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Vi raccontiamo Donato Pavesi, un campione rimasto senza medaglia (2) PDF Stampa E-mail
Sabato 19 Settembre 2020 10:12

Riannodiamo il testo di AZL, da leggere Alberto Zanetti Lorenzetti, sulla bella e lunga storia di Donato Pavesi, sicuramente «un personaggio» degno di un romanzo sportivo e anche umano. La prima puntata di questo documentatissmo racconto si fermava al 1910, da lì riparte la narrazione per gli anni dal 1911 al 1913. Ma la storia è ancora lunga e affascinante, e Alberto ce la racconterà tutta, con la precisione documentale che ne fa davvero uno storico dello sport.

Nelle due foto qui sotto: Donato, con il suo inconfondibile cappelletto da jockey che lo accompagnerà lungo tutta la carriera, impegnato nel «Giro di Parigi» del 1911: pretese troppo dal suo fisico, andò in crisi ma chiuse ugualmente al terzo posto. A fianco, un primo piano del 1913, un anno che non fu uno dei migliori per l'eclettico marciatore di San Donato Milanese

 

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Un anno di primati

Il 1911 fu l’anno dell’assalto ai primati. Dopo aver vinto la Coppa Malvezzi e la Coppa d’Inverno, nel giro di pochi giorni Donato migliorò due volte il primato italiano dell’ora. Il «Corriere della Sera», riportando i commenti sulla manifestazione che si svolse il 19 marzo al Velodromo Sempione di Milano, raccontò che il giovanissimo Nando Altimani aveva coronato con successo l’assalto al primato italiano del miglio, coprendo la distanza in 7’5”4/5, aggiungendo: “Bisogna però notare che il recordman mantenne sempre un’andatura di marcia scorrettissima”. Seguì la prova di Pavesi che “doveva tentare di battere il record mondiale dei 30 chilometri; però dopo sei chilometri il marciatore milanese – stante l’ora tarda – decise di ridurre il suo tentativo al record dell’ora. Pavesi ha ottenuto precisamente il suo intento: nell’ora egli percorse ben m. 12.228 abbassando così notevolmente il record precedente detenuto fin dal 1906 dal rag. Arturo Balestrieri con m. 11.867. Pavesi avrebbe potuto stabilire anche un tempo migliore nella prima parte della gara se, credendo di dover compiere i 30 chilometri, non avesse risparmiato le forze”. Sarebbe stato primato italiano, ma non fu possibile procedere all’omologazione per il fatto che i cronometristi avevano abbandonato la manifestazione a seguito di un litigio con i dirigenti del Velodromo. Nello stesso impianto fu organizzata il 16 aprile un’altra manifestazione dedicata ai 60 minuti. La gara di corsa vide il successo di un promettente giovane, Romeo Bertini, mentre Pavesi, che doveva misurarsi contro tre coppie di marciatori, percorrendo 12.406 metri questa volta riuscì a togliere ufficialmente il record a Balestrieri, stabilendo anche il primato sui 5 e 10 chilometri. Al Giro di Parigi, disputato il 25 giugno, tenne il comando per 20 dei 34 chilometri della gara, ma una crisi gli costò la vittoria e dovette accontentarsi del terzo posto.

Al campo della Unione Sportiva Milanese il 13 agosto vi fu una pioggia di primati nazionali. Angelo Marchesi stabilì il record dei 150 metri con il tempo di 17”3/5 e correndo i 200 metri in 23”3/5, migliorando il tempo stabilito dal più noto Emilio Brambilla. Giuseppe Gandolfi si migliorò nell’ora di corsa facendo registrare 15.931 metri. Poi fu la volta di Pavesi, autore di una prova che gli permise di impossessarsi di tutti i record nazionali dal 13esimo al 25esimo chilometro – miglia e 2 ore comprese – concludendo in 2 ore 17’33”3/5. In vista della “classica” della «Gazzetta dello Sport» il 12 novembre, alcuni marciatori su presentarono alla partenza della Milano-Torino, gara di 140 chilometri organizzata dalla Unione Sportiva Milanese. Nell’ordine tagliarono il traguardo Colella, Pavesi e Del Sole.

Terza presenza e secondo successo per Harold Ross nella «Cento Chilometri». Memore della sconfitta dell’anno precedente, quando sprecò energie per contrastare Del Sole, questa volta l’inglese tenne una precisa e vincente tabella di marcia. Al secondo posto si classificò Mario Vitali, al terzo Giovanni Colella, che era stato impensierito a lungo dal battagliero Pavesi, arrivato quarto. Si era invece ritirato l’altro illustre straniero, Karl Brockmann, che si sarebbe fatto valere due anni dopo.

I Campionati del 1912 avevano classificato Donato al primo posto nella 40 chilometri e al secondo nei 1.500 metri, ma il ritiro nella 10 chilometri probabilmente gli fu fatale per poter guadagnare la selezione per le Olimpiadi di Stoccolma, dove il programma era limitato a quella gara, per la quale venne inviato un solo atleta. Si trattava di Fernando Altimani, detentore del titolo nazionale sulla distanza. Non ancora diciannovenne, il marciatore milanese riuscì a impossessarsi del bronzo olimpico.

La «Cento Chilometri» sempre nei suoi obiettivi

Nel corso della stagione Pavesi conquistò il primo posto nella Milano-Rossano e ritorno di 16 chilometri il 23 giugno e nella Coppa Pro Gorla il 3 novembre. Sette giorni dopo, nella «Cento chilometri», per tutta la gara il vincitore Vitali duellò con Pavesi che, cedendo negli ultimi chilometri, venne sopravanzato anche da Cesare Ghizzoni

Gran parte della stagione 1913 è raccontata nella cronaca della gara dei 1.500 metri dei Campionati italiani: Pavesi in testa dopo la partenza ma, raggiunto da Altimani, si ritira. A salvare l’annata furono il secondo posto dietro Giovanni Brunelli nella maratona di marcia, inserita nel programma dell’Olimpionica internazionale organizzata a Milano il 12 maggio, e un discreto finale di stagione. Il 2 novembre erano previsti al Trotter di Milano l’arrivo del Giro di Lombardia di ciclismo e l’assegnazione del titolo italiano della maratona di corsa e di marcia. Nelle fasi conclusive della corsa ciclistica successe di tutto: a un chilometro dall’impianto sportivo una caduta coinvolse molti corridori, fra i quali il “diavolo rosso” Giovanni Gerbi, lo “scoiattolo dei Navigli” Carlo Galetti e “l’avocatt” Eberardo Pavesi, che venne ricoverato con prognosi riservata. E non era finita. Mentre i ciclisti si giocavano la vittoria, un’automobile entrò nel Trotter mettendo fuori gioco Costante Girardengo e favorendo la vittoria di Henri Pelissier. Si sparse la falsa notizia che fosse stata una scorrettezza del francese a causare la sconfitta del campione italiano e si scatenò il putiferio. Il povero Pelissier dovette rifugiarsi nella cabina dei cronometristi, e lì stare per quasi un’ora. In tutta questa confusione l’arrivo dei podisti, marciatori compresi, passò inosservato. Nella maratona di corsa concluse al primo posto Angelo Malvicini, mentre nella marcia si impose Brunelli, con un combattivo Pavesi che dava segni di ripresa giungendo quarto.

Dopo soli sei giorni prese il via la «Cento Chilometri» che ebbe nel tedesco Karl Brockmann il protagonista assoluto, autore di un riscontro cronometrico migliore di quanto fatto da Ross nelle edizioni precedenti. Pavesi non sfigurò, anzi, il suo secondo posto sorprese proprio a causa degli scarsi risultati ottenuti nei mesi precedenti.

 

(segue)

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Settembre 2020 14:57
 
Le puissant Lanzi e le petit Italien Beviacqua incantano i francesi a Colombes PDF Stampa E-mail
Venerdì 18 Settembre 2020 12:01

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Quando si dice collaborazione...Quella cui ci riferiamo è questa, testimoniata dalla pagina della rivista francese «Match», datata settembre 1937 con soggetto l'incontro fra le squadre nazionali di Francia e d'Italia. Ce l'ha fatta avere Luc Vollard, così come in precedenza ci aveva girato analoga pagina di «Le Miroir des Sports». Lo andiamo ricordando ogni volta, ma una in più non guasta: Luc Vollard è il presidente della Commission de la Documentation et de l'Histoire, che ha riconoscimento dalla Federazione nazionale (Regolamento Interno della F.F.A. art. 65, 1). Son 14 persone che si definiscono «de mordus des chiffres et de l'histoire de l'athlétisme, disséminés "aux quatre coins de l'hexagone", et qui ont choisi de partager leur passion avec le plus grand nombre», come scrivono nella loro presentazione. Anche noi dell'A.S.A.I., in 26 anni di esistenza, abbiamo avuto consistenti riconoscimenti federali...infatti ci siamo sentiti ripetere pappagallescamente, da pappagalli diversi, parecchie volte che «chi non conosce il proprio passato non ha futuro". Lasciam pedere...

Invece non lasciamo perdere questo ottimo feeling che si è consolidato fra C.D.H. e A.S.A.I. Bella questa pagina della rivista «Match», che va ad arricchire il testo iniziale di Augusto Frasca. Il maestoso arrivo del «puissant», poderoso, dice la didascalia, Mario Lanzi sugli 800, come quello di Beccali, e il tiratissimo sprint sui 5000 metri con il microscopico «le petit Italien» Niccolino Beviacqua che strappa il successo al francese Lefébre per questione di qualche pelo, il tempo viene dato giustamente uguale.

Merci Luc, à la prochaine. E ugualente «alla prossima» anche ai nostri lettori.

Ultimo aggiornamento Sabato 19 Settembre 2020 19:11
 
Francia - Italia 1937 nel commento del grande atleta francese Géo André PDF Stampa E-mail
Mercoledì 16 Settembre 2020 10:35

Quelli che normalmente sono diligenti e fanno i compiti a casa (non sono quelli che si limitano ad alzare il pollice per compiacenza fingendo di aver letto quello che non hanno mai letto), avranno apprezzato la lettura del contributo firmato da Augusto Frasca per ricordare uno dei numerosi incontri-scontri dei centurioni della legione italica contro i temuti abitanti della Gallia. Era un classico, e gli esiti finali della incruenta pugna erano sempre incerti. A quei tempi lontani e immaginifici di pozioni magiche (al contrario di oggi) ce n'era una sola quella, misteriosa e potentissima, preparata dal druido Panoramix, che però ne faceva un uso molto moderato. Il 12 settembre 1937 era la settima volta che i due schieramenti di ponevano uno difronte all'altro nella pianura di Colombes, a nord ovest dell' area urbana di Lutetia. Entrambi i minieserciti si fronteggiavano con pugnace aspirazione di vittoria. Nelle sei precedenti campali battaglie, la prima datata 1928, i Celti (che i romani chiamavano Galli) si imposero due volte: 1928 e 1930; nelle altre quattro (29 - 31 - 33 - 35) svettarono i vessili imperiali rimessi in auge da un aspirante Dux nato in una regione, la Romagna, che nel IV secolo a.C. era stata conquistata proprio dai Celti. Corsi e ricorsi della storia dei popoli.

Come andò quel giorno ce lo ha sintetizzato Frasca, quindi niente da aggiungere. Solo, come appendice, un documento che ci ha fatto avere l'amico Luc Vollard, presidente della Commissione Documentazione e Storia della Federazione francese, organismo con il quale intratteniamo cordiali relazioni da anni. Luc ci ha fatto avere l'articolo pubblicato dal settimanale «Le Miroir des sports». Nata nel 1920, la pubblicazione puntava soprattutto sull'illustrazione fotografica, ma si avvaleva pure di grandi firme del giornalismo. L'articolo sull'incontro Francia - Italia portava quella di Géo André, uno dei più celebrati atleti transalpini di ogni tempo. Fu l'uomo chiamato a fare il giuramento a nome di tutti gli atleti ai Giochi Olimpici di Parigi 1924. Rugbista, aviatore, giornalista, geniaccio inventivo. Si dice che fu lui ad inventare una macchina che può essere considerata la prima lavastoviglie! Il settimanale tenne duro fino al 1968, quando dovette chiudere bottega. C'è anche chi ricorda i completissimi Almanacchi di fine anno, preziosi compendi dello sport francese. Sapete a chi fu dedicata la copertina del primo numero dell'8 luglio 1920? A Suzanne Lenglen, un mito del tennis, «la Divina» come titolò Gianni Clerici il libro su di lei.

Se volete leggere lo scritto di Géo André posizionatevi con il cursore sulla pagina e cliccate...e buona lettura. Da parte nostra un ringraziamento a Luc Vollard.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Settembre 2020 17:21
 
Francia - Italia 1937: gli azzurri hanno in squadra un gigante, Mario Lanzi PDF Stampa E-mail
Sabato 12 Settembre 2020 13:06

12 settembre 1937. Da pochi giorni (giovedì 2), in un parco di Ginevra, mentre passeggiava con sua moglie, il barone Pierre de Coubertin salì sull'ultimo autobus della sua vita. Il 12 era domenica, ci ha suggerito Monsieur de Lapalisse. Quel giorno, allo Stadio Yves de Manoir, a Colombes, fuori Parigi, le squadre nazionali di atletica di Francia e Italia si affrontarono per la settima volta. In predenza le fortune erano state alterne: una volta vinco io, una volta vinci tu. Di quella domenica settembrina di 83 anni fa ci racconta in una manciata di righe qui di seguito Augusto Frasca, per rimarcare l'impegno profuso quel giorno da Mario Lanzi che affrontò in un tempo ristretto ben tre corse, 400, 800 e staffetta 4 x 400. Lanzi, aggiungiamo noi, non ha mai fatto mancare il suo apporto incondizionato durante tutti gli incontri della Nazionale cui prese parte. A corredo del testo una riproduzione parziale dell'articolo della rivista federale «Atletica» che riferisce, in maniera abbastanza stringata, l'esito dell'incontro.

 

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Mario Lanzi, un fenomeno (d'altri tempi) tutto italiano

Lo spunto nasce da un'analisi comparativa effettuata da Giorgio Cimbrico – inesauribile produttore di scritture atletiche di altissima qualità, tra il meglio della storia ultracentenaria della disciplina e del giornalismo – in occasione dell'impresa fenomenale realizzata da Karsten Warholm, il 23 agosto, sulla pista di Stoccolma: nel giro di novanta minuti, 46.87 nei 400 ostacoli, nuovo (suo) primato europeo, a nove centesimi dal 46.78 mondiale di Kevin Young, e 45.05 sui piani. Avendo in soccorso una vecchia pagina di «Atletica» del 1937, di lì a risalire ad un fenomeno di casa nostra il passo è stato breve. Altri contesti. Ma valori assoluti. E, per quanti non sanno, l'evocazione è d'obbligo.

Il 12 settembre di quell'anno si svolgeva il trentottesimo incontro della Nazionale maschile. Località, Parigi, stadio, Colombes, avversari, i (falsi) cugini. Per la felicità di quel gran signore fiorentino che era e fu il marchese Luigi Ridolfi Vaj da Verrazzano, presidente federale, e di Boyd Comstock, direttore tecnico statunitense d'origini indiane ingaggiato in Italia, per nostra fortuna, dalla primavera del 1934, prevalsero gli azzurri. Di due punti, 75 a 73. Vinsero Orazio Mariani, 10.4, Gianni Caldana, 110 in 14.9, Luigi Beccali, 4:00.3, Giuseppe Beviacqua, 14:58.6, Arturo Maffei, 7.63, Bruno Testa, 61.29 in giavellotto, 4x100, Mariani, Caldana, Elio Ragni, Tullio Gonnelli, stessa formazione seconda classificata a Berlino alle spalle di Owens e compagni, in 41.3. Mario Lanzi, l'uomo di Castelletto sul Ticino, l'uomo che solo per ingenuità tattica aveva perso un titolo olimpico (1936) e uno europeo (1934), scese in campo in tre occasioni. Tre occasioni, tre affermazioni: 400 in 49.2, 800 in 1:54.3, staffetta 4x400, con le squadre in perfetta parità, 72 a 72, con una sua ultima frazione che affidiamo alla fantasia, con l'atleta travolto e portato in trionfo dai compagni di squadra dinanzi a transalpini basiti. Diretto da Henry Desgrange, antico detentore in fine di Ottocento di numerosi primati mondiali di ciclismo, avanti di lasciare il testimone all'Équipe, il quotidiano parigino «L'Auto» il giorno successivo titolava: Lanzi bat la France. Raramente, nel giornalismo, titolo fu più onesto.    

Ultimo aggiornamento Martedì 15 Settembre 2020 10:34
 
Un sentito ringraziamento alla Amministrazione comunale di Pianoro PDF Stampa E-mail
Venerdì 11 Settembre 2020 13:03

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Questa fotografia è la riproduzione di quella pubblicata il 25 ottobre 1913 sulla rivista «Lettura Sportiva»: ritrae l'atleta Manlio Legat, campione del salto con l'asta nei Campionati della Federazione Ginnastica Italiana ( 3 metri e 20 a Genova il 19 ottobre, davanti a Garimoldi e Butti). Quell'anno Legat aveva saltato 3.30 il 25 maggio a Milano, vestiva i colori della Sempre Avanti Bologna

Scorrendo il gigantesco materiale conservato da Bruno Bonomelli si trovano decine e decine di buste o di cartoline postali (come si usava anni addiero) timbrati dagli Uffici Anagrafe di Comuni, grandi e piccoli, di tutta Italia. Erano le risposte che questi uffici davano allo storico bresciano aderendo alle sue richieste di informazioni anagrafiche su atleti dei primi decenni del secolo scorso, o anche prima, per completare le loro biografie. Non sempre quelle carte davano le informazioni, molti impiegati si trinceravano dietro alla tal legge che proibiva di fornire a estranei informazioni di tal tipo. Si può comprendere. Altri, più duttili e capendo lo scopo, sportivamente innocuo, di tali richieste, fornivano quanto richiesto da Bonomelli, che quasi sempre univa in francobolli l'importo per la risposta, spesso esplicitamente richiesto dagli impiegati. Due i dati che interessavano: la data di nascita e quella di morte, spesso solo la seconda, a volte il chiarimento di un nome di battesimo, oppure la località di nascita o di morte. Scorrendo queste antiche carte, abbiamo avuto la prova palpabile del differente approccio dell'impiegato nelle mani del quale era finita la richiesta. 

Un altro che continuò la strada intrapresa da Bonomelli fu Marco Martini. Non a caso fu attento e rispettoso discepolo del maestro rovatese. In genere, questi dati vengono poi ripresi e copiati acriticamente dagli orecchianti del nostro sport. Raramente abbiamo avuto fra le mani pubblicazioni che riportassero data e località di morte. 

Detto tutto questo, veniamo a un caso attuale che ci ha dato soddisfazione. Un paio di mesi fa abbiamo pubblicato la storia della famiglia Legat, famiglia triestina spostatasi a Bologna e lì attiva nella disciplina della ginnastica, come normale in quei primi anni del Novecento. Uno dei figli Legat, Manlio, fu ottimo atleta: asta, alto, prove multiple, tanto che partecipò ai Giochi Olimpici di Stoccolma 1912. Di Manlio si conobbero due date di nascita, discordanza poi chiarita proprio da Bonomelli. Il poveretto fu fatto morire durante la Grande Guerra, ma non era vero, per fortuna sua, ferito ma vivo. Quello che nessuno seppe mai quando e dove morì, né Bonomelli né Martini, né la superba pubblicazione della Virtus Bologna «Il mito della V nera». Un nostro socio puntiglioso, dopo aver letto la bella narrazione di Alberto Zanetti Lorenzetti sulla famiglia Legat, si è messo di buzzo buono per cercare di trovare questa informazione.

L'ha trovata: Manlio Legat morì a Bologna il 17 dicembre 1955. Il tenace amico nostro ci ha chiesto di scrivere qualche riga per ringraziare pubblicamente gli uffici del Comune di Pianoro per la disponibilità dimostrata. Dalla signora sindaco Franca Filippini alla sua segreteria, fino alla responsabile dell'Ufficio Servizi Demografici e Anagrafici, signora Alessandra Poli. È grazie alla loro disponibilità e cortesia che la biografia di un atleta italiano partecipante ai Giochi Olimpici può arricchirsi di un dettaglio, piccolo fin che volete, ma per noi che in questi dettagli lavoriamo, importante. Magari fosse sempre così come a Pianoro. Città dove nacque la nostra indimenticabile Bice «Bicetta» Marabini, che spese una gran parte della sua vita in favore dell'atletica, prima di tutto la sua amata Atletica Bergamo 1959,  e fu per tanti anni giudice e dirigente dell'atletica lombarda, poi socia fin dalla fondazione dell' A.S.A.I.; Bice Marabini, prematuramente scomparsa, era la zia di Paolo, socio nostro e da anni giornalista alla «Gazzetta dello Sport».

Ultimo aggiornamento Sabato 12 Settembre 2020 21:03
 
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