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Donato Pavesi, codicillo numero 1: aggiungiamo un risultato in più ai già tanti PDF Stampa E-mail
Lunedì 16 Novembre 2020 17:43

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L'arrivo di Armando Valente in una gara presumibilmente a Gevova. L'atleta indossa la maglietta con il distintivo della società Nafta. Certo che senza il determinante apporto dell'inutile personaggio alla sua sinistra, Valente non sarebbe mai giunto al traguardo! 

"Dottore, le scrivo di pirsona pirsonalmente...". Inizia così una immail che abbiamo ricevuto oggi da un nostro affezionato lettore di Petralia Sottana, Parco delle Madonie, provincia di Palermo, che si firma Turiddruzzo D'Ignoto. Dice di essere l'erede di una famiglia i cui antenati furono partecipi della prima edizione della Cursa de Santa Ana nel luglio del 1912, a Castelbuono, che da Petralia dista all'incirca una cinquantina di chilometri, che i suoi avi si sciropparono a piedi per vedere il vincitore Blanchet e i pochi altri. Quella Cursa tanticchia luntana nel tempo divenne poi il «Giro Podistico di Castelbuono», che si celebra tutt'ora, salvo in questo maledetto 2020. In compenso in questi anni ha colleziato riconoscimenti internazionali per la sua storica longevità. La passione per il podismo dei bisnonni del nostro lettore si è tramandata intatta fino al picciotto.

Il quale si spertica in elogi per "il dottore Alberto", autore - scrive - di un capolavoro come la biografia, a puntate, di Donato Pavesi. Poi, dopo infiniti e cerimoniosi mi pirdunasse dottore, ci fa sapere che, "con arrispitto del dottore che ha scrivuto", lui si permette di segnalare l'aggiunta di un risultato in più nell'anno del Signoruzzu 1930. E noi ben lieti, salvo una controllatina, così, tanto per sicurezza.

Vero fu...Per parte nostra già avevamo fatto un rapido cenno, proprio nella ultima puntata, che el Du'naa perse il primato del mondo dei 20 chilometri in pista nel 1930 ad opera del ligure, Armando Valente. Ma non specificammo che...Andiamo per gradi. Siamo a Genova, il 25 ottobre 1930, pista di 401,30 metri del glorioso Campo Nafta, si chiamava così la società che lo costruì, produceva appunto nafta, il gasolio insomma. Nel tempo fu acquisita da Italiana Petroli. Il campo (che poi divenne Campo Giacomo Carlini, in onore di uno dei grandi dell'atletica ligure e italiana tutta) fu inaugurato nel 1927, il nostro sport fece ingresso nell'ottobre del 1929 con l'incontro Italia - Ungheria. Quel giorno il modenese Ettore Tavernari fu protagonista di una impresa eccezionale, peraltro tipica dei tempi, quando gli atleti si sacrificavano per la Maglia Azzurra: «Taja» corse 400, 800 e chiuse con la staffetta 4 x 400.

Sabato 25 ottobre 1930. Ad Assisi si sposano Giovanna di Savoia e re Boris III di Bulgaria, ma noi siamo interessati a quanto accade sulla pista genovese della Nafta: il trottolino Armando Valente (San Pier d'Arena 12 gennaio 1903 - Cornigliano 7 dicembre 1997) va all'attacco del primato mondiale dei 20 chilometri stabilito tre anni prima da Pavesi. Tempo da superare 1 ora 37:42.1/5. Ci sono 18 gradi, non c'è vento, quando alle 15 viene dato il "via". Sono in tre: l'Armando, il milanese Luigi Bosatra e il Donato. A significare, nell'ordine, il settimo, l'ottavo e il quarto della finale olimpica sui 10 chilometri del 1924. El Pavesi l'era semper lì! Precediamoli all'arrivo: Valente chiude in 1 ora 36:34.2/5, nuovo primato mondiale; Bosatra (1905 - 1981) 1:39:55.1/5 e il nostro cavaliere senza paura, a 41 anni suonati, è ancora capace di 1:41:37.2/5. Il record di Valente resisterà fino al giugno 1933, migliorato dal lettone Janis Dahlins, che un anno prima, sulle strade di Los Angeles, con un caldo torrido, si era fatto mettere al collo l'argento sui 50 chilometri, prima medaglia olimpica per il suo Paese; terzo un intramontabile che ben conosciamo, Ugo Frigerio.

Però, bravo 'sto Turiddruzzo. Lo proporremo per il «Premio Parco delle Madonie» come storico dell'atletica. E intanto lo ringraziamo di questo contributo: grazie assa, e statte bono, picciotto!

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Novembre 2020 09:34
 
Trekkenfield n. 87: spazio a Sergio Ottolina, a Yeman Crippa, e ad altro ancora PDF Stampa E-mail
Sabato 14 Novembre 2020 15:56

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Questo è il numero delle polemiche, a ben guardare. Si parla di Arena Civica di Milano, ed è polemica. Si parla di una conferenza stampa del presidente uscente della Federatletica nazionale, e non mancano le punzecchiature. Si parla di un presunto primato di marcia femminile, ed è polemica. Perchè «presunto»? Ma perchè non è un primato, un record, chiamatelo come accidenti vi pare. Signori dirigenti, atleti, allenatori, giudici, compilatori, giornalisti, almeno prendetevi in mano qualche volta le regole (si chiamano Rules, esiste un libro apposito, pubblicato in varie lingue) e imparatevi a memoria quelli che sono i veri e propri record e quelle che sono le cosiddette «migliori prestazioni» che primati non sono ma fanno parte della carriera di un atleta.. Parole al vento: vediamo, per esperienza diretta, che la competenza specifica di tutte le categorie citate tende rapidamente verso lo zero. E con questo abbiamo fatto polemica anche noi.

La cosa che ci è piaciuta di più di questo numero 87 di «Trekkenfild» è sicuramente la chiacchierata con Sergio Ottolina. Si parla anche di una festa in onore di Yeman Crippa a base di carne alla brace e birra. Infine un risvoltino, sempre emerso dai ricordi, favorito da noi, sì, noi A.S.A.I., qualche volta serviamo pure noi, in questo caso parliamo della lunga biografia scritta da Alberto Zanetti Lorenzetti su Donato Pavesi. E lì in mezzo...ma toh, quel lì el conose! Lieti di essere stati utili.

Ultimo aggiornamento Sabato 14 Novembre 2020 18:59
 
Ci congediamo da Donato Pavesi, campione rimasto senza medaglia olimpica (7) PDF Stampa E-mail
Mercoledì 11 Novembre 2020 10:22

Siamo arrivati alla fine del «romanzo» della carriera di Donato Pavesi, come l'ha ricostruita, con ricchezza di informazioni, Alberto Zanetti Lorenzetti. Ne abbiamo pubblicate sei puntate, questa è la settima e ultima. Forse. Non si sa mai: magari il nostro ricercatore potrebbe scovare qualche altro sconosciuto risultato e darci degli aggiornamenti. Noi siam qui per questo. Come diceva Marco Martini: «pala, piccone e microscopio». Alberto può essere elencato fra i non molti che fanno buon uso di questi strumenti. Ma non vincerà mai il Premio Pulitzer, l'Alberto da Corvione di Gambara, non vogliamo esagerare dicendo il Nobel, per il settore «Biografie» (esiste veramente, non è una battuta), in Italia c'è troppa concorrenza, tutti eredi di Hemingway, perlomeno...A noi spiace congedarci dal Donato di San Donato Milanese, un bel personaggio, che meriterebbe una biografia non solo sportiva. Era un incantatore di folle, le sue epiche cavalcate della «Cento Chilometri» erano seguite da vicino da schiere di ciclisti che volevano stargli vicino e avere un po' di luce riflessa nelle fotografie che ritraevano il campione; pedalatori che si svegliavano nel cuore della notte per essere presenti alla partenza dei temerari della «Cento». Adesso invece, i grandi progressi dell'atletica, hanno portato ad una riduzione della 50 chilometri a 35, schiavi, succubi, servi, della televisione.

Ringraziamo Alberto per questo ricco contributo da ascriversi a pieno titolo alla storia dell'atletica italiana. E aspettiamo il prossimo personaggio...

Le immagini: Donato era il protagonista delle copertine delle riviste sportive dell'epoca. Queste due sono del 1927 e fermano il momento dell'arrivo dopo 20 chilometri per il tentativo di primato mondiale. È il 23 ottobre, Campo dello Sport Club Italia, e Donato indossa la canottiera del club. La pista misurava 350 metri. Pavesi tolse il primato ad Attilio Callegari; lo perderà tre anni dopo ad opera di Armando Valente. Nessun altro italiano sarà primatista su questa distanza: attuale recordman il messicano Segura (1994)

 

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Il lungo soggiorno inglese

Dopo aver vinto una gara sui 9 chilometri a Monza il 13 maggio 1926, battendo Gariboldi e Giani, si recò nuovamente a Londra, inserito nella lista degli atleti italiani che comprendeva anche Pietro Pastorino, Angelo Davoli, Giovanni Garaventa, Luigi Facelli,  Attilio Callegari e Mauro Mangiante. Dopo due anni di sospensione, il 24 maggio riprendeva la manifestazione allo stadio di Stamford Bridge con l’assegnazione della Coppa del Re d’Italia. Garaventa vinse il miglio e nella gara di marcia disputata sulle 14 miglia prevalse Poynton su Pavesi e Callegari. Donato dimorò a Londra da metà maggio fino a metà settembre. In quel lungo periodo fece numerose gare sulle più disparate distanze. Il 19 giugno fu terzo nella Londra-Brighton e ritorno, 167 chilometri, vinta da Baker e con E.C. Horton al secondo posto. Sabato 11 settembre si allineò al via della “classica” Londra-Brighton. In testa per 2 ore, fu però preceduto sul traguardo da Baker, ma lasciandosi Horton alle spalle.

La «Cento Chilometri», in programma il 26 novembre, diede il secondo successo consecutivo a Giani, autore di una gara molto ben impostata nella distribuzione dello sforzo; Umek raggiunse la seconda piazza con una bella progressione e resistendo all’attacco finale di Pavesi. Quarto l’inglese Horton.

Sulla pista dello S.C. Italia, il 3 aprile 1927, mentre Ettore Rivolta gli soffiava i primati dei 25, 30 e 35 chilometri, ma falliva le 20 miglia, Pavesi prevaleva su Gariboldi in una 10 chilometri. Gli atleti italiani tornarono a Londra per una trasferta che non fu particolarmente positiva per il folto gruppo dei nostri atleti. Il 6 giugno anche Donato non brillò, solo terzo nella 25 chilometri, battuto da Green e Clark. Al Campionato Italiano di maratona di marcia, disputato il 2 ottobre a Como, si aggiudicò il titolo Giusto Umek e Pavesi fu secondo a 4 minuti. I marciatori all’anagrafe risultanti nati nel XIX secolo, avevano messo in fila quelli del Novecento: Mario Brignoli, Carlo Giani, e Romano Poggiolini.

Il campo dello S.C. Italia, impianto usato in precedenza dal Milan e spesso preferito all’Arena nei tentativi di primato, il 23 ottobre si presentava con una pista ancora impregnata d’acqua per le abbondanti piogge del mattino. “L’anziano e pur sempre valoroso” Pavesi diede un dispiacere al padovano Attilio Callegari, togliendogli il record mondiale dei 20 chilometri, migliorato di oltre un minuto. Una ciliegia tira l’altra, e il 26 ottobre fu preso di mira il primato delle 2 ore, percorrendo 23.800 metri. Frantumò, abbassandolo di oltre quattro minuti, il suo primato nazionale della 15 miglia, si impossessò del limite mondiale dei 25 chilometri, mancando il mondiale delle 25 miglia, ma togliendo a Rivolta il primato nazionale dei 30 chilometri.

I marciatori della vecchia guardia furono protagonisti anche del finale di stagione. Donato superò Umek il 30 ottobre nella Vicenza-Padova, e il triestino si prese la rivincita nella «Cento Chilometri», che si era già aggiudicato nel 1923. Nella “classica” della «Gazzetta dello Sport», disputata il 6 novembre, Umek, Pavesi e Giani relegarono al ruolo di comparsa il tedesco Börn.

 

Posta per il Duce

 

Con l’arrivo del 1928 per Donato scoccarono i 40 anni. Ormai aveva dato il meglio di sé e i recenti primati erano stati il suo canto del cigno. Non si sottrasse al confronto, sempre generoso e combattivo. Già a gennaio le colonne dei giornali milanesi parlavano di lui: “L’anziano Pavesi, veterano di 15 marcie di 100 chilometri e animato sempre da una inestinguibile passione e da una coraggiosa volontà vorrebbe intervenire, ed è in trattative per ottenere gli appoggi finanziari che gli permettano di portarsi oltre oceano e affrontare la lunga marcia”. La questione riguardava la “transcontinentale” da New York a Los Angeles in programma a marzo. Per Pavesi rimase un desiderio non esaudito, mentre trasse fama dalla partecipazione all’evento Giusto Umek. A Bologna nella riunione del Direttorio e della Commissione tecnica della FIDAL del 23 febbraio venne deciso che da quel momento sarebbero stati omologati soltanto i primati ottenuti su distanze olimpiche. Ma i tentativi di record sulle distanze spurie proseguirono.

È ben noto quanto il regime fascista fosse capace di organizzare eventi di grande teatralità. Uno di questi fu il “pellegrinaggio” degli operai milanesi a Roma il 30 aprile per rendere omaggio al Duce. In tale occasione Donato fu protagonista di un raid di marcia Milano-Roma, con partenza il 21 aprile, giorno del Natale di Roma, e arrivo al Colosseo il 30 aprile. Scrisse il quotidiano torinese «La Stampa»: “Un’altra entusiastica dimostrazione ha dato l’arrivo al Colosseo, verso le 11.45, del corridore Pavesi, il quale, partito da Milano, ha percorso a piedi, con una media giornaliera di 100 chilometri, il lungo percorso fino alla Capitale per portare al Duce due messaggi, uno affidatogli dal Gerarca del Fascismo milanese Giampaoli, e l’altro dal Direttorio della Sezione combattenti di Milano”. L’incontro con Mussolini al Colosseo fu descritto dal «Corriere della Sera»: “Prima di salire il Duce riceve il messaggio dalle mani di Pavesi, che complimenta per la bella marcia compiuta”.

A seguire venne la trasferta in terra elvetica il 13 maggio con doppietta italiana nella Oerlikon-Winterthur e ritorno, per un totale di 50 chilometri: primo Giani e secondo Pavesi. Poi la prestazione opaca, con conseguente ritiro, il 21 ottobre a Padova, quando il giovane triestino Romano Vecchiett vinse la maratona di marcia, che a partire da questa edizione si disputò sulla distanza di 50 chilometri. La manifestazione merita di essere ricordata perchè al termine della prova il padovano Callegari offri una medaglia d’oro al dott. Nai. Universalmente ricordato per essere stato l’allenatore di Luigi Beccali, Dino Nai spese una vita con i colori della Pro Patria come atleta, tecnico e dirigente. In quest’ultimo ruolo ebbe modo di rappresentare l’Italia a livello internazionale e conquistare la gratitudine dei marciatori italiani. Scrisse nella sua autobiografia «Marciando nel nome d’Italia» Ugo Frigerio:“ Chiusa l’Olimpiade di Amsterdam, si riunì il Convegno Olimpionico. L’Italia è presente nella persona del dott. Dino Nai. Esaurite le lunghe discussioni riguardanti i vari generi di sport, vien rimessa in discussione la questione della Marcia a piedi. Subito il dottor Nai, con la forza del diritto che lo sostiene e anima, impegna una forte diatriba coi delegati di quel gruppo di Nazioni che, capitanate dalla nostra consorella latina di confine, avevano decretato al Congresso di Praga il rigetto della sacrosante aspirazioni dei marciatori. (…) Finalmente, dopo aver difeso a oltranza il buon diritto dei marciatori, il dottor Nai riesce a far riammettere la marcia fra i Ludi Olimpici 1932, sul percorso di 50 chilometri”.

Ma la prospettiva olimpica per Pavesi non poteva che essere un miraggio, anche se nonostante il peso degli anni Donato non poteva rinunciare alla “sua” «Cento Chilometri», pur potendo aspirare solo a dignitosi piazzamenti. L’11 novembre, in una edizione che vide il monologo di Mario Brignoli, fu nono.

Nel 1929 arrivò al secondo posto nella Padova-Venezia vinta da Rivolta  (23 giugno), precedendo Francesco Pretti. Il 1° settembre lo Sport Club Italia organizzò una gara sui 3 chilometri che assunse importanza non solo per la vittoria di Pavesi, ma anche perché segnò il rientro dopo un lungo periodo di inattività di Frigerio. Il servizio del «Corriere della Sera» informò che questo ritorno era avvenuto dopo quattro anni di assenza dalle competizioni e concluse con un profetico auspicio: “non è fuor di luogo pensare ch’egli potrà avere dallo sport che ha sempre servito con lealtà nuove soddisfazioni”. Il milanese era destinato a vincere la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1932. Seguirono i Campionati Italiani, con Donato quinto nella 10 chilometri il 22 settembre e ritirato dopo esser stato al comando per 30 chilometri nella maratona di marcia disputata a Trieste il 27 ottobre. Il 3 novembre tornò al successo nella 15 chilometri che assegnava la Coppa Binda a Castellanza, battendo Brignoli, Bosatra e Rivolta e Giani.

A vent’anni dalla prima edizione, la «Cento Chilometri» presentava al via Thomas W. Green, un altro prestigioso esponente della scuola inglese al quale la vita sembrava avesse fatto di tutto per impedirgli di diventare un campione: nell’infanzia il rachitismo fece sì che cominciasse a camminare a cinque anni; poi arrivò la Grande guerra che lo ebbe combattente con la divisa da ussaro e gli procurò diverse ferite e lesioni causate dai gas asfissianti. Morale della favola, ebbe la possibilità di iniziare a fare seriamente sport nel 1926, quando aveva 32 anni, diventando campione olimpico ai Giochi del 1932 e sfiorando la qualificazione per le Olimpiadi di Berlino. All’esordio nella “classica” italiana trovò uno strepitoso Brignoli che, in testa per tutta la gara, lo relegò alla piazza d’onore. Se Brignoli fu grande, altrettanto lo fu Pavesi: dopo due decenni riusciva ancora a salire sul terzo gradino del podio.

Il declino finale

Le prove di marcia che assegnavano la maglia tricolore del 1930 ebbero il protagonista in Pretti; con la partecipazione alla 25 chilometri organizzata il 3 agosto a Sulmona, Pavesi, che aveva condotto la gara per 18 chilometri, ottenne il bronzo, ultima medaglia conquistata in una lunga ed irripetibile carriera. Tre settimane dopo a Salsomaggiore si classificò al quarto posto nella 50 chilometri. Il 14 settembre fu secondo nella Gorizia-Udine dietro ad Attilio Callegari, poi quarto nella Milano-Como del 12 ottobre, vinta da Umberto Olivoni, l’unico italiano che impensierì nella «Centro Chilometri» del 9 novembre il campione britannico Green. Per Donato, ormai quarantaduenne, la gara decretò la decima posizione.

Le ultime competizioni di rilievo non potevano che essere disputate nella gara più legata al suo nome, la «Cento Chilometri». Nel 1931 Ettore Rivolta si era dimostrato nettamente il migliore sulle lunghe distanze, vincendo anche la “classica” della «Gazzetta dello Sport», conclusa da Donato all’ottavo posto. L’edizione del 1932 vide prevalere Umberto Olivoni sul tedesco Franz Reichel, valido atleta, però senza esperienza sulla distanza. Ma il beniamino del pubblico, ovunque incitato e applaudito, era sempre Pavesi, anche quando la sua partecipazione significò un quattordicesimo posto che concludeva una carriera che lo ebbe per 5 volte campione italiano della maratona di marcia (1912, 1914, 1921, 1924, 1925), vincitore di 6 edizioni della «Cento Chilometri» (1910, 1914, 1919, 1920, 1921, 1922); 2 volte si aggiudicò la Londra-Brighton (1921, 1923) e s’impose anche nella Manchester-Blackpool (1922).

Si era sposato due volte ed aveva avuto cinque figli. Faceva il magazziniere in un negozio di rubinetterie quando, il 30 giugno 1946, all’età di 58 anni, in una gara per veterani – presenti anche Valente, Brignoli e un caldo canicolare – a sette chilometri dal via ebbe un malore. Fu ricoverato all’ospedale Niguarda, dove dopo mezz’ora spirò. Il grande campione era caduto sulla breccia.

(fine)

Ultimo aggiornamento Domenica 15 Novembre 2020 18:15
 
Bruno Bonomelli nel ricordo di Oliviero Capuccini: sembrava il tenente Sheridan PDF Stampa E-mail
Martedì 10 Novembre 2020 06:42

C'è qualcuno che si ricorda del tenente Sheridan? Eh, buonanotte. Deve avere i capelli, quelli rimasti, color Biancaneve. Fine anni '50 primi anni '60, la RAI stava entrando prepotentemente nelle case degli italiani, il tubo catodico era diventato status simbol del benessere della nostra gente, come l'auto, il frigorifero, le vacanze a Viserbella alla Pensione Mariuccia, trattamento familiare. E le serate con il «detective dall'impermeabile bianco», Ezechiele «Ezzy» Sheridan, erano un appuntamento fisso con il giallo poliziesco. All'investigatore dava il volto il romano Ubaldo Lay (cognome originario Bussa), attore cinematografico esordiente in spettacoli del GUF, la gioventù universitaria fascista, poi teatro, radio, televisione, cinema, e infine doppiatore. Uno dei volti più noti per tanti anni.

E che c'azzecca il tenente Sheridan/Ubaldo Lay con Bruno Bonomelli? Nasce da un singolare accostamento immaginato da Oliviero Capuccini, imprenditore dell'ambiente e degli spazi verdi. Oliviero ha letto quello che abbiamo scritto recentemente in questo nostro sito di Bruno Bonomelli e ci ha fatto avere un suo breve ricordo personale del turbolento rovatese. Oliviero - come ci ha raccontato Elio Forti, nostro socio, testimonianza vivente di cinquanta anni di podismo nella zona di Gargano, lago di Garda, Montegargnano e dintorni - era un cavallino di razza, aveva talento per la corsa, fosse campestre, su strada o in montagna. Bonomelli lo notò, credeva in lui e ne voleva fare un corridore, un maratoneta possibilmente. Ma Oliviero correva solo per divertirsi. Nel 1978 con i fratelli Franco, Agostino, Mariuccia e altri soci diedero vita alla Agri-Coop Alto Garda Verde, cooperativa sociale, dice il sito www.agri-coop.it/ «impegnata in tutto il vasto ambito che parte dall’agricoltura e arriva all’ingegneria naturalistica, passando per la progettazione, la realizzazione e la manutenzione di qualunque tipo di spazio verde, senza dimenticare la produzione vivaistica». Azienda (ha festeggiato i suoi primi 40 anni nel 2018) attiva prima di tutto nel sociale e poi nello sport. Negli anni '80 ci fu una bella realtà atletica sulla sponda bresciana del Benaco che prese il nome di Agri Coop Libertas Garda; inoltre la cooperativa è sempre stata vicina, in concreto, alla corsa podistica di Navazzo (47 edizioni filate). Anche se Franco Capuccini ha una passione, fin da ragazzetto, tutta acquatica per le regate: è stato presidente del Circolo Vela Gargnano di cui attualmente è vicepresidente con incarichi tecnici; ma può anche mettere in bacheca ottimi risultati agonistici nella «Centomiglia» velica, la regina delle regate in acque interne. Su terra ferma, Oliviero vinse la quarta edizione, nel 1977, della gara podistica di Navazzo. Non aveva visto male - come sempre, del resto - il Bonomelli, ma non se ne fece niente. Ringraziamo Oliviero Capuccini per le belle parole di ricordo «di quello della camomilla». Potete leggere le sue righe qui di seguito.

"Lo ricordo, mi venne a cercare a Gargnano, non ricordo l'anno, di sicuro dopo il '75. Ci siamo incontrati davanti alla Chiesa di San Martino, aveva un impermeabile tipo tenente Sheridan. Mi disse: so che vai bene con la corsa ma devi allenarti con sistema. Ti iscrivo alla società La Pedestre, e faremo vedere noi a quelli...non so a chi si riferisse. Gli dissi che per me correre era un divertimento, non volevo fosse un lavoro. Mi diede il suo libro con dedica dicendomi di ripensarci e allenarmi. Per qualche mese chiamò periodicamente a casa dicendo a quale gara mi aveva iscritto. «Quello della camomilla - mi diceva la mamma - ti ha cercato, ha detto che domenica ti aspetta alla gara di...». Dopo alcuni mesi non chiamò più visto che non mi ero mai presentato. Di lui non so cosa dire avendolo visto solo per un'oretta, mi diede l'idea di essere molto arrabbiato con qualcuno del settore. Però per me era ed è rimasto uno sconosciuto fino a pochi anni fa".

Nelle foto: la dedica scritta di pugno da Bruno Bonomelli sul suo libro sulla corsa campestre, di cui fece dono a Oliviero Capuccini. Sotto: una foto dall'archivio di Elio Forti: siamo a Serniga di Salò, metà anni '70 circa, Trofeo Ilario Roberti. Oliviero è il primo a destra, con il cappellino. Terzo da sinistra, un altro appassionato promotore del podismo gardesano: Cesare Bernardini, scomparso un paio di anni fa, che ancor oggi detiene uno dei migliori tempi sul Giro del lago di Garda di corsa, circa 150 chilometri.


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Ultimo aggiornamento Martedì 10 Novembre 2020 12:41
 
Bruno Bonomelli, ricordo di un atleta bresciano che fu suo allievo a scuola PDF Stampa E-mail
Giovedì 29 Ottobre 2020 10:14

«Claudio Garzetti è stato un onesto lavoratore del garretto, del bottarello, botareil in dialetto bresciano. Fu composta nella città della Leonessa perfino una poesia al botareil: estroverso autore Pierino, poeta un po' fatto a modo suo del Quartiere di San Rocchino, a Brescia. Colà, con partenza e arrivo davanti al Bar de le brute (così conosciuto il Bar Caldera), sul piazzalone degli Spedali Civili, si corse, fra il 1973 e il 1981, il Gran Premio San Rocchino, corsa internazionale su strada di 12 chilometri, una delle più belle manifestazioni di atletica che siano mai state organizzate in quella città. Vi partecipò la creme de la creme del podismo internazionale. Bene, la fantasia creativa di Pierino (un Pierino in carne ed ossa non inventato) rimase impressionata da uno degli atleti che aveva visto correre la domenica precedente: qualche sera dopo si presentò al bar dove erano stanziali alcuni degli organizzatori e chiese di declamare la sua poesia alla bellezza del botareil, il polpaccio e i suoi muscoli. In zona è rimasto famoso, certo più di Giacomo Leopardi.

Dicevamo di Claudio Garzetti. Fu per parecchi anni un buon mezzofondista. Ieri sera, dopo aver letto il ricordo che abbiamo dedicato a Bruno Bonomelli, ci ha inviato un messaggio che riproduciamo perchè ci ha fatto molto piacere. Ha scritto Claudio, e per questo lo ringraziamo:

"Io ho avuto l'immenso piacere di conoscerlo negli anni 60 quando insegnava a Roncadelle. Indimenticabile!!!"

Poche parole, ma sufficienti. Ci fa piacere aver ricevuto segnali da parecchi atleti di anni andati e che conobbero Bonomelli: Rita Bottiglieri, Gianfranco Carabelli, Alessandro Frigeni, Maria Grazia Cogoli, Alberto Papa, Domenico Canobbio, Maddalena Tassoni.

Abbiamo citato Gianfranco Carabelli, pochi istanti fa (sono le 18.35 di giovedi 29 ottobre) ci arriva da lui - nostro apprezzato socio - questo commento:

"Lo ricordo sempre presente alle gare all'Arena (nota per i più giovani: di Arena ce n'è una sola, quella de Milan). Ruvido, ma fine polemista, attirava intorno a sè gruppi numerosi di estimatori che quasi sempre lo ritenevano informatissimo e, malgrado i toni, in perfetta buona fede".

Qualche mese fa abbiamo dedicato, su questo spazio A.S.A.I., un «ritrattino» all'atleta Carabelli, elegantissimo corridore di 800 metri. Bonomelli gli dedicò un titolo e un bel po' di righe sulla pagina sportiva de «l'Unità». Bruno lo vedeva come naturale successore di Francesco Bianchi. E lo sarebbe stato se non fosse stato fermato da una malattia muscolare. Che lo portò ad abbandonare l'atletica e ad entrare alla Scuola dello Sport, a diplomarsi Maestro dello Sport, e a percorrere una brillantissima carriera nel Comitato olimpico italiano; tra l'altro, fu Segretario della Federatletica fra l'89 e il 90. Un nostro socio ha avuto il piacere di lavorare con lui a quel tempo.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Ottobre 2020 13:58
 
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