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Auguste Maccario, le petit coureur ligurien champion dans la Principauté (6) PDF Print E-mail
Thursday, 20 August 2020 00:00

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Le foto, in senso orario, da sinistra: Maccario, in canotta bianca, attorniato da altri atleti. Foto di gruppo per alcuni degli italiani in allenamento per Anversa: il primo a sinistra, il più alto, è l'allenatore americano Platt Adams; Maccario, a torso nudo, è il primo seduto a gambe incrociate a sinistra, vicino a lui il velocista Vittorio Zucca, nella stessa fila con la maglia a strisce orizzontali Carlo Speroni; in alto, quarto da sinistra Oprando Bottura, giavellottista, e ultimo Giorgio Croci, velocista; dei tre al centro, a sinistra, Ugo Frigerio, e a destra Donato Pavesi, con l'immancabile cappelletto bianco e nero. In basso, partenza dell' ultina gara di Maccario, un 5000 metri nelle strade di Monaco; a sinistra, suo figlio Fernand

 

Verso la conclusione. Con questo «capitolo» concludiamo la lunga storia dell'atleta Augusto Maccario, nativo di Ventimiglia ma vissuto gran parte della vita nel vicino Principato di Monaco, dove fu atleta attivo, vincente e rispettato. Per l'evento più importante della sua carriera, i Giochi Olimpici - ricordiamo: 1920, Anversa, VII Olimpiade - corse per l'Italia, come era sacrosanto, la sua nazionalità quella era. Eppure, i monegaschi, non se ne sono impossessati, pur sempre considerandolo uno dei loro. Dopo i primi due «capitoli» raccontati da Alberto Zanetti Lorenzetti, sui rimanenti abbiamo abbondantemente attinto a pubblicazioni storiche monegasche, che ci aiutano anche per queste righe conclusive.

Lo avevamo lasciato nel 1917, lo riprendiamo nel 1919, a guerra finita, che aveva inghiottito nella sua macelleria umana anche quel grande campione marsigliese, Jean Bouin, che spesso sulle strade rivierasche era stato suo avversario. "Maccario continue d'accumuler les victoires en France et en Italie. A Gênes il zigzague entre le tramways et trionphe devant une foule en liesse où presque tous les hommes portent la canotier". Quello stesso anno, il 12 ottobre, a Milano, sulla pista dell'Internazionale Football Club in via Goldoni (sviluppo di 337 metri) vinse il titolo nazionale sui 10.000 metri in 33:08.0, facendo gara da solo, se ne andò dopo due chilometri; dietro il bergamasco Costante Lussana (classe 1892), poi il romano Ettore Blasi (1895); al quinto posto uno degli «antenati» del podismo bresciano, Giacomo Madei (nato a Brescia il 18 dicembre 1887). Maccario quell' anno vestiva la canottiera dello S.C. Virtus Genova."Ce titre est Historique car s'est le seul obtenue en senior masculin sur piste par un athlète licencié dans un club de la Principauté...Auguste restait licencié à l'Herculis pour le compétitions en France. Le règlement ne l'interdisait pas à l'époque. Maccario s'entrenaît depuis toujours à Monaco et l'Herculis peut donc partager la gloire de ce titre avec le club Gênois". 

1920 - Fu l'annus mirabilis. Il 4 gennaio esordì con la vittoria nel Challenge Dubonnet a distanza di nove anni dalla prima. "Le Monégasque a enlevé la première place dans un style éblouissant, làchant le peloton au troisième kilométre et terminant sans être inquiété".

Della infelice, meglio tragicomica, vicenda del campionato nazionale di corsa campestre, ha accennato Zanetti Lorenzetti. Il 29 febbraio la gara dovette essere annullata per il marasma generale; Maccario, con una progressione eccezionale, raggiunse nei 500 metri finali Ambrosini e lo staccò. La Federatletica del tempo (la F.I.S.A.) annullò. Ripetizione l'11 aprile, sempre al Lido di Albaro: vinse indisturbato Carlo Martinenghi, originario della provincia di Pavia. Maccario finì sesto. Gara annullata: troppo corta, non rispettava le distanze previste nel regolamento. Roba da comiche. Fra i due finti campionati nazionali, Maccario vinse un 5000 a Nizza (21 marzo) in 16:17.0. Questa la sanno in pochi: l'ultimo giorno del mese di agosto il nostro corse a Brescia, dieci giri della pista che allora stava in via Cesare Lombroso, totale 3500 metri; vinse rifilando undici secondi al monzese Ernesto Ambrosini (11:16 a 11:27), non uno qualunque, era medaglia di bronzo sui 3000 siepi ai Giochi Olimpici di Anversa, metallo che aveva vinto da pochi giorni, il 20.

Della epopea olimpica ci ha raccontato diffusamente il nostro AZL. Una sottolineatura: Maccario fu quarto dietro a due grandissimi corridori come Paavo Nurmi (al suo primo titolo olimpico, qualche giorno prima aveva perduto l'oro sui 5000 metri) e Joseph Guillemot (campione proprio su questa distanza); terzo il britanno James Wilson, che quello stesso anno, vestendo i colori della Scozia aveva vinto l' International Cross Country Championships; lo stesso Wilson che nel 1914 aveva corso lo stesso campionato con la maglia England e fu sestoQualche altra aggiuntina sulla finale dei 10.000 metri olimpici. Cominciamo col dire che di quella edizione dei Giochi non esiste il Rapporto Ufficiale perchè il Comitato Organizzatore era rimasto senza un quattrino. Il tutto fu ricostruito sulla base delle annotazioni, a mano, del segretario del Comitato, e molti anni dopo. La versione più gettonata di quella finale ci racconta che per i primi tre i tempi furono rilevati, per gli altri sono solamente «stimati», e quindi anche quello del nostro bravo Augusto. Ma qual è la stima? Scrisse Marco Martini che "francesi in tribuna gli presero 32:04.0". Bill Mallon, David Wallechinsky e Ekkehard zur Megede scrissero nelle loro pubblicazioni 32:02.0; comunque ufficioso e quindi non omologabile come primato italiano (che era di Dorando Pietri con 32:18).

Sapete come festeggiò Nurmi il suo primo titolo olimpico? Appena superato il traguardo dopo la volata, il francese gli vomitò sulle scarpe. Il motivo del malessere di Guillemot era da attribuire ad una cambio dell'ultimo minuto nell'orario di partenza della finale, che era fissata dal programma ufficiale alle 17.30 e invece fu spostata alle 14.15. Come mai? Il re del Belgio, Alberto I, aveva chiesto lo spostamento per poter presenziare ad un evento artistico. Il povero Joseph aveva appena finito di fare il suo pasto quando fu chiamato, inaspettatamente, alla partenza, con tanti saluti alla digestione.

1921 - Nel Principato, sul finale dell'anno precedente, venne fondata una nuova società sportiva: Monaco-Sports, che riprese la corsa Tour de Monaco, che era stata abbandonata anni prima. Ed è Maccario (passato con i colori del nuovo club) che la vinse (2 gennaio). Ultima apparizione del nostro, il 27 marzo, terzo classificato in un 5000 metri sulle strade del quartiere Fontvieille (15:49, contro 15:35.2 di Léon De Nys, di origine belga).

1927 - A soli 37 anni, il 16 ottobre, moriva Augusto Maccario. Il 20 novembre, il club White Star di Beausoleil organizzò un cross in sua memoria.

Fernand Maccario - Negli anni '30-'40, che seguono la morte del padre, si fece onore nello sport pedestre il figlio Fernand, anche lui di piccola statura, pare identico al padre. Gareggerà fino a metà degli anni '40, insieme a Emile Battaglia, ritenuto il miglior atleta monegasco di tutti i tempi. Nel 1939 (23 aprile) venne inaugurato lo Stadio Louis II; nell'occasione Jacques André migliorò il primato francese dei 200 metri ostacoli, succedendo a suo padre: il grande Geo André. Il nuovo stadio monegasco ospiterà, nel mese di agosto, la ottava edizione dei Giochi Internazionali Universitari.

Dobbiamo un sentito ringraziamento a Jacques Candusso, autore del libro «L'Athlétisme a Monaco 1890 - 2006», fonte primaria per questa lunga ricostruzione della carriera di Augusto Maccario.

Last Updated on Tuesday, 25 August 2020 04:29
 
...e se ce le togliessimo dai cabasisi 'ste elezioni federali, che ne dite? PDF Print E-mail
Saturday, 15 August 2020 08:00

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Sembra - meglio essere cauti - che le elezioncine sportive si faranno alla normale scadenza del quadriennio. Diciamo «sembra» perchè viviamo in un Paese dove ciò che pare granitica verità a pranzo, diventa materia da Santa Inquisizione a cena. Parecchi di noi (nella totale accettazione di opinioni diverse) non hanno mai capito perchè si disguisiva, come se fosse una roba seria, di rinvio di un anno di tutte 'ste cariche federali, conifere, regionali, locali, condominiali. Virus? E che c'azzecca il virus con tutto questo? La scadenza è quadriennale? E quadriennale sia. Ma non son fatti i Giochi Olimpici...e allora? Si faranno un giorno o l'altro. Pensate se non si dovessero fare nel 2021: le auree natiche degli occupanti le poltrone rimarrebbero ancora salde sui loro scranni? E se, metti caso, il Giappone decidesse che non se ne fa più niente? Impossibile. E chi l'ha detto? Tre giapponesi su quattro sono ormai strastufi di Olimpiadi, dicono i sondaggi.

Vabbuò, vada come vada, a noi dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana «Bruno Bonomelli» poco o nulla interessa. In 26 anni di nostra vita non abbiamo mai ricevuto un segno, neppure microscopico, di interesse per il lavoro di ricerca (non di scopiazzatura banale) sulla storia del nostro movimento atletico nazionale. E quindi non ci aspettiamo niente dalle investigazioni epatiche degli aruspici.

Abbiamo iniziato da questo argomento per introdurre il nuovo numero di «Trekkenfild», pubblicazione on line di cui ormai conoscete tutto, visto che ne rilanciamo da anni i contenuti. Argomenti vari, anche variopinti, di piacevole lettura. Una linea in più per quella che è stata la «storiaccia» dell'atletica italiana di questi ultimi anni (altre in passato ce ne sono state) e che ha colpito in maniera ignobile tre brave persone e ancor più bravi professionisti. Sembra (vale lo stesso di cui sopra), sembra che sia stata scritta la parola conclusiva e che i tre onesti amici nostri siano usciti per la porta principale e non girevole. In questa nostra piccola organizzazione ci sono persone che dal primo istante hanno avuto chiara la visione della porcheria che stava montando, con intrecci sportivi fra palazzi e palazzetti, scantinati e retrobotteghe, interferenze evangeliche, scribacchini forse non prezzolati ma sicuramente in malafede, e tutta una schiera di ominicchi pigliainculo quaquaraquà (copyright Leonardo Sciascia). E quelli che emisero subito comunicati stampa per dire che loro erano rispettosi delle decisioni della magistratura, lasciando nella bagna i tre, hanno fatto altrettanto adesso? Non ne siamo a conoscenza, colpa nostra, se qualcuno volesse informarci, gliene saremmo grati.

Innalziamo vessili e canti, brerianamente, a Rita Bottiglieri, Pier Luigi Fiorella e Beppe Fischetto.

Il resto di «Trekk» leggetevelo, se volete, doppio click sulla copertina.

Last Updated on Saturday, 15 August 2020 15:28
 
Non c'è nessuna macchina che misuri la dignità e la capacità di sacrificarsi PDF Print E-mail
Thursday, 13 August 2020 11:05

Un nostro affezionato lettore, S.M., di Vigàta, ci ha scritto perchè gli è piaciuta molto la lettera di Alfredo Rizzo che abbiamo ritrovato in una rivista di anni fa e che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi. Scrive il misterioso lettore:" Mi sono piaciute le ironiche considerazioni di Rizzo, un atleta che in carriera ha dato tutto alla Maglia Azzurra, alla sua società, la Riccardi Milano, che è sceso in pista sempre e ovunque, che doppiava le gare per portare punti alla sua squadra, che faceva i Campionati nazionali sempre, non come oggi che sembra quasi una diminuzio gareggiare per la maglietta bordata di tricolore. Non per niente lo chiamavo tutti «il King», un vero signore. Mi prendo la libertà si segnalarvi un passaggio di un articolo di Gianni Mura, che viene ricordato in questi giorni con un bel libro che raccoglie alcuni suoi articoli sul Tour de France, la corsa che egli amava più di ogni altro evento sportivo. Pagine che fanno innamorare, scritte, si sarebbe detto una volta, in punta di penna, ma al tempo stesso con semplicità, un linguaggio piano discorsivo eppur ricco di cultura. Un grande giornalista, un grande scrittore, che ha lasciato un baratro in un giornalismo sportivo popolato da scolaretti delle scuole elementari: soggetto, verbo, complemento, oppure iperboli per cercar di stupire. Magari ci fosse qualcuno con la stessa capacità di raccontarci la nostra atletica come Mura raccontava il Tour e gli altri sport...".

Ecco il brano segnalato:"Ci sono macchine che informano sui battiti cardiaci, sulla potenza espressa in salita, sulla soglia della fatica. Non ci sono più corridori che fumano o che bevono vino rosso  al Tour. Sono tutti programmati, pesati, monitorati, guidati via radio o istruiti dal computer sul manubrio. Non ci sono, ed è un bene, macchine che misurano la dignità, la costanza, la serietà, la capacità di sacrificarsi, il coraggio e la fantasia. Non ci sono macchine che danno la proporzione dei sogni che si sognano da bambini o da adulti. Ed è un bene che non ci siano, perchè tutte le cose che ho elencato le possono valutare solo gli uomini, se vogliono, e gli uomini si sa che possono sbagliare, ma almeno hanno un vantaggio sulle macchine".

Abbiamo rintracciato l'articolo: Mura lo scrisse il 28 luglio 2014, il giorno del successo «del ragazzino Nibali», come lo chiamava lui. Come sia finito il ciclismo, e anche l'atletica, è lì da vedere. Un Requiem per Mura e per lo Sport (maiuscolo, proto, maiuscolo) che non esiste più. Vabbè, mettiamoci un «quasi», per addolcire.

Last Updated on Thursday, 20 August 2020 05:41
 
Piccole storie di atleti che si sono incontrati...fra le siepi e scavalcando ostacoli PDF Print E-mail
Saturday, 08 August 2020 15:26

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Foto non usuali per Franco Boffi. Abbiamo pescato nell'ordinato archivio del Gruppo Sportivo Montegargnano, che da 47 anni (domenica scorsa appunto questa cifra) organizza una corsa podistica a Navazzo, una piccola frazione di Gargnano, sul lago di Garda. Queste immagini riemergono a mostrarci alcuni dei protagonisti di anni felici, 1985 e 1986. Boffi, con la maglia della Pro Patria Milano, fu presente tre volte e sempre da protagonista: secondo nell'84, quinto nell'85, terzo nell'86. A sinistra: Severino Bernardini e Gianni Poli davanti, dietro Boffi e quasi attaccato Davide Bergamini. A destra: stazze diverse, ma la stessa maglia, Gianni Demadonna e Franco Boffi; a lato (n.4) Osvaldo Faustini, dietro di lui si intravvede la testa di Bergamini; sulla sinistra, Alain Capovani e il piccolo bergamasco Fausto Bonzi (ringraziamo il GS Montegargnano)

Qualche giorno fa abbiamo utilizzato la storia del nostro amico francese Luc Vollard per ricordare la finale dei 3000 metri siepi ai Giochi Olimpici di Los Angeles '84, oggi vogliamo dar spazio ai «nostri», proprio nell'ottica di incroci agostici fra atleti italiani e francesi. Siamo nel monumentale Coliseum - costruito per i Giochi del '32 -, il programma prevede tre turni per questa gara: batterie (tre, il 6 agosto), semifinali (l'8) e la finale (il 10). L'Italia manda in pista due atleti: Francesco Panetta e Franco Boffi, che, un mesetto prima, aveva vinto il titolo italiano. Anche i francesi ne schierano due: Joseph Mahmoud, pure lui champion nationale quell'anno, e Pascal Debacker, di lui più giovane, il quale corre la prima serie in maniera gagliarda, vince l'americano Brian Diemer, sesto posto per Debacker, ottavo Panetta, che passa il turno a spese del keniano Kiprotich Rono, fuori. Di ben altra stoffa Julius Korir che, nella seconda serie, fa il bello e cattivo tempo, Mahmoud controlla bene, terzo, e Boffi (settimo) fa quel che deve fare e passa il turno. Prima semifinale (promossi i primi cinque più i migliori due): garone di Debacker, secondo dietro allo spagnolo Domingo Ramón, Boffi prova a lanciare il primo chilometro, ma poi si perde (decimo). Un po' quel che succede a Panetta nella seconda (nono). 

Si prenderanno le loro soddisfazioni negli anni seguenti. Panetta campione del mondo a Roma '87, argento agli Europei '86 e oro nel '90, e un grande tredicesimo posto al mondiale di cross a Varsavia '87, con neve e ghiaccio in terra e un vento gelido polare; leggere i nomi che erano lì con lui, davanti a lui, dietro di lui, è come passare in rassegna il Gotha del fondismo mondiale del tempo. E tanto altro, una delle più belle carriere dell'atletica italiana.

Boffi, nel 1985, vinse il titolo mondiale universitario, a Kobe, in Giappone. Aggiungiamo due dettagli che ci fanno dire che questo lungo giovanotto con un cespuglio di capelli riccioluti non ha raccolto in proporzione del suo valore, ne siamo convinti. Nel 1985, ai mondiali di corsa campestre a Lisbona, fu il migliore degli italiani, ventitreesimo, insieme a gente del valore di Rob de Castella, di Antonio Prieto,di Craig Virgin, Steve Jones, e tanti altri grandi specialisti del cross. E i nostri si chiamavano Bordin, Panetta, Nicosia, Demadonna, Gozzano: furono quarti nella classifica per Nazioni, la prima volta, e se ne contano poche altre. Boffi ha una bella carriera come corridore di cross: sette volte in squadra ai Mondiali prataioli fra il 1983 e il 1991, e sempre diede il suo contributo alla squadra. Così come affrontò i Mondiali di Roma '87 con la determinazione del campione: si battè come un leone nella terza batteria, finì settimo, con l'ultimo tempo disponibile per entrare in finale (i primi quattro delle tre batterie più tre tempi ripescati). Quel 8:21.69 era e rimase il suo primato personale, farlo in una batteria in un Mondiale denota carattere.

Torniamo a Joseph Mahmoud dal quale abbiamo preso l'abbrivio per raccontarvi un po' di storie. Intanto per dire che fu quarto alla prima edizione dei Mondiali, Helsinki '83, pelin pelino dal terzo, solo 47 centesimi dal britanno Colin Reitz. Poi non riuscì più a partecipare ad un Campionato del mondo. Inoltre non era un corridore di cross, strano per uno specialista dei 3000 siepi. E gli inizi? Vestì la sua prima magliettina con il coq sul petto nel 1974, a Digne, incontro giovanile Francia-Italia, Bulgaria-Italia, Italia-Bulgaria. Era il 18 agosto. Volete qualche nome di ragazzini della serie «saranno famosi»? Sandro Bellucci (primo sui 10 km di marcia), Carlo Grippo (terzo sugli 800), Venanzio Ortis (primo nei 1500), Giuseppe Gerbi (quarto sui 3000), cui aggiungere Orlandone Bianchini e Massimo Botti (martello e disco), Giordano Ferrari (alto), Giovanni Bongiorni nella 4x4 (oggi stimato allenatore e fortunato padre di una signorina, Anna, che va forte: 11.30 e 23.31 nello sprint).

Ancora, stavolta a cavallo della Bassa Padana. Asta: al quarto posto spunta il nome di Ettore Colla, piacentino di Roveleto di Cadeo, pochi chilometri fuori dalla città, famiglia benestante di imprenditori caseari; lui dotatissimo ma estroverso, lo allenava Edmondo Ballotta, non uno qualsiasi, in una altalena di rapporti del tipo «ti alleno - basta, non ti alleno più». Saliamo a Nord, provincia di Brescia. Dietro a Bellucci, Vittorio Canini, un gran bel marciatore. Sulla pedana del lungo, distese le sue lunghe leve Maurizio Maffi, di Palazzolo sull'Oglio, allenato da un personaggio fatto a modo suo come Bruno Mahony. Maurizio quel giorno smosse la sabbia a 7 metri e 55 centimetri, che, ci crediate o no, oggi Anno del Signore 2020, è ancora la seconda prestazione bresciana dopo 46 anni! Che venga avanti il progresso se è presente! Maffi quattro anni dopo fece anche meglio ma vestiva la canottiera di una società non bresciana: 7.75 a Pavia nel 1978. In effetti è il miglior risultati ottenuto da un atleta di nascita bresciana. Ma su questo tema si son sempre fatti un sacco di casini, ognuno va per la sua tangente.

Ritorniamo a frugare fra le siepi. Vinse il giovanotto venuto da una terra di Berberi. Dietro, uno ragazzo cresciuto...nell'ombelico d'Italia, Rieti. Mitico il club, l'Alco Rieti di Sandro Giovannelli e Andrea Milardi. Nome e cognome: Antonio Patacchiola, classe 1955. Si era ben comportato nei cross: nono al Campionato allievi (primo Ortis), poi ancora ottavo alla «Cinque Mulini  dei giovani» (sempre Ortis primo su Gianni Demadonna). Poi la pista: Campionati nazionali, primo Matteo Lo Russo, secondo l'Antonio; incontro Italia - Jugoslavia, stessa storia, che si inverte a Digne: il francese davanti nettamente, secondo Patacchiola, lontanissimo Lo Russo. Chiude la stagione con un miglior crono sui 2000 siepi di 5:45.4, il tempo dei Nazionali a Torino.

Ci fu un secondo episodio agonistico nel quale Mahmoud, rappresentando la Francia, incrociò gli italiani. Quattro anni dopo, il 12 agosto1978, a Pisa, un Italia - Francia Under 23, che poi si sarebbero chiamati «promesse», per i francofoni «espoirs». Mahmoud beccò duro da Giuspìn Gerbi: 8:39.0 a 8:49.3. Il minuto torinese due anni più tardi, a Giochi falcidiati di Mosca, otterrà un bel sesto posto olimpico. A Pisa, contribui anche con il suo piazzamento (secondo) sui 5000 al sonoro successo dei giovanotti nostri: 270 a 162. Sulla pista dello Stadio Garibaldi ritroviamo parecchi di quattro anni prima: Giovanni Bongiorni  (400 e 4x4), Massimo Botti che rivinse il disco, un Bianchini ancora cresciuto di stazza vinse il marteau, e eccolo di nuovo, il Maurizio Maffi di cui sopra, secondo con 7.69.

Punto. Con questo ci congediamo da chi ha avuto la pazienza di seguirci, ma noi siamo di quelli che pensano che non esistono solo i campioni olimpici - che incensiamo hora et semper -  ma che le pagine del libro dell'atletica sono state compilate da tantissimi portatori d'acqua, a volte anche modesti. Ma pur sempre preziosi.

Last Updated on Saturday, 08 August 2020 21:21
 
Alfredo Rizzo: «La vita del campione deve essere una faticaccia terribile» PDF Print E-mail
Friday, 07 August 2020 18:16

Cerchi qualcosa, un articolo, un risultato, una foto, e t'inciampichi (romanesco) in qualcos'altro che attira la tua attenzione. Avevamo fra le mani la raccolta - religiosamente rilegata e conservata - della rivista «Atletica Leggera», quella di Vigevano, come si usava etichettarla per distinguerla da quella romana, federalfidalina. Anno 1985, copertina dedicata a Sergey Bubka con bella maglia rossa con tanto di falce e martello dell'Unione Sovietica, foto Olympia. Lui, il Sergey, sfoggiando un paio di sottili baffetti, aveva valicato il tetto del mondo, di allora, sulla pedana dello Stadio Jean Bouin, quello che sta a Charléty, XIII Arrondissement di Parigi: sei metri, piegando la pertica ai suoi muscoli e alla sua volontà e imponendole di proiettarlo oltre quell'asticella. Era il 13 luglio. Una estate calda quella per i primati dell'atletica: Cram, Aouita, l'Albertino Cova nostro, Povarnitsin e Paklin (salto in alto, per i deboli di memoria), Ulf Timmermann, forse il più bel pesista, non come avvenenza ma come proporzioni, che ci sia capitato di vedere. E le donne: Petra Felke (tirava il pilum, giavellotto ai tempi dei romani), Ingrid Kristiansen, Mary Decker-Slaney, Zola Budd, Heike Daute-Drechsler, Sabine Bush (il giro di pista con dieci ostacoli). Che estate, quell'estate!

Ma non su dati numerici vogliamo catturare la vostra attenzione, ma una lettera. Ne fa cenno Dante Merlo, direttore di quella pubblicazione, nelle ultime due righe del suo scritto iniziale: "...nella preoccupata lettera scrittaci da Alfredo Rizzo, un mezzofondista d'altri tempi al di sopra di ogni sospetto". Alfredo Rizzo versione Gian Maria Volontè, dirigente di Pubblica Sicurezza a cui nel film «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» non viene mai dato un nome e un cognome (ricordate? musica di Ennio Morricone che se ne è andato pochi giorni fa...a dirigere il coro degli angeli).

Dunque, che c'era scritto nella lettera di Alfredo «King» Rizzo (il mese scorso, il primo luglio, al traguardo numero 87, auguri in ritardo) indirizzata a Dante Merlo? Prendeva spunto da un Convegno scientifico (allora andavano molto di moda in atletica), presente il Pontifex Maximus del momento, prof. Francesco Conconi dalla Ferariae Universitas, e tanti luminari, tutti ben foraggiati per portar acqua al binomio scienza-sport. Tema, fra gli altri, l'autoemotrasfusione (pratica che proprio quell'anno, 1985, fu ritenuta illecita nello sport). Leggiamo qualche brano della lettera di Rizzo.

"Come dice il prof. Conconi non c'è nulla di strano dal punto di vista medico, e ritengo che con l'evolversi dei tempi, con l'assoluta necessità di battere sempre nuovi primati, tutto o quasi possa ormai considerarsi lecito. Tuttavia, avendo anch'io in passato praticato lo sport, non posso far a meno di esaminare questa «evoluzione» dal mio punto di vista.

"L'atletica era bella perchè veniva praticata in libertà, perdere o vincere non contava molto, ma era bello gareggiare il più possibile anche nelle riunioni regionali, anche quando, senza saperlo, nel sangue circolavano solamente 12 grammi di emoglobina e quando c'era carenza di ferro.

"Ora, stando a quanto ho capito, la vita del campione deve essere una faticaccia terribile, oltre agli allenamenti interminabili, continue e frequentissime visite mediche, prelievi, analisi, somministrazioni di sostanza vitaminiche B12, B6 e così via, per non parlare dei controlli alimentari ecc. Insomma, questo atleta è un po' una specie di degente, che deve essere continuamente rivisto e controllato, sottoposto a test periodici, proprio come una specie di malato, che si reca in ospedale regolarmente per sottoporsi ad analisi varie... E quando poi gareggia?! Qui dovrà essere seguito da una équipe medica con tutta una attrezzatura adeguata per il trasporto del materiale tolto dal freezer! ...

"Certo dal punto di vista psicologico il campione «supernormalizzato» deve sentirsi un po' frustrato, si sentirà, in un certo senso, tirato dentro, poichè è chiaro che a certi livelli queste prassi siano praticate indiscriminatamente, ma soprattutto deve sentirsi terribilmente «strumentalizzato».

"...leggo infine che il prof Conconi asserisce che tutto ciò è inteso come un normale piccolo artifizio e che dopotutto non fa male!...Sarà anche giusto, ma il paragone mi sembra troppo simile a quello che potrebbe essere una trasfusione fatta ad un malato che in ospedale, per sopravvivere, sia costretto a praticare!

"Caro Dante, mi conosci da anni. Prendi questa mia solamente come lo sfogo di un vecchio atleta".

Ci è venuta in mente un'altra lettera: quella che scrisse «ú professore» Carlo Vittori ai componenti del Consiglio della Federatletica nei primi mesi del 1990, lettera con la quale egli ammoniva sui potenziali danni che avrebbero potuto venire dall'uso indiscriminato dei cosiddetti «integratori», che allora andavano di moda, con certi Paesi che ci hanno costruito le loro fortune negli eventi internazionali e con certi allenatori che, da noi, ne facevano commercio con le loro cantine zeppe di prodotti. Vittori vedeva questi miracolosi ritrovati della farmacopea come l'anticamera delle sostanze dopanti. Il danno, diceva, sarà soprattutto psicologico, inculcando nell'atleta diversi «tarli»: uno, del così fan tutti, e allora perchè non io?, due, che senza «aiuti, aiutini, aiutoni» non si arriva da nessuna parte, neppure al titolo regionale. Non gli diede retta quasi nessuno, neppure certi «talebani integralisti», a parole. Quante code di paglia, a quei tempi, quante teste girate dalla parte dei padroni del vapore! E quanti atleti caddero nella rete dei prodotti poco chiari.

Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti, caro «King», vecchio atleta cha vai ancora a vogare sulle acque di Port Hercule nel Principato di Monaco dove tieni una casuzza. Stiamo ancora aspettando di sapere quanti dovranno essere ancora cancellati dal podio, dalle medaglie, dalla finali, dei Giochi Olimpici di Londra. Son passati dodici anni...

Last Updated on Saturday, 08 August 2020 06:59
 
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