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Bruno Bonomelli, ricordo di un atleta bresciano che fu suo allievo a scuola PDF Stampa E-mail
Giovedì 29 Ottobre 2020 10:14

«Claudio Garzetti è stato un onesto lavoratore del garretto, del bottarello, botareil in dialetto bresciano. Fu composta nella città della Leonessa perfino una poesia al botareil: estroverso autore Pierino, poeta un po' fatto a modo suo del Quartiere di San Rocchino, a Brescia. Colà, con partenza e arrivo davanti al Bar de le brute (così conosciuto il Bar Caldera), sul piazzalone degli Spedali Civili, si corse, fra il 1973 e il 1981, il Gran Premio San Rocchino, corsa internazionale su strada di 12 chilometri, una delle più belle manifestazioni di atletica che siano mai state organizzate in quella città. Vi partecipò la creme de la creme del podismo internazionale. Bene, la fantasia creativa di Pierino (un Pierino in carne ed ossa non inventato) rimase impressionata da uno degli atleti che aveva visto correre la domenica precedente: qualche sera dopo si presentò al bar dove erano stanziali alcuni degli organizzatori e chiese di declamare la sua poesia alla bellezza del botareil, il polpaccio e i suoi muscoli. In zona è rimasto famoso, certo più di Giacomo Leopardi.

Dicevamo di Claudio Garzetti. Fu per parecchi anni un buon mezzofondista. Ieri sera, dopo aver letto il ricordo che abbiamo dedicato a Bruno Bonomelli, ci ha inviato un messaggio che riproduciamo perchè ci ha fatto molto piacere. Ha scritto Claudio, e per questo lo ringraziamo:

"Io ho avuto l'immenso piacere di conoscerlo negli anni 60 quando insegnava a Roncadelle. Indimenticabile!!!"

Poche parole, ma sufficienti. Ci fa piacere aver ricevuto segnali da parecchi atleti di anni andati e che conobbero Bonomelli: Rita Bottiglieri, Gianfranco Carabelli, Alessandro Frigeni, Maria Grazia Cogoli, Alberto Papa, Domenico Canobbio, Maddalena Tassoni.

Abbiamo citato Gianfranco Carabelli, pochi istanti fa (sono le 18.35 di giovedi 29 ottobre) ci arriva da lui - nostro apprezzato socio - questo commento:

"Lo ricordo sempre presente alle gare all'Arena (nota per i più giovani: di Arena ce n'è una sola, quella de Milan). Ruvido, ma fine polemista, attirava intorno a sè gruppi numerosi di estimatori che quasi sempre lo ritenevano informatissimo e, malgrado i toni, in perfetta buona fede".

Qualche mese fa abbiamo dedicato, su questo spazio A.S.A.I., un «ritrattino» all'atleta Carabelli, elegantissimo corridore di 800 metri. Bonomelli gli dedicò un titolo e un bel po' di righe sulla pagina sportiva de «l'Unità». Bruno lo vedeva come naturale successore di Francesco Bianchi. E lo sarebbe stato se non fosse stato fermato da una malattia muscolare. Che lo portò ad abbandonare l'atletica e ad entrare alla Scuola dello Sport, a diplomarsi Maestro dello Sport, e a percorrere una brillantissima carriera nel Comitato olimpico italiano; tra l'altro, fu Segretario della Federatletica fra l'89 e il 90. Un nostro socio ha avuto il piacere di lavorare con lui a quel tempo.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Ottobre 2020 13:58
 
Ricordiamo Bruno Bonomelli nel giorno della sua nascita, centodieci anni fa PDF Stampa E-mail
Mercoledì 28 Ottobre 2020 16:54

Centodieci anni fa nasceva Bruno Bonomelli, che alcuni di noi (non abbiamo l'ardire di prendere impegno per tutti) che facciamo parte di questa piccola enclave di sopravvissuti riconosciamo come nostro Maestro e ispiratore. Risentiamo le sue lezioni-non lezioni, ci ha insegnato l'atletica stando giù dalla cattedra, mai sopra. Ci ha trasmesso la voglia di polemizzare, lottare, mandare a quel paese i vaniloquenti tromboni dello sport, che anche nell'atletica non sono mai mancati. Ha cercato di farci entrare nel cirivreddo (cervello, secondo l'affascinante linguaggio camilleriano) che «l'atletica è progresso e chi non crede nell'idea di progresso non può amare l'atletica». E così la mistifica, la insozza: è di oggi un'altra avvilente notizia che ci racconta della squalifica del campione mondiale 2019 dei 100 metri e staffetta Christian Coleman che, pare, abbia giocato al gatto e al topo con le regole dei controlli contro il doping. Due anni di squalifica, titoli perduti, medaglie da riassegnare, compilazioni che non valgono più un fico marcio.

Per anni il maestro elementare (come sua moglie Rosetta Nulli) ha pubblicato, di sua sacchetta (tasca), libretti di compilazioni di dati che ancor oggi sono di una arcaica eleganza, oltre che di una utilità inarrivabile per quei rimasugli di pensionati che ancora hanno a cuore la conservazione della memoria di questo nostro bellissimo sport. La sua generosa produzione statistico-compilatoria venne prima dell'organismo internazionale etichettato come A.T.F.S., per non parlare della immobile federazione italiana che arrivò a partorire un Annuario solo nel 1961. Ci sono, esistono eccome, i testi dei suoi polemici interventi nei soporiferi congressi annuali della F.I.D.A.L. per perorare la causa della pubblicazione di un compendio annuale. E invocava il paragone, lui uomo di cultura vasta e assimilata,  con le compilazioni degli antichi filosofi greci. Le statistiche BiBis (ci ha chiesto qualcuno, in altra occasione, cosa sta a significare: semplice, due volte B, Bruno e Bonomelli) le faceva sul serio, analizzando i dati secondo i dettami della statistica vera, tracciando grafici, traendone suggerimenti e indicazioni, non vane e inutili elencazioni di numeri che non dicono niente a nessuno, tantomeno a chi dovrebbe lavorare per il progresso dell'atletica.

Focoso, dall'oratoria ciceroniana, aggressivo, di tanto in tanto cercava di allungare qualche sganassone a ominicchi e quaquaraquà che non sopportava, ovviamente ricambiato. Brillante, ospitale nella sua bella casa sui Ronchi di Brescia, attorno ad una tavola, era affabulatore travolgente, capace di coniugare l'atletica con la storia, la filosofia con la tecnica della corsa, talvolta era difficile seguirlo. Creò club di atleti con caratteristiche organizzative quasi britanniche. Aprire i faldoni della sua collezione e scoprire le comunicazioni agli atleti, le convocazioni circostanziate, il rispetto dei risultati di ognuno, il dettaglio delle notizie, i ritagli di giornali doverosamente conservati: esempi neppur oggi lontanamente imitati. Dirigente (spesso squalificato dagli occhiuti dirigenti federal-fidalini), allenatore, studioso, giornalista, comunista-non comunista, fuori dal centralismo democratico di allora, generoso, sì generoso. Al contrario di tanti pidocchi che mettono sotto chiave i loro documenti, occultandoli alla ricerca, egli ha sempre aperto i suoi archivi a chi ne aveva bisogno. Le parole più belle ce le disse anni fa Marco Martini, che a casa Bonomelli trascorse, a più riprese, mesi fra le sue carte, tante e preziose:"Sono stati alcuni dei periodi più belli della mia vita. Pensa che riuscì perfino a farmi bere del vino rosso, a me che non ne avevo mai toccato una goccia. Finii che barcollavo pur seduto sulla sedia, allegrotto e  inesorabilmente ciucco". Marco rimane il più diretto e qualificato erede di Bruno.

E già che ci siamo ricordiamo che oggi, 28 ottobre, ricorrre anche il giorno genetliaco del nostro socio Albertino Bargnani, pure lui bresciano, che Bonomelli plasmò come atleta di mezzofondo e fondo e di corsa campestre, la «religione atletica» che ho ha sempre ispirato. Un aneddoto per chiudere, quasi un sigillo sulla personalità di Bonomelli. Durante una riunione nazionale, in questo momento non sappiamo dire in quale città, è in svolgimento la gara sui cinquemila metri. Bargnani piano piano si stacca e scivola in fondo al gruppo. Dalla tribuna, imperiosa si alza una voce che sentenzia senza scampo, in dialetto bresciano:"Albertino, ma curet anche te?". Di facile intuizione: Albertino ma corri pure tu??? Un sarcasmo che stroncherebbe anche il più temprato degli atleti.

Ricordiamo Bruno Bonomelli così, oggi con profondo rispetto e con un grande debito di riconoscenza.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Novembre 2020 10:56
 
Vi raccontiamo Donato Pavesi, un campione rimasto senza medaglia (6) PDF Stampa E-mail
Lunedì 19 Ottobre 2020 00:00

Ci avviamo, pian pianino, a prendere congedo da Donato Pavesi e da Alberto Zanetti Lorenzetti che ne ha raccolto e documentato le gesta sportive in un arco di tempo di oltre due decenni. Un lungo racconto che potremmo titolare «Pavesiade», o, se più vi piace «L'Odissea di Donato». Nel testo che presentiamo oggi, il sesto, Alberto ci conduce attraverso le tante gare del marciatore di San Donato Milanese: parliamo degli anni 1923 - 1926, che hanno al centro i Giochi Olimpici di Colombes Parigi, nei quali il garibaldino atleta, sempre focoso e all'attacco, accarezzò il sogno di una medaglia olimpica, ma il sudafricano Cecil Charles McMaster, nato a Port Elizabeth (data controversa: 5 giugno 1895 o 10 giugno 1900? - 11 settembre 1981, a Germiston) gliela soffiò per nove secondi. L'atleta del Sudafrica (in verità a quel tempo si chiamava Unione Sudafricana, dal 1909, dopo l'unificazione dei vari territori come dominion all'interno del Commonwealth) aveva già un bottino (un po' amaro) di due quarti posti nell'Olimpiade precedente del 1920. Buona lettura di questa sesta puntata, ancora una e poi prenderemo congedo da Donato Pavesi.

La foto orizzontale si riferisce alle prime battute della finale dei 10 mila metri di marcia ai Giochi Olimpici 1924 allo Stadio di Colombes, periferia di Parigi: era il 13 luglio. Conduce spavaldo Donato Pavesi; dietro di lui, con il numero 44, fazzoletto bianco al collo, l'inglese Gordon Goodwin, all'interno Ugo Frigerio; alle loro spalle, completo scuro, il sudafricano Cecil McMaster, e quinto (ma alla fine sarà solamente nono su dieci classificati) lo statunitense Harvey Hinkel. Nelle due foto verticali, a sinistra un Donato un po' inedito: senza il famoso berrettino a spicchi bianchi e neri tipico dei fantini; a destra, durante una edizione della classica inglese London - Brighton (distanza variabile a seconda del tracciato fra le 52 e le 59 miglia): ne vinse due edizioni (1921 e 1923, fu terzo nel 1922 e ancora secondo nel 1926, quando dovette cedere nel finale al britannico Baker, primo nel 1924-25-26-28)

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A caccia di primati di ogni genere

Avevamo lasciato Pavesi a Brescia verso la fine del 1922, lo ritroviamo nella città lombarda dove conquistò la prima vittoria del 1923, staccando di 30 secondi Ettore Gariboldi in un Criterium nazionale di 12,5 chilometri organizzato il 9 aprile con partenza e arrivo nel sobborgo di Urago Mella. Il successivo fine settimana piegò la resistenza di Umek nella Milano-Antegnate, per poi dedicarsi a un nuovo tentativo di primato. Il 29 aprile indossò le scarpette da marciatore e si mise… a ballare. Nella sala dell’Eldorado fra one-step, fox-trot, hesitation e un po’ di jazz era iniziata la caccia al record – una febbre che aveva contagiato anche Milano – del Club Giovinezza, che voleva battere il “primato mondiale” delle trentasei ore stabilito dal Club Danilo a Porta Venezia. Scesero in pista cinque concorrenti con ballerine che si alternavano ad accompagnarli. L’obiettivo fu centrato, non da Donato – che comunque si comportò bene giungendo secondo – ma dalla vecchia volpe della specialità Emilio Cremonesì che ballò per 51 ore e 10 minuti percorrendo poco più di 123 chilometri. La piazza d’onore del campione di marcia fu ottenuta grazie alla resistenza alla danza per 27 ore, minuto più, minuto meno, coprendo la distanza di 74 chilometri e mezzo. Indubbiamente il vincitore era di un altro pianeta, ma vennero stracciati concorrenti ben più giovani, come il pugile di colore Jean “Giovannino” Joup.

Lo Sport Club Italia organizzò una manifestazione all’impianto di viale Lombardia l’11 maggio. La presenza dei vari Frigerio, Pavesi, Negri e una gara femminile furono un sicuro richiamo per il pubblico. Mossiere della 10 chilometri – vinta da Frigerio – fu il campione europeo di pugilato Van der Veer, che il 20 maggio avrebbe combattuto all’Arena, perdendo, contro Erminio Spalla. Scrisse il «Corriere della Sera»: “Sul finire della riunione è avvenuto un incidente. La tribuna centrale che ospitava Van der Veer, forse troppo carica di persone o forse commossa di contenere un peso… massimo della qualità dell’olandese si è sprofondata; qualche grido, ma fortunatamente nessuna conseguenza rimarchevole”. Triste destino degli impianti sportivi milanesi: il 15 giugno 1930 crollò una tribuna del Campo Virgilo Fossati durante l’incontro fra Inter e Genoa – vicenda che portò al limite della bancarotta la società nerazzurra – e, per conseguenza della nevicata del 17 gennaio 1985, oltre ad essere gravemente lesionato il velodromo Vigorelli, venne irrimediabilmente danneggiato il Palasport di San Siro.

Nell’ormai consueta trasferta londinese di primavera il 19 maggio, sempre nell’impianto di Stamford Bridge, fornì una buona prova nella gara ad handicap, anche se squalificato all’ultimo giro. La vittoria andò a Frigerio, e Franco Giongo non fu da meno nella corsa delle 120 yards. Due giorni dopo Blasi vinse la 14 miglia. Nella gara di marcia sulla stessa distanza, Pavesi si ritirò dopo essere stato al comando fino al decimo miglio, consegnando la vittoria a Poynton e il secondo posto a Umek. Frigerio si impose nella gara dei 10.000 metri ad handicap. 

Il 26 maggio fu la volta della partecipazione alla Londra-Brighton. Donato, che aveva condotto per 45 chilometri, entrò in crisi, e a 6 miglia dall’arrivo Baker gli era ormai dietro di soli 200 metri, ma riuscì a reagire e ad allontanare il pericolo. Con questo ulteriore successo è difficile smentire che in quegli anni il miglior atleta sulle lunghe distanze fosse lui. A riprova di ciò il 6 luglio, sempre a Londra, si impossessò del primato italiano delle 15 miglia, percorse in 2 ore 1’31”3/5, e delle 20 miglia, concluse in 2 ore 51’05”4/5. L’11 novembre nella «Cento Chilometri» dovette cedere il passo a Umek. Dopo un avvio brillante, ebbe un cedimento verso metà gara. Ne approfittò il triestino, che dimostrandosi il più regolare tagliò primo il traguardo al Velodromo Milanese, resistendo al ritorno di Pavesi.

La medaglia olimpica sfiorata

All’inizio del 1924 si aggiudicò la 15 chilometri di Crescenzago, davanti a Brunelli, e il Meeting di Pasqua su Gaetano Volpi. Nelle gare preolimpiche collezionò una serie di piazzamenti che gli consentirono di essere ammesso nella lista degli azzurri da inviare ai Giochi, dove il programma della marcia era costituito dalla sola gara dei 10 chilometri. Furono convocati altri due milanesi, Ugo Frigerio e Luigi Bosatra, e un ligure, Armando Valente. Nella prima eliminatoria Pavesi si qualificò agevolmente alla finale staccato di soli 5 secondi dall’inglese Goodwin, mentre Bosatra faticò un po’ di più giungendo quarto. Nell’altra batteria Frigerio vinse abbastanza agevolmente e il quarto posto di Valente permise di avere tutti gli azzurri presenti alla finale. Il 13 luglio fu il giorno del trionfo per Frigerio, che ottenne il terzo successo olimpico, dominando la gara con il tempo di 47’49”0 e rifilando un distacco di 48”9 a Goodwin. Pavesi, quarto, fu preceduto al traguardo di 9 secondi dal sudafricano McMaster. Gli altri azzurri, Valente e Bosatra, conclusero al settimo e ottavo posto.

Quello che ormai era definito un anziano campione, il 20 luglio andò a vincere una 10 chilometri a Francoforte, una gara sui 15 chilometri a Milano il 31 agosto battendo Volpi, e il 14 settembre a Firenze al Campionato di maratona di marcia mise in fila alle sue spalle Brunelli, Giani e Rivolta. Seguì il successo nella maratona irpina, il 28 settembre, prevalendo su Umek, e al Giro di Padova il 5 ottobre davanti a Brunelli. Giani e Rivolta vennero sconfitti rispettivamente nella Milano-Antegnate del 4 novembre e nella 25 chilometri di Busto Arsizio il 16 dello stesso mese. Niente male per un vecchietto.

Il 23 novembre la presenza di Karl Hähnel, marciatore che avrebbe occupato il quarto posto alle Olimpiadi del 1932, diede una caratura internazionale alla «Cento Chilometri». Per il tedesco si trattava di una rivincita, essendo stato da poco battuto da Pavesi nella Berlino-Potsdam. La classifica finale decretò il primo posto di Hähnel e il secondo di Donato. Umek fu lo sfortunato protagonista della gara, ma entrò in crisi nelle fasi finali lasciando campo libero al tedesco, ritirandosi in vista del traguardo, permettendo a Pavesi di guadagnare la piazza d’onore.

Si prese la soddisfazione nel corso del 1925 di battere un po’ tutti i marciatori, emergenti e non: il 29 marzo nei 19 chilometri della Coppa Malvezzi superò Umberto Olivoni, al Meeting di Pasqua del 12 aprile fu la volta di Brunelli, poi toccò a Rivolta a Torino il 19 luglio. Il Campionato della maratona di marcia fu organizzato il 20 settembre a Macerata. Fu l’ultimo tricolore vinto da Pavesi, che all’arrivo precedette Brunelli, Callegari e Rivolta. Due settimane dopo, percorrendo i 54 chilometri della Milano-Antegnate distaccò Carlo Giani.

Nel frattempo aveva subito una squalifica di tre mesi, ma venne comunque invitato gareggiare nella «Cento Chilometri» per la pressione sugli organizzatori di tifosi e avversari. Il provvedimento gli impedì di figurare ufficialmente al secondo posto, ottenuto dopo esser stato protagonista della gara con Giani, il vincitore che era stato per lungo tempo in testa, poi vittima di una crisi che gli fece perdere posizioni, infine autore di un brillante recupero che lo portò alla vittoria. Per quanto riguarda la squalifica, erano sotto inchiesta anche Frigerio e Bosatra, rei di aver partecipato in settembre a una gara non approvata dalla Federazione a Villa d’Este, sul lago di Como. Il Comitato Regionale Lombardo aveva poi dichiarato infondati gli addebiti ai tre marciatori, ma permaneva la sospensione di Pavesi a causa del regolamento di disciplina militare della sua società, essendo in quell’anno tesserato per la Milizia Portuaria di Genova. Il 6 dicembre il Congresso della Federazione revocò il provvedimento di squalifica. Questa vicenda è stata ampiamente trattata nell’ultimo dei libri scritti da Carlo Monti “1909-2009: i Cento Anni della Cento km di Marcia”.

(segue)

Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Ottobre 2020 17:10
 
Vi raccontiamo Donato Pavesi, un campione rimasto senza medaglia (5) PDF Stampa E-mail
Martedì 13 Ottobre 2020 10:17

Prosegue il lungo viaggio attraverso la carriera del marciatore Donato Pavesi. Carriera lunga, pertanto viaggio altrettanto lungo, che ha impegnato Alberto Zanetti Lorenzetti con una approfondita ricerca. E se ne vedono i risultati. In questa puntata: i Giochi Olimpici di Anversa 1920 son finiti, sono stati un trionfo per la marcia italiana con le due medaglie d'oro del giovane Ugo Frigerio. mentre il focoso Donato ha dovuto masticare amaro per le due squalifiche in entrambe le finali, nelle quali, comunque, non aveva raggiunto il podio (aveva chiuso al sesto posto sui 3 mila metri). Archiviata l'Olimpiade, si torna alla frenetica attività di sempre e si allarga l'orizzonte: Donato cambia casacca, ma questo era frequente a quei tempi, poi va a sfidare i marciatori inglesi a casa loro. Con la mente e il fisico sempre pronti per la amata «Cento Chilometri». 

Come nelle puntate precedenti, ricca la documentazione fotografica, reperita da Alberto. Prima foto: riproduzione della copertina del mese di agosto 1920 con i nostri due campioni, Frigerio e Pavesi, a torso nudo; quindi un primo piano datato 1921. Nuovamente l'onore la copertina intera del novembre 1922 che celebra la sua nuova vittoria alla «Cento Chilometri», e una pagina di commento della stessa gara; nella parte bassa una foto del triestino Giusto Umek che fu l'ultimo a cedere alle porte di Milano. Fu anche l'ultimo successo di Pavesi nella mitica gara lombarda, che iscrisse il suo nome al primo posto per ben cinque volte

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Londra, la nuova meta

Anno nuovo, casacca nuova. Nel 1921 per la prima volta si presentò con quella maglia celeste con i tre cerchi sul petto dello Sport Club Italia che, seppur usata a intermittenza, fu indossata in tante memorabili occasioni. Il 3 aprile sui 20 chilometri del Giro di Roma dovette cedere il passo a Silla Del Sole, il combattivo e tenace marciatore che il 20 aprile cercò di contrastargli il quinto successo alla «Cento Chilometri», ma fu costretto al ritiro. Il secondo posto andò al triestino Umek.

Seguì la prima trasferta in Inghilterra. Il 16 maggio, Pentecoste, a Londra, il Club di atletica di Angelo Molinari – un italiano che aveva fatto fortuna con un ristorante nel poco raccomandabile quartiere di Soho – organizzò un incontro di gare podistiche fra inglesi, belgi e italiani, dotato di una coppa challenge del Re d’Italia e alla presenza dell’ambasciatore De Martino. Si gareggiava allo stadio di Stamford Bridge, tempio calcistico del Chelsea, con Emilio Brambilla accompagnatore di una folta rappresentativa di atleti tutti lombardi – con l’eccezione del romano Blasi – che comprendeva Mario Riccoboni, Giovanni Tosi, Dante Bertoni, Ernesto Ambrosini, Carlo Speroni, i marciatori Frigerio – vincitore il giorno precedente di una gara a handicap – e Pavesi. Nella prova delle 14 miglia Donato riuscì a battere avversari quotati come il ben noto Harlod Ross e William Hehir, vecchia conoscenza risalente ai Giochi di Anversa.

La seconda parte della stagione fu strepitosa: il 20 settembre, con la maglia del Milan F.C., vinse il Campionato italiano della maratona di marcia, poi tornò in Inghilterra. A Londra Pavesi si presentava con un curriculum di 4 vittorie nella «Cento Chilometri», svariati primati nazionali e 3 titoli nella maratona di marcia, ma gli mancava una probante affermazione all’estero su atleti di valore internazionale in una gara di prestigio. Quell’8 ottobre, nella Londra-Brighton, stracciando la concorrenza britannica, costringendo Ross al ritiro e staccando nettamente Atkinson, colmò anche questa lacuna. L’anno si concluse con il primo posto nella Marcia della Vittoria disputata il 5 novembre a Treviso e, a fine dicembre, nella maratona di marcia disputata a Firenze davanti a Brunelli e Del Sole.

La stagione del 1922 ebbe inizio con una vittoria a Codogno il 10 aprile, seguita dalla trasferta a Londra per la gara di Pentecoste, con la partecipazione anche dei marciatori Valente e Gariboldi, Ernesto Bonacina (100 metri), Vittorio Tommasini (200 metri), Ermete Alfieri (400 metri), Giuseppe Bonini (800 metri), Giovanni Garaventa (miglio), Antenore Negri (3 miglia), Primo Brega, Mario Rossi e Angelo Malvicini (mezza maratona sui 23 chilometri). Gruppo di atleti che poco avrebbe avuto da invidiare a una rappresentativa nazionale ufficiale. La gara di marcia a squadre sulla distanza delle 3 miglia fu vinta da Harold Ross, con Pavesi terzo, Valente e Gariboldi squalificati. Nella mezza maratona si ebbe la rivincita di Pavesi, che lasciò alle spalle Ross. La Coppa del Re d’Italia fu vinta dagli inglesi, davanti a italiani e francesi.

Ormai l’atletica italiana si stava sempre più aprendo all’attività internazionale, e in particolare si stava consolidando il rapporto fra Pavesi e gli inglesi, al punto da preferire le “classiche” britanniche ai Campionati italiani, portando con sé anche i suoi più titolati rivali sulle lunghe distanze: Umek e Del Sole. Come da tradizione, al settimo rintocco di campana del Big Ben il 23 settembre i concorrenti partirono dal ponte di Westminster per raggiungere Brighton. Donato, prese la testa e la mantenne per 40 chilometri, poi cedette anche a causa di dolori viscerali, per cui passarono al comando prima Horton e poi Umek. A circa 2 chilometri dall’arrivo il triestino ebbe una crisi e fu superato da Horton. L’ordine d’arrivo fu: primo Horton in 8 ore 27’12”2/5, secondo Umek a otto minuti e mezzo, terzo Pavesi staccato di 26 minuti. Fra le varie gare che in quei giorni i marciatori italiani affrontarono, la Manchester-Blackpool del 9 ottobre vide l’ottima prestazione degli italiani, con Pavesi primo, Umek terzo e Del Sole quarto.

Esattamente un mese dopo, il 9 novembre, al campo della Forza e Coraggio, Donato fece un tentativo di primato delle 20 miglia. La prova non diede l’esito sperato, ma prima della conclusione erano stati migliorati i record delle 13 e 14 miglia. Dieci giorni dopo si disputò la «Cento Chilometri», tornata alla stagione autunnale cambiando tracciato e con un tocco di internazionalità dato dalla presenza di marciatori spagnoli. Pavesi ebbe un avvio veloce, ma dovette subire il ritorno di Umek, che dal 48esimo chilometro fino alle porte di Milano condusse la gara per poi avere un calo che permise a Donato di giungere primo al traguardo. Fu l’ultimo suo successo nella «Cento», a suon di primato della manifestazione. Il 27 novembre si impose in una gara di 5 chilometri allo stadio di Brescia.

(segue)

Ultimo aggiornamento Sabato 17 Ottobre 2020 14:07
 
Vi raccontiamo Donato Pavesi, un campione rimasto senza medaglia (4) PDF Stampa E-mail
Giovedì 08 Ottobre 2020 09:49

Vi va di continuare a leggere Alberto Zanetti Lorenzetti? Noi diremmo che ne vale la pena, dal momento che tutto quello che scrive rispetta alcune regole fondamentali: a) sa usare la lingua italiana (e con i tempi che corrono non è pregio da poco...); b) le carriere dei personaggi che via via ci racconta sono sostenute da ricerche «vere» non da scopiazzature mordi e fuggi; c) quindi la ricostruzione storica è...una ricostruzione storica, e non il copia-incolla di qualche sito, errori inclusi; d) l'autore ha consultato riviste e giornali d'epoca con certosina attenzione; e) in aggiunta ai risultati, affascinante è la ricchezza del materiale iconografico che Alberto riesce a reperire e che noi mettiamo a corredo dei suoi articoli. E, da ultimo, rispetta appieno la ragione di esistere di questa nostra associazione: ricercare, studiare, approfondire, mettere a disposizione dei non molti sopravvissuti, fatti e figure dell'atletica italiana. Ripetiamo: atletica italiana. Con il che rispondiamo a quanti ci chiedono di occuparci di Owens, Abebe Bikila o Usain Bolt, non hanno capito che non rientrano nel nostro DNA. Come ci ha insegnato Marco Martini, la ricerca può interessare atleti di altri Paesi se ci sono solidi agganci con situazioni italiane. Marco ci raccontò, per esempio, della tournée di Rafer Johnson in Italia nel 1958, quando fu a Brescia, Parma, Roma, e due anni dopo vinse il titolo olimpico di decathlon, in quella che è stata per molti la più avvincente gara di questa straordinaria disciplina (che qualcuno ha cercato, e cerca, di distruggere con astruse proposte di cambiamenti, tanto per fare gli originaloni...). È la scelta che ci ha sempre accompagnato anche nel pubblicare materiali di amici stranieri (in particolare i francesi): cerchiamo sempre di reperire connessioni con l'atletica italiana. Così è (se vi pare).

La parola ad Alberto Zanetti Lorenzetti. Ne ha facoltà.

Prima occupiamoci delle tre foto qui sotto. Quella in verticale ci regala la coppia regina della marcia italiana di cento anni fa: Ugo Frigerio e Donato Pavesi, al Giro di Milano. In orizzontale, sopra: collage di immagini della Targa Lombardia del 1918, vinta dal nostro; sotto, i partecipanti alla maratona di marcia alla partenza: Pavesi, sempre a capo coperto con il cappellino a spicchi bianconeri, reca sul petto il numero 79, accanto a lui con il numero 103 il triestino Giusto Umek, che si aggiudicherà la vittoria

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Il nuovo rivale di Trieste

Dopo la vittoria su Cattaneo – che lo aveva battuto pochi giorni prima nella Coppa Malvezzi – il 7 aprile 1919 in una gara di 44 chilometri a La Spezia, Pavesi si schierò alla partenza della «Cento Chilometri» che oltre a cambiare il percorso, propose anche la novità del periodo di svolgimento. Non più novembre, ma il 20 aprile, confidando in una stagione più mite. Niente affatto. Le condizioni del tempo durante la gara furono pessime. Assenti gli stranieri – sarebbero ricomparsi nel 1922 – il pronostico lo dava scontato vincitore, e così fu, anche se trovò in Giovanni Colella un tenace avversario.

Fu poi la volta del Campionato della maratona di marcia, che ebbe in gara anche atleti provenienti dalle “terre redente”. Alcuni di questi erano elementi di classe, come Giusto Umek, autore di un brutto scherzo a Pavesi che, in testa fino alle battute finali della prova, si era fermato per farsi massaggiare dando la possibilità al triestino di superarlo e aggiudicarsi il titolo nazionale. Il 30 novembre si impose nel Circuito lombardo, ultima gara disputata con la maglia dell’Unione Lombarda Milanese.

Eravamo tutti alla mercè di Donato Pavesi che, come il più anziano dei marciatori dell’epoca, fondava ogni criterio di bravura sulla velocità: soltanto su quella. Gli era ausiliatrice fedele la fortissima costituzione fisica, nonché la robusta tempra provata in mille esibizioni”. Così il giovanissimo Ugo Frigerio vedeva da esordiente la figura di Pavesi, il campione da emulare assieme a un altro concittadino, Nando Altimani, il vincitore del bronzo olimpico nel 1912, ferito di baionetta – come scrisse il «Corriere della Sera» – combattendo con la divisa dei granatieri e tornato per un breve periodo in pista.

La Victoria Excelsior, nuova società di Donato, il 4 aprile 1920 organizzò il Meeting di Pasqua, dando modo al suo atleta di conquistare una vittoria alla vigilia della «Cento Chilometri», in programma una settimana dopo. Nella “classica” della «Gazzetta dello Sport» dominò, sgretolando la resistenza di Silla Del Sole, che dovette ritirarsi a Cesano Maderno, e rifilando quasi un’ora di distacco ai bersaglieri Nestore Bonini e Angelo Paoletti, giunti appaiati al traguardo e classificati al secondo posto pari merito. Questo ex-aequo non deve sorprendere: la presenza dei militari, ed in particolare dei fanti piumati del 12° Reggimento, con la caratteristica di marciare in gruppo è stata per anni una costante della manifestazione.

Seguirono le gare pre-olimpiche che, nonostante risultati piuttosto alterni, portarono alla sua convocazione per entrambe le gare di marcia, poi vinte dal concittadino Ugo Frigerio. Tristi ricordi per Donato, quelli di Anversa, così commentati dalla «Stampa Sportiva» per la 10 chilometri: “Mentre per il 1. e 2. posto ormai lottano solo Peermann (Pearman) e Frigerio, Pavesi e Parker si disputano il 3. posto. L’italiano passa Parker al 13. giro, mentre Frigerio aumenta per doppiare l’inglese Heyr (Hehir).  Al 14. giro, mentre Pavesi lotta con Parker il giudice australiano (notare che Parker è australiano) toglie Pavesi dalla lotta squalificandolo, senza averlo per due volte avvertito come prescrive il regolamento per andatura scorretta. Ciò solleva generali proteste del pubblico e dei giornalisti”. Non andò meglio nella finale della 3 chilometri, raggiunta dopo un primo posto in batteria: “Pavesi giunto al traguardo 6. è stato squalificato di nuovo ingiustamente dal giudice di marcia per scorrettezza di andatura”; sperando nell’accettazione di un reclamo aveva proseguito la gara. Invano. A Roma, il 20 settembre, nel Campionato della maratona di marcia fu nuovamente battuto dal triestino Umek, altro atleta che ha scritto la storia della marcia in quelle stagioni.

(segue)

Ultimo aggiornamento Lunedì 12 Ottobre 2020 10:16
 
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