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Guardi le liste italiane di ogni tempo, e vieni preso da acuta, profonda nostalgia PDF Stampa E-mail
Martedì 20 Febbraio 2024 00:00

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1990, 1993, 1985, 1986, 1995, 1981, 1999, 1977. Abbinati a 13'05", 13'06", 13'10", 13'11", 13'17", 13'19", 13'20", 13'21". Adesso accostiamo il calendario e i tempi ai cognomi: Antibo, Panetta, Cova, Mei, Di Napoli, Ortis, Battocletti, Fava. L'operazione di miscelatura di questi tre elementi ci porta alla lista dei cinquemila metri corsi da giovanotti del nostro Bel Paese (non sempre...) nella lunga cronaca dell'atletica leggera. Sono otto nomi e altrettanti tempi nei primi undici della compilazione che, come sempre alla fine di ogni anno, ci offrono Enzo Sabbadin e Enzo Rivis, che di questo si occupano nella nostra lillipuziana setta cui piace ancora questo sport, soprattutto conservarne, come qualcuno ha detto, «la memoria storica». Scorrendo, pizzicati da curiosità, la nuova compilazione chiusa alla fine dell'anno 2023, ci siamo soffermati, casualmente, sulla lista dei dodici giri e mezzo di pista. Chissà perchè, o forse perchè chi scrive questa nota molti di quegli eventi li ha vissuti in diretta, non televisiva o streamingzita. E la lista ha fatto tornare a galla i ricordi e le emozioni vissute.

Mettiamo da parte i sentimentalismi, e andiamo alla sostanza. Abbiamo appena detto: otto dei migliori undici catalogati all'alba del 2024. Un dato che fa riflettere, almeno ha fatto riflettere noi. Nell'intervallo temporale 1977-1999, ventidue anni, sono rimasti lì ben saldi otto dei migliori specialisti della distanza. Solo tre son venuti dopo. E, ad osservare attentamente, fra il 2000 e il 2011 non si è inserito nessuno: oltre un decennio vuoto, al vertice della specialità. Considerazioni che, a occhio, potrebbe essere ripetute pari pari per la doppia distanza. Tanto per dire, Franco Fava è inchiodato al settimo posto con quel 27'42", coronato dal terzo posto in quella stupenda gara sulla pista dello Stadio Olimpico di Helsinki a fine giugno 1977, vinta a suon di primato del mondo dal maestro elementare di un villaggio nelle montagne popolate dalla tribù Pokot, Samson Kimobwa, persona mite ed educata, deceduto una decina d'anni fa. Oppure, il quarto posto del furlan Venanzio Ortis da Paluzza nell'indimenticabile finale europea nello stadio praghese Rošický, nel 1978.

Ogni prova, di pista e di campo, ha la sua storia. Noi, casualmente, ci siamo soffermati su questa. A chi avrà voglia, tempo e curiosità di fare lo slalom fra le migliaia di cifre lasciamo la libertà di fare le proprie considerazioni. Intanto oggi "beccatevi" le liste degli uomini disponibili qui. Ad una prossima puntata quelle delle donne, come si conviene.

Nelle foto: in alto a sinistra, Venanzio Ortis e Luigi Zarcone in allenamento; la copertina dell'Almanacco dell'Atletica 1990, edizione Panini, riservata a Salvatore "Totò" Antibo; sotto Stefano Mei e Alberto Cova al termine di una gara. Tutti grandi protagonisti che ritroviamo ancora alla fine dell'anno 2023 nelle posizioni di vertice delle graduatorie nazionali sui cinque e diecimila metri

Ultimo aggiornamento Martedì 20 Febbraio 2024 21:00
 
Daniele Segre, dalla pedana del triplo alla cinepresa della regia cinematografica PDF Stampa E-mail
Venerdì 16 Febbraio 2024 08:32

Quello che leggerete sotto le fotografie è un articolo che vorremmo pubblicare più spesso sul sito dell'Archivio storico dell'atletica italiana. E, a dire il vero, farebbe parte del nostro acido desossiribonucleico (sapete tutti vero che cos'è?) fin dalla sua nascita. Alcuni di noi lo vanno ripetendo da anni, troppo spesso inascoltati. Per fortuna non sempre. A che scritti ci riferiamo? A quelli che ci raccontino, a noi e a chi verrà, chi sono stati nella vita i giovani che hanno frequentato gli stadi di atletica nella loro gioventù. Che ne è stato di loro una volta usciti per sempre dal cancello dello stadio? Rimane solo qualche numerino che indica una misura metrica o un tempo cronometrico. Ma la vita di questa persona? Buio, spesso completo. Che fine ha fatto? Non si sa. Né di lui, né della sua professione, né della sua famiglia. Non si sa neppure, spesso, se è vivo o se ha già compiuto l'ultimo viaggio.

L'articolo che presentiamo oggi è un esempio di questo nostro "sentire". Ce lo regala Giorgio Barberis, torinese, una lunga militanza professionale nella redazione sportiva del quotidiano «La Stampa», osservatore e commentatore attento e colto del nostro sport. Giorgio Barberis, da anni, nostro socio, ma prima ancora nostro caro amico. Questo suo contributo è nato da una chiacchierata telefonica, diciamo di cortesia, di amicizia, con un altro nostro socio. E, incidentalmente, esce fuori un "Ti ricordi di Daniele Segre?". No, l'interlocutore non ne ha memoria. Eppure, nella chilometrica lista del triplice zompo compilata da Enzo Rivis per questo nostro sito (si apra questa finestra) Daniele Segre figura al 269esimo posto, uno degli atleti che ha superato i 15 metri. Ma dopo chi è stato Daniele Segre? Questo abbiamo chiesto a Giorgio Barberis e lui ce lo racconta qui sotto.

Era la fine degli anni '60 primi '70, ancora avevamo ancora negli occhi il luccichio della medaglia di Giuseppe Gentile a Giochi Olimpici di Mexico '68, la gloria italica di ben due primati del mondo. Chissà, forse il giovane Daniele divenne saltatore di triplo trasportato da quel momento esaltante. Indossò la canottiera della FIAT Torino; alla fine del 1969 fu quarto nelle liste giovanili, aveva davanti tre giovanotti di un anno più grandi di lui: Ezio Buzzelli, Claudio Moretti e il bresciano Crescenzio Marchetti, tutti classe 1951, lui, il Daniele, 1952; nella stagione 1970 aveva saltato 14,68. E con questa misura era il dodicesimo delle liste italiane assolute. Anno '71: quarto ai Campionati assoluti, ebbe davanti «Giasone» Gentile, il ligure Norberto Capiferri, il bolognese Adriano Maselli. E dietro? Troviamo Crescenzio Marchetti, passato ai Carabinieri Bologna, il piacentino Gian Piero Aquino, studente alla Scuola Centrale dello Sport, e al penultimo posto (su 27 classificati...) Giovanni Tucciarone, che in un futuro prossimo venturo sarebbe stato elevato al rango di responsabile tecnico nazionale del salto triplo. Ai Campionati della categoria juniores Segre era stato meno efficiente: quinto, che comunque gli valse la convocazione nella Nazionale Under 19, che, a Dôle, le buscò dai coetanei transalpini. Abbiamo fatto un po' di ripasso, adesso andiamo a conoscere Daniele Segre come lo racconta Giorgio Barberis.

Una bella immagine di Daniele Segre; a seguire la locandina di uno dei suoi lavori, «Ragazzi da stadio» che viene riproposto proprio in questi giorni sui programmi di RAIPLAY, lo trovate alla voce «Documentari»; sotto, il regista al Torino Film Festival, e, a lato, premiato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

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Appena quattro giorni prima di completare il suo settantaduesimo anno di vita, si è spento Daniele Segre da riviste e siti legati allo spettacolo giustamente ricordato come regista, sceneggiatore e montatore italiano, che nel suo iter terreno ha messo il suo indubbio talento al servizio della realtà sociale, raccogliendo meritati riconoscimenti.

Ma per chi si interessa di atletica e non vive solo nel presente o di gossip (la latitanza dei media per commemorare un grande come il francese Michel Jazy ne è la più recente testimonianza) un giovane Daniele Segre ha trovato spazio nei primi Anni Settanta del secolo scorso, come buon triplista, indossando anche due volte la maglia azzurra a livello assoluto e un’altra a livello juniores.

Nato ad Alessandria l’8 febbraio del 1952, da una famiglia di chiare origini ebraiche (il nonno fu anche rabbino nella città piemontese), Daniele scalò le graduatorie atletiche quanto diciottenne si trasferì a Torino per gli studi universitari e atleticamente venne tesserato dal Gruppo Sportivo Fiat, dove ad introdurlo fu Rinaldo Camaioni, che nelle prime gare giovanili del ragazzo alessandrino aveva intravvisto una qualità che meritava di essere curata e migliorata.

La sua crescita sportiva fu quasi immediata: nel 1971 ottenne un significativo quarto posto agli Assoluti con 14,94, migliorando di una po

sizione il piazzamento dei campionati tricolori juniores dove aveva saltato 14,67. Quel risultato gli valse la maglia azzurra in un incontro, al limite dei 20 anni, tra Francia e Italia disputato a Dole dove fu quarto con 14,53. Ciliegina finale dell’anno un 14,98 che lo pose al settimo posto nelle graduatorie stagionali assolute e al 27° di quelle italiane all-time.

Muscolarmente abbastanza fragile (64 chili distribuiti su 179 centimetri), nella stagione successiva dopo un 14,91 indoor a Genova, superò due volte i 15 metri nella stagione estiva: una prima volta il 6 agosto a Pisa (15,11, che rappresenta il suo top), quindi a fine ottobre a Terni (15,05). In mezzo le due maglie assolute, la prima a Lugano il 26 agosto (Svizzera-Italia, quarto con 14,60) e la seconda a Palermo il 29 settembre (Italia-Bulgaria, terzo con 14,70).

Dalle scene atletiche, principalmente perché sempre più rapito dalla passiona maturata dapprima per la fotografia quindi per la cinematografia, praticamente scomparve nei primi mesi del 1983 dopo un pur promettente 14,86 indoor.

Come uomo di cinema fu assai prolifico, realizzando quasi un centinaio di film, dai quali emerge la sua costante attenzione e l’impegno per rappresentare la realtà sociale a tutto tondo. E per meglio testimoniarlo ci affidiamo a quanto scritto da Ilenia Scollo sul sito on line dell’Ateneo Niccolò Cusano di Roma, che lo descrive come “figura poliedrica e dai molti interessi, che sapeva scrivere, dirigere, montare, produrre, fotografare e persino creare scenografie”. “Applaudito – prosegue Scollo – in numerosi festival internazionali e pure alla Mostra del Cinema a Venezia, Segre è stato docente di Cinema presso il celebre Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e anche direttore didattico del corso reportage della sede Abruzzo del Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale del Cinema”.

Daniele Segre ricevette numerosi riconoscimenti, non soltanto in Italia, e nel 2012 in una cerimonia al Quirinale gli venne consegnata la medaglia del Presidente della Repubblica da Giorgio Napolitano.

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Febbraio 2024 18:01
 
Tre grandi giornalisti e un bravo allenatore segnarono il destino di Michel Jazy PDF Stampa E-mail
Domenica 11 Febbraio 2024 00:00

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La copertina della rivista di ispirazione cattolica degli emigrati polacchi in Francia celebra il nuovo primato del mondo sui 3.000 metri (7'49"0) di Jazy, siamo nel 1965, a Melun, la gara era sulla distanza delle due miglia, e anche lì fu record; quel giorno precedette l'australiano Ron Clarke e il tunisino Gammoudi, altri grandi del mezzofondo di quegli anni. Michel era l'idolo dei polacchi francesi, che erano orgogliosi dei suoi antenati originari di quella Nazione (ringraziamo gli amici Janusz Rozum e Luc Beucher per questo raro documento). A seguire, la copertina del bel libro di Gaston Meyer sulla storia dell'atletica francese. Sotto: Michel al lavoro alla linotype nella tipografia del quotidiano sportivo L'Equipe. Infine, la classifica nazionale a fine 1953 dei 1.000 metri della categoria cadetti, Michel, poco più che diciassettenne, è quarto (documento ripreso dalla rivista L'Athlétisme, edita dalla Federazione)

*****

“Depuis 1954, je suivais avec un certaine curiosité les évolutions en cross-country, d’un petit athlète bien «roulé», énergique en diable, aux visage agréable et aux yeux vert rieurs. L’année suivant je dis à Marcel Hansenne:” Je crois que ce garçon a de l’etoffe, tentons une expérience psychologique…”. Nous y sommes allés d’une petit filet élogieux dans L’Equipe, d’où il découlait que Michel Jazy s’annunçait comme un futur Jules Ladoumégue, s’il osait y croire.

[…]

“Le jeune Michel Jazy avait contractè le virus de la course á pied depuis le Jeux de Melbourne, grâce au champion olympique Alain Mimoun dont il avait partagé la chambre en Australie. L’immense énergie de ce gavroche souriant, sa bonne volonté évidente, son désire de réussite, ne faisaient aucun doute. Libéré du service militaire, il avait stabilisé sa vie familiale en épousant la charmante Iréne qui, d’abord réticente à l’égard du sport, comprit très vite que celui-ci allait être précisément son allié le plus fidèle.

“Depuis ses réels débuts en 1953, le future champion avait été pris en main par un jeune et enthousiaste entraîneur du C.A. Montreuil, René Frassinelli qui devait le conduir à ses premiers succès. Le grand, l’immense mèrite de René Frassinelli, c’est d’avoir accepté sans hésitation le plan qui devait conduire Jazy aux records du monde. Car la réussite de Jazy c’est celle de la planification. […]

“Premier problème à résoudre: le «social». Par chance, Michel Jazy avant son service militaire avait été apprenti typographe à l’impremerie Chaix. Il ne m’avait pas été difficile de convaincre le directeur général de L’Equipe, Jacques Goddet, d’engager le jeune apprenti, lequel d’emblée, sut par sa gentillesse, conquérir le cœur de ses compagnons de travail, d’abord réticents. Ce point acquis, ses heures de travail fixée en fonction des nécessités de l’entraînement quotidien, restant à répartir les tâches.

[…]

“Enfin le grand athlète Marcel Hansenne collabora avec René Frassinelli au plan de préparation proprement dit, en partant de méthodes naturelle découvertes naguère en Suède et adoptée par les  Haegg, Elliott, Waern, Snell et autres seigneurs du demi-fond international. […] Du reste, je fis en sorte que dès 1959, Michel Jazy aille recevoir sur place les conseils précieux de Gosta Olander.

“Vingt mois après cette prise en charge, Michel Jazy gagnait à Rome la medaille d’argent du 1.500 mètres en 3’38”4 derrière le fameux Australien Herbert Elliott. Ce fut un surprise…”

Questi brani sono ripresi da uno scritto di Gaston Meyer, senza alcun dubbio – per chi scrive queste righe, almeno – uno dei migliori giornalisti di atletica di ogni generazione. Nato nella magnifica regione della Dordogna, praticò l’atletica, 110 ostacoli e salto in alto. Meyer entrò presto nel mondo del giornalismo sportivo: nel 1932, avendo solo ventisette anni, era già capo rubrica dell’atletica al numero uno dei giornali sportivi, L’Auto. Prigioniero di guerra a Sonderhausen, liberato nel 1944, poco dopo fu tra i fondatori di un quotidiano, Défense de la France, che, in seguito, cambiò nome in France-Soir (che ha cessato le pubblicazioni nel 2019). Nel 1946, Meyer rientrò alla redazione de L’ Equipe, erede della storica testata L’Auto, dove aveva già lavorato, come detto: venne nominato redattore capo aggiunto. Esempio di passione sconfinata per lo sport e per l’atletica in particolare, aveva trovato il modo di inviare articoli al giornale perfino mentre era prigioniero. Dal 1954 al 1970 fu redattore capo del grande giornale sportivo francese, punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati di atletica di tutto il mondo. Per dire: Bruno Bonomelli, a Brescia, faceva arrivare L’Equipe alla edicola della stazione ogni giorno, e lo fece per molti anni, poi ritagliava articoli e notizie del nostro sport e di quello olimpico e li incollava sulle pagine bianche di libroni che si faceva preparare in tipografia. Qualcuno, gelosamente, conserva ancora quei «cimeli». Meyer è mancato nel 1985, a Parigi. Dell’atletica fu profondo conoscitore, animato da una passione limpida, sostenuto da facilità di scrittura e da chiarezza espositiva figlia della solida conoscenza. Nel 1975, per i tipi dell’editore Calmann-Lévy, diede alle stampe un bellissimo libro – corredato da splendide fotografie – intitolato «Le grand livre de l’athlétisme français», da cui sono tratti i brani citati, che arricchivano il racconto della storia dell’atletica transalpina con i ricordi personali, queste parti avevano in alto una testatina che recitava così: «Ma propre experience». Sulla copertina, ça va sans dire, una grande foto di Michel Jazy con la canottiera del C. A. Montreuil, il club dove entrò nel 1956 e non lasciò più. Meyer ha scritto altri tre libri altrettanto importanti: «Le phénomène olympique», «L’Athétisme», «Les Jeux Olympiques».

Nei brani di Gaston Meyer che abbiamo riportato scorrono altri nomi di eccellenti uomini di sport, che hanno avuto risonanza non solo sul suolo francese. René Frassinelli, stimatissimo allenatore che ha curato la crescita e l’affermazione di grandi atleti transalpini. Appare Marcel Hansenne, parigino, mezzofondista, due volte sul podio ai Campionati d’Europa (’46 e ’50), bronzo ai Giochi Olimpici ’48, sempre sugli 800 metri, primatista del mondo sui 1000 metri. Poi giornalista e allenatore. Jacques Goddet, un nome che evoca ciclismo e Tour de France. Pure lui parigino, pure lui socio della categoria scrittori di sport, fu direttore non solo del quotidiano L’Auto ma anche patron del Tour per cinquant’anni, dal 1936 al 1986. Se ne è andato nel 2000, aveva già compiuto 95 anni.

Di questi grandi uomini di sport ha beneficiato la carriera di Michel Jazy: Gaston Meyer, Marcel Hansenne, Jacques Goddet, René Frassinelli, ciascuno con un suo copione da recitare, i quali hanno contributo alla maturazione del talento innato di quel ragazzo francese di nascita ma con sangue di antenati polacchi. Senza di loro, forse, avrebbe avuto solo un impiego a vita da linotipista. 

Ultimo aggiornamento Domenica 11 Febbraio 2024 20:42
 
Quel giovanotto figlio di immigrati polacchi dalla linotype alla pista di atletica PDF Stampa E-mail
Venerdì 09 Febbraio 2024 08:51

Luc Beucher, un amico che è sempre disponibile a soddisfare le nostre richieste di informazioni storiche sull'atletica francese, ci ha fatto avere un bel ricordo di Michel Jazy il cui decesso è avvenuto pochi giorni fa. Luc fa parte da anni della Commission Documentazione e Storia della Federazione transalpina, con cui l'ASAI intrattiene cordiali rapporti di collaborazione. Ringraziamo Luc per il garbato ricordo del grande campione transalpino. Lui stesso ci ha fatto avere due fotografie un po' diverse, non di un Jazy atleta ma di un Jazy amabile compagnon di atleti e di altri componenti della CDH, acronimo della Commission Documentation et Historie. In quella di sinistra, il campione con sua moglie Monique (a destra), in un ristorante all'isola di Noirmoutier, nella costa atlantica del Golfo di Biscaglia, in compagnia - da sinistra a destra - di Gérard Dupuy, altro componente della CDH, di Denise Guénard, argento nel pentathlon ai Campionati d'Europa Belgrado 1962, quindi Béatrice Dupuy moglie di Gérard, Jean-Pierre Goudeau, campione europeo con la staffetta 4x400 a Berna 1954. L'altra foto è ancora più familiare: siamo ai campionati francesi in pista coperta a Bordeaux, Michel, folta capigliatura bianca, posa con Théo, il nipote di Luc, autore del testo che segue.

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La vie est un hasard qui dure, mais quand celui-ci se conjugue avec le destin il prend la forme d'un rêve éveillé. Mais comment s'arracher à son destin programmé ? Car le jeune "Michal" né le 13 juin 1936, petits-fils et fils de parents Polonais venus en France après la première guerre mondiale et voué pour descendre à la mine, comme son père mineur de fond décédé de la silicose en 1948, où tant de Polonais ont laissé leur vie dans ce Pas-de-Calais qui n'avait comme ligne d'horizon que les corons.

A Oignies où "Michal" vivait avec peu de goût pour les études, son hyperactivité le poussait à remplir ses loisirs en jouant au football son sport favori, et à l'âge de 10 ans, lors d'une fête locale, il participait à une première course, comme un virus à devenir. 

Les années passèrent au rythme des saisons et c'est le départ vers Paris où sa mère trouve un travail et "Michal" des petits boulots. Puis un jour de 1952 le destin frappe à sa porte ! Un copain vient lui proposer de participer à une épreuve sportive à Meudon , "La première foulée". On lui prête des pointes.....et le jeune Jazy gagne la course et a droit à son premier article dans le presse parisienne. Sa légende était en marche !

C'est alors le début de sa carrière sportive et la rencontre pour une longue coopération avec son entraineur de toujours, René Frassinelli. Enfin naturalisé à 18 ans, devenu Michel, il pouvait intégrer l'équipe de France et être sélectionné pour les J.O. de 1956 où il partageait la chambre du futur champion olympique du marathon, Alain Mimoun.

Année 1957, comme un retour aux sources, Michel Jazy pour ses premiers record de France sur 1500 m et 3000 m en deux jours de juin , réalisait ses performances à.....Varsovie. Clin d'oeil du destin lui qui n'avait jamais renié ses origines polonaises.

Michel Jazy avait aussitôt "tapé" dans l'oeil de Gaston Meyer et Marcel Hansenne, journalistes au journal l'Equipe, lui proposant d'intégrer ce journal en tant que typographe avec des horaires aménagés afin de progresser vers le graal !

Entrainement naturel dans la forêt de Marly proche de Paris, et stage à Volodalen en Suède en pleine nature....jusqu'à la grande surprise de Rome où il terminait deuxième derrière le grand Herb Elliott,  mais devant le gotha des coureurs de 1500 m, en particulier du Suèdois Dan Waern qui l'avait toujours battu.

Jazy était lancé sur les rails de la gloire et sa popularité devint une Jazymania ! Et même si Tokyo lui laissait à jamais un goût amer, ses records du Monde et d'Europe à la pelle contribuèrent à guérir cette plaie, car en 1965 ce furent quatre semaines d'état de grâce avec quatre records du Monde en particulier celui du mythique record du Mile.

Puis vint 1966 et un dernier titre européen sur 5000 m avec en apothéose, sur 2000 m, un soir de liesse et d'amitiés pour un dernier tour de piste en 4'56"2, record du Monde éternel !

Il prenait donc le chemin d'autres challenges.....pour une carrière professionnelle bien remplie, jusqu'à une retraite méritée à Hossegor, jolie petite ville du Pays Basque. En compagnie de son épouse Monique et de sa fille Véronique, le golf et de bonnes tables en amitiés étaient devenus des plaisirs renouvelés malgré une santé fragile. Mais l'écume des jours faisait son oeuvre et le "zèbre des corons" terminait sa course terrestre le 1 février 2024 à l'âge de 87 ans, lui qui rêvait d'assister à cet événement planétaire, les J.O. de Paris !

Alors ce fut un hommage "mondial" déversé à la mémoire de Michel Jazy ! De celui qui avait tant honoré son sport !

Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Febbraio 2024 17:26
 
Chi sono stati i nostri più grandi campioni? Enzo Rivis propone la sua risposta PDF Stampa E-mail
Lunedì 05 Febbraio 2024 07:53

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Ci abbiamo messo parecchio tempo, sicuramente più del lecito, ma alla fine ci stiamo riuscendo. Intendiamo la pubblicazione della approfondita ricerca del nostro socio Enzo Rivis, che ha messo a punto un articolato sistema di valutazione per dare una risposta alla domanda: chi sono stati i migliori campioni della lunga vicenda agonistica dell'atletica italiana? Qualche tempo fa abbiamo già reso noti, in questo nostro spazio, i criteri adottati dal compilatore, che ha attribuito dei punteggi per i principali eventi internazionali, per i campionati nazionali, per i primati, e altri parametri. Su queste basi ha costruito la sua graduatoria. Abbiamo scritto la «sua» graduatoria. Ognuno di noi può farsene una propria, può cantarsela e suonarsela come vuole. Enzo, con rigore e competenza, ne propone una basata sui numeri, su criteri che ci azzardiamo a definire oggettivi. In ogni caso sono quelli che lui ha chiaramente esposto. Questa è materia magmatica, scivolosa. Già mettere a confronto epoche diverse, talvolta lontane decenni, è un percorso ad ostacoli, di quelli alti.

Enzo ci ha scritto:" Il punto di partenza davanti al quale ogni lettore si deve porre dovrebbe essere: non si possono comparare risultati e prestazioni fatte in tempi diversi. Da buon ingegnere, mi sono comunque divertito a cercare di trovare una modalità che sia in parte oggettiva, basata sui numeri. Ho assegnato ad ogni singolo evento un parametro, quindi ho preso in considerazione i risultati delle manifestazioni che ho deciso di analizzare. Ho considerato anche altri parametri, come primati, posizione nelle graduatorie mondiali annuali, ecc. Ovviamente il tutto lascia il tempo che trova, e chiunque può eccepire quel che crede: per esempio, oggi ci sono più competizioni considerate, avversari più o meno forti che hanno dovuto incontrare, oggi l'atletica è "mondiale", prima della guerra c'erano quasi esclusivamente Europa, Nordamerica, Giappone, Australia, e poche altre. Se vogliamo il "vantaggio" di oggi delle maggiori competizioni dove ottenere i punteggi, sono compensate dal fatto che era probabilmente più facile fare un record, o entrare nei primi delle liste mondiali o vincere un Campionato italiano. Non ho considerato i risultati ottenuti in staffetta, perché non dipendono dal risultato del singolo, ma dai quattro componenti. Ho preso poi in esame solo le specialità del programma olimpico. Ovviamente, anche il modo con cui ho dato i punti per i singoli piazzamenti impattano sul risultato. Solo un commento finale: mi sembra che almeno sul "podio" siano saliti quelli che forse si sceglierebbero anche a sensazione, senza far di conto".

Questo tipo di comparazioni e consequenti graduatorie è sempre stato un «gioco», un «divertissement» come dicono i nostri vicini di casa della Gallia, nel quale si sono cimentati in tanti: l'atleta dell'anno, poi è venuto quello del mese (non stiamo scherzando, c'era una pubblicazione telematica che lo faceva davvero), poi (e qui scherziamo) è venuto quello della settimana, e poi arriverà quello delle ultime ventiquattro ore. Un'orgia di elucubrazioni. Noi non daremo la stura a questa cacofonia di opinioni. Lo diciamo subito, chiaro e forte: questa è la scelta del nostro socio Enzo Rivis, che ha dedicato tempo - tanto - a costruire la sua proposta. La pubblichiamo con rispetto e attenzione. Chi non è d'accordo con Rivis, pazienza. Sicuramente tutti (?) ricorderanno il nome dello scrittore e drammaturgo siciliano che nel 1934 ricevette il Premio Nobel per la letteratura. Questo signore scrisse, fra l'altro, una commedia che porta questo titolo: Così è (se vi pare). Un drammaturgo dei nostri giorni, a noi molto vicino, uno che comunque il Nobel non lo vincerà mai, ha scritto il controcanto a quel capolavoro, che recita così: Così è (se vi pare), e se non vi pare è così lo stesso. E adesso chi ha tempo, voglia e interesse, può aprire questo documento in formato PDF e andare alla scoperta di quasi un secolo e mezzo, o giù di lì, di atletica nel nostro allungato stivale. Volutamente finora, né nel titolo né nel testo, abbiamo fatto cenno ai nomi degli atleti, se siete punti da curiosità, scopriteli da soli. È degno del miglior monsieur de la Palisse scrivere che in una prossima puntata pubblicheremo la stessa graduatoria per le signore e signorine.

Serve dire che la foto che pubblichiamo è già un indizio più che evidente? Immagine scattata a Brescia, al vecchio stadio di Porta Venezia; sullo sfondo le pendici del Monte Maddalena, la "montagna di casa" - un tempo che fu - dei bresciani che andavano fuori porta, a piedi, la domenica per spiedi e salamine alla griglia. Primattore solitario nella foto, Adolfo Consolini con zazzera ricciolina.

Ultimo aggiornamento Martedì 06 Febbraio 2024 14:41
 
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