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Tre corpose compilazioni documentali fanno risplendere le Fiamme d'Oro Padova PDF Print E-mail
Sunday, 31 July 2022 00:00

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Marino Piccino è uno degli ultimi «acquisti» del nostro Archivio Storico. Non che sia un particolare titolo di merito, per carità. Ma noi ne siamo particolarmente contenti, e nelle righe che seguono vi spiegheremo la motivazione. Marino Piccino è veronese, ha una laurea di geologia in tasca, titolo conseguito alla Università degli Studi di Padova, ama la terra - e non potrebbe essere diversamente -, la campagna - dove tiene dimora -, apprezza il buon vino, e questo è un titolo di merito, altro che A.S.A.I. Marino Piccino, «Parvo» nel suo indirizzo mail, da parvulus latino, piccolo appunto, è stato anche atleta: primi anni '70, canottiera delle Fiammo d'Oro di Padova, in contemporanea con gli studi universitari. Le sue discipline preferite 200, 400 e 400 ostacoli (54"7, come miglior tempo). Ma non solo atletica, anzi molto di più pallacanestro. Ci siamo fatti raccontare da lui pezzetti della sua vita. Ecco cosa ne è venuto fuori.

"Ho conseguito a Padova la Laurea in Scienze Geologiche, di professione ho sempre fatto l'insegnante di Matematica e Scienze nella Scuola Media. Ho iniziato a praticare atletica nel 1962 con la società di San Bonifacio, cittadina in cui vivevo, fino a tutto il 1970 e nei due anni successivi con le Fiamme Oro di Padova, ottenendo come migliori tempi 50"0 nei 400 e 54"7 nei 400 ostacoli. Come risultati il titolo assoluto veneto nei 400 ostacoli del '72 e nello stesso anno il terzo posto nella 4x400 ai Campionati nazionali di staffette di Cava de' Tirreni. Con la rappresentativa del Veneto ho preso parte a quattro competizioni, due tra regioni e due contro la Slovenia. A fine '72 chiusi con l'atletica. Nel 2019 iniziai ad occuparmi della storia delle Fiamme Oro.

La maggior parte della mia vita sportiva l'ho vissuta nel mondo del basket, dapprima come giocatore, poi come allenatore di squadre femminili (due titoli regionali giovanili e promozioni sino alla serie B nazionale), ed infine come dirigente, di società, poi regionale nel Comitato veneto per due mandati dall'89 al '96, e nella Lega Nazionale di basket femminile dapprima come consigliere dal 1993, poi come presidente delle Società di B e A2 e vicepresidente generale dal 2001 al 2007. Sono stato anche componente della Giunta Coni provinciale di Verona dal 2000 al 2004".

Come ci ha appena detto, Marino vien preso dal «pallino» di occuparsi della vicenda sportiva ed agonistica del Gruppo Sportivo Fiamme D'Oro. Non parte da zero: aveva già affrontato un lavoro compilatorio concluso e pubblicato negli anni 2015 e 2016. Si era dedicato alla meticolosa ricerca di materiale sull'atletica a San Bonifacio, il suo ambiente, la sua società. Moltissime foto e ritagli di giornali, didascalie, brevi biografie degli atleti locali, qualche nota per cucire insieme il tutto. Il primo volume uscì dalla tipografia nel dicembre 2015: «L'atletica - Anni sessanta a San Bonifacio 1961 -1970». A pochi mesi di distanza, ottobre 2016, il secondo: «L'atletica maschile a San Bonofacio dal 1970 al 1990». Brevissimo intervallo, e a dicembre 2016 ecco il terzo: «L'atletica femminile a San Bonifacio». La trilogia sanbonifacese è conclusa: un grande contributo alla realtà atletica locale. Siamo sempre stati convinti del grande valore delle ricerche sui movimenti sportivi locali, sui club, su figure che ingiustamente vengono considerate secondarie ed invece fan parte del tessuto che ha formato nei decenni il nostro sport. Molto più utile che non continuare a pestare acqua nel mortaio dedicando rifritture sui «soliti noti».

Marino aveva però in serbo un altro progetto, il «suo» progetto: ricostruire anno per anno l'attività del Gruppo Sportivo Fiamme D'Oro dalla creazione in seno alla Polizia di Stato (1954) al 1972, anno in cui l'autore pose fine alla sua attività atletica. Si mette alla ricerca di contatti con ex atleti di quei tempi, si rivolge a chi possiede documentazione (arriva anche a Navazzo nella biblioteca di un nostro socio, che funge anche da sede dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana), non trascura nulla, telefona ovunque e a chiunque. Nel maggio del 2020 fa uscire il primo corposo volume (232 pagine): «Fiamme Oro Padova - le stagioni della rinascita 1967-1972». Si fa prendere un po' dalla fretta e ne sforna un secondo nel maggio del 2021: «Storia delle Fiamme Oro Padova - 1954-1966». Si rende conto che è lacunoso e cerca di porvi rimedio. Intensifica il lavoro di ricerca, chiede aiuto a chi possiede vasta documentazione di quegli anni, ed ecco il terzo volume che propone il rifacimento, arricchendolo, del precedente: «Le Fiamme Oro Padova nella storia - 1954-1965», recentissimo, luglio 2022. Copertina con fondo color cremisi come le precedenti, su cui stavolta spicca l'azzurro della maglia di Livio Berruti, e, soprattutto, i suoi famosi occhiali scuri.

Libri di straordinaria documentazione fotografica, una miniera. Poi risultati, accurati nel limite del possibile, didascalie preziosissime per riconoscere le persone, e testi brevi di raccordo. Un signor lavoro. Che noi ci auguriamo possa essere di stimolo per altri nostri soci: scavare la realtà locale, contattare atleti ancora in vita o le loro famiglie, consultare piccoli o grandi patrimoni di fotografie, ritagli di giornali, documenti, che giacciono dimenticati e poi spesso finisco in cantina o, peggio, al macero. Finora per noi dell'A.S.A.I. è stata una sollecitazione caduta quasi sempre nel vuoto. Per cui, benvenuto Marino «Parvo» Piccino!

Last Updated on Sunday, 31 July 2022 19:33
 
«Libertà» a Piacenza e «Gazzetta di Parma» hanno ricordato l'oro di Dordoni PDF Print E-mail
Saturday, 23 July 2022 13:52

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Il Ducato di Parma e Piacenza si è distinto per le iniziative delle sue gazzette quotidiane nel ricordo della vittoria olimpica di Pino Dordoni settant'anni fa a Helsinki. Giovedì 21 luglio i due giornali «Libertà» a Piacenza e «Gazzetta di Parma» hanno dedicato ampi spazi alla celebrazione dell'atleta e del suo trionfo olimpico. 

La «Gazzetta di Parma» (la cui nascita è datata 1728, una delle più antiche d'Italia) ha ospitato un ben documentato articolo del nostro socio Giorgio Lo Giudice, scritto che occupa un ampio spazio a pagina 30. Lo Giudice, per molti anni professionista alla redazione romana della «Gazzetta dello Sport», collabora da alcuni anni con il quotidiano parmense. L'articolo è davvero gradevole perchè ha miscelato sapientemente le notizie storico-sportive con i ricordi personali del giornalista, che la grande passione ha portato ad essere atleta, dirigente, allenatore, e a dedicare una parte rilevante della vita al nostro sport. Socio dell'Archivio Storico dell'Atletica Italiana, ha voluto dare il suo contributo al ricordo di Pino Dordoni, che ha avuto la sorte di frequentare personalmente, e alla sua indimenticabile vittoria olimpica.

Da parte sua, «Libertà», a Piacenza, ha dedicato un inserto centrale di dodici pagine al ricordo di Pino Dordoni che piacentino era per nascita e per crescita sportiva, anche se al momento del successo olimpico vestiva la maglia bianca con la «vu nera» sul petto della società bolognese S.E.F. Virtus Bologna. Il giovanotto, in quegli anni, aveva assoluto bisogno di un posto di lavoro per aiutare il suo papà e suo fratello, ma lo trovò...a Bologna non a Piacenza. Molti elogi, molte pacche sulle spalle per strada, ma un posticino da fattorino? neanche parlarne! Nel 1953, dopo il trionfo olimpico, ebbe l'opportunità di tornare nella sua città...chi l'avrebbe detto? Alla consegna della solita inutile medaglia c'erano tutti i tromboni della «banda cittadina»: sindaco, presidente del C.O.N.I., prefetto, e via enumerando. Per fortuna che Pino non si faceva impressionare, era abituato a guardare in faccia gli avversari per sapere quando attaccare. Diceva quel tale: niente di nuovo sotto il sole, Ieri come oggi. In questa vicenda che solamente, ripetiamo solamente alcuni soci dell'A.S.A.I. hanno voluto, sostenuto, realizzato, e portato a compimento, senza l'aiuto di nessuno, abbiamo toccato con mano la pochezza di un bel numero di persone, di tutte le istituzioni, sportive o politiche che siano. Non ci sono mancate le delusioni, anche grandi. Ci rimane, intatto, anzi accresciuto, l'affetto che abbiamo portato a quest'uomo. E siamo orgogliosi di aver fatto qualcosa, quel poco che era nelle nostre possibilità, per rinfrescare la sua memoria. E ringraziamo quei pochi che ci sono stati vicino, come Giorgio Lo Giudice, cuore grande di una Roma de' Campo de' Fiori e di Trilussa, che, forse, è già sparita del tutto. Tanto ci sarebbe da fare ancora, ma abbiamo la convinzione che sarebbe come dare il caviale ai somari.

Last Updated on Monday, 25 July 2022 11:33
 
Pino Dordoni campione olimpico settant'anni fa, un esercizio di memoria PDF Print E-mail
Thursday, 21 July 2022 00:00

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A nostro giudizio, questa è l'immagine più bella, più vera, che vale più di qualsiasi parola, di Pino Dordoni che sta per assaporare il gusto unico di essere campione olimpico. E una delle meno viste, da settant'anni sui giornali appaiono sempre le stesse, senza un briciolo di sensibilità estetica. Guardate questa foto: l'atleta è appena uscito dal tunnel della Porta di Maratona per entrare nella pista, ha percorso, a questo punto, trentanove chilometri e mezzo. Si gira, lancia una occhiata, se fosse un'auto diremmo che è in curva. L'eleganza del gesto, la coordinazione delle gambe e delle braccia, la rilassatezza delle spalle, la serenità sopravvenuta dopo i momenti di difficoltà. Non sappiamo chi fu, ma bravissimo il fotografo che ha fermato questo momento indimenticabile

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Il 21 luglio 1952 era un lunedì. Si dovettero svegliare prima dell'alba (ci raccontano gli astri che era prevista alle 4.56) i trentuno atleti che avrebbero affrontato la gara più lunga del programma atletico: i 50 chilometri di marcia, passeggiatina di quasi cinque ore a quell’epoca, quattro ore e quaranta per quelli più bravini, per quelli bravi qualche minuto in meno, furono sei in tutto quelli sotto le 4 ore e 40 minuti alla conta finale. Questi trentuno erano lì a rappresentare sedici Nazioni: tredici europee, due dell’America del Nord (Stati Uniti e Canada) e una dell’America del Sud (Cile).

Il 21 luglio 1952 era un lunedì, a tratti pioveva, faceva freddo, e che vuoi pretendere dal clima nordico? Giuseppe Dordoni, detto “Pino”, da Piacenza, di ore ne impiegò quattro, di minuti ventotto e qualche secondo spicciolo, per vincere la sua Olimpiade. E tutti a strombazzare che quel tempo era il nuovo primato del mondo, e invece era il primato della gara olimpica, introdotta per la prima volta ai Giochi nel 1936. Neppure nelle sacre tabelle della Federazione mondiale esisteva allora un primato del mondo riconosciuto. Era solo la terza volta che ai Giochi si marciava su tale lunga distanza, prima c’erano degli scampoli di gare in pista che duravano poco. Roba da «facciamo in fretta» e togliamoci ‘sti sculettatori dai piedi. La marcia non è mai stata nel grembo degli Dei. Primato o non primato conta poco, il vero valore fu – è – la vittoria olimpica.

Il 21 luglio 1952 era un lunedì. Che giorno quel giorno! Lo celebrarono tutti, giornali, giornalini, giornaloni. Scriba con la penna intinta nella retorica, e anche scrittori veri prestati per qualche giorno alla narrazione sportiva, ma per tutti gli spazi furono extra large, e da riempire alle 19 di sera, ora critica per i quotidiani nazionali. Nella nostra ricerca di materiale per rimuovere la polvere dalla memoria sulla vittoria del campione piacentino, l’attenzione è stata richiamata da un singolare accostamento fra due scrittori dello stesso giornale, anche se fra di loro c’è un intervallo di cinquant’anni. Seguiteci.

Da «La Stampa» del 21 luglio 2002, Gianni Romeo, inviato

“Ricordate gli occhi di Pino Dordoni – amici lettori di un’età che fa rima con anta – nella foto scattata al traguardo della 50 chilometri di marcia, quando l’atleta piacentino conquistò la medaglia d’oro olimpica? Erano due tizzoni ardenti che bucavano il cielo, due lampi a rallegrare la maschera da eremita come hanno soltanto i marciatori. Quella foto, il 21 luglio 1952, fece il giro del mondo. Non c’era la tivù a trasmetterci le immagini del grande sport e quel giorno, un lunedì, gli sportivi per sapere dovettero accendere la radio, aggrapparsi alla voce di Vittorio Veltroni e Roberto Bortoluzzi, i due inviati della Rai. In un certo senso era meglio, senza tivù. La fantasia poteva galoppare, Dordoni che marciava era un semidio […]”.

Da «La Stampa» del 22 luglio 1952, Paolo Monelli, giornalista e scrittore

Ma anche di Dordoni c’è qualche cosa da dire. Sapete che arrivò freschissimo […] e compiendo il giro dell’arena salutava gli spettatori con un sorriso disteso. Il giornale di qui, stamattina, commentando l’arrivo di Dordoni, ha scritto che “dieci metri prima del traguardo frenò il passo e alzò le braccia al cielo e lentamente avanzò fino alla linea, estatico e quasi in trance, come se avesse voluto godere il più a lungo possibile il più felice momento della sua vita; poi cadde sfinito sopra una seggiola». «Non era che fossi sfinito – mi ha detto Dordoni – ma gli ultimi dieci chilometri ero stato tormentato dai crampi, per il freddo e l’umido dell’aria, ed in quel momento me li sentivo più forti che mai»; ma quella faccenda degli ultimi metri percorsi al rallentatore Dordoni non li smentisce, dice che giunto a pochi metri dal traguardo gli pareva di non arrivarci mai, «credevo di averlo passato e c’erano ancora due metri e dicevo tra me, sarebbe bella che dovessero proprio mancarmi le forze adesso». Dice il proverbio che la coda è sempre la più difficile da scorticare, ma pensate a questi dieci metri superati con fatica e con angoscia dopo cinquanta chilometri di marcia! […] Gli domando a che cosa pensava per tutto quell’interminabile tragitto, se aveva occhi per guardarsi attorno, vedere gli alberi le case il cielo la gente adesso che era rimasto solo. Mi guarda con due grandi occhi chiari, castagni. Ha un viso fine, lungo lungo il mento, il naso, le gambe, il corpo alto e snello. Ha 26 anni, lavora presso un negoziante di stoffe all’ingrosso a Bologna, ma lui è di Piacenza, e l’accento piacentino lo risento più vivo quanto più si anima nel racconto. «Dico che ho pregato più di una volta durante la gara. Quando non c’è più nessuno a cui rivolgersi, allora non resta che pregare. Poi negli ultimi chilometri, che ero restato solo, ogni tanto partivo forte, lottavo contro me stesso, per paura della monotonia del viaggio. Partivo, allungavo, scattavo, pensavo a casa mia, a mia mamma. Anche quando si sta bene e le gambe vanno ci vuole sempre anche il cuore per vincere. Entrato in pista mi sono messo ad andare fortissimo. Perché fare un giro veloce se ormai hai vinto? Mi chiedevo. Ma la gente urlava, applaudiva, e volevo dimostrare al pubblico che sapevo cosa facevo, che m’interessavo al suo stesso entusiasmo. Non so se mi capisce. E così salutavo ogni tanto, e tiravo via». E poi Dordoni mi ha detto di quei dieci ultimi metri che non riusciva mai a passare. E questo è stato il suo racconto; e mi pare un racconto onesto e pulito, ed anche un po’ patetico; con quella continua paura di scoppiare, proprio quando la fortuna lo favoriva; e quel senso che anche quando tutto va bene e la macchina è ladina e in ordine, c’è sempre da temere l’imprevisto; e quell’impegnarsi con se stesso, per far passare quel tempo interminabile, per quattro ore e mezzo sempre lo stesso ritmo meccanico delle gambe, delle braccia, delle spalle, sempre lo stesso pensiero, non devo scoppiare, devo continuare così, devo arrivare […].

E Pino arrivò. Chiudiamo qui, per oggi, nel segno della celebrazione di quel lunedì 21 luglio 1952. Esagerato dire celebrazione? No, per noi almeno che ci siamo prefissi lo scopo di tener viva la memoria del nostro sport. Manomettendo un po’ le ultime parole di Gianni Romeo, scritte venti anni fa, anche noi diciamo:” Se a settant’anni dal successo e a ventiquattro dopo la morte, fa ancora scrivere e parlare di sé, vuol dire che Dordoni è davvero entrato fra gli immortali dello sport”.

Last Updated on Thursday, 21 July 2022 06:06
 
Requiem per un Maestro: ricordo del «Comandante» Giovanni Maria Lòriga PDF Print E-mail
Wednesday, 20 July 2022 12:08

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Accompagnato da ruvidità di caserme, dagli umori della terra di Grazia Deledda, di Emilio Lussu e di Antonio Gramsci, da una portatile Olivetti lettera 22, da una pagina ingiallita del Corriere dello sport e da una pista di atletica, Giovanni Maria Lòriga se n’è andato, a novantacinque da tempo compiuti. Al di là dell'autenticità e pure della retorica degli affetti, per comprendere in qualche misura la figura di un uomo che nella sua lunga commedia umana ed eterna giovinezza di spirito è stato raccoglitore d'intere generazioni, è necessario ricordare tutti assieme i suoi entusiasmi ed i suoi slanci emotivi. Il suo essere sardo nell’anima. La complessità e l'intensità delle sue lotte interiori. Le incursioni polemiche, le verità e gli errori, la dialettica fluviale. Le difese e gli attacchi di una vita che non fu sempre facile, fin dall'adolescenza, quando nel giugno del '44 attraversò l'intera linea bellica a piedi e con mezzi di fortuna da Loreto Aprutino in Sardegna, passando per Abruzzo, Puglia e Campania. E la memoria sterminata e la vivacità dei suoi piani narrativi, sempre tenendo distante, fino all'ultimo, compresi gli ultimi mesi di distacco e di sofferenze, la realtà fisica più feroce dell'uomo, il tempo che passa, avendo a lungo al suo fianco la presenza di Emilia, compagna di una vita, e delle figlie Giusy e Marizia.

Per molti di noi, figli e fratelli minori in professione o in atletica, secondo sensibilità d'ognuno, restano i ricordi personali, le confidenze, le tensioni, gli attimi di felicità vissuti in comune, gli imprevedibili balzi di umore di una vita vissuta sempre in presa diretta. Raccontava, Vanni, come il suo amore per la prima disciplina dell'uomo, capace di leggerla come pochi, fosse nato a Torino, nel 1933, bambino a fianco del babbo, assistendo all'affermazione e al primato mondiale di Luigi Beccali ai Campionati mondiali universitari e come, inamovibili negli anni, sarebbero progressivamente nati amicizie ed affetti verso l'atletica degli Oscar Barletta, di Ercole Tudoni, di Gianni Corsaro, di Antonello Baltolu nella sua Alà dei Sardi, di Salvatore Massara, di Francesco Garau. Raccontava di come il suo primo impegno giornalistico in atletica risalisse al luglio del 1950, dal Vomero di Napoli, per un’Italia-Svizzera, e il primo servizio appena giunto al comando della Compagnia speciale atleti, qualche stagione avanti l'invito rivoltogli da Antonio Ghirelli di lasciare la divisa da Ufficiale per abbracciare la carta stampata, fosse stato comporre il picchetto d'Onore, nel dicembre 1963, nella Chiesa di Santa Croce di via Guido Reni, per i funerali di Bruno Zauli.

Testimone e protagonista d'una stagione irripetibile, per quantità e qualità, del giornalismo, il ‘Comandante’ Lòriga, isolano dell’Isili posta a metà tra Campidano e Barbagia, ci ha tenuto compagnia a lungo, e per qualcuno è stato qualcosa più d'un compagno di percorso professionale, tutti parte di una passione che stabiliva i confini di un’identità gelosa della propria esclusività. Avendo grande senso del rispetto dell'Umano nei confronti del Divino, non mancava ad un funerale, anche se talvolta era portato ad ironizzare sugli estensori di necrologi che male interpretavano, fermandosi superficialmente alle sette sillabe iniziali del sit terra tibi levis, il significato del feroce epigramma di Marziale. Non amava tuttavia, nell'accompagnare un commiato definitivo, le lungaggini della liturgia. Detestava le ipocrisie di circostanza, e soprattutto gli applausi, chiunque fossero i destinatari. Che nel saluto finale il silenzio lo accompagni.

Questo ricordo di Vanni Lòriga è a firma del vicepresidente dell'A.S.A.I., Augusto Frasca

Nella foto: Vanni Lòriga conversa con un nostro socio alla cena di benvenuto dei partecipanti convenuti ad Agazzano, Piacenza, per celebrare i cinquanta anni dei due primati mondiali di Giuseppe Gentile ai Giochi Olimpici di México '68 (foto Pietro Delpero)

Last Updated on Wednesday, 20 July 2022 18:11
 
Se ne è andato Vanni Loriga, per decenni scrittore e narratore di atletica leggera PDF Print E-mail
Tuesday, 19 July 2022 15:18

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Abbiamo appreso da un amico la scomparsa di Vanni Loriga, 95 anni, per decenni giornalista e inviato del «Corriere dello Sport», il quale ha scritto prevalentemente di atletica leggera con sicura competenza e spesso con una vena ironica. Ci era stato detto da persone romane a lui vicine che aveva avuto un incidente casalingo e aveva dovuto essere ricoverato per una degenza non breve, con una via crucis da un ospedale all'altro. È rimasto attivo fino all'ultimo: ancora non molti giorni fa abbiamo visto la sua firma su uno scritto in una pubblicazione telematica. Loriga era sardo di nascita, aveva avuto una carriera militare prima di passare al giornalismo. Da quel che sappiamo iniziò la sua avventura ai Giochi Olimpici di Melbourne 1956. Di quel lungo viaggio in nave dall'Italia all'Australia, durato giorni e giorni, Loriga raccontò aneddoti e curiosità in una piccola pubblicazione alcuni anni fa. Per un certo numero di anni è stato anche socio del nostro Archivio Storico. Come ospite era stato presente alla iniziativa da noi voluta e realizzata per ricordare i due primati del mondo e la medaglia di bronzo conquistati da Giuseppe Gentile ai Giochi Olimpici di Città del Messico. Era il mese di ottobre del 2018, e ci trovammo ad Agazzano, in provincia di Piacenza: anche in quella occasione Loriga portò la sua testimonianza con la consueta verve oratoria. 

A lui il nostro pensiero reverente e le condoglianze alla sua famiglia.

Last Updated on Tuesday, 19 July 2022 16:15
 
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