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E una volta spenti i fuochi d'artificio? Riflessione di Carlo Giordani sul dopo Tokyo PDF Stampa E-mail
Martedì 17 Agosto 2021 17:12

Ci è stata fatta una segnalazione: sul sito di un nostro socio è stato pubblicato un articolo di Carlo Giordani, presidente delle U.S. Quercia Rovereto Trentingrana, organizzatrice del Meeting della Quercia (31 agosto) e dei recenti Campionati italiani assoluti. L'articolo è apparso sulle pagine del quotidiano «l'Adige», giornale dove Giordani ha lavorato per circa quaranta anni come giornalista. Lo scritto del dirigente trentino getta uno sguardo disincantato sullo sport italiano dopo i trionfi di Tokyo. Vi sembra strano? No, ricordatevi il famoso detto «Finuta la festa, gabbatu lu santu». Per chi volesse leggere, questo è l'indirizzo https://www.collezioneottaviocastellini.com/.

Ultimo aggiornamento Martedì 17 Agosto 2021 17:20
 
1963: Ottolina, Preatoni, Sardi, Berruti sulla pista del Campo Scuole di via Morosini PDF Stampa E-mail
Domenica 15 Agosto 2021 00:00

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Da sinistra, calzoncini bianchi e torso nudo, l'allenatore Gianni Caldana; seminascosto Ennio Preatoni; di fronte, con gli occhiali, Armando Sardi; maglietta bianca a strisce nere e la scritta Carpano, il campione olimpico Livio Berruti; di spalle, Sergio Ottolina

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Stesso gruppo fotografato da altra angolazione (le quattro foto provengono da una Collezione privata)

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Sopra: Livio Berruti si esibisce in un facile allunghino a beneficio del fotografo. Sotto il podio dei 100 metri dei Campionati italiani che si erano tenuti un paio di settimane prima a Trieste: da sinistra, il giovane Ennio Preatoni (terzo), Armando Sardi  (secondo nei 100 e primo nei 200) e Sergio Ottolina, che indossa la maglia di campione d'Italia, ovvero il dominio dei lombardi nello sprint

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Era d'estate, anno del Signore 1963, cinquantotto anni fa. Era d'agosto. Pista del Campo Scuole di via Morosini, ando' sta? A Brescia, il giornale locale lo indicava nelle sue cronache come «lo stadio di atletica leggera per gli studenti».  Era inserito in un contesto urbano che metteva tristezza. È uno dei tanti campi che furono costruiti negli anni '50 e '60 un po' ovunque in Italia, ossatura su cui furono edificate le sorti dell'atletica italiana per alcuni decenni. Quello bresciano fu inaugurato il 4 maggio 1955 con la finale dei Campionati Studenteschi: c'erano dei ragazzi che rispondevano ai nomi di Gian Piero Cordovani (alto, sfiorò spesso i due metri), Gian Battista Paini (poi ottimo 800centista), Ugo Ranzetti (una presenza costante per settant'anni nello sport bresciano, atletica, rugby, istituzioni sportive, allenatore nazionale), Albertino Bargnani (mezzofondista di buon valore spronato dagli urlacci del suo mèntore Bruno Bonomelli), Vittorio Bonetti (poi allenatore dei lanci, burbero, brontolone, ma galantuomo), Aldo Bonfadini (che si cimentò nel salto in lungo, lui che era un corridore di campestre e di mezzofondo), Angelo Baronchelli, quel giorno secondo nel peso, che il prof. Calvesi tramutò poi in saltatore con l'asta, uno dei migliori in quegli anni. Per citarne solo alcuni. Il terreno  per quell'impianto era stato donato dal Comune al C.O.N.I., ed era situato dietro a una fabbrica chimica (Caffaro) che (lo sapevano tutti, vero? o no?) produceva...facciamo prima: andate a leggere questa illuminante storiella. E la storiella incredibilmente continua ancora oggi.

Intanto noi torniamo al mese di agosto 1963. Gli atleti nazionali erano reduci da un luglio impegnativo: il 13 e 14, a Enschede (Olanda) avevano affrontato il «Sei Nazioni» (era una specie di Unione Europea atletica di allora: Germania, Francia, Belgio, Italia, Olanda, Svizzera) e si erano piazzati terzi dopo Germania e Francia, con vittorie individuali di Roberto Frinolli (4 acca), il pisano Roberto Galli (inatteso, alto) e Silvano Meconi (peso); la 4x100 (Ottolina, Preatoni, Sardi, Giani) terza in 40.6 dopo i soliti tedeschi e francesi. La lettura dei risultati ci suggerisce tre ricordi. Nei 400 ostacoli, quarto fu il belga Wilfried Geeroms, che fu per alcuni anni la «voce» del mai sufficientemente rimpianto Meeting di Rieti di Sandro Giovannelli. Nel «Sei Nazioni» si correva anche la maratona: secondo fu Silvio «Sisso» De Florentiis, figlio di Umberto, ottimo corridore negli anni '30; Silvio è morto a Genova pochi mesi fa. Nel decathlon, terzo fu il tedesco Willi Holdorf che, l'anno dopo ai Giochi di Tokyo, avrebbe vinto il titolo olimpico.

Negli stessi giorni, ad Ascoli Piceno, l'Italia «B» affrontò l'Austria e la Grecia. E anche qui la lettura dei risultati suggerisce degli spunti. Secondo nella gara dei 100 metri il bresciano Enore Sandrini, marito di Donata Govoni, son vissuti a Pontedilegno, estremità settentrionale della Valcamonica, verso il Passo del Tonale; Enore, che vestì i colori dell'Atletica Brescia 1950, è deceduto pochi mesi fa. Parliamo di ostacoli: i 400 li vinse Tito Morale, i 110 Giovanni Cornacchia sul giovane Eddy Ottoz (14.4) che l'estensore della cronaca per il bollettino federale, Ruggero Alcanterini, etichettò come «disallenato»...Quinto? Un nome che per i cultori delle prove multiple è un mito: Konrad Lerch, l'uomo che con pochi altrì amici ideò, nei primi anni '70, il Meeting di Götzis, regione austriaca del Vorarlberg, e che anno dopo anno ha portato ad essere il Sancta Sanctorum delle prove multiple, talvolta superiore perfino ai Giochi Olimpici, come qualità di risultati. Taluni di noi hanno conosciuto Lerch, un gentleman e un organizzatore che puntava sempre alla perfezione.

La settimana dopo la folta famiglia atletica si trasferì a Trieste che, scrisse Alfonso Castelli su «Atletica», «era tutta una sinfonia di tricolore»: i Campionati nazionali erano stati assegnati alla bella città di Italo Svevo nel contesto delle celebrazioni del centenario della gloriosa Società Ginnastica Triestina. Quella edizione viene ricordata (da chi? mah...) per un evento che i «moderni» definirebbero storica, visto l'abuso che oggidì si fa dell'aggettivo e anche del sostantivo. Francesco Bianchi, mezzofondista di piccola taglia, pose il suo nome dopo quello di Mario Lanzi (due strutture fisiche all'opposto, Lanzi sembrava Maciste al confronto) nella tavoletta della progressione del primato nazionale degli 800 metri: 1:49.0 nel 1939, 1:48.7 Bianchi nel 1963. C'erano voluti ventiquattro anni per un progresso di tre decimi. Adesso limitiamoci alle vicende dei nostri quattro velocisti visti nelle foto bresciane. Ottolina: batteria, semifinale e finale nei 100, primo davanti a Sardi e allo junior Preatoni; poi corse la batteria dei 400, quella della staffetta 4x100 e la finale con il suo club, Gallaratese, gli altri erano Giani, Monetti (quell'Attilio Monetti che per almeno tre decenni abbiamo ascoltato fornire informazioni al commentatore nelle telecronache RAI) e Vincenzi: 41.7 le FF.OO. Padova, 41.8 il team lombardo. Sergio rinunciò quindi alla finale dei 400, e vorrei vedere...I titoli dello sprint andarono quindi a Ottolina e a Sardi, i 200 con largo margine su Giani. Unico assente Livio Berruti, che quell'anno vestiva la casacca del club Carpano, praticamente lui.

Finiti i Campionati, dopo qualche giorno, i velocisti si ritrovarono a Brescia, per la rifinitura del lavoro in vista dell'incontro (14 agosto) con gli inglesi al White City Stadium. Dirigeva gli allenamenti Gianni Caldana, l'ostacolista-velocista-lunghista che insieme a Mariani, Ragni e Gonnelli formarono la staffetta seconda ai Giochi Olimpici di Berlino '36, Caldana corse la seconda frazione contro un grande sprinter americano e altrettanto grande uomo come Ralph Metcalfe, immortalato in una foto nel gigantesco stadio berlinese il giorno dell'apertura dei Giochi, con 110 mila persone (dicono) in piedi con il braccio teso inneggiando ad un omino con i baffetti; lui, Ralph, pure in piedi, con le braccia lungo i fianchi. Questo vuol dire essere uomini. Nelle convocazioni dei velocisti c'era pure il finanziere Pasquale Giannattasio. Gli azzurri si ritrovarono a Milano, all'Hotel Andreola, il 13 agosto, un volo BE (British Europe) li portò a Londra: capitano Livio Berruti. La squadra incassò una brutta sberla: perse per venti punti (96 a 76). Vittorie individuali: Ottolina (200), Bello (400), Galli (alto), Scaglia (asta), Meconi (peso) e Rodeghiero (giavellotto). La 4x100 (Ottolina, Preatoni, Sardi, Berruti) fu seconda (40.4) a ridossso degli inglesi (40.3). Scrisse tal Alberto Cansai, a noi ignoto, su «Atletica»:" Ottolina ha compiuto una bella frazione...Preatoni ha tenuto testa brillantemente a Ron Jones...Sardi con una curva eccellente ha aumentato...e, all'ultimo cambio, Berruti ha preso il testimone con quasi due metri di vantaggio. Purtroppo l'olimpionico è troppo giù di condizione e per di più era irrigidito dal freddo, il che ha permesso al modesto Young di riprenderlo e batterlo sul traguardo".

Si conclude qui la nostra storiella che è nata dalla convergenza di tre accadimenti. Il primo: pochi giorni fa il nome di Armando Sardi è comparso fra coloro che si sono iscritti al Gruppo ASAI su Facebook. A stretto giro di posta arrivano alcune linee scritte da Lyana Calvesi Ottoz che dà il benvenuto al suo amico Armando, chiamandolo affettuosamente «Sardela», evidentemente un soprannome che si davano fra atleti. Infine, un nostro socio si è ricordato di possedere delle foto scattate a Brescia nell'agosto del 1963 in occasione di un raduno di velocisti in vista dell'incontro Inghilterra-Italia. Uno+uno+uno, e ne è uscita questa storiella.

Ultimo aggiornamento Domenica 15 Agosto 2021 18:57
 
Franco Giongo, l'elegantone delle piste d'atletica con la bizzarra tuta-pigiama PDF Stampa E-mail
Lunedì 09 Agosto 2021 10:00

Con la pubblicazione della seconda parte, concludiamo la storia delle «sfide» fra velocisti che animarono la nostra atletica per una quindicina di anni fra il 1910 e il 1920. Al centro, la figura del bolognese Franco Giongo, che dovette misurarsi con diversi pretendenti al suo «trono» di miglior sprinter dai 100 ai 400 metri. Una volta conclusa la carriera sportiva, Giongo si impegnò anche in quella dirigenziale all'interno della F.I.S.A., la federatletica di allora (fino al 1926). Poi si dedicò completamente alla sua vera professione, il medico, e fu professore universitario di radiologia. Tutto questo, e altro ancora, ci ha raccontato nella sua ricerca Alberto Zanetti Lorenzetti, che qui ringraziamo.

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Le foto qui sotto, dall'alto in basso. Copertina del settimanale «La Stampa Sportiva» dell'ottobre 1914 dedicata al mezzofondista bustocco Carlo Speroni e a Franco Giongo che sfoggia la originale tuta-pigiama. Nella seconda, anno 1916, il tenente medico Giongo (in piedi al centro, con barba) con alcuni militari feriti o in convalescenza all'ospedale militare di Valona, in Albania; sdraiato su un lettino, con una gamba ingessata il capitano Franco Scarioni, redattore della «Gazzetta», inventore delle «popolari» di nuoto patrocinate dal quotidiano sportivo; Scarioni morì in un incidente aereo nel 1918: verrà intitolata a lui la conosciuta Coppa di nuoto. Nell'ultima: siamo a Berlino nel 1923, gara dei 100 metri, Giongo e il piccolo velocista istriano, di Pola, Vittorio Zucca ("Zucchetto" per i giornali) nel serrato finale: vinse il medico bolognese, che con quella gara pose fine alla sua carriera sportiva

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All’inizio dell’anno olimpico 1912, tesserato per il C.S. Padovano dopo gli screzi con i compagni del club torinese, Franco Giongo si dimostrò in ottime condizioni il 2 maggio a Milano stabilendo il primato nazionale dei 150 metri con 17 secondi netti e concludendo i 200 metri con l’ottimo tempo di 22”4/5. Giongo e Emilio Lunghi si evitarono ancora ai tricolori di Verona, che fungevano anche da selezione per i Giochi Olimpici: Giongo calò il tris, vincendo i 100, 200 (non validi come Campionato nazionale) e 400 metri. Da parte sua il genovese si impose nei 1200 siepi e con la staffetta olimpionica dello Sport Club Italia. Il 2 giugno a Milano un altro primato nazionale, stavolta sui 300 m con 36”4/5, alimentò le aspettative di buoni risultati del bolognese per Stoccolma. Invece andò incontro a una cocente delusione: fu eliminato in semifinale nei 100 e 200 metri, mentre nei 400 non riuscì nemmeno a superare le batterie. Trovò modo di rifarsi nei meeting all’estero, andando a vincere 100 e 440 yarde con tanto di primato italiano il 27 luglio allo stadio londinese di Stamford Bridge, preceduto solo da W. R. Applegarth, (bronzo olimpico sui 200 metri e oro con la 4x100) nelle 220 yarde. Sulla stessa distanza l’inglese lo superò anche a Praga dove Giongo però dominò la gara sulle 440 yarde. Tre mesi dopo vinse nuovamente il Prix Ravaut a Parigi. Il 1913 fu condizionato dalle precarie condizioni di salute, avendo contratto una brutta forma di paratifo. A settembre, non certo in buone condizioni di forma, ai Campionati nazionali venne eliminato in semifinale nei 100 metri e nella doppia distanza fu battuto in finale dall’outsider De Nicolai.

Ben altra musica nel 1914, anno del passaggio alla Virtus Bologna. Negli imperial-regi impianti sportivi d’Ungheria e Austria non ebbe avversari. A Budapest il 7 giugno vinse i 100 e 200 metri; la settimana dopo fu la volta delle 100 e 200 yarde, del primato italiano delle 220 yarde (22”4) e delle 300 yarde (32” netti), per poi migliorare il personale sui 400 metri, portato a 50”5. Dalle piste della capitale magiara si trasferì del Prater di Vienna; nei giorni dell’attentato di Sarajevo si impose nelle 100 yarde e 200 metri, coi primati italiani rispettivamente di 10” e 21”7. Lasciata la Mitteleuropa si diresse prima a Londra, poi a Parigi dove il 19 luglio si aggiudicò per la terza volta il Prix Ravaut nei 200 metri. I Campionati italiani, che si disputarono il 26 e 27 settembre a Milano, si annunciavano interessantissimi. E non delusero le attese. La gara di cartello era quella dei 400 metri, grazie al confronto diretto fra Giongo e Lunghi, che dopo quaranta mesi erano tornati a sfidarsi. L’incertezza per l’esito della corsa durò fino all’ultimo metro, poi fu premiata la rimonta del bolognese, al quale venne assegnato il tempo di 51”3/5. Commentò il «Corriere della Sera»: “È una meravigliosa corsa. Lunghi a centro metri dal traguardo ha quasi due metri di vantaggio su Giongo, ma questi riesce a portarsi di fianco a Lunghi col quale lotta fin sul traguardo, dove i due atleti sono separati da un insignificante spazio”. Fu un duello spettacolare e incertissimo che chiuse un’epoca. Entrambi si erano ben preparati per i tricolori. Il bolognese si aggiudicò addirittura quattro titoli italiani: 100, 200, 400 e 4x400 metri (col record italiano e battendo il quartetto di Lunghi), mentre il ligure si impose negli 800 e con la staffetta olimpionica. 

Nel 1915 l’Italia entrò in guerra. Giongo venne arruolato come ufficiale medico ed inviato sul fronte balcanico, per cui la sua carriera sportiva subì un inevitabile arresto. Lo spedirono in Albania, a Valona, dove fu scattata una fotografia, pubblicata dallo «Sport Illustrato», in cui posava con alcuni aviatori che avevano dovuto ricevere l’assistenza dell’ospedale militare. Fra questi c’era il capitano Franco Scarioni, giornalista di punta della «Gazzetta dello Sport», al quale andava il merito di aver ideato le “popolarissime” di nuoto, manifestazione di grande successo che, dopo la morte per un incidente aereo avvenuta a Castelgomberto (Vicenza) il 21 maggio 1918, gli fu intitolata.

Terminò il grande conflitto mondiale e tornarono ad essere organizzate gare e Campionati, ma di Giongo nessuna traccia. A sorpresa nel 1922 inviò una lettera alla «Gazzetta dello Sport». Il tono della missiva nulla aveva a che vedere con il personaggio d’anteguerra: pregava il quotidiano sportivo milanese di “non mandare corrispondenti e che non parlino di records! Io desidero semplicemente fare delle gare”. Aveva superato i 30 anni d’età e soprattutto la lontananza dalle gare era durata sette stagioni. In realtà la stoffa del campione c’era ancora tutta e ai Campionati italiani si piazzò secondo sui 200 metri preceduto da Paolo Bogani, anch’egli della Virtus Bologna, e conquistò il titolo nella 4x400 con il quartetto felsineo. Bisognava solo oliare un po’ le articolazioni. Ma il vero rivale da battere non era il compagno di squadra bolognese, ma un biondino di Pola, Vittorio Zucca. Questo atleta istriano si era presentato ai Campionati italiani del 1919 praticamente sconosciuto. Provenendo dalle “Terre redente” non si avevano notizie dei suoi risultati, ammesso che ne esistessero, ottenuti negli anni precedenti. Raggiunse la finale dei 100 metri e fu l’unico concorrente a partire in piedi, cosa che non gli impedì di vincere con il tempo di 11”3/5; ma molti espressero dubbi sul suo effettivo valore. Il velocista giuliano rivelò tutta la sua classe nel 1920, grazie anche alle cure dello statunitense Platt Adams, tecnico ingaggiato dalla FISA – la Federazione di atletica leggera dell’epoca – per selezionare gli atleti da inviare ai Giochi di Anversa, che gli insegnò come partire con i quattro appoggi. Si fece valere nelle preolimpioniche, superò le batterie venendo però eliminato nel turno successivo ai Giochi, corse i 100 metri in 10”7 e infine vinse i 100 e 200 metri ai Campionati italiani. Aveva due difetti: una fragilità muscolare che frequentemente gli causava infortuni e la passione per il calcio, attività che spesso interferiva con l’impegno nell’atletica.

Nonostante avesse fatto registrare alcuni tempi incoraggianti nei primi mesi del 1923, le trasferte di Giongo a Londra e Parigi furono piuttosto deludenti, con un rendimento ben diverso rispetto a quanto fece vedere verso la fine di giugno a Bologna nei Campionati nazionali, dove fu stimolato dalla presenza del velocista di Pola. Nella finale dei 100 metri Giongo e Zucca piombarono assieme sul traguardo. Se sul tempo non c’erano dubbi, un ottimo 10”4/5, l’ordine d’arrivo fu controverso. Scrisse Erardo Mandrioli: “Fra Zucca, primo indiscutibilmente a due metri dal traguardo e l’incalzante Giongo, che è caduto più che non si sia buttato sul traguardo in un estremo e disperato sforzo, la distanza sul filo di lana è stata impercettibile. Dei quattro giudici d’arrivo, tre sono stati in favore di Giongo, mentre uno solo si è pronunciato per Zucca”. Il giorno dopo Giongo si impose con 22”3/5 anche nei 200 metri dove il velocista istriano, vistosi staccato dagli avversari, si ritirò a 30 metri dal traguardo, ma venne ugualmente classificato in quarta posizione. Il contestato arrivo dei 100 metri ai Campionati nazionali diede vita a una rivalità sportiva che si trascinò anche nei meeting esteri disputati nella prima metà di luglio e attentamente seguiti dalla «Gazzetta dello Sport» .“Vedi combinazione! Giongo e Zucca sono andati a togliersi il bruciore nientemeno che a Berlino. Di solito, passata la festa, cioè i campionati, molte lune dovevano passare prima che si riuscisse a combinare una rivincita di qualche arrivo discusso. E non sempre si riusciva. La finale dei 100 metri del 1919 e quella dei 200 del 1922 fanno storia. Questa volta invece, con buona pace di Zucchetto, la cosa è venuta presto ed all’improvviso. A Copenaghen il buon dottore s’era squagliato desiderando di riservarsi per i 200 metri, cosa che, naturalmente, non poteva non aver indotto il polese ad alzare la cresta. A Berlino invece Zucca si è dovuto accontentare di arrivare brustbreite, cioè ad un petto, come dicono i tedeschi”. Tempo: 11” netti per entrambi. L’ultima parola però spettò al polese che il 27 luglio, alla “olimpionica” organizzata allo Stadio di Roma, finalmente ebbe la soddisfazione di battere il rivale nella finale dei 100 metri. I due furono divisi al traguardo da un decimo di secondo: 11”1 a 11”2. Fu l’ultima volta che si incontrarono e per Giongo si concluse una carriera importante, con 11 titoli nazionali vinti e una lunga lista di primati all’attivo. 

Se era terminato il periodo dei confronti in pista, era invece cominciato quello delle polemiche dirigenziali, che lo videro battagliare in precongressi e congressi della FISA sui temi delle forti spese e dei bilanci federali. In particolare si impegnò per lo snellimento del programma dei Campionati dove erano ancora inserite gare come i 20.000 metri di corsa in pista, i salti senza rincorsa, il lancio della pietra e la palla vibrata. Ma la sua principale attività era quella di medico. Divenne uno stimato professore universitario di radiologia. Morì a Milano il 28 dicembre 1981, alla veneranda età di novant’anni.

(parte seconda - fine)

Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Agosto 2021 16:25
 
Franco Giongo: classico bolognese ciarliero e mattacchione, e un po' esibizionista PDF Stampa E-mail
Mercoledì 04 Agosto 2021 17:00

Bentornato sulle nostre pagine Alberto Zanetti Lorenzetti, già autore di ricerche interessanti sull'atletica italiana degli esordi, parliamo di fine secolo XiX e primi venti anni del XX. Chiariamo: non era sparito lui, siamo stati noi di questa affollata redazione a tenere in freezer alcune sue ricerche. Che, statene certi, pubblicheremo. A seguire trovate la prima parte di una documentata ricostruzione dell sfide che Franco Giongo, miglior velocista nei primi due decenni del Novecento, affrontò con altri sia italiani sia stranieri. Sarebbe inutile dirlo, ma lo diciamo lo stesso: coloro che vogliono sapere quello che è successo agli albori del nostro sport, da un articolo così hanno solo da imparare.

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Campionati italiani 1914: Franco Giongo, a sinistra, e Emilio Lunghi, in un accanito testa a testa

 

Una carriera piena di sfide

di Alberto Zanetti Lorenzetti

Nella lunga storia dell’atletica leggera spesso l’attenzione è richiamata dalle sfide fra i campioni più rappresentativi. D’altronde, da sempre, la rivalità agonistica non solo ha una positiva funzione di stimolo al miglioramento delle prestazioni, ma è anche un ottimo veicolo di propaganda. Negli anni precedenti alla Grande Guerra l’atletica italiana aveva in Franco Giongo l’elemento migliore nel settore della velocità, mentre Emilio Lunghi era l’indiscusso dominatore del mezzofondo: si trattava di due dei pochi personaggi di valore internazionale espressi fino a quel momento dall’Italia. I due non esitarono a confrontarsi con avversari al di fuori dei confini nazionali, ma anche fra di loro. Giongo si esibì in mezza Europa ottenendo lusinghieri risultati sulle brevi distanze, mentre Lunghi, all’indomani dei Giochi di Londra, attraversò l’Atlantico per affinare le doti di mezzofondista. Date le caratteristiche dei personaggi, il terreno di confronto fra i due non poteva che avvenire principalmente sui 400 metri. Il genovese Lunghi ebbe fra il 1908 e il 1909 l’apice della carriera grazie alla medaglia d’argento olimpica degli 800 metri conquistata a Londra e ai brillanti risultati ottenuti l’anno seguente in Nord America, culminati con i primati mondiali degli 800 metri (uguagliato) e delle 880 yarde. Nelle stagioni successive perse un po’ di smalto, restando comunque uno dei nostri atleti di punta, tanto da poter partecipare all’Olimpiade di Stoccolma.

Scrivendo della poco brillante spedizione calcistica capeggiata da Vittorio Pozzo in terra di Svezia, Gianni Brera ebbe occasione di inquadrare il personaggio-Lunghi:“Pozzo spiegherà questa iattura con i dati logistici, come usa da sempre. Lamenterà anche le frequenti apparizioni fra i suoi bravi ragazzi di Emilio Lunghi, il più classico e sciagurato dei mezzofondisti azzurri. Il biondo Lunghi è un genovese di VillanterioÈ già stato secondo a Londra sugli 800 metri. I cronisti nordici lo hanno battezzato l’uomo-cavallo. Correva benissimo, si allenava male. Andava molto volentieri a donne, dalle quali era ricercatissimo, e incitava gli azzurri del calcio a imitarlo. Vittorio Pozzo ne era molto sdegnato. Emilio Lunghi vantava clamorosi successi sulle vichinghe e turbava, secondo Pozzo, i prodi azzurri, malamente deconcentrati da quel gaglioffo. Verrebbe da dirgli: cùntela giusta”.

Franco Giongo, classe 1891, è stato definito “classico bolognese ciarliero e mattacchione”, ma era anche personaggio che non si tirava indietro quando c’era da far polemica. Sugli avversari aveva un grosso vantaggio: gli studi in medicina gli permisero di far tesoro delle tecniche più avanzate dell’allenamento. Raggiunse i vertici della velocità italiana in brevissimo tempo. Nel 1909 era a Milano, dove frequentava il Liceo Manzoni. Iniziò la stagione vincendo i 100 metri del Campionato studentesco meneghino con un modesto 12”2/5, ma ben presto i riscontri del cronometro cambiarono. Dopo essere arrivato al secondo posto ai Campionati regionali lombardi in maggio, preceduto da Giovanni Gama, il 4 luglio a Valenza venne nuovamente battuto sui 100 metri, ma dal novarese Guido Brignone, campione nazionale della distanza. Il 25 luglio a Brescia in Campo Fiera – area non lontana dall’impianto dedicato a Sandro Calvesi, luogo dove Sara Simeoni divenne primatista mondiale di salto in alto, e ancora oggi impraticabile dopo anni di attesa d’esser bonificato dai veleni riversati da una vicina industria – era in programma una gara sui 100 metri che furono ridotti a 95 per le pessime condizioni del terreno negli ultimi metri del rettilineo. Giongo corse in 10”4/5, lasciando Brignone a mezzo metro. Il risultato era tanto clamoroso che venne organizzata la rivincita a fine agosto in una riunione internazionale all’Arena, ma il piemontese marcò visita e Giongo dovette confrontarsi con il campione lombardo Gama, battendolo sui 100 metri in 11”2/5. La settimana successiva a Pallanza eguagliò il primato nazionale correndo in 11” netti ed entrò a pieno titolo nel ristretto numero dei migliori velocisti nazionali. Nelle gare d’attesa dell’arrivo della maratona tricolore all’Arena, il 19 settembre non solo vinse i 100 metri, ma dimostrò di essere anche un buon quattrocentista battendo il torinese Roberto Bacolla.

Il 1910 iniziò con una gara impegnativa: il 2 gennaio a Lido d’Albaro si presentò alla partenza dei 400 metri, indossando la casacca dell’Athletic Club di Torino. Giunse terzo, battuto da Emilio Lunghi e Massimo Cartesegna. Troppo presto per sfidare il genovese su quella distanza che però lo vide maturare rapidamente, tanto che all’inizio maggio a Genova, vinse i Campionati nazionali individuali della Federazione Ginnastica. Per la seconda volta, era il 19 maggio, Giongo e Lunghi si affrontarono, ma sui100 metri. Sulla breve distanza – palcoscenico Piazza d’Armi di Ferrara – fu il genovese a dover soccombere, rimediando un distacco di due metri al traguardo. Da quel momento Giongo iniziò a rivolgere le sue attenzioni all’estero andando a cogliere qualche successo in gare ad handicap in Inghilterra, ma soprattutto vincendo con il tempo di 23” netti il Prix Ravaut a Parigi. Nell’intervallo fra le due trasferte estere vinse ai Campionati italiani i 100 e 400 metri, oltre alla staffetta 4x400 yarde conclusa con tanto di primato nazionale, ma al Velodromo Milanese rimediò una sonora sconfitta nella sfida con l’anziano campione Umberto Barozzi sui 240 metri. Aveva concesso dieci metri di vantaggio al “vecchietto” eporediese. Troppi.

Il confronto fra i due campioni riprese il 12 marzo 1911, a Milano. Al campo dell’Unione Sportiva Milanese Giongo vinse i 100 metri in 11” netti e mise in discussione il predominio di Lunghi sui 400, correndo in 52”3/5. Si mise in testa fin dall’inizio e Lunghi, vistosi battuto, rallentò nel finale concludendo in 54”3/5, per poi andare a vincere la gara dei 400 ostacoli. Un nuovo confronto avvenne a Firenze, il 21 maggio, all’ippodromo della Mulina. Il genovese tagliò primo il traguardo in 54”1/5 distanziando Giongo di 6 metri, ma la sfida al rivale sul suo terreno, i 100 metri, lo portò a rimediare una sconfitta, venendo staccato di due metri. 11”2/5 per il vincitore. Giongo, sfoggiando la sua caratteristica tuta-pigiama, iniziò a gareggiare in mezza Europa: Dublino, Londra, Bruxelles e Marsiglia. Rientrato in Italia fu autore di una doppietta – 100 e 400 metri – ai tricolori di Roma, dove Lunghi saggiamente si impegnò su altre distanze, vincendo i 1000 metri e lasciando abbastanza platealmente la vittoria a Cartesegna nella gara delle siepi, allora lunga 1200 metri. Nei 400 Giongo fu protagonista di una controversa vicenda: dopo aver aderito alla energica polemica dei più forti atleti contro i giudici, culminata con la decisione di boicottare la finale, si presentò alla partenza tra mille discussioni e l’irritazione dei compagni di squadra, cosa che gli diede una facile vittoria, ma pregiudicò lo scontato successo nella staffetta del miglio.

(parte prima - segue)

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Agosto 2021 06:43
 
Una maratona dal social-comunismo al fascismo: il figliol prodigo Donato Zanesi PDF Stampa E-mail
Lunedì 02 Agosto 2021 10:01

In questa seconda puntata (abbiamo pubblicato la prima non molti giorni orsono) Sergio Giuntini ci racconta la trama della novella scritta da Nino Salvaneschi nel 1921, novella inserita in una raccolta, un libretto di 180 pagine, dal titolo “Il knock-out di Rirette. Novelle sportive”. Nino Salvaneschi, chi era costui? Nacque a Pavia nel 1886, morì a Torino nel 1968; partecipò alla Prima Guerra Mondiale in Marina, fu tra i primi a pilotare i tristemente famosi Mas, porigni pilotati che servivano per affondare le navi nemiche. Nel Dopoguerra divenne convinto pacifista. Una tragedia lo colpì nel pieno della vita: nel 1923, a 37 anni, perse completamente la vista a causa di una incurabile malattia agli occhi. Questa condanna lo condusse a una fede profonda e vissuta, che tradusse in molti scritti. Di Salvaneschi qualcuno ha detto che fu «scrittore insolito e originale». Ne è testimonianza la novella «Il vincitore della Maratona» che egli dedica a Gustavo Verona, uno dei giornalisti che hanno lasciato una orma profonda nella storia del giornalismo sportivo italiano, redattore capo (in effetti direttore) de «La Stampa Sportiva» dal 1905 al 1924. Il settimanale illustrato torinese, pubblicato a partire dal 1902 come supplemento a «La Stampa», era, in formato più piccolo il fratello gemello del francese «La vie au grand air», tanto che talvolta retortage e fotografie erano le stesse. Il settimanale sportivo torinese chiuse i battenti a metà degli anni '20, Gustavo Verona aveva già lasciato la sua gestione editoriale.

Adesso tocca a Sergio.

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Copertina del libro originale del 1921 che raccoglie le novelle sportive scritte da Nino Salvaneschi (Collezione privata)

All’interno di questa tesa cornice storica, nella sua novella Salvaneschi (peraltro un po’ approssimativo sull’esatta lunghezza della maratona) inscenava, come detto, il solenne pentimento del maratoneta Zanesi, così da elevarlo a metafora dell’irreversibile disfatta del “biennio rosso” social-comunista:

La Casa degli atleti era al completo. Da ogni parte d’Italia, corridori, saltatori, discoboli, sprinters, hurdlers, maratoneti, lanciatori di disco e di giavellotto, erano arrivati a ondate, riempiendo le sale di quella severa scuola fiamminga, colla loro giovinezza ardente. I dialetti d’Italia si incrociavano pittorescamente nelle notizie di allenamento più varie. Gli ultimi arrivati erano i più curiosi di sapere le migliori performances dei campioni e degli avversari più noti: gli svedesi e gli americani sopra tutto. - E Paddock, in quanto i cento metri? - 10”4/5. - E Thomsom, come fa i 110 ostacoli? - in 15”4/5. - E Hill? - È in forma? Forse nei 1500. Li copre in 4’ e qualcosa. - E il finlandese Lemminkainen? - Va bene. Ma c’è l’inglese Strebb. Zanesi si piazzerà decimo nella Maratona. Le domande e le risposte, si controbattevano fredde, rapide, incalzanti, come in un assalto di scherma. Stile sportivo: stile veloce. Nel cortiletto, intanto, vicino alle sale del massaggio, una ventina di atleti continuavano a cantare sino a sgolarsi l’inno dell’”Internazionale”: “Alla riscossa, bandiera rossa trionferà”. Erano gli stessi campioni che avevano fatta la loro solenne entrata nella Casa degli Atleti, al canto dell’inno rivoluzionario, e che alla vigilia della grande inaugurazione dell’Olimpiade, non avevano voluto sfilare insieme ai compagni, dietro la bandiera d’Italia, e per omaggio al Re del Belgio. - Ma che bandiera d’Italia e Re del Belgio! - Non ci sono bandiere, perché c’è quella rossa! - Non ci son più re, perché il popolo è sovrano! - Non ci sono più bandiere di altri paesi, perché c’è l’Internazionale! Qualcuno aveva tentato di reagire. Croci, il giovane sprinter gallaratese aveva detto infatti: - Ma infine siamo tutti qui a difendere il nome e la bandiera della Patria. Allora l’anarchico Zanesi, si era avanzato di un passo e aveva detto gravemente: - La Patria è dove si mangia! Donato Zanesi era stato un valoroso in fanteria, “Cinquantaduesimo”. Brigata Alpina “Peppino Garibaldi”. Mostrine verdi e fazzoletto rosso. Ferito e decorato, aveva fatto la guerra senza darle importanza. Come una Maratona in grande. Ritornato in patria, dalla Francia, era stato uno di quei tanti che le correnti socialistiche e bolsceviche, avevan travolto. - La guerra è stata tutto un trucco dei capitalisti -. La bandiera è buona per i mangiapane a tradimento. Questo il suo Vangelo come cittadino. Come uomo di sport, era un magnifico corridore di fondo. Aveva compiuto in allenamento i 42 chilometri e 750 metri della Maratona in 2 ore e 44’. Campione d’Italia, non voleva saperne d’indossare la maglia tricolore. Così il cittadino e il corridore erano in grave conflitto tra loro poiché il corridore doveva difendere alle Olimpiadi l’onore sportivo di una Patria e di una bandiera, che il cittadino non ammetteva. E forse per questo correva sempre con la maglia rossa. Ma l’anarchico non aveva ancora capito che una vittoria non può essere comunista”.

Con questa sua ultima affermazione: «Una vittoria non può essere comunista», Salvaneschi esternava apertamente la propria partigianeria politica. L’avversione per quelli che, allora, venivan definiti tentativi di fare in Italia come in Russia. Tant’è, sin lì anarchico e internazionalista tutto d’un pezzo, Zanesi si rimangerà tutto il suo sovversivismo una volta entrato da vincitore nello stadio. Il colpo di scena riparatore e a lieto fine riservatoci dalla novella:

Ecco lo stadio! La folla diventa marea. Ondate di pubblico  si erano rovesciate sulla strada, lasciando appena libero il piccolo sentiero per i due corridori. Ecco l’entrata allo stadio […], un applauso delirante accolse allora i due campioni. La musica intonò una fanfara di guerra. E gli applausi della folla si accordarono ritmicamente colle trombe e coi tamburi. - “Vive l’Italie” “Macaroni! Macaroni! Macaroni!” era per lui, dunque! Ah lo avrebbe preparato il piatto di macaroni per l’inglese! Il giorno prima, nessuno si era accorto dell’Italia! Diede un’occhiata al suo rivale. Vacillava. Pallidissimo, aveva un passo d’ubriaco. Guardò il traguardo lontano tre quarti di giro di pista. Allora, chiamando a raccolta le forze del suo cuore, l’italiano chiuse gli occhi e mordendosi le labbra, in uno sforzo poderoso staccò l’inglese, che vinto si afflosciò a terra, come un mucchio di stracci, rinunciando alla prova. Sentiva nelle orecchie il frastuono di tutta la folla, e le trombe acute di quella fanfara. Vide suo padre, sua madre a casa, che attendevano la notizia insperata, i suoi amici, il suo club, la sua Brescia […]. Pensò alla casa e all’amore; in una parola alla Patria… E tagliò il traguardo, velocissimo, le braccia alte, quasi a presentare la vittoria al cielo, gridando per la prima volta in vita sua: - Viva l’Italia! Due ore, 35’46”! Allora in una tempesta di applausi, al suono grave della Marcia Reale, la bandiera italiana si issò lentamente sull’alto pennone dello stadio, più alta di tutte quelle che la circondavano. L’anarchico, ancora tutto vibrante per la corsa magnifica, fissava la bandiera tricolore, che il suo sforzo poderoso di due ore 35’46” aveva fatto alzare lassù. E gli parve che il cielo fosse troppo piccolo per contenere tanta gioia. Si guardava intorno. Per l’ampio stadio, la folla immobile, ritta in omaggio della vittoria procurata da lui, e da lui solo, salutava la bandiera trionfante del suo Paese. L’anarchico si sentì le lacrime agli occhi. Guardò a terra, commosso sull’erba, vicino a lui, vide un campione svedese dei lanci di giavellotto intento a massaggiarsi le gambe. Come mai non si alzava costui? Perché stava così sdraiato? Non aveva salutato lui il giorno prima la vittoria del disco? Gli assestò un pugno formidabile sulla testa, e gli disse secco, in tono che non ammetteva repliche: - Ohè! Alzati. Saluta la bandiera del mio Paese”.

Utilizzando pedagogicamente la parabola del “figliol prodigo” Zanesi, la sua nemesi che da trionfatore lo portò come Frigerio a inneggiare alla “madre” Italia, Salvaneschi sanciva retoricamente, patriotticamente, l’aprirsi della nuova era storica dominata dal fascismo mussoliniano. Una forza ideologicamente erede dei valori esaltati dal Futurismo, che nello sport investì molto sia a livello simbolico che materiale. Atletica leggera inclusa, ma compressa all’interno della rigida camicia di forza di un regime totalitario.

(parte seconda - fine)

Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Agosto 2021 15:32
 
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