo Vittori ai componenti del Consiglio della Federatletica nei primi mesi del 1990, lettera con la quale egli ammoniva sui potenziali danni che avrebbero potuto venire dall'uso indiscriminato dei cosiddetti «integratori», che allora andavano di moda, con certi Paesi che ci hanno costruito le loro fortune negli eventi internazionali e con certi allenatori che, da noi, ne facevano commercio con le loro cantine zeppe di prodotti. Vittori vedeva questi miracolosi ritrovati della farmacopea come l'anticamera delle sostanze dopanti. Il danno, diceva, sarà soprattutto psicologico, inculcando nell'atleta diversi «tarli»: uno, del così fan tutti, e allora perchè non io?, due, che senza «aiuti, aiutini, aiutoni» non si arriva da nessuna parte, neppure al titolo regionale. Non gli diede retta quasi nessuno, neppure certi «talebani integralisti», a parole. Quante code di paglia, a quei tempi, quante teste girate dalla parte dei padroni del vapore! E quanti atleti caddero nella rete dei prodotti poco chiari.

Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti, caro «King», vecchio atleta cha vai ancora a vogare sulle acque di Port Hercule nel Principato di Monaco dove tieni una casuzza. Stiamo ancora aspettando di sapere quanti dovranno essere ancora cancellati dal podio, dalle medaglie, dalla finali, dei Giochi Olimpici di Londra. Son passati dodici anni...

Ultimo aggiornamento Sabato 08 Agosto 2020 06:59
 
Los Angeles '84: Mahmoud nella morsa della coalizione keniano-statunitense PDF Stampa E-mail
Lunedì 03 Agosto 2020 17:25
Intersezioni agonistiche. Quando riceviamo dal nostro amico Gilbert Rossillo, che si incarica di essere le postier, il postino, della Commissione francese Documentazione e Storia, l'annuncio delle nuove ricerche sull'atletica transalpina, andiamo subito a dare una occhiata, in particolare, all'édito di Luc Vollard, il quale sempre ha storie interessanti da raccontarci. Ma non solo: le sue storie de atletico Gallico ci offrono il destro per parlare, meglio ricordare, i nostri italici protagonisti, alcuni magari anche sepolti nell'oblio. Cerchiamo appunto delle «intersezioni».
Stavolta Luc si è avvicina nel tempo: ci parla di un evento - felice per i francesi - collocato nel contesto dei Giochi Olimpici Los Angeles 1984, quelli storpiati dalla assenza di tanti Paesi di quello che allora chiamavano il «blocco comunista», era la risposta allo sgarro di quattro anni prima, Mosca '80: fuori gli yankees e i loro sudditi, adesso fuori tutti gli adoratori della falce e martello. Praticamente la stessa logica delle organizzazioni criminali: occhio per occhio, ecc.
Luc ci parla di Joseph Mahmoud e della sua medaglia d'argento in quella gara. Joseph era di origine marocchina, nato (anno 1955) a Safi, una bella città affacciata sull'Oceano Atlantico. Ma in questo numero della Lettera Informativa si dà conto anche dell'avvicinarsi della festa dei 100 anni della nascita della Federazione francese, della prossima pubblicazione di «Athlerama 2019», il completissimo annuario francese, della nuova messa a punto degli incontri internazionali, e di altri lavori storico-statistici. Per non farla troppo lunga, noi rinviamo a domani l'approfondimento di quelle che abbiamo chiamato «intersezioni agonistiche». Intanto godetevi la storia di Mahmoud, un atleta con una lunghissima carriera.
 
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Questa foto si riferisce alla seconda serie dei 3000 siepi, corsa esattamente il 6 agosto, come oggi; le serie furono tre: passavano alle semifinali i primi sei classificati più i migliori sei tempi. Sull'ostacolo il keniano Julius Korir e Mahmoud; dietro si intravvede - il volto è coperto dal braccio del francese - la foglia d'acero stilizzata delle maglie del Canada: l'atleta è Gregory Duhaime. Per questo riconosciamo che si tratta della seconda batteria, in semifinale erano in serie diverse. (Crédit photo : Iundt/Szwarc)
 
L’état de grâce peut aussi être un été de grâce ! Joseph Mahmoud a assurément connu cette sensation en 1984 en réalisant deux courses de rêves à deux semaines d’intervalle. Déjà spécialisé sur les obstacles en cadet, il passe de la 37e place au bilan annuel en 1971 au titre national du 1500 m steeple en 1972 sous les couleurs du CSM Vigneux. A l’ES Viry-Chatillon en junior, c’est l’argent qu’il récolte en 1974 en allongeant la distance jusqu’à 2000 m. Une année au Stade Français, puis trois au Racing Club de France l’amènent en 1980 à la porte de 8’30’’ sur la distance senior mais aussi au titre de champion de France senior.
C’est un peu court pour les Jeux à Moscou mais il est maintenant régulièrement en équipe de France et son départ au CSM Marignane en 1981 va lui faire franchir une étape décisive avec le soutien sans faille de la municipalité. Recordman de France en 1982 en 8’20’’54, il est éliminé sans gloire en série des championnats d’Europe à Athènes en 1982, mais poursuit sa progression en 1983, abaissant sa meilleure marque à deux reprises, à Helsinki en 8’18’’32 avec la quatrième place des championnats du Monde puis lors du meeting de Coblence en 8’15’’59. Il est alors prêt à affronter les meilleurs.
Le 10 août 1984, il connait bien ses adversaires en finale des Jeux à Los Angeles. Ils sont douze sur la ligne de départ et un instant même treize en piste lorsqu’un intrus descend des gradins et passe la rivière puis une barrière à la poursuite du peloton avant d’être stoppé manu militari. Les athlètes n’ont probablement rien vu et le Tunisien Féthi Baccouche étire le peloton bientôt relayé par le Néo-Zélandais Peter Renner. Mahmoud est au milieu du groupe tandis que Mike Marsh qui était tombé sur la dernière barrière à Helsinki, est à l’arrière et attend son heure. A l’amorce du dernier kilomètre, le Français se rapproche de la tête de course et l’Américain fait de même, puis on assiste à un quasi regroupement à l’avant dernière rivière. A la cloche, le Kenyan Julius Korir prend la tête et va placer une irrésistible accélération qui va le conduire à la victoire. Les autres médailles vont se jouer entre Mahmoud, Marsh et son co-équipier Brian Diemer. Mahmoud est légèrement gêné par Marsh avant la rivière mais il le passe ensuite et s’envole vers l’argent tandis que Diemer relègue Marsh à la quatrième place. Un bonheur n’arrive jamais seul et le record de France est porté à 8’13’’31 dans cette finale où Pascal Debacker s’est classé huitième.
Mais Joseph a un autre objectif. Pour cause de boycott du bloc de l’Est, le Polonais Boguslaw Maminski est absent et le rendez-vous pour la suprématie européenne est fixé au 24 août lors du huitième mémorial Van Damme à Bruxelles. Est aussi en jeu le record d’Europe détenu par le Suédois Anders Garderud, quasiment sans partage depuis 1972 avec une dernière marque à 8’08’’02 datant des Jeux de Montréal en 1976, également record du monde à l’époque. Le local Jos Maes lance la course sur d’excellentes bases, passant au kilomètre en 2’41’’75. Comme à Los Angeles Renner assure ensuite le train avec un léger fléchissement pour être au 2000 m en 5’30’’61. Maminski et Mahmoud peuvent maintenant s’expliquer et le Français porte la première attaque à 650 mètres de l’arrivée. Maminski est toujours là mais Mahmoud contrôle et lorsque le Polonais tente sa chance à l’amorce de la dernière rivière, sa riposte est fulgurante et c’est sourire aux lèvres qu’il s’échappe pour l’emporter en 8’07’’62, nouveau record d’Europe et meilleure performance mondiale de l’année. Il fera encore 8’11’’64 quelques jours plus tard à Coblence. Il ne retrouvera jamais cette forme mais sera encore champion de France à plusieurs reprises, cumulant huit titres jusqu’en 1992 et va connaître de splendides successeurs avec Bouabdellah Tahri et Mahiedine Mekhissi-Benabbad, qui vont maintenir le record d’Europe en France, en dehors d’une courte période de 2005 à 2009.

Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Agosto 2020 07:51
 
Piccola spiegazione alle persone, soci o utenti, che seguono il nostro sito PDF Stampa E-mail
Venerdì 31 Luglio 2020 08:15

Dovuto alla somma di alcune coincidenze non proprio favorevoli, il nostro sito si è un po' «impantanato»; negli ultimi otto-dieci giorni ha rallentato la marcia. Contiamo di riprendere la normale andatura quanto prima, come i maratoneti che, talvolta, devono rallentare il passo, ma poi riprendono la cadenza giusta e arrivano al traguardo. Abbiamo in lista d'attesa un bel malloppo di interessanti ricerche storiche che metteremo in rete nei prossimi giorni.

La notizia positiva è che la notte scorsa, verso la una circa, il contatore del nostro sito ha superato un milione e 900 mila contatti, nonostante la caduta aritmetica - prevista dagli esperti - dopo la riapertura seguita alla lunga quarantena «virale», una volta aperte le porte le persone hanno mollato il PC e hanno desiderato «tornar a riveder le stelle», secondo dettato dantesco. E metteteci anche i problemini di questi ultimi giorni. L'impegno adesso sono i due milioni di contatti. Quando? Cominciamo la conta alla rovescia. Grazie a tutti per la vostra continuità e vicinanza.

Ultimo aggiornamento Venerdì 31 Luglio 2020 10:38
 
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