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1897, a Madrid la Sociedad de Juegos al Aire Libre, a Torino l'Unione Pedestre PDF Print E-mail
Wednesday, 01 April 2020 14:47

Stavolta cambiamo lingua. Mensilmente pubblichiamo il contributo storico – statistico degli amici francesi, oggi utilizziamo un breve ma interessante contributo in lingua spagnola, il castellano, per essere precisi. L’autore, Luis Javier Bravo Mayor, ci ha dato l’autorizzazione a riprodurre la sua ricerca – e la sua scoperta – che, nel suo Paese è già stata pubblicata sia sulla rivista «Cuadernos de Fútbol» sia sul Bollettino della Associazione spagnola degli statistici di atletica (A.E.E.A.), di cui l’autore è socio.

Luis Javier stava sfogliando la collezione del giornale «El Veloz Sport», che si pubblicava a Madrid, quando, a pagina 13 della edizione del 18 aprile 1897, si imbattè in una notizia che annunciava la fondazione di una «Sociedad de Juegos al Aire Libre», formata da «footballistas y andarines», da giocatori di football e da camminatori, o, se volete, escursionisti, gente insomma che camminava. Era normale a quel tempo: i soci delle società ginnastiche italiane compivano lunghissime marce a piedi, poi venne la bicicletta. Due nostri soci, parecchi, diciamo pure molti, anni fa scrissero la storia della Società Ginnastica Bresciana Forza e Costanza, e, grazie al materiale fotografico, sopravvissuto alla incuria e ai saccheggi, trovarono testimonianze di queste lunghe escursioni nella vasta provincia bresciana. E non solo a Brescia, ovviamente: ovunque dove c’era una società ginnastica le lunghe escursioni erano frequenti, gagliardetto in testa, magari fanfara, e via. Un amico ci ha ricordato la figura del milanese Luigi V. Bertarelli, che fu uno dei fondatori, nel 1894, del Touring Club Ciclistico Italiano che poi divenne il Touring Club Italiano. E pure l’abbinamento società calcistiche – sport pedestre era abbastanza frequente anche da noi, nei primi decenni del Novecento: Internazionale F.B.C. Milano, Brescia F.B.C, Associazione Calcio Mantova, le prime che vengono alla memoria.

Sembra che questo club madrileno possa essere considerato come il primo in Spagna per lo sport pedestre. Spagna che pure aveva una fiorente attività, sia nelle grandi città sia nei borghi provinciali, di «andarines». Parecchie furono le sfide fra Achille Bargossi, il forlivese riportato a notorietà dalle ricerche di Bruno Bonomelli, e corridori – camminatori spagnoli, con annunci e cronache sui giornali, e seguito di migliaia di spettatori dove essi si esibivano, normalmente in sfide uno contro uno.

E infine una coincidenza temporale. Nell’anno 1897, sempre nel mese di aprile, mentre a Madrid veniva fondata la «Sociedad de Juegos al Aire Libre», da noi nasceva il primo embrione di una attività pedestre organizzata. Sotto l’egida della «Gazzetta dello Sport» e proprio nella sua sede, alcuni giovani corridori diedero vita alla Unione Pedestre Italiana. Era il 3 e 4 aprile. Creatura che ebbe vita brevissima. Il 4 agosto, a Torino, alcune società sportive diedero vita alla Unione Pedestre Torinese. Il 1° ottobre, sempre a Torino, si corse il primo Campionato Italiano Pedestre: 35 chilometri, 16 i partenti, vinse nettamente Cesare Ferrari, soprannome «Forward», dello Sport Pedestre di Genova.

La ricerca di Luis Javier Bravo Mayor per la Spagna ci ha offerto il destro per ricordare, sommariamente, vicende di casa nostra. Per quel 1897 suggeriamo agli appassionati la lettura del libro edito dalla A.S.A.I., «1897, cento anni fa, un giorno d’ottobre – Storia e cronaca del primo campionato italiano pedestre», autori Augusto Frasca, Marco Martini, Roberto L. Quercetani, Alberto Zanetti Lorenzetti.

Le damos las gracias a Luis Javier Bravo Mayor por su amabilidad.

 

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El Veloz Sport (Madrid). Propiedad de la Hemeroteca Municipal de Madrid

La Sociedad de Juegos al Aire Libre es una sociedad polideportiva radicada en Madrid, que fue fundada en abril de 1897, y de la que desconocíamos su existencia.

Una nota aparecida en la revista “El Veloz Sport”, de temática casi exclusiva dedicada al ciclismo, aunque también publicaba noticias de otros deportes, nos informa de su existencia.

La revista los presentaba como una Sociedad de Jugadores de football y andarines, es decir, la primera sociedad dedicada al atletismo que hasta ahora se conoce en España, y un nuevo club futbolístico madrileño, de los de la primera ola, y que antecede al Sky FC en la cronología. En este caso, sería el segundo, tras el Cricket y Foot-Ball Club de 1879.

Según cuenta “El Veloz Sport”, su primera actividad consistió en una excursión a pie, con salida de Madrid dirección hacia Alcalá de Henares, andando y/o corriendo, pues a eso es a lo que se dedicaban los andarines en el siglo XIX, y realizando paradas en los distintos pueblos para jugar algunas partidas de foot-ball. El regreso se realizó al gusto de cada uno de los 22 excursionistas; quién quisiera tomando el tren de vuelta a Madrid y, para los más osados, nuevamente a pie deshaciendo el camino recorrido. Dicha excursión se realizó el 25 de abril de 1897.

Desconocemos quienes formaban la excursión, pero para haber tenido eco en la revista debían tener contactos con el mundo velocipédico de la época. Muy posiblemente también fuesen ciclistas.

Dejando al margen la sorpresa de la noticia referente al fútbol, también encontramos que en la vertiente del atletismo, hay noticia de interés.

Son conocidos los primeros clubes a principios del siglo XX, muchos de ellos secciones de los clubs de fútbol, pero por lo que he podido informarme, gracias a la AEEA (Asociación Española de Estadísticos de Atletismo), a la que también tengo el gusto de pertenecer, no se tiene constancia de la existencia de ningún club español de atletismo en el siglo XIX.

La noticia dice que el club está formado por footballistas y andarines.

Andarín es un término utilizado antes del siglo XIX y principios del XX para identificar a personas que realizaban grandes caminatas o carreras para ir de una población a otra a llevar noticias u objetos varios, normalmente bien como cartero o como soldado. Más tarde, algunos de estos andarines se convirtieron en atletas, y se ganaban la vida realizando apuestas sobre cualquier tipo de aventura, sobre si eran capaces de conseguir algún reto individual o enfrentándose a alguien, otros andarines, ciclistas, caballos o automóviles. Más adelante, ser andarín será sinónimo de atleta.

Last Updated on Wednesday, 01 April 2020 17:55
 
Nuova edizione (dopo il corto 2020) delle liste italiane ogni tempo in pista coperta PDF Print E-mail
Tuesday, 31 March 2020 09:00

Stagione corta per l’atletica in pista coperta. Il motivo è tragicamente sotto gli occhi di tutti. Nonostante tutto ciò, i nostri soci statistici Enzo Rivis e Enzo Sabbadin hanno lavorato all'aggiornamento delle liste italiane di ogni tempo dopo la conclusione anticipata della stagione invernale (verrebbe da scrivere, infernale) 2019 - 2020. Trovate le nuove liste alle voci Pista coperta: uomini (new) e Pista coperta: donne (new).

Le compilazioni di liste possono sempre essere difettose, non sono mai materia immutabile, pur se redatte con la massima attenzione: per questo, chi avesse osservazioni, aggiunte, correzioni può e deve rivolgersi direttamente agli autori:  This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it

After the short Italian indoor season because of the tragic coronavirus our statisticians Enzo Sabbadin and Enzo Rivis compiled a new updated version of the Italian All Time Indoor Lists:

Italian All - time Indoor RankingsMen (new) & Women (new), compiled by Enzo Rivis and Enzo Sabbadin. Open the two links

Les meilleurs athletes italiennes  hommes (new) et femmes (new) de tous les temps en salle, par Enzo Rivis et Enzo Sabbadin, en cliquant ici sur le deux link

Listas italianas de marcas de todos tiempos en pista cubiertaHombres (new) y Mujeres (new), compiladores Enzo Rivis y Enzo Sabbadin. Abrir las dos direcciónes

Last Updated on Tuesday, 31 March 2020 10:02
 
Messaggio di solidarietà da parte dell'amico francese Luc Beucher PDF Print E-mail
Monday, 30 March 2020 14:14

A tous un grand bonjour "inquiet" en espérant que chacun de vous se trouve, malgré le confinement, en sécurité et en bonne santé, dans l'attente de jours meilleurs.

Prenez soin de vous, A bientôt j'espère, Luc

 

Questo breve messaggio abbiamo ricevuto oggi da Luc Beucher, componente della Commissione Documentazione e Storia della Federazione francese di atletica. A riprova della amichevole colleganza che unisce la nostra A.S.A.I. al gruppo transalpino di storici e statistici del nostro sport. Una relazione fatta non solo di informazioni, statistiche o fotografie, ma di solidi rapporti umani. E Luc, in fatto di informazioni non è, e non è mai stato avaro, tanto che Marco Martini gli tributò un amichevole ringraziamento per tutte le informazioni e la documentazione di matrice francese che gli aveva propiziato per il lavoro che fece sulle carriere parallele di Adolfo Consolini e Beppe Tosi.

Un grand Merci e Bonne Santé a toi aussi, Luc.

Last Updated on Monday, 30 March 2020 14:24
 
Un giovane di bottega carpigiano, un garçon de café francese, e altre storie PDF Print E-mail
Thursday, 26 March 2020 09:00

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La foto ci racconta un momento della sfida nuovaiorkese dei grandi maratoneti: in testa Dorando, seguito da Saint-Yves, poi con la maglia nera il britannico Alfred Shrubb, appena dietro il lungo pellerosse canadese Tom Longboat, e sul fondo, staccato, il campione olimpico, lo statunitense John J. Hayes. L'immagine è riprodotta dalla rivista francese «La Vie au Grand Air», alcune annate della quale (primi anni del Novecento) sono presenti nella Collezione Ottavio Castellini.

 

Se andate a ritroso al mese scorso, verso metà troverete un articolo, in francese, di Luc Vollard, presidente della Commissione Documentazione e Storia della Federazione francese. Luc ci raccontava, in quel breve articolo, la storia di un giovanotto suo connazionale, Henry Saint – Yves, il quale, da vincitore di una gara fra camerieri - allora si usava far correre i garçons de café con vassoio e bottiglia di acqua da non far cadere - divenne una star della corsa lunga, chiamiamola pure maratona, che in quegli anni, 1908 – 1909, godeva di straordinaria notorietà per merito di un piccolo italiano che stava per vincere i Giochi Olimpici ma non li vinse. Non servirebbe neppure farne il nome, comunque di Dorando Pietri si tratta. La sua storia è stranota, romanzata, celebrata. Maratona significava, negli Stati Uniti soprattutto, ricche sfide (di palanche, intendiamo), decine di migliaia di spettatori, paginate di giornali, titoli e foto in «prima».

Dopo l’articolo di Luc Vollard abbiamo chiesto un contributo ad Augusto Frasca, che, nel 2008, in occasione del centenario dei Giochi Olimpici di Londra, fu autore di un nuovo libro sulla vita di Dorando, le sue imprese, le sfide con gli altri corridori di lunga lena del tempo, fra i quali Saint – Yves. Ha scritto Frasca:

E così furono un giovane di bottega carpigiano e un garçon de café francese a costruire parte del pantheon internazionale delle corse d'inizio Novecento. Dorando Pietri il primo, l'uomo che in pochi minuti trasformò un miserere nell'immortalità di un mito. Il secondo, Henry Saint-Yves – evocato di recente dal collega Luc Vollard nelle Newsletter d'oltralpe – la cui aggressività agonistica era stata rilevata a Londra da due italiani, Giovanni Filippi e Alfredo Moranti, in occasione di una corsa tra dipendenti di due ristoranti di Piccadilly Circus. Due atleti, meglio, due grandi atleti. Avara, la natura, per l'uno e per l'altro, meno di un metro e sessanta l'italiano, fermo al metro e mezzo il normanno di Mont-Saint-Aignon. Per entrambi, la dovuta indulgenza per uso eventuale di stricnina e annessi, mai accertato per Dorando a differenza di Yves ('big drink of nervine'), sostanza peraltro all'epoca non solo non vietata ma addirittura suggerita e prescritta da tecnici e medici per atleti impegnati sulle lunghe distanze, mentre, arretratezza del tempo, si inibiva l'acqua. Tra il 1909 e il 1910, tra Stati Uniti e Canada, Henry e Dorando si incontrarono quattro volte. Più resistente del giovane emiliano, il francese vinse nettamente i due affollati Marathon Derby, identificati oltre Oceano come The Race of All Nations, ospitati nella pista all'aperto dei Polo Grounds di New York, impianti dell'Upper Manhattan allestiti trent'anni prima per i grandi incontri di baseball e football. Due date, 3 aprile 1909 e, poco più d'un mese dopo, 8 maggio. Sconosciuto in America, nella prima corsa – pioggia, partenza alle 21.22, 30.000 spettatori – Saint-Yves fu ignorato dagli scommettitori: 40 a 1, quota sconsiderata, un baratro rispetto all'8 a 5 assegnato all'indiano della tribù Onondaga Thomas Longboat, dominatore nel 1907 a Boston e in tre edizioni consecutive della maratona di Toronto, al 2 a 1 del britannico Alfred Shrubb, dirompente sulle medie distanze, citato a sorpresa nel romanzo Forse che sì forse che no del vate pescarese Gabriele D'Annunzio, e al 3 a 1 di Dorando. Il ventunenne normanno chiuse i 42 chilometri e 195 metri in 2h40:50.3, rifilò cinque minuti all'italiano e il doppio a John Hayes, intascando i 5.000 dollari di premio (!), cifra doppia di quella assegnata a Dorando. Ancora più netta l'affermazione di Saint-Yves il mese successivo dinanzi a 50.000 spettatori. Ripiegato su sé stesso, schiena malridotta, polmoni raschiati, nove stop in gara, Dorando fu una mezza figura, giungendo dopo i fuochi con quindici minuti di ritardo. Sottoposto ad una frequenza dissennata di impegni, nel marzo 1910 il piccolo carpigiano mise tuttavia in equilibrio la bilancia rinviando al mittente i pronostici negativi degli allibratori e imponendosi nel giro di pochi giorni sulla distanza delle 15 miglia, il 18 marzo a Vancouver, sulla pista Horse Shaw, con mezzo giro di vantaggio, e ancor meglio il 25, a Winnipeg, con il normanno staccato di quattro giri. Protagonista e ostaggio del micidiale palinsesto messo in piedi dall'impresario Patrick Powers e dal manager Harry Pollock, Dorando scese nuovamente in pista due volte nel giro di quindici giorni, battendo Tom Longboat in una sfida diretta sulle 20 miglia all'Exposition Hall Roller Skating Rink di Pittsburg, e il britannico Peter Smalwood al Duquesne Garden della stessa località sulle 12 miglia. Con le due affermazioni, l'italiano dette definitivamente addio alle trasferte nordamericane, scendendo poi al Sud per una remunerativa serie di impegni in Argentina e Brasile, rientrando alla fine dell'anno in Italia e ponendo fine all'agonismo l'anno successivo a Stoccolma, il 15 ottobre, 121ma gara della carriera, ritirandosi al 20° dei 24 giri previsti contro il campione di casa Gösta Ljungström. Sull'esito di quest'ultima gara, come della precedente a Göteborg, s'ebbero spesso notizie contraddittorie. Sciogliemmo infine il dubbio rivolgendoci a Roberto Quercetani: con l'acribia di un entomologo, il nostro indimenticabile amico mise a frutto la leggendaria ragnatela dei suoi rapporti internazionali, toccando con mano le documentazioni dell'epoca e confermando le sconfitte di Dorando nelle due apparizioni svedesi. A chiusura di questa breve nota, dedicata a Henry Saint-Yves e a Dorando Pietri, gigante della cultura popolare infallibilmente legato alla potenza espressiva della foto scattata il 24 luglio 1908 sul traguardo olimpico di Londra, peccheremmo di insensibilità storica ove non fornissimo dettagli sul conto aperto tra Dorando e John Hayes, primo classificato nella maratona della quarta Olimpiade moderna, vincitore il più ignorato nella storia dello sport. Dopo Londra, quattro volte scesero assieme in pista il lontano garzone di pasticceria dell'azienda Melli e il figlio ventiduenne di emigrati irlandesi dipendente nuovaiorchese di Mr. Bloomingdale. Dorando si rivelò uno schiacciasassi, e la vendetta fu totale: 4 a 0.                  

Last Updated on Thursday, 26 March 2020 17:24
 
Carlo Monti, atleta, giornalista, scrittore, ma soprattutto galantuomo PDF Print E-mail
Tuesday, 24 March 2020 06:00
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Questa mattina, martedì 24 marzo, ci saremmo dovuti trovare a Milano, in qualche sala conferenze, o ristorante, o albergo. Ci sùarebbero stati soci del nostro Archivio Storico, giornalisti, amici milanesi, ex atleti. Volevamo ricordare un uomo a cui tutti siamo stati affezionati: Carlo Monti. Oggi, 24 marzo 2020, ricorre il centesimo anniversario della sua nascita, e qualcuno di noi aveva lanciato l'idea di ricordarlo. Insieme al figlio Fabio, che ci aveva dato il suo benestare. Avevamo diffuso la notizia, chiesto adesioni, ricevemmo risposte che ci confermavano che l'idea era azzeccata. Poi...poi, sapete tutti quello che sta succedendo e che ci preoccupa non poco. Le consequenze sono sotto gli occhi di tutti.

Ma abbiamo questo spazio per comunicare, ed è nostro dovere utilizzarlo per superare la frattura fisica che ci separa dagli amici, dai conoscenti, dalle persone con cui abbiamo anche condiviso esperienze professionali. E abbiamo deciso di ricordare Carlino Monti, qui, oggi. Ma con un impegno preciso: quando sarà superata questa angosciante situazione, Milano - uno dei centri più martoriati - ci ospiterà per parlare di Carlo Monti. Atleta, giornalista, scrittore, ma soprattutto uomo di profonda umanità, rettitudine e saggezza. Chi ha avuto l'occasione di conoscerlo, anche solo poco, sa che queste non sono parole di circostanza.

Ovunque tu sia, auguri per questi cento anni che pure hai sfiorato nella tua vita terrena. Carlo ha lascito i suoi affetti più cari nell'aprile del 2016.

Abbiamo scelto di ricordare Carlino nella sua seconda, terza o quarta carriera: quella di giornalista. Presenza fissa dove c'era atletica, all'Arena di Milano, all'Olimpico di Roma, ai Campionati del mondo, a quelli d'Europa, sempre con attenzione e competenza, e, ancor più con indipendenza di giudizio. Era un compagno ideale nelle tribune stampa, piacevole da ascoltare, utile per apprendere, sempre pronto ad aiutare. E mai con la superbia del saccente. o con la spocchia di considerarsi erede di Alessandro Manzoni. Abbiamo selezionato un articolo che scrisse per la rivista federale «Atletica» nel 1978. Lo abbiamo scelto, fra i tanti possibili: una intervista a Orazio Mariani, altro grande velocista lombardo, milanesissimo, che di Monti fu rivale per molti anni. Una rivalità accesa, non da Coppi - Bartali ma quasi. Una rivalità fatta anche di dialetto milanese e di sfottò, ma senza esclusione di colpi come è nel DNA degli scattisti puri, il sangue corre veloce come le gambe, e, talvolta, la lingua.

Ma se leggerete questa intervista coglierete tutto l'animo di Carlo Monti, la sensibilità, l'umanità. Le ultime righe sono intrise di tristezza per il vecchio malandato avversario. Un grand'uomo, Carlo Monti.

Noticine a margine. Orazio Mariani si trovò fra i piedi un giovanottello di poco più di 19 anni, il 23 ottobre 1939, allo Stadio del Littoriale (si chiamavano tutti così all'epoca) di Trento. Una gara nazionale, il Trofeo Dallago. A sorpresa, il giovane Carlo lasciò dietro il più titolato Orazio sui 100 metri: 11 secondi netti, contro 11 e 2. Una rivalità che durò anni, e sarebbe stata anche più lunga senza quella dannatissima e scellerata guerra di mezzo.

Vite parallele. Orazio Mariani nacque a Milano il 21 gennaio 1915 e ivi morì il 16 ottobre 1981. Jessie Owens nacque il 12 settembre 1913 e morì il 31 marzo 1980.

Coincidenze. Nello stesso numero della rivista dalla quale riproduciamo l'articolo di Monti su Mariani, nel quale si parla diffusamente della staffetta ai Giochi di Berlino '36, a pagina 48 una notizia con foto ci informa della morte dell'americano Ralph Metcalfe, grande sprinter e poi importante personaggio pubblico negli Stati Uniti. Metcalfe fu il secondo staffettista del quartetto americano, prese il bastoncino da Owens, e ebbe come avversario italiano Gianni Caldana.

Le fotografie che pubblichiamo fanno parte dell'archivio personale del dott. Alberto Zanetti Lorenzetti.

dalla rivista della Federazione italiana «Atletica», anno 1978, numero 10, pagine 39 - 40

Orazio Mariani va il più spesso possibile al Brallo. Il Brallo è un paese di poco più di mille abitanti a quasi mille metri di altezza, nel Pavese, fra i versanti della Staffora e della Trebbia, due torrenti dove pescare è ancora un piacere. Orazio Mariani, uno dei non dimenticati scattisti del quartetto che a Berlino, nel 1936, conquistò l’unica medaglia d’argento olimpica nella staffetta 4 x 100 metri, non va al Brallo per ossigenarsi in vista di qualche gara in programma, ma data l’età non più verde, a ritemprare le sue coronarie piuttosto affaticate da qualche infarto, dalla dolorosa scomparsa della figlia Bianca, morta a soli 34 anni lasciando qui una tenera creatura di soli 5 anni, e da una delicata operazione.

Orazio Mariani è ormai un pensionato costretto al passo da una salute che non è più di ferro, dopo una vita spesa fra sport attivo e quello delle schedine del Totocalcio, dove per anni è stato impiegato nella sede di Milano. Il Brallo, quindi, lo vedrà frequentatore assiduo, nonché impacciato turista lungo le sue strade, i suoi viottoli ed i suoi boschi, profumati di funghi in autunno e di «non ti scordar di me» in primavera.

Sinceramente, dobbiamo dirlo, non riusciamo a vedere Mariani nelle vesti di pensionato. Lui, l’uomo tranquillo che ubbidisce al medico e ti fa tanti chilometri al giorno con passo calcolato e con aria distratta e distesa; lui, il pensionato, che si siede al tavolo d’un caffè per una partita a briscola e non si infuria ad ogni errore suo o dei compagni di gioco; lui, il compìto uomo che a tavola non cerca di buggerare la moglie, mangiando più di quanto gli è stato prescritto. E via! Mariani è ormai un pensionato; i suoi giorni di gloria atletica sono ormai lontani; i ricordi hanno, talvolta, i contorni un poco sfumati ma il vecchio «Nearco», come il lupo di proverbiale memoria, non ha perduto completamente il pelo. Che diamine!

Il temperamento è rimasto, intatto; e, forse, il giorno del supremo distacco dalla terra, se lo porterà con sé, perchè anche lassù qualcosa non andrà come lui vorrà quando «qualcuno» gli chiederà ragione dei suoi «soprusi» verso gli avversari, delle sue rodomontate (non tutte tali!), dei suoi «spaccatütt» celebri di un tempo. Ma è bene che sia così; che cosa rimane, in fondo, ad un campione, con il trascorrere degli anni, al di là dei ricordi, spesso intimi, se non quel caratteraccio, quel temperamento, quella voglia di vincere ad ogni costo, nati da un sangue a rapida circolazione (come è quello degli scattisti) anche quando l’antagonista sembrava, tempi in mano, superiore a lui?

Orazio Mariani, per chi non lo conoscesse, è stato negli anni a cavallo fra il 1934 e il 1939 il miglior scattista italiano; non solo, ma fu secondo (dietro all’olandese Osendarp, già finalista quattro anni prima a Torino sia sui 100 che sui 200 m.) ai campionati europei di Parigi nel 1938 sui 100 m.ed avrebbe potuto benissimo vincere, dopo aver realizzato in semifinale, con 10”4/10 il record italiano ed il miglior tempo fra tutti i finalisti, senza una partenza talmente balorda, che ancora oggi grida vendetta. Ma Orazio Mariani (chiamato anche Nearco dal nome di un celeberrimo cavallo italiano che vinse in quegli anni un «Arc de Triomphe» a Parigi od anche «spaccatütt» perché si sentiva sempre in tali condizioni di forma da «spaccare» qualsiasi avversario che si opponesse alla sua volontà di vincere), fu anche, come abbiamo già scritto, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, assieme a Gianni Caldana, Elio Ragni e Tullio Gonnelli, nella staffetta 4 x 100.

Tullio Gonnelli, adesso, vive negli Stati Uniti; Ragni, pure pensionato dopo essere stato direttore della piscina Mincio a Milano, trascorre il suo tempo allenando giovani promesse dell’atletismo italiano, mentre Gianni Caldana, gentiluomo vecchio stile, con i capelli tutti bianchi, ben ordinati e numerosi, allena giovani promesse sul campo XXV Aprile a Milano. Da alloro sono passati quarant’anni e più, da quel 9 agosto 1936; eppure per il nostro protagonista quel giorno è solamente ieri.

“Allora – dice – avevo 21 anni; non ero ancora quel campione affermato che poi sarei diventato. Però ero già il migliore in Italia. Mi facevo già i miei 10”6 puliti e gli altri mi stavano dietro, anche i vecchi «marpioni» come Toetti”.

-          Ti aspettavi – gli chiediamo – quel piazzamento, ossia la medaglia d’argento nella staffetta, a Berlino?

“Io non mi aspettavo niente; non so i miei compagni di squadra. Però eravamo decisi tutti e quattro a spendere tutte le nostre energie pur di fare bella figura. Eravamo bene allenati ed affiatati. Avremo provato trentamila volte i cambi ed allora, tu lo sai, non era facile come adesso, perché tutto doveva avvenire entro venti metri. Noi cambiavamo a 18 – 18 metri e mezzo, ossia molto vicino al margine estremo. Era un grosso rischio, ma per combinare qualcosa di buono si doveva rischiare, anche perchè noi quattro non eravamo certo Owens e soci, ossia la squadra degli USA”.

-          Come mai ti misero in prima frazione?

“Ero il più forte in quel momento e pensavano che se io avessi dato una bella spinta al quartetto, sarebbe poi stato più facile piazzarci”

-          Ma tu sapevi di correre la prima frazione insieme ad Owens?

“No. Lo seppi a Berlino e certamente non ne fui contento”.

-          Ma lo incontrasti soltanto nella finale della staffetta? Te lo trovasti così, di colpo, davanti?

“No. Ci preparavamo assieme qualche volta sulla pista di allenamento del Villaggio Olimpico. Anzi sovente gli chiedevo qualche consiglio, specie sulla partenza”.

-          E lui te lo dava?

“Sì. Tranquillamente. Era un tipo allegro, si allenava volentieri con tutti. Non si dava arie da supercampione; anzi rideva e scherzava. Ma in allenamento non dava l’impressione di essere quel talento eccezionale che poi vinse quattro medaglie d’oro. Con lui ho provato molte partenze e qualche allungo di 100 – 150 metri”.

-          Di fronte a lui come andavi?

“In partenza mi dava almeno un metro, appena fuori dalle buchette. In rettilineo io tiravo fuori l’anima, stringevo i denti e lui correva in scioltezza”.

-          Non hai avuto paura quando te lo sei visto in finale proprio dietro le spalle?

“Tu sai bene che io non ho mai avuto paura di nessuno e quindi non ne ho avuta nemmeno di Owens. Certo, vederlo lì dietro, in seconda corsia, mentre io ero in terza, non mi ha fatto piacere. Ma poi al momento di mettermi in «buchetta» (non c’erano ancora gli starting-blocks, n.d.r.) ho solo pensato: «caro Orazio, o la va o la spacca, dacci dentro». Poi dentro di me ho aggiunto ancora: «Quel lì mi el mangi» (quello lì me lo mangio: n.d.r.). E al colpo di pistola partii come un razzo”.

-          Però Owens è andato molto più forte di te.

“Sì, però era Owens e poi io correvo in terza corsia e lui in seconda, quindi io dovevo girare più al largo. Mi avrà anche preso qualcosa ma che io sia andato forte sta a testimoniarlo il fatto che il quartetto italiano si classificò secondo e dietro di noi furono finirono i tedeschi, nelle cui file c’era Borchmeyer, finalista e quinto sui 100 m. lì a Berlino e che gli olandesi, forti di Berger e Osendarp, campione europeo il primo nel ’34 a Torino sui 100 e 200 m. ed il secondo frasca medaglia di bronzo sulle due distanze, lì a Berlino, sarebbero arrivati dietro di noi, se Osendarp non avesse perduto il testimonio a 25 m. dal filo di lana”.

-          Come mai Owens corse la prima frazione?

“Non lo so. Ma gli americani, quando poterono, anche in seguito, cercarono di mettere sempre un velocista bianco nell’ultima frazione. Forse, in quell’occasione, nonostante l’Owens da quattro medaglie d’oro, preferirono mettere in ultima frazione il bianco Wykoff, già alla sua terza Olimpiade. Però, sinceramente, non so se questa è la verità”.

-          È il tuo ricordo più bello questo della staffetta?

“È un ricordo glorioso e basta. Io, poi, per la staffetta non mi sono mai dannato l’anima. Correre in quattro e dividere la vittoria non è mai stato il mio forte. «Le pussee bel vinc de per mi» (È più bello vincere da solo, n.d.r.). Però è un bel ricordo, anche se sono passati più di quarant’anni e se di Orazio Mariani non si ricorda più nessuno”.

-          È la vita, caro Orazio – gli diciamo. Ma dimmi: tu Owens in seguito non lo hai più incontrato?

“Sulla pista mai più. Solo in quella finale olimpica. Avrei dovuto incontrarlo al Letzigrund di Zurigo pochi giorni dopo sui 100 metri, ma lui non venne. In privato, però, l’ho incontrato nuovamente. Fu alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Io a Roma ero addetto agli impianti ed un giorno lo rividi. Mi presentai. Ci abbracciammo. Io ero molto più grasso di lui. Ma tutti e due non eravamo più i due giovanotti di 21 e 22 anni di quel 9 agosto 1936 dello Stadio Olimpico di Berlino. Andammo a bere una birra assieme. Mi venne voglia persino di sfidarlo sui 100 metri od almeno, forse era meglio, sui 50 metri. Il mio temperamento veniva fuori ancora, alla distanza di un quarto di secolo dalla prova di Berlino. Poi ci ripensai e mi dissi: «Caro Orazio, non ti illudere. Quello ti fa fare una brutta figura; lascia perdere». Lasciai perdere ma a fatica. Non fu insomma una decisione facile. Ah, se mi sarebbe piaciuto vendicarmi di quel giorno alle Olimpiadi, quando mi sentivo il suo fiato sulla mia nuca e lo scalpitio dei suoi passi alle mie spalle ed io correvo, correvo come un ladro colto sul fatto ed inseguito dai carabinieri”.

Questo è il ricordo di un atleta che fu a Berlino quarantadue anni fa e che si guadagnò una medaglia d’argento nella staffetta veloce. Né prima né dopo si è fatto di meglio. Fu quello il trampolino di lancio mondiale di Orazio Mariani, campione senza macchia e senza paura, oggi pensionato un poco irrequieto, che deve camminare ma non correre e che deve osservare una dieta ferrea.

“L’è propi brutt diventaa vecc ma pasiensa. Oramai «anca mi sun un urfanel»”.

È proprio finita per Orazio Mariani. Perché per lui «orfanello» erano tutti quei velocisti che valevano poco, molto poco. E per uno come lui, dichiararsi in disarmo è veramente sentirsi nemmeno più un ex-atleta.

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