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«Trekkenfild» si arricchisce di una nuova rubrica affidata a Fausto Narducci PDF Stampa E-mail
Giovedì 16 Dicembre 2021 10:40

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Si ricomincia a contare: 01, 02, ecc, fino a dove? Il più a lungo possibile, questo il nostro augurio. Doppiato il Capo 100, «Trekkenfild» passa nella numerazione permanente a tre cifre. Questo numero 101 appena atterrato nella nostra posta elettronica completa otto pagine più copertina con argomenti svariati, diremmo di varia umanità. In più un annuncio: riguarda Fausto Narducci, una quarantina d'anni di onoratissimo servizio alla «Gazzetta dello Sport», firmerà una rubrica dal titolo «Il mondo di Fausto». Buon lavoro, Fausto, e tanti auguri a tutti.

Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Dicembre 2021 12:57
 
Omaggio a Giuliano Gelmi: anno 1955, bella stagione con tante soddisfazioni (4) PDF Stampa E-mail
Martedì 14 Dicembre 2021 00:00

Quarta puntata di un racconto che, iniziato con la carriera di un solo atleta, Giuliano Gelmi, si è sviluppato in maniera più ampia focalizzando eventi e protagonisti delle discipline di mezzofondo di una intera stagione, il 1955. Che può anche essere considerata come il momento di svolta per quelle discipline, 800 e 1500 metri in particolare, che erano rimaste al palo. Nel '55 qualcosa si mosse, poco in realtà, ma si intravvidero spiragli di miglioramento e nuovi atleti: Scavo, Baraldi, Rizzo, Coliva, Spinozzi, Gandini, Ambu, Perrone, Volpi, ed altri. Non tutti assursero a notorietà, ma ebbero oneste carriere. Questo stiamo cercando di raccontare in queste puntate. E saremmo grati a quanti hanno documenti, foto, risultati, biografie, di arricchire questo lavoro e che vorranno farci partecipi della loro documentazione.

Le foto qui sotto lasciano parecchio a desiderare quanto a qualità, ma son riprese da due quotidiani dell'epoca, anno 1955. A sinistra, la partenza dei 400 metri allo stadio comunale di Piacenza, durante il Trofeo Diana. In primo piano il belga Roger Moens, alle sue spalle Luciano Mengoni, gardesano nato a Riva. L'immagine è ripresa dal quotidiano piacentino «Libertà»

Nell'altra, siamo a Bologna, in notturna: finita la gara sulle 880 yarde, Roger Moens posa con Giuliano Gelmi e con «il biondo Barbanti della Virtus», scrisse Renato Dotti sulle colonne di «Stadio», da cui la foto è ripresa. Barbanti aveva fatto il passo per i primi 400 metri, poi si era involato Moens. Per chi fosse di memoria corta ricordiamo che  Renato Dotti fu ottimo saltatore in alto negli anni '30: nel 1938 stabilì il primato nazionale con 1.92

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Giuliano Gelmi non si risparmiava: il 4 settembre, allo Stadio Comunale di Trento, terza edizione del «Trofeo Caduti Trentini», corse un normale 1500 in 4’03”2, per lasciarsi alle spalle Tagliapietra (4’05”0) e Fontanella (4’05”9). Quattro giorni dopo, giovedì 8 settembre, fu ancora protagonista, stavolta a Bologna, nella miglior gara dell’anno sugli 800 metri. E fu la migliore anche per la presenza del neoprimatista mondiale della distanza, il belga Roger Moens, che, il 3 agosto, sulla pista del venerato Stadio Bislett di Oslo, tempio deputato alle grandi prestazioni atletiche, aveva corso in 1’45”7, spostando all’indietro di una riga il precedente primato che era stato un mito dell’atletica, e del suo autore, il tedesco Rudolf «Rudi» Harbig: 1’46”6, all’Arena di Milano il 15 luglio 1939, incontro Italia-Germania, secondo Mario Lanzi, con quel 1’49”0, che fu un macigno per parecchie generazioni di corridori italici.

A Oslo, non solo Moens scese sotto il precedente primato ma anche il norvegese Audun Boysen (1’45”9). Da lui ci si attendeva il record, sostenuto dal tifo scatenato dei suoi connazionali. Boysen già deteneva un primato del mondo, quello dei mille metri; era stato il primo corridore a scendere sotto 2’20”0, esattamente 2’19”5, un anno prima, e verso la fine d’agosto del 1955, a Göteborg, fece ancora meglio: 2’19”0. Tempo eguagliato, tre settimane dopo, dal magiaro István Rózsavölgyi , a Tata, il 21 settembre dello stesso anno.

Vi proponiamo la lettura del commento di Gian Maria Dossena, inviato della «Gazzetta dello Sport» a Bologna:” Roger Moens entrò nello stadio e strinse molte mani, accennando a compìti inchini, scoprendo la fila di denti superiori, lunga, curva e pronunciata da roditore. Lo sparo che diede il via alla gara delle 880 yarde, suggellato da un lampo azzurro e breve là sulla curva scura, non scavata dai ventagli gialli dei fari, colse quasi di sorpresa le 4-5000 persone presenti. Il giovane bolognese Barbanti si incaricò di fare da lepre; si trascinò Moens, e alla campana prese la via del prato, lasciando al primatista mondiale una eredità di una diecina di metri di vantaggio; sullo stesso ritmo, Moens continuò per l’ultimo giro, la falcata sciolta, non tesa, economica, rapida e pur sempre possente. Così finì le 880 yarde in 1’48”6, cioè il sesto tempo mondiale assoluto, passando gli 800, per la settima volta in vita sua, sotto l’1’48”0”. L’idea di mettere la distanza in yarde è chiaro indizio che gli organizzatori felsinei speravano che il belga stabilisse la miglior prestazione mondiale, che qualche mese prima era stata fissata, a Berkley, da un giovanotto statunitense del Missouri, Lonnie Spurrier, in 1’47”5. Dossena scrisse di quella gara:” Dietro, Scavo tenne bellamente la distanza, e con tanta accortezza da non lasciarsi tentare da avventure impossibili: così resistette all’incalzare di Gelmi prima e di Spinozzi poi. E terminò in 1’53”2, vale a dire passando (e i tempi sono ufficiali) gli 800 in 1’52”5, migliorando di ben due secondi netti il primato suo personale e stagionale. Eccellenti (per noi) di conseguenza i tempi di Spinozzi, Gelmi, Barili e Porciatti”. Detto di Moens e Scavo, ecco gli altri tempi 880y/800m: Spinozzi 1’54”0/1’53”0, Gelmi 1’55”0/1’54”2, Barili 1’55”6/1’54”6, Porciatti 1’55”6/1’54”9; tempi agli 800m solamente: Coliva 1’57”6, Cesare Dordoni 1’57”9.

Qualche riga anche dal bollettino settimanale della Federazione (scriba quasi sicuramente Pasquale Stassano, capo redattore a quel tempo, il quale era presente a Bologna):” C’era Moens, primatista mondiale, e c’era l’atmosfera adatta nella tiepida e umida serata bolognese: così in una gara linearmente condotta dall’ottimo Scavo (alla giusta distanza dal belga impegnato su un ritmo da 1’48”0) cinque atleti sono scesi sotto l’1’55”0…La soddisfazione migliore per Scavo, 19 anni, che ha trovato in Italia la gara giusta, dopo aver gareggiato per venti giorni in Finlandia: 1’52”5 che è la quinta prestazione italiana di tutti i tempi. Dopo Lanzi, Beccali, Lunghi e Donnini, ed alla pari con Dorascenzi…Gli è finito vicino Spinozzi, 21enne, che ha saggiamente saputo trasferire sulla doppia distanza le sue qualità di velocista d’allungo (48”9 nei 400, 22”5 nei 200)…Gelmi ha visto premiare la sua serietà e la sua passione…Barili raccoglie i frutti, a 24 anni, della prima stagione ch’egli ha dedicato seriamente all’atletica…Porciatti ha stupito…Coliva, che fino ai 700 metri era con i primi, ha ceduto sul rettilineo, più per scoraggiamento che per una «cotta» effettiva…Batti e ribatti qualcosa è entrato nella testa dei nostri mezzofondisti”.

A Piacenza il Trofeo Diana sembrava dovesse essere un «doppio» diurno della riunione di Bologna ma (…) assai pochi atleti, anche se di buon valore…”. Peccato, il Trofeo Diana – che aveva scelto come data iniziale l’11 aprile per la sua seconda edizione – aveva dovuto essere rinviato per le solite lungaggini federali. Una nota, giustamente stizzita, apparve sulle pagine di «Libertà», lo storico (1883) quotidiano cittadino:” Il Gruppo Sportivo Diana non ne ha colpa. Aveva chiesto in un primo tempo la data dell’11 aprile poi ha modificato la proposta chiedendo il 25 aprile. La F.I.D.A.L. se l’è presa comoda, troppo comoda, e soltanto pochi giorni fa ha emanato un comunicato non muovendo la data dell’11. Il Diana si è irrigidito e, rinunciando decisamente all’organizzazione del lunedì di Pasqua, ha rinnovato la richiesta per il 25 aprile o per il 1° maggio. La F.I.D.A.L. centrale non ha ancora fatto conoscere le sue decisioni…”. Non successe nulla e così si rinviò tutto a settembre, con esito modesto, a danno degli organizzatori. Ma il commento federale buttò la croce addosso a loro: “…il Trofeo Diana ha visto pochi atleti di valore in campo e non ha troppo brillato…e questo è imputabile alla data scelta per la manifestazione, concomitante con gli esami autunnali di riparazione…”. Come si fosse trattato di una manifestazione studentesca…

Domenica 11 settembre, allo stadio comunale di Barriera Genova, l’attenzione è quasi tutta riservata a Moens, la cui partecipazione era stata valorizzata dall’ottimo lavoro di presentazione dei giornalisti sportivi del quotidiano cittadino: Vincenzo Bertolini, il decano della stampa locale (era stato mezzofondista nel primo decennio del ‘900, primatista piacentino dei 10 mila con 36’15” nel 1909 e dei 1500 in 4’28”2 nel 1910), e Gaetano Cravedi. Questi scrisse di Moens, che optò per correre un tranquillo 400, comunque con buon tempo (47”9, aveva 47”3 di primato personale):” La prestazione del primatista del mondo degli 800 metri sulla distanza dei 400 metri è stata davvero superba. Questo atleta un po’ ingobbito, dagli occhi strabici sotto le spesse lenti, dai capelli biondo-sporchi e dalla eccezionale misura del piede (porta il 46 di scarpe), quando è su una pista si trasforma: diventa una macchina. Anche ieri ha dimostrato palesemente quello che vale. Partito in quarta corsia a fianco del pratese (tesserato per la Etruria Prato ma nato a Riva del Garda, n.d.r.) Mengoni, ha avuto un inizio molto lento. Mengoni in breve gli ha «rubato» una decina di metri. In duecento metri lo svantaggio era annullato, ai duecentocinquanta Moens si affiancava a Mengoni e dopo brevissima lotta lo superava; in curva era già primo, lanciatissimo. Sulla dirittura d’arrivo portava il suo vantaggio a oltre dieci metri. Il tempo, 47 e 9, è il nuovo primato della pista piacentina. Uno scrosciante applauso ha salutato la vittoria dell’asso belga; un mormorio di ammirazione ha accompagnato l’annuncio del tempo ottenuto”.

Assente Moens, Gelmi s’impose nel doppio giro di pista: 1’56”4, per mettere in fila il cremonese Ambrogio Barili 1’57”0, il modenese Giorgio Bonaccini 1’59”2, e il sempreverde Armando Filiput 1’59”3; quinto il romano - di nascita ma tesserato per il G.S. Vittorio Veneto - Pietro Piutti 2 minuti netti, buon corridore di 1500 fra i 4’04” – 4’05”0.

Fecero contorno ad un Trofeo Diana sottotono, alcuni Campionati nazionali per così dire minori: decathlon per Seconda e per Terza Serie e 3000 metri siepi per le stesse categorie. C’è una notazione che non vogliamo trascurare: nel decathlon gareggiò – se ricordiamo bene fu la prima volta – Franco Sar, della Monteponi Iglesias; vinse il titolo per i Terza Serie con 4307 punti. L’indimenticabile Franco Sar, grande persona, tecnico, allenatore, dirigente. A proposito di «grandi» in tutti i sensi: nello stesso giorno, 11 settembre, a Milano, Campionati regionali, capito bene? Campionati regionali, quelli della Lombardia, chi partecipò? Il campione olimpico ’48 poi argento ’52 poi campione europeo ‘46 ’50 e ’54 poi primatista mondiale, di nome Adolfo Consolini: lanciò il peso a 13.78, secondo al bergamasco Renato Marcandelli, e poi vinse il disco con un lancio di 54.32. Volete un terzo «grande»? Marcantonio Begni, bresciano di Palazzolo sull’Oglio, vinse il titolo sui 10 chilometri di marcia, la disciplina per la quale spese la vita. Com’era bella l’atletica dei campioni olimpici ai Campionati lombardi, com’era bella l'atletica…allora…

Il 15 settembre venne inaugurata la nuova pista del Centro Sportivo Pirelli. Bei tempi quei tempi quando le aziende industriali pensavano anche a costruire piste di atletica! La «Gazzetta dello Sport», con un pezzo siglato f.p. (Felice Palasciano) dedicò un titolo a due colonne al commento e ai risultati che furono tutt’altro che male: Luigi Gnocchi e Sergio D’Asnasch confermarono i loro limiti stagionali sui 100 (10”6 e 10”8), “la nuova pista dimostratasi scorrevolissima” elogiò il Felice. Nuova sfida ravvicinata Baraldi – Gelmi sui 1500, riportiamo il commento:” Alquanto trattenuta all’inizio la gara avrebbe potuto (forse…) regalare alla pista Pirelli un’altra prestazione di gran rilievo. Comunque ravvivata ai 1000 metri dal duello Baraldi-Gelmi ha permesso al primo di confermare il diritto di numero uno italiano sulla distanza ed al secondo di migliorare il suo primato stagionale. Con il 3’58”6 fatto registrare Gelmi è passato meritatamente al secondo posto della graduatoria nazionale della stagione”. I due dioscuri del club padrone di casa, Teseo Taddia e Adolfo Consolini, troppo superiori al resto del parterre, non faticarono ad aggiudicarsi le loro prove di lancio, “un po’ meno in corda Consolini” (51.75) annotò il redattore. Due bergamaschi, uno di Ponteranica, l’altro di Seriate, stettero gomito a gomito sui 5000 metri fino alla fine: il minuscolo Rino Lavelli, pirellino pure lui, ebbe la meglio su Luigi Pelliccioli, tempi nella normalità medio-bassa sul filo di 15’45”. L’articolo si chiude con ossequiosa citazione di direttori, vicedirettori e dirigenti dell’azienda.

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Ultimo aggiornamento Martedì 14 Dicembre 2021 11:08
 
Licinio Bugna, di Storo, il primo atleta trentino convocato per i Giochi Olimpici (1) PDF Stampa E-mail
Giovedì 09 Dicembre 2021 00:00

Ennio Colò, originario di Storo, nel Trentino, è stato un buon corridore negli anni '80. Ha vestito la maglia azzurra in maratona. Insegnante di educazione fisica, appassionato non solo di atletica ma anche di storia della sua comunità, ha dedicato tempo alla ricerca storica. Non a caso è stato assessore alla cultura per cinque legislazioni nel suo Comune. E non dimentichiamoci dell'impegno come allenatore con la S.A.Valchiese. Ennio ci ha fatto avere un articolo da lui elaborato sulla figura del velocista storense Licinio Bugna, attivo negli anni '30. Bugna può vantare una primogenitura: è stato infatti il primo atleta trentino (parliamo di atletica, sia chiaro) che ha partecipato ad una edizione dei Giochi Olimpici. L'atletica trentina dovrà attendere trentasei anni per vedere figli della sua terra entrare nell'agone olimpico. Nel 1972, ai Giochi di Monaco, furono presenti Renato Dionisi (asta, eliminato in qualificazione, Gruppo A, tre nulli alla misura d'entrata a 4,80) e Renzo Cramerotti (giavellotto, anche lui non qualificato per la finale, ventesimo nel computo totale, con un lancio di 71,12). Curioso: Bugna a Berlino, Dionisi e Cramerotti a Monaco, sempre Deutschland è.

Adesso leggiamo la prima parte della bella storia che ci racconta Ennio Colò. Nel frattempo un paio di nostri soci stanno raccogliendo documenti d'epoca a corredo del testo scritto; pubblicheremo anche quelli. Ultima noticina: il cognome Bugna ha sempre avuto rilevanza nella piccola comunità di Bersone: prima della fusione (2015) con Daone e Praso, per dar vita al Comune di Valdaone, l'ultimo sindaco fu Lener Bugna.

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Foto in alto: Torino, 29 agosto 1936, incontro Italia-Giappone, arrivo dei 100 metri: Orazio Mariani si proietta sul traguardo ed è primo; Bugna, anche lui con irruenza, si slancia in avanti e precede il secondo giapponese, Matsuo Taniguchi

Foto in basso: siamo al Mommsenstadion, stadio che servì per gli allenamenti durante i Giochi di Berlino '36. Porta il nome del famoso storico Theodor Mommsen. Qui si disputarono incontri di calcio delle qualificazioni olimpiche. In un quarto di finale l'Italia strapazzò il Giappone per 8 a 0. La presenza di tanti atleti nostri in tribuna potrebbe essere dovuta alla partita di calcio. Si riconoscono: a cavalcioni sulla ringhiera, Mariani e Lanzi, più in là i marciatori Gobbato e Rivolta. Prima fila seduti: Beviacqua, Betti, Beccali, Maffei, Lippi; fila sotto: Rossi, Tommasi, Mastroieni, Bugna e Ragni

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Le origini - Solo i parenti stretti sembra conoscano le gesta sportive, e non solo, di Licinio Bugna,  originario di Bersone, lambito dal fiume Chiese che poi scende verso il lago d'Idro e la provincia di Brescia, e ancor giù fino a confluire nell'Oglio e insieme finire nel Po.  Licinio Bugna, un personaggio che, vissuto nel secolo scorso, merita di essere ricordato non solo nella sua comunità ma anche al di fuori. Eppure, la sua storia è poco conosciuta forse perché Licinio ha sempre vissuto più o meno lontano dalla Pieve di Bono per motivi che andremo a scoprire. 

I suoi nonni vissero a Bersone nella seconda metà dell’800: Bortolo ed Elena, entrambi Bugna, ebbero sette figli. Il secondogenito, Costante, venne avviato agli studi liceali a Trento, per poi entrare nell’Amministrazione finanziaria austriaca e svolgere servizio, prima ad Innsbruck e poi a Vienna. Con il grado di i.r. (imperial regio) venne inviato in qualità di Commissario di Finanza a Storo e impegnato  nel controllo del territorio e del confine con il Regno d’Italia che, nel giro di pochi anni, sarebbe stato cancellato dopo gli  eventi bellici. Costante nel 1913, ormai trentottenne, sposò la storese Gemma Grassi, ventenne di famiglia benestante e un anno dopo (11 marzo 1914) nacque  il loro unico figlio al quale misero nome Licinio, che crebbe nella casa materna. I componenti della famiglia vengono nominati  nel diario intitolato «La vita militare di Giorgio Bugna di Bersone durante la conflagrazione europea 1914-15-16-17». Infatti il maestro Giorgio  ricevette l’ordine di richiamo alle armi in data 31 luglio 1914 nel quale gli si impartiva  di recarsi a Storo entro 24 ore, a rinforzo della gendarmeria diretta proprio dal parente Costante, per un’avventura che lo portò poi, allo scoppio effettivo della guerra fino in Galizia. Non fu così per Costante che, per non venir arruolato nell’esercito austroungàrico, scappò a Torino, dove rimase  fino a fine conflitto. Rientrato a Storo, entrò nell’Amministrazione finanziaria italiana che lo impiegò negli uffici di Merano e poi Trento. Nel 1939 raggiunse l’età della pensione e rientrò stabilmente a Storo.

Nel frattempo il figlio Licinio, di cui racconteremo più avanti le belle imprese atletiche, proprio in quell’anno si laureò in medicina a Pavia, superò l’esame di Stato a Milano per l’abilitazione all’esercizio della professione di medico-chirurgo. Il padre Costante, verso la fine della Seconda Guerra mondiale, ormai settantenne, venne nominato Commissario per il Comune di Storo dal Prefetto di Trento e poi Sindaco fino al 1946. Nino Scaglia, noto farmacista e uomo di cultura del paese,  storico, giornalista, poeta, commediografo, nel suo libro «Settant’anni di vita storese», pubblicato nel 1984, lo ricordò in un umoristico capitoletto nel quale lo descrisse come “un uomo retto, buono per natura, saggio per antica educazione e di elevatissimi principi morali. Ma ingenuo oltre ogni limite”. Nino Scaglia, cui è intitolata la bella Biblioteca Comunale di Storo, si laureò in farmacia all'Università di Pavia proprio come Licinio Bugna in medicina.

Licinio, da giovane studente sportivo ad atleta olimpico - Licinio, come il padre, venne avviato agli studi di ginnasio e liceo a Trento, dove ebbe modo di praticare il gioco del calcio: aveva talento, fisico atletico  e correva veloce, tanto da venir inquadrato nella squadra della città. L’estate, durante le vacanze, rientrava a Storo dove aveva modo di giocare con la squadra locale nei vari tornei e dimostrò di saperci fare. Terminato il Liceo si iscrisse alla Facoltà di medicina dell’Università di Pavia e chiese al Trento il nulla osta per potersi tesserare con la squadra della città lombarda che militava in serie B. Il Trento rifiutò lo svincolo e allora il giovane  decise con determinazione che era giunto il momento di dedicarsi all’atletica leggera. In breve tempo entrò, quale velocista,  nella quotata società Pro Patria di Milano. I risultati del giovane trentino furono incoraggianti tanto che vinse subito due titoli italiani giovanili nei 100 e 200 metri. Nel 1935 si distinse anche a livello assoluto, risultando tra i migliori sprinter con tempi di 11”0 nei 100 metri  e 22”7 nei 200 metri. 

Il 1936 fu l'anno dei Giochi Olimpici in programma a Berlino. Licinio, in una riunione a Firenze che valeva come selezione per un posto disponibile , fece segnare  un sensazionale - per l'epoca - 10”8 nei 100 metri, tempo che gli permise di entrare nell’elenco degli  atleti convocati in azzurro per la partecipazione ai Giochi. Ebbe quindi l’occasione di vivere l'esperienza del Villaggio Olimpico, di allenarsi a fianco di campioni di assoluto valore e, grazie all'allora Commissario Tecnico della Nazionale, l’americano Boyd Comstock, ebbe modo di fare conoscenza con il grande Jesse Owens, che sarebbe diventato un mito per le quattro medaglie d’oro vinte (100, 200, salto in lungo e staffetta), alla presenza, in tribuna, di un indispettito Adolf Hitler. Licinio però dovette restare in tribuna come spettatore, non scese sull’anello dell’Olimpiastadion, perchè venne relegato al ruolo di riserva della staffetta 4x100: Comstock preferì schierare quattro atleti che avevano più esperienza in gare internazionali, ed ebbe ragione perché l’Italia (con Mariani, Caldana, Ragni, Gonnelli)  riuscì nell’impresa di giungere seconda, dietro gli americani Owens, Metcalfe, Draper, Wykoff, ma davanti ai tedeschi padroni di casa.

Pochi mesi dopo Licinio ebbe la grande soddisfazione di vestire nuovamente la maglia azzurra stavolta da titolare nell’incontro Italia-Giappone, che si disputò il 29 agosto 1936 allo stadio Mussolini di Torino: lo sprinter storense agguantò sul traguardo dei 100 metri un brillantissimo terzo posto (si veda la foto che correda questo articolo). Negli anni successivi, continuò l’attività sportiva con la società Polisportiva Giordana di Genova, città dove completò gli studi e iniziò l’attività professionale. Nel 1939 riuscì ancora ad entrare, venticinquenne,  nella graduatoria nazionale sui 200 metri con l’ottavo tempo (22"3) per poi avviarsi definitivamente alla professione medica. Una carriera, quella di atleta, non lunga dunque ma ricca di soddisfazioni.

(prima parte - segue)

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Dicembre 2021 17:48
 
6 dicembre 1981, Fukuoka, Giappone, corri, ragazzo, corri, go Gianni, go... PDF Stampa E-mail
Lunedì 06 Dicembre 2021 17:06

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Foto (da collezione privata) scattata il 5 dicembre 1981 nel cortile di una scuola a Fukuoka, Giappone. Ospiti d'onore il maratoneta Gianni Poli (quarto da destra), l'allenatore Gabriele Rosa (secondo da sinistra), accanto a lui con la faccia girata Vittorio Brunetti, e, accanto a Poli, Roberto Ottelli, questi ultimi due dirigenti del Club Sportivo San Rocchino di Brescia

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"Il 6 dicembre 1981 era una domenica, sia in Giappone sia in Italia, pur con la normale differenza di fuso orario. Ci svegliammo tutti prestissimo quella mattina, alle cinque. Assonnati ci dirigemmo verso la nostra destinazione: un ristorantino mignon, un metro per un metro, per dire piccolissimo, gestito da due gentilissimi, ossequiosi e atterriti, coniugi nipponici, che avevano dovuto abdicare al possesso dei loro fornelli...se ne era impossessato uno spaghettaro italiano che non ammetteva intrusioni...". Inizia così il raccontino che ci ha inviato un nostro socio, per ricordare un evento che ha segnato il cammino della maratona italiana in quegli indimenticabili Anni Ottanta e marcato l'ascesa di Gianni Poli nell'Olimpo della maratona mondiale.

La città di Fukuoka, a nord dell'isola di Kyushu, la più meridionale delle tre che formano il Giappone, si era resa famosa nel mondo della corsa di lunga distanza, per l'organizzazione di una maratona, prima nazionale e poi, via via, internazionale, fino a richiamare ogni anno alcuni dei più blasonati corridori. Pensate la forza di questi omini con gli occhi bislunghi: nell'agosto del '45 vennero polverizzati dalle prime, e per fortuna uniche, due bombe atomiche che esseri dicesi umani tiraron sulla testa di altri sventurati esseri umani, e neppure due anni dopo misero in piedi una corsa di maratona, una corsa che per loro era un mito. E di lì passarono molti dei grandi. Si corse, quasi sempre, la prima domenica di dicembre.

Ci erano passati anche due bravi maratoneti italici: Pippo Cindolo (nato il 5 agosto del '45, il giorno prima dell'atomica su Hiroshima) il quale aveva concluso, quarto, con tanto di miglior prestazione italiana, e Massimo Magnani, terzo nel 1977. Quel 6 dicembre 1981 un altro giovanotto ci provò. Veniva da Lumezzane, industriosa città della provincia bresciana, aveva mostrato gran talento fin da età giovanile, pareva nato per correre, born to run. Ne curò la maturazione verso la maratona un medico, cardiologo prima, sportivo poi, ex atleta delle varie colonie di Bruno Bonomelli, che ha sempre considerato il suo maestro: Gabriele Rosa, da Iseo, un nome che chi sa un po' di storia risorgimentale non fa fatica a catalogare. Attorno al giovanotto e al suo mèntore, un club di patiti del ciclismo prima, del podismo poi: Club Sportivo San Rocchino, C.S.S.R., sigla che veniva spesso confusa con quella dell'allora Cecoslovacchia. Invece di quartiere della città di Brescia si tratta.

Da questo cocktail di varia umanità nacque una idea che pareva folle, e non mancarono in giro per il mondo dell'atletica italiana sorrisetti di commiserazione, invidie non sono mai mancate, soprattutto verso chi stava fuori dal coro. L'anno prima Poli non era stato mandato ai Giochi Olimpici a Mosca, come avrebbe meritato. Il dott. Rosa ha sempre avuto un «difetto»: quello di pensare in grande. Gianni, si va a correre a Fukuoka, non a Formaga (senza offesa). E così fu: la scommessa partì il 1° dicembre dall'areoporto di Linate, via Parigi, Anchorage (Alaska, per i deboli in geografia), Seoul, e finalmente Fukuoka. Su quei voli salirono Gianni Poli, Gabriele Rosa, Vittorio Brunetti, Roberto Ottelli, e uno scribacchino del «Giornale di Brescia», cerebroleso che partecipò alla scommessa, inviato a sue proprie spese, una figura nuova nel contratto dei giornalisti.

Saltiamo direttamente al finale dell'avventura: Poli, a dimostrazione di quanto valeva, si classificò al quarto posto di una grande maratona vinta dall'australiano con nonno svizzero, Robert «Rob» de Castella, con la miglior prestazione mondiale poco oltre le due ore e otto minuti, poi due giapponesi,  il Pier Giovanni (nome completo del giovanotto) quarto con 2 ore 11'19", numero uno da Vipiteno a Santa Maria di Leuca. Scommessa vinta. Quella trasferta sarebbe degna di un romanzo, e chissà mai che un giorno qualcuno la scriva.

Ma noi sappiamo che i nostri affezionati lettori son molto più curiosi: a loro interessa sapere cosa ci facevano cinque italiani semiaddormentati alle sei del mattino in un localino con uso di cucina nella città di Fukuoka. Dovevano assistere al «rituale del maratoneta», ricordate? la carica di carboidrati cui i corridori si sottoponevano nei giorni precedenti la maratona: montagne di pasta e di patate lessate! Impadronitosi della minicucina, Vittorio Brunetti iniziò il rito della cottura dello spaghetto portato a chili nelle valige di tutti. Poi saltarono fuori i barattoli di burro di Soresina, si vendono ancor oggi, son gialli, il burro è sempre stato uno dei migliori. E poi, poteva mancare? Parmigiano-Reggiano, il re. I due quasi ex proprietari delle pareti, guardavano le evoluzioni di Vittorio con aria tra il preoccupato e l'ammirato, alternando sorrisi a facce immobili. Si produsse il miracolo. Adesso va di moda il «siamo tutti...qualcosa» per far sentire la nostra vicinanza, altra balla dell'Era Moderna. Chi era là, quella domenica mattina di quarant'anni fa, sentenziò «siamo tutti maratoneti», e giù forchettate di spaghetti. Che riempirono lo stomaco anche di Robert de Castella e di sua moglie che si erano uniti. Quegli spaghi, quel burro e quel parmigiano-reggiano favorirono un primato del mondo e uno italiano. Merito di Vittorio Brunetti e della solidarietà fra maratoneti acquisiti.

Sembra ieri, invece era quarant'anni fa.

Ultimo aggiornamento Lunedì 06 Dicembre 2021 21:28
 
Henri Auguste Arnaud, neppure i gas tossici respirati in guerra lo fermarono PDF Stampa E-mail
Mercoledì 01 Dicembre 2021 00:00

Oggi lezione di lingua francese. Abbiamo recuperato un articolo di Luc Vollard, presidente della Commissione Documentazione e Storia (CDH) della Federazione francese. Ha richiamato la nostra attenzione la storia personale di un corridore, un mezzofondista dei primi anni del secolo scorso: il parigino Henri Auguste Arnaud.  Una storia tribolata, sia quella umana, sia quella sportiva. Ma sorretta da una forza d’animo che gli fece superare ogni genere di avversità, sia in pista sia nelle trincee della Grande Guerra. Tutto questo ci racconta l’amico Luc nella sua breve storia.

Per parte nostra aggiungiamo solamente alcune notarelle storico-statistiche. Arnaud, ce lo ricorda Luc, prese parte ai Giochi Olimpici di Stoccolma 1912, dove corse i 1500 metri. Prendendo come riferimento la ricostruzione dei risultati olimpici compilata dal tedesco Ekkehart zur Megede, uno dei più attendibili, anche se non il solo, Arnaud corse – 9 luglio – la terza batteria e chiuse al secondo posto dietro allo statunitense Abel Kiviat, un ebreo di New York, che deteneva il primato del mondo: i tempi 4’04”4 e 4’05”4. Il giorno dopo, in finale, secondo zur Megede, Arnaud chiuse all’ottavo posto in 4’02”2, esattamente a pari con lo statunitense Melvin Sheppard, comunque i tempi, dal settimo in poi sono stimati. Sheppard, grande mezzofondista, due giorni prima era stato ancora secondo sugli 800, dopo il titolo olimpico conquistato a Londra nel 1908 davanti al nostro Emilio Lunghi. Tutto questo mentre cronometristi e giudici erano alle prese con la difficile lettura dell’arrivo: primo, seppur di poco, l’inglese Arnold Jackson, ma chi era il secondo? Abel Kiviat o l’altro statunitense Norman Taber? Per la prima volta si dovette usare una finish camera, una specie di photofinish ante litteram, per dipanare il rebus, risolto a favore di Kiviat. Il quale, nel 1984, all’età di 91 anni, corse il suo chilometro con la torcia olimpica per le strade di New York. Ultima curiosità: a quella finale olimpica dei 1500 metri nella capitale svedese parteciparono ben sette atleti statunitensi!

Henri Arnaud morì all’età di 65 anni, nel 1956, a Pleubian, nel Dipartimento della Côtes-d’Armor, famosa per la bellezza delle sue lunghe spiagge.

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1912 : les Jeux Olympiques de Stockholm vont être le sommet de la saison et les commentaires vont bon train en particulier sur Jean Bouin qui vient de remporter un deuxième Cross des Nations d’affilée. Mais si Bouin est l’homme du fond, la France a aussi dans son rang un redoutable coureur de demi-fond en la personne d’Henri Auguste Arnaud.

Né en 1891 à Paris, Arnaud est encore un jeune athlète mais il a déjà remporté le 1500 m aux championnats de France en 1911, améliorant à deux reprises le record de France à 20 ans. Il est clair qu’il veut enchaîner en 1912 sur sa lancée et dès le 9 mai, il se montre à son avantage lors du challenge du Mille qui se dispute sur la distance … du mile ! A Colombes, il s’impose en 4’26’’’2/5, battant le record de France d’Henri Deloge. Les chronométreurs officiels ne sont pas en nombre suffisant et le record n’est pas homologué, pas plus que celui du 1500 m qui aurait pu tomber au passage.
Le 23 juin, c’est à la Croix-Catelan, lors des Grand Prix du Racing qu’Arnaud tente sa chance sur une autre distance ; le 1000 m. La course sert de support à un challenge interclubs sur la base de deux coureurs par club. Faute d’équipier, Arnaud court à titre individuel mais doit tout de même affronter Jacques Keyser. Il va appliquer sa tactique à l’époque particulière qui consiste à imprimer dès le départ un train soutenu, sans phase d’observation. A ce rythme Keyser est vite étouffé et abandonne tandis qu’Arnaud poursuit son effort et va laisser Liévin à 30 mètres. C’est une nouvelle victoire en 2’34’’0, annoncé parfois à tort comme record du monde, l’Italien Emilio Lunghi ayant couru la distance en 2’31’’0 dès 1908. Pour le record de France de Deloge en 2’36’’2/5, encore lui, cela semble bon, mais l’USFSA ne l’homologue pas plus que celui du mile en mai.
Après avoir fait d’honnêtes Jeux sur le 1500 m (septième de la finale … ou huitième voire neuvième selon les sources, et un chrono très probablement inférieur à son record de France), il atteindra enfin son but le 22 septembre, sous la pluie du stade de la Porte d’Auteuil en 2’33’’0.

Incorporé le 09 octobre 1912, il sera mobilisé pour la guerre dès le 02 août 1914, intoxiqué par gaz au Fort de Vaux le 05 avril 1916 et blessé à Avocourt le 23 juillet 1916 suite à l’explosion d’une torpille aérienne. En 1917, il revient sur la piste et bat avec le 2000 m le seul record de France homologué durant les hostilités. Son livret militaire mentionne une nouvelle blessure en 1918, le 23 janvier, lors d’une chute d’avion en service commandé à Avord, qui lui vaudra une invalidité inférieure à 10 % pour céphalée et vertiges ! Il revient à nouveau en 1919 pour faire la démonstration de son sens de l’allure en battant le record du 800 m … de Deloge en 1’56’’0 le 11 mai à Colombes … record non homologué faute de jury suffisant. Qu’à cela ne tienne, le 28 mai, toujours à Colombes aux championnats de France militaire, il renouvèle la démonstration en 1’55’’4/5, expliquant avoir été contraint de pousser à cause du vent contraire dans la ligne opposée ! En juillet, au stade Pershing, il prendra la deuxième place du 1500 m.

(Crédit photo : La Vie au Grand Air – Henri Arnaud lors du mile du 09 mai à Colombes)

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Dicembre 2021 16:39
 
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