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Ci congediamo da Donato Pavesi, campione rimasto senza medaglia olimpica (7) PDF Print E-mail
Wednesday, 11 November 2020 10:22

Siamo arrivati alla fine del «romanzo» della carriera di Donato Pavesi, come l'ha ricostruita, con ricchezza di informazioni, Alberto Zanetti Lorenzetti. Ne abbiamo pubblicate sei puntate, questa è la settima e ultima. Forse. Non si sa mai: magari il nostro ricercatore potrebbe scovare qualche altro sconosciuto risultato e darci degli aggiornamenti. Noi siam qui per questo. Come diceva Marco Martini: «pala, piccone e microscopio». Alberto può essere elencato fra i non molti che fanno buon uso di questi strumenti. Ma non vincerà mai il Premio Pulitzer, l'Alberto da Corvione di Gambara, non vogliamo esagerare dicendo il Nobel, per il settore «Biografie» (esiste veramente, non è una battuta), in Italia c'è troppa concorrenza, tutti eredi di Hemingway, perlomeno...A noi spiace congedarci dal Donato di San Donato Milanese, un bel personaggio, che meriterebbe una biografia non solo sportiva. Era un incantatore di folle, le sue epiche cavalcate della «Cento Chilometri» erano seguite da vicino da schiere di ciclisti che volevano stargli vicino e avere un po' di luce riflessa nelle fotografie che ritraevano il campione; pedalatori che si svegliavano nel cuore della notte per essere presenti alla partenza dei temerari della «Cento». Adesso invece, i grandi progressi dell'atletica, hanno portato ad una riduzione della 50 chilometri a 35, schiavi, succubi, servi, della televisione.

Ringraziamo Alberto per questo ricco contributo da ascriversi a pieno titolo alla storia dell'atletica italiana. E aspettiamo il prossimo personaggio...

Le immagini: Donato era il protagonista delle copertine delle riviste sportive dell'epoca. Queste due sono del 1927 e fermano il momento dell'arrivo dopo 20 chilometri per il tentativo di primato mondiale. È il 23 ottobre, Campo dello Sport Club Italia, e Donato indossa la canottiera del club. La pista misurava 350 metri. Pavesi tolse il primato ad Attilio Callegari; lo perderà tre anni dopo ad opera di Armando Valente. Nessun altro italiano sarà primatista su questa distanza: attuale recordman il messicano Segura (1994)

 

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Il lungo soggiorno inglese

Dopo aver vinto una gara sui 9 chilometri a Monza il 13 maggio 1926, battendo Gariboldi e Giani, si recò nuovamente a Londra, inserito nella lista degli atleti italiani che comprendeva anche Pietro Pastorino, Angelo Davoli, Giovanni Garaventa, Luigi Facelli,  Attilio Callegari e Mauro Mangiante. Dopo due anni di sospensione, il 24 maggio riprendeva la manifestazione allo stadio di Stamford Bridge con l’assegnazione della Coppa del Re d’Italia. Garaventa vinse il miglio e nella gara di marcia disputata sulle 14 miglia prevalse Poynton su Pavesi e Callegari. Donato dimorò a Londra da metà maggio fino a metà settembre. In quel lungo periodo fece numerose gare sulle più disparate distanze. Il 19 giugno fu terzo nella Londra-Brighton e ritorno, 167 chilometri, vinta da Baker e con E.C. Horton al secondo posto. Sabato 11 settembre si allineò al via della “classica” Londra-Brighton. In testa per 2 ore, fu però preceduto sul traguardo da Baker, ma lasciandosi Horton alle spalle.

La «Cento Chilometri», in programma il 26 novembre, diede il secondo successo consecutivo a Giani, autore di una gara molto ben impostata nella distribuzione dello sforzo; Umek raggiunse la seconda piazza con una bella progressione e resistendo all’attacco finale di Pavesi. Quarto l’inglese Horton.

Sulla pista dello S.C. Italia, il 3 aprile 1927, mentre Ettore Rivolta gli soffiava i primati dei 25, 30 e 35 chilometri, ma falliva le 20 miglia, Pavesi prevaleva su Gariboldi in una 10 chilometri. Gli atleti italiani tornarono a Londra per una trasferta che non fu particolarmente positiva per il folto gruppo dei nostri atleti. Il 6 giugno anche Donato non brillò, solo terzo nella 25 chilometri, battuto da Green e Clark. Al Campionato Italiano di maratona di marcia, disputato il 2 ottobre a Como, si aggiudicò il titolo Giusto Umek e Pavesi fu secondo a 4 minuti. I marciatori all’anagrafe risultanti nati nel XIX secolo, avevano messo in fila quelli del Novecento: Mario Brignoli, Carlo Giani, e Romano Poggiolini.

Il campo dello S.C. Italia, impianto usato in precedenza dal Milan e spesso preferito all’Arena nei tentativi di primato, il 23 ottobre si presentava con una pista ancora impregnata d’acqua per le abbondanti piogge del mattino. “L’anziano e pur sempre valoroso” Pavesi diede un dispiacere al padovano Attilio Callegari, togliendogli il record mondiale dei 20 chilometri, migliorato di oltre un minuto. Una ciliegia tira l’altra, e il 26 ottobre fu preso di mira il primato delle 2 ore, percorrendo 23.800 metri. Frantumò, abbassandolo di oltre quattro minuti, il suo primato nazionale della 15 miglia, si impossessò del limite mondiale dei 25 chilometri, mancando il mondiale delle 25 miglia, ma togliendo a Rivolta il primato nazionale dei 30 chilometri.

I marciatori della vecchia guardia furono protagonisti anche del finale di stagione. Donato superò Umek il 30 ottobre nella Vicenza-Padova, e il triestino si prese la rivincita nella «Cento Chilometri», che si era già aggiudicato nel 1923. Nella “classica” della «Gazzetta dello Sport», disputata il 6 novembre, Umek, Pavesi e Giani relegarono al ruolo di comparsa il tedesco Börn.

 

Posta per il Duce

 

Con l’arrivo del 1928 per Donato scoccarono i 40 anni. Ormai aveva dato il meglio di sé e i recenti primati erano stati il suo canto del cigno. Non si sottrasse al confronto, sempre generoso e combattivo. Già a gennaio le colonne dei giornali milanesi parlavano di lui: “L’anziano Pavesi, veterano di 15 marcie di 100 chilometri e animato sempre da una inestinguibile passione e da una coraggiosa volontà vorrebbe intervenire, ed è in trattative per ottenere gli appoggi finanziari che gli permettano di portarsi oltre oceano e affrontare la lunga marcia”. La questione riguardava la “transcontinentale” da New York a Los Angeles in programma a marzo. Per Pavesi rimase un desiderio non esaudito, mentre trasse fama dalla partecipazione all’evento Giusto Umek. A Bologna nella riunione del Direttorio e della Commissione tecnica della FIDAL del 23 febbraio venne deciso che da quel momento sarebbero stati omologati soltanto i primati ottenuti su distanze olimpiche. Ma i tentativi di record sulle distanze spurie proseguirono.

È ben noto quanto il regime fascista fosse capace di organizzare eventi di grande teatralità. Uno di questi fu il “pellegrinaggio” degli operai milanesi a Roma il 30 aprile per rendere omaggio al Duce. In tale occasione Donato fu protagonista di un raid di marcia Milano-Roma, con partenza il 21 aprile, giorno del Natale di Roma, e arrivo al Colosseo il 30 aprile. Scrisse il quotidiano torinese «La Stampa»: “Un’altra entusiastica dimostrazione ha dato l’arrivo al Colosseo, verso le 11.45, del corridore Pavesi, il quale, partito da Milano, ha percorso a piedi, con una media giornaliera di 100 chilometri, il lungo percorso fino alla Capitale per portare al Duce due messaggi, uno affidatogli dal Gerarca del Fascismo milanese Giampaoli, e l’altro dal Direttorio della Sezione combattenti di Milano”. L’incontro con Mussolini al Colosseo fu descritto dal «Corriere della Sera»: “Prima di salire il Duce riceve il messaggio dalle mani di Pavesi, che complimenta per la bella marcia compiuta”.

A seguire venne la trasferta in terra elvetica il 13 maggio con doppietta italiana nella Oerlikon-Winterthur e ritorno, per un totale di 50 chilometri: primo Giani e secondo Pavesi. Poi la prestazione opaca, con conseguente ritiro, il 21 ottobre a Padova, quando il giovane triestino Romano Vecchiett vinse la maratona di marcia, che a partire da questa edizione si disputò sulla distanza di 50 chilometri. La manifestazione merita di essere ricordata perchè al termine della prova il padovano Callegari offri una medaglia d’oro al dott. Nai. Universalmente ricordato per essere stato l’allenatore di Luigi Beccali, Dino Nai spese una vita con i colori della Pro Patria come atleta, tecnico e dirigente. In quest’ultimo ruolo ebbe modo di rappresentare l’Italia a livello internazionale e conquistare la gratitudine dei marciatori italiani. Scrisse nella sua autobiografia «Marciando nel nome d’Italia» Ugo Frigerio:“ Chiusa l’Olimpiade di Amsterdam, si riunì il Convegno Olimpionico. L’Italia è presente nella persona del dott. Dino Nai. Esaurite le lunghe discussioni riguardanti i vari generi di sport, vien rimessa in discussione la questione della Marcia a piedi. Subito il dottor Nai, con la forza del diritto che lo sostiene e anima, impegna una forte diatriba coi delegati di quel gruppo di Nazioni che, capitanate dalla nostra consorella latina di confine, avevano decretato al Congresso di Praga il rigetto della sacrosante aspirazioni dei marciatori. (…) Finalmente, dopo aver difeso a oltranza il buon diritto dei marciatori, il dottor Nai riesce a far riammettere la marcia fra i Ludi Olimpici 1932, sul percorso di 50 chilometri”.

Ma la prospettiva olimpica per Pavesi non poteva che essere un miraggio, anche se nonostante il peso degli anni Donato non poteva rinunciare alla “sua” «Cento Chilometri», pur potendo aspirare solo a dignitosi piazzamenti. L’11 novembre, in una edizione che vide il monologo di Mario Brignoli, fu nono.

Nel 1929 arrivò al secondo posto nella Padova-Venezia vinta da Rivolta  (23 giugno), precedendo Francesco Pretti. Il 1° settembre lo Sport Club Italia organizzò una gara sui 3 chilometri che assunse importanza non solo per la vittoria di Pavesi, ma anche perché segnò il rientro dopo un lungo periodo di inattività di Frigerio. Il servizio del «Corriere della Sera» informò che questo ritorno era avvenuto dopo quattro anni di assenza dalle competizioni e concluse con un profetico auspicio: “non è fuor di luogo pensare ch’egli potrà avere dallo sport che ha sempre servito con lealtà nuove soddisfazioni”. Il milanese era destinato a vincere la medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1932. Seguirono i Campionati Italiani, con Donato quinto nella 10 chilometri il 22 settembre e ritirato dopo esser stato al comando per 30 chilometri nella maratona di marcia disputata a Trieste il 27 ottobre. Il 3 novembre tornò al successo nella 15 chilometri che assegnava la Coppa Binda a Castellanza, battendo Brignoli, Bosatra e Rivolta e Giani.

A vent’anni dalla prima edizione, la «Cento Chilometri» presentava al via Thomas W. Green, un altro prestigioso esponente della scuola inglese al quale la vita sembrava avesse fatto di tutto per impedirgli di diventare un campione: nell’infanzia il rachitismo fece sì che cominciasse a camminare a cinque anni; poi arrivò la Grande guerra che lo ebbe combattente con la divisa da ussaro e gli procurò diverse ferite e lesioni causate dai gas asfissianti. Morale della favola, ebbe la possibilità di iniziare a fare seriamente sport nel 1926, quando aveva 32 anni, diventando campione olimpico ai Giochi del 1932 e sfiorando la qualificazione per le Olimpiadi di Berlino. All’esordio nella “classica” italiana trovò uno strepitoso Brignoli che, in testa per tutta la gara, lo relegò alla piazza d’onore. Se Brignoli fu grande, altrettanto lo fu Pavesi: dopo due decenni riusciva ancora a salire sul terzo gradino del podio.

Il declino finale

Le prove di marcia che assegnavano la maglia tricolore del 1930 ebbero il protagonista in Pretti; con la partecipazione alla 25 chilometri organizzata il 3 agosto a Sulmona, Pavesi, che aveva condotto la gara per 18 chilometri, ottenne il bronzo, ultima medaglia conquistata in una lunga ed irripetibile carriera. Tre settimane dopo a Salsomaggiore si classificò al quarto posto nella 50 chilometri. Il 14 settembre fu secondo nella Gorizia-Udine dietro ad Attilio Callegari, poi quarto nella Milano-Como del 12 ottobre, vinta da Umberto Olivoni, l’unico italiano che impensierì nella «Centro Chilometri» del 9 novembre il campione britannico Green. Per Donato, ormai quarantaduenne, la gara decretò la decima posizione.

Le ultime competizioni di rilievo non potevano che essere disputate nella gara più legata al suo nome, la «Cento Chilometri». Nel 1931 Ettore Rivolta si era dimostrato nettamente il migliore sulle lunghe distanze, vincendo anche la “classica” della «Gazzetta dello Sport», conclusa da Donato all’ottavo posto. L’edizione del 1932 vide prevalere Umberto Olivoni sul tedesco Franz Reichel, valido atleta, però senza esperienza sulla distanza. Ma il beniamino del pubblico, ovunque incitato e applaudito, era sempre Pavesi, anche quando la sua partecipazione significò un quattordicesimo posto che concludeva una carriera che lo ebbe per 5 volte campione italiano della maratona di marcia (1912, 1914, 1921, 1924, 1925), vincitore di 6 edizioni della «Cento Chilometri» (1910, 1914, 1919, 1920, 1921, 1922); 2 volte si aggiudicò la Londra-Brighton (1921, 1923) e s’impose anche nella Manchester-Blackpool (1922).

Si era sposato due volte ed aveva avuto cinque figli. Faceva il magazziniere in un negozio di rubinetterie quando, il 30 giugno 1946, all’età di 58 anni, in una gara per veterani – presenti anche Valente, Brignoli e un caldo canicolare – a sette chilometri dal via ebbe un malore. Fu ricoverato all’ospedale Niguarda, dove dopo mezz’ora spirò. Il grande campione era caduto sulla breccia.

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Last Updated on Sunday, 15 November 2020 18:15
 
Bruno Bonomelli nel ricordo di Oliviero Capuccini: sembrava il tenente Sheridan PDF Print E-mail
Tuesday, 10 November 2020 06:42

C'è qualcuno che si ricorda del tenente Sheridan? Eh, buonanotte. Deve avere i capelli, quelli rimasti, color Biancaneve. Fine anni '50 primi anni '60, la RAI stava entrando prepotentemente nelle case degli italiani, il tubo catodico era diventato status simbol del benessere della nostra gente, come l'auto, il frigorifero, le vacanze a Viserbella alla Pensione Mariuccia, trattamento familiare. E le serate con il «detective dall'impermeabile bianco», Ezechiele «Ezzy» Sheridan, erano un appuntamento fisso con il giallo poliziesco. All'investigatore dava il volto il romano Ubaldo Lay (cognome originario Bussa), attore cinematografico esordiente in spettacoli del GUF, la gioventù universitaria fascista, poi teatro, radio, televisione, cinema, e infine doppiatore. Uno dei volti più noti per tanti anni.

E che c'azzecca il tenente Sheridan/Ubaldo Lay con Bruno Bonomelli? Nasce da un singolare accostamento immaginato da Oliviero Capuccini, imprenditore dell'ambiente e degli spazi verdi. Oliviero ha letto quello che abbiamo scritto recentemente in questo nostro sito di Bruno Bonomelli e ci ha fatto avere un suo breve ricordo personale del turbolento rovatese. Oliviero - come ci ha raccontato Elio Forti, nostro socio, testimonianza vivente di cinquanta anni di podismo nella zona di Gargano, lago di Garda, Montegargnano e dintorni - era un cavallino di razza, aveva talento per la corsa, fosse campestre, su strada o in montagna. Bonomelli lo notò, credeva in lui e ne voleva fare un corridore, un maratoneta possibilmente. Ma Oliviero correva solo per divertirsi. Nel 1978 con i fratelli Franco, Agostino, Mariuccia e altri soci diedero vita alla Agri-Coop Alto Garda Verde, cooperativa sociale, dice il sito www.agri-coop.it/ «impegnata in tutto il vasto ambito che parte dall’agricoltura e arriva all’ingegneria naturalistica, passando per la progettazione, la realizzazione e la manutenzione di qualunque tipo di spazio verde, senza dimenticare la produzione vivaistica». Azienda (ha festeggiato i suoi primi 40 anni nel 2018) attiva prima di tutto nel sociale e poi nello sport. Negli anni '80 ci fu una bella realtà atletica sulla sponda bresciana del Benaco che prese il nome di Agri Coop Libertas Garda; inoltre la cooperativa è sempre stata vicina, in concreto, alla corsa podistica di Navazzo (47 edizioni filate). Anche se Franco Capuccini ha una passione, fin da ragazzetto, tutta acquatica per le regate: è stato presidente del Circolo Vela Gargnano di cui attualmente è vicepresidente con incarichi tecnici; ma può anche mettere in bacheca ottimi risultati agonistici nella «Centomiglia» velica, la regina delle regate in acque interne. Su terra ferma, Oliviero vinse la quarta edizione, nel 1977, della gara podistica di Navazzo. Non aveva visto male - come sempre, del resto - il Bonomelli, ma non se ne fece niente. Ringraziamo Oliviero Capuccini per le belle parole di ricordo «di quello della camomilla». Potete leggere le sue righe qui di seguito.

"Lo ricordo, mi venne a cercare a Gargnano, non ricordo l'anno, di sicuro dopo il '75. Ci siamo incontrati davanti alla Chiesa di San Martino, aveva un impermeabile tipo tenente Sheridan. Mi disse: so che vai bene con la corsa ma devi allenarti con sistema. Ti iscrivo alla società La Pedestre, e faremo vedere noi a quelli...non so a chi si riferisse. Gli dissi che per me correre era un divertimento, non volevo fosse un lavoro. Mi diede il suo libro con dedica dicendomi di ripensarci e allenarmi. Per qualche mese chiamò periodicamente a casa dicendo a quale gara mi aveva iscritto. «Quello della camomilla - mi diceva la mamma - ti ha cercato, ha detto che domenica ti aspetta alla gara di...». Dopo alcuni mesi non chiamò più visto che non mi ero mai presentato. Di lui non so cosa dire avendolo visto solo per un'oretta, mi diede l'idea di essere molto arrabbiato con qualcuno del settore. Però per me era ed è rimasto uno sconosciuto fino a pochi anni fa".

Nelle foto: la dedica scritta di pugno da Bruno Bonomelli sul suo libro sulla corsa campestre, di cui fece dono a Oliviero Capuccini. Sotto: una foto dall'archivio di Elio Forti: siamo a Serniga di Salò, metà anni '70 circa, Trofeo Ilario Roberti. Oliviero è il primo a destra, con il cappellino. Terzo da sinistra, un altro appassionato promotore del podismo gardesano: Cesare Bernardini, scomparso un paio di anni fa, che ancor oggi detiene uno dei migliori tempi sul Giro del lago di Garda di corsa, circa 150 chilometri.


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Last Updated on Tuesday, 10 November 2020 12:41
 
Bruno Bonomelli, ricordo di un atleta bresciano che fu suo allievo a scuola PDF Print E-mail
Thursday, 29 October 2020 10:14

«Claudio Garzetti è stato un onesto lavoratore del garretto, del bottarello, botareil in dialetto bresciano. Fu composta nella città della Leonessa perfino una poesia al botareil: estroverso autore Pierino, poeta un po' fatto a modo suo del Quartiere di San Rocchino, a Brescia. Colà, con partenza e arrivo davanti al Bar de le brute (così conosciuto il Bar Caldera), sul piazzalone degli Spedali Civili, si corse, fra il 1973 e il 1981, il Gran Premio San Rocchino, corsa internazionale su strada di 12 chilometri, una delle più belle manifestazioni di atletica che siano mai state organizzate in quella città. Vi partecipò la creme de la creme del podismo internazionale. Bene, la fantasia creativa di Pierino (un Pierino in carne ed ossa non inventato) rimase impressionata da uno degli atleti che aveva visto correre la domenica precedente: qualche sera dopo si presentò al bar dove erano stanziali alcuni degli organizzatori e chiese di declamare la sua poesia alla bellezza del botareil, il polpaccio e i suoi muscoli. In zona è rimasto famoso, certo più di Giacomo Leopardi.

Dicevamo di Claudio Garzetti. Fu per parecchi anni un buon mezzofondista. Ieri sera, dopo aver letto il ricordo che abbiamo dedicato a Bruno Bonomelli, ci ha inviato un messaggio che riproduciamo perchè ci ha fatto molto piacere. Ha scritto Claudio, e per questo lo ringraziamo:

"Io ho avuto l'immenso piacere di conoscerlo negli anni 60 quando insegnava a Roncadelle. Indimenticabile!!!"

Poche parole, ma sufficienti. Ci fa piacere aver ricevuto segnali da parecchi atleti di anni andati e che conobbero Bonomelli: Rita Bottiglieri, Gianfranco Carabelli, Alessandro Frigeni, Maria Grazia Cogoli, Alberto Papa, Domenico Canobbio, Maddalena Tassoni.

Abbiamo citato Gianfranco Carabelli, pochi istanti fa (sono le 18.35 di giovedi 29 ottobre) ci arriva da lui - nostro apprezzato socio - questo commento:

"Lo ricordo sempre presente alle gare all'Arena (nota per i più giovani: di Arena ce n'è una sola, quella de Milan). Ruvido, ma fine polemista, attirava intorno a sè gruppi numerosi di estimatori che quasi sempre lo ritenevano informatissimo e, malgrado i toni, in perfetta buona fede".

Qualche mese fa abbiamo dedicato, su questo spazio A.S.A.I., un «ritrattino» all'atleta Carabelli, elegantissimo corridore di 800 metri. Bonomelli gli dedicò un titolo e un bel po' di righe sulla pagina sportiva de «l'Unità». Bruno lo vedeva come naturale successore di Francesco Bianchi. E lo sarebbe stato se non fosse stato fermato da una malattia muscolare. Che lo portò ad abbandonare l'atletica e ad entrare alla Scuola dello Sport, a diplomarsi Maestro dello Sport, e a percorrere una brillantissima carriera nel Comitato olimpico italiano; tra l'altro, fu Segretario della Federatletica fra l'89 e il 90. Un nostro socio ha avuto il piacere di lavorare con lui a quel tempo.

Last Updated on Friday, 30 October 2020 13:58
 
Ricordiamo Bruno Bonomelli nel giorno della sua nascita, centodieci anni fa PDF Print E-mail
Wednesday, 28 October 2020 16:54

Centodieci anni fa nasceva Bruno Bonomelli, che alcuni di noi (non abbiamo l'ardire di prendere impegno per tutti) che facciamo parte di questa piccola enclave di sopravvissuti riconosciamo come nostro Maestro e ispiratore. Risentiamo le sue lezioni-non lezioni, ci ha insegnato l'atletica stando giù dalla cattedra, mai sopra. Ci ha trasmesso la voglia di polemizzare, lottare, mandare a quel paese i vaniloquenti tromboni dello sport, che anche nell'atletica non sono mai mancati. Ha cercato di farci entrare nel cirivreddo (cervello, secondo l'affascinante linguaggio camilleriano) che «l'atletica è progresso e chi non crede nell'idea di progresso non può amare l'atletica». E così la mistifica, la insozza: è di oggi un'altra avvilente notizia che ci racconta della squalifica del campione mondiale 2019 dei 100 metri e staffetta Christian Coleman che, pare, abbia giocato al gatto e al topo con le regole dei controlli contro il doping. Due anni di squalifica, titoli perduti, medaglie da riassegnare, compilazioni che non valgono più un fico marcio.

Per anni il maestro elementare (come sua moglie Rosetta Nulli) ha pubblicato, di sua sacchetta (tasca), libretti di compilazioni di dati che ancor oggi sono di una arcaica eleganza, oltre che di una utilità inarrivabile per quei rimasugli di pensionati che ancora hanno a cuore la conservazione della memoria di questo nostro bellissimo sport. La sua generosa produzione statistico-compilatoria venne prima dell'organismo internazionale etichettato come A.T.F.S., per non parlare della immobile federazione italiana che arrivò a partorire un Annuario solo nel 1961. Ci sono, esistono eccome, i testi dei suoi polemici interventi nei soporiferi congressi annuali della F.I.D.A.L. per perorare la causa della pubblicazione di un compendio annuale. E invocava il paragone, lui uomo di cultura vasta e assimilata,  con le compilazioni degli antichi filosofi greci. Le statistiche BiBis (ci ha chiesto qualcuno, in altra occasione, cosa sta a significare: semplice, due volte B, Bruno e Bonomelli) le faceva sul serio, analizzando i dati secondo i dettami della statistica vera, tracciando grafici, traendone suggerimenti e indicazioni, non vane e inutili elencazioni di numeri che non dicono niente a nessuno, tantomeno a chi dovrebbe lavorare per il progresso dell'atletica.

Focoso, dall'oratoria ciceroniana, aggressivo, di tanto in tanto cercava di allungare qualche sganassone a ominicchi e quaquaraquà che non sopportava, ovviamente ricambiato. Brillante, ospitale nella sua bella casa sui Ronchi di Brescia, attorno ad una tavola, era affabulatore travolgente, capace di coniugare l'atletica con la storia, la filosofia con la tecnica della corsa, talvolta era difficile seguirlo. Creò club di atleti con caratteristiche organizzative quasi britanniche. Aprire i faldoni della sua collezione e scoprire le comunicazioni agli atleti, le convocazioni circostanziate, il rispetto dei risultati di ognuno, il dettaglio delle notizie, i ritagli di giornali doverosamente conservati: esempi neppur oggi lontanamente imitati. Dirigente (spesso squalificato dagli occhiuti dirigenti federal-fidalini), allenatore, studioso, giornalista, comunista-non comunista, fuori dal centralismo democratico di allora, generoso, sì generoso. Al contrario di tanti pidocchi che mettono sotto chiave i loro documenti, occultandoli alla ricerca, egli ha sempre aperto i suoi archivi a chi ne aveva bisogno. Le parole più belle ce le disse anni fa Marco Martini, che a casa Bonomelli trascorse, a più riprese, mesi fra le sue carte, tante e preziose:"Sono stati alcuni dei periodi più belli della mia vita. Pensa che riuscì perfino a farmi bere del vino rosso, a me che non ne avevo mai toccato una goccia. Finii che barcollavo pur seduto sulla sedia, allegrotto e  inesorabilmente ciucco". Marco rimane il più diretto e qualificato erede di Bruno.

E già che ci siamo ricordiamo che oggi, 28 ottobre, ricorrre anche il giorno genetliaco del nostro socio Albertino Bargnani, pure lui bresciano, che Bonomelli plasmò come atleta di mezzofondo e fondo e di corsa campestre, la «religione atletica» che ho ha sempre ispirato. Un aneddoto per chiudere, quasi un sigillo sulla personalità di Bonomelli. Durante una riunione nazionale, in questo momento non sappiamo dire in quale città, è in svolgimento la gara sui cinquemila metri. Bargnani piano piano si stacca e scivola in fondo al gruppo. Dalla tribuna, imperiosa si alza una voce che sentenzia senza scampo, in dialetto bresciano:"Albertino, ma curet anche te?". Di facile intuizione: Albertino ma corri pure tu??? Un sarcasmo che stroncherebbe anche il più temprato degli atleti.

Ricordiamo Bruno Bonomelli così, oggi con profondo rispetto e con un grande debito di riconoscenza.

Last Updated on Wednesday, 11 November 2020 10:56
 
Vi raccontiamo Donato Pavesi, un campione rimasto senza medaglia (6) PDF Print E-mail
Monday, 19 October 2020 00:00

Ci avviamo, pian pianino, a prendere congedo da Donato Pavesi e da Alberto Zanetti Lorenzetti che ne ha raccolto e documentato le gesta sportive in un arco di tempo di oltre due decenni. Un lungo racconto che potremmo titolare «Pavesiade», o, se più vi piace «L'Odissea di Donato». Nel testo che presentiamo oggi, il sesto, Alberto ci conduce attraverso le tante gare del marciatore di San Donato Milanese: parliamo degli anni 1923 - 1926, che hanno al centro i Giochi Olimpici di Colombes Parigi, nei quali il garibaldino atleta, sempre focoso e all'attacco, accarezzò il sogno di una medaglia olimpica, ma il sudafricano Cecil Charles McMaster, nato a Port Elizabeth (data controversa: 5 giugno 1895 o 10 giugno 1900? - 11 settembre 1981, a Germiston) gliela soffiò per nove secondi. L'atleta del Sudafrica (in verità a quel tempo si chiamava Unione Sudafricana, dal 1909, dopo l'unificazione dei vari territori come dominion all'interno del Commonwealth) aveva già un bottino (un po' amaro) di due quarti posti nell'Olimpiade precedente del 1920. Buona lettura di questa sesta puntata, ancora una e poi prenderemo congedo da Donato Pavesi.

La foto orizzontale si riferisce alle prime battute della finale dei 10 mila metri di marcia ai Giochi Olimpici 1924 allo Stadio di Colombes, periferia di Parigi: era il 13 luglio. Conduce spavaldo Donato Pavesi; dietro di lui, con il numero 44, fazzoletto bianco al collo, l'inglese Gordon Goodwin, all'interno Ugo Frigerio; alle loro spalle, completo scuro, il sudafricano Cecil McMaster, e quinto (ma alla fine sarà solamente nono su dieci classificati) lo statunitense Harvey Hinkel. Nelle due foto verticali, a sinistra un Donato un po' inedito: senza il famoso berrettino a spicchi bianchi e neri tipico dei fantini; a destra, durante una edizione della classica inglese London - Brighton (distanza variabile a seconda del tracciato fra le 52 e le 59 miglia): ne vinse due edizioni (1921 e 1923, fu terzo nel 1922 e ancora secondo nel 1926, quando dovette cedere nel finale al britannico Baker, primo nel 1924-25-26-28)

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A caccia di primati di ogni genere

Avevamo lasciato Pavesi a Brescia verso la fine del 1922, lo ritroviamo nella città lombarda dove conquistò la prima vittoria del 1923, staccando di 30 secondi Ettore Gariboldi in un Criterium nazionale di 12,5 chilometri organizzato il 9 aprile con partenza e arrivo nel sobborgo di Urago Mella. Il successivo fine settimana piegò la resistenza di Umek nella Milano-Antegnate, per poi dedicarsi a un nuovo tentativo di primato. Il 29 aprile indossò le scarpette da marciatore e si mise… a ballare. Nella sala dell’Eldorado fra one-step, fox-trot, hesitation e un po’ di jazz era iniziata la caccia al record – una febbre che aveva contagiato anche Milano – del Club Giovinezza, che voleva battere il “primato mondiale” delle trentasei ore stabilito dal Club Danilo a Porta Venezia. Scesero in pista cinque concorrenti con ballerine che si alternavano ad accompagnarli. L’obiettivo fu centrato, non da Donato – che comunque si comportò bene giungendo secondo – ma dalla vecchia volpe della specialità Emilio Cremonesì che ballò per 51 ore e 10 minuti percorrendo poco più di 123 chilometri. La piazza d’onore del campione di marcia fu ottenuta grazie alla resistenza alla danza per 27 ore, minuto più, minuto meno, coprendo la distanza di 74 chilometri e mezzo. Indubbiamente il vincitore era di un altro pianeta, ma vennero stracciati concorrenti ben più giovani, come il pugile di colore Jean “Giovannino” Joup.

Lo Sport Club Italia organizzò una manifestazione all’impianto di viale Lombardia l’11 maggio. La presenza dei vari Frigerio, Pavesi, Negri e una gara femminile furono un sicuro richiamo per il pubblico. Mossiere della 10 chilometri – vinta da Frigerio – fu il campione europeo di pugilato Van der Veer, che il 20 maggio avrebbe combattuto all’Arena, perdendo, contro Erminio Spalla. Scrisse il «Corriere della Sera»: “Sul finire della riunione è avvenuto un incidente. La tribuna centrale che ospitava Van der Veer, forse troppo carica di persone o forse commossa di contenere un peso… massimo della qualità dell’olandese si è sprofondata; qualche grido, ma fortunatamente nessuna conseguenza rimarchevole”. Triste destino degli impianti sportivi milanesi: il 15 giugno 1930 crollò una tribuna del Campo Virgilo Fossati durante l’incontro fra Inter e Genoa – vicenda che portò al limite della bancarotta la società nerazzurra – e, per conseguenza della nevicata del 17 gennaio 1985, oltre ad essere gravemente lesionato il velodromo Vigorelli, venne irrimediabilmente danneggiato il Palasport di San Siro.

Nell’ormai consueta trasferta londinese di primavera il 19 maggio, sempre nell’impianto di Stamford Bridge, fornì una buona prova nella gara ad handicap, anche se squalificato all’ultimo giro. La vittoria andò a Frigerio, e Franco Giongo non fu da meno nella corsa delle 120 yards. Due giorni dopo Blasi vinse la 14 miglia. Nella gara di marcia sulla stessa distanza, Pavesi si ritirò dopo essere stato al comando fino al decimo miglio, consegnando la vittoria a Poynton e il secondo posto a Umek. Frigerio si impose nella gara dei 10.000 metri ad handicap. 

Il 26 maggio fu la volta della partecipazione alla Londra-Brighton. Donato, che aveva condotto per 45 chilometri, entrò in crisi, e a 6 miglia dall’arrivo Baker gli era ormai dietro di soli 200 metri, ma riuscì a reagire e ad allontanare il pericolo. Con questo ulteriore successo è difficile smentire che in quegli anni il miglior atleta sulle lunghe distanze fosse lui. A riprova di ciò il 6 luglio, sempre a Londra, si impossessò del primato italiano delle 15 miglia, percorse in 2 ore 1’31”3/5, e delle 20 miglia, concluse in 2 ore 51’05”4/5. L’11 novembre nella «Cento Chilometri» dovette cedere il passo a Umek. Dopo un avvio brillante, ebbe un cedimento verso metà gara. Ne approfittò il triestino, che dimostrandosi il più regolare tagliò primo il traguardo al Velodromo Milanese, resistendo al ritorno di Pavesi.

La medaglia olimpica sfiorata

All’inizio del 1924 si aggiudicò la 15 chilometri di Crescenzago, davanti a Brunelli, e il Meeting di Pasqua su Gaetano Volpi. Nelle gare preolimpiche collezionò una serie di piazzamenti che gli consentirono di essere ammesso nella lista degli azzurri da inviare ai Giochi, dove il programma della marcia era costituito dalla sola gara dei 10 chilometri. Furono convocati altri due milanesi, Ugo Frigerio e Luigi Bosatra, e un ligure, Armando Valente. Nella prima eliminatoria Pavesi si qualificò agevolmente alla finale staccato di soli 5 secondi dall’inglese Goodwin, mentre Bosatra faticò un po’ di più giungendo quarto. Nell’altra batteria Frigerio vinse abbastanza agevolmente e il quarto posto di Valente permise di avere tutti gli azzurri presenti alla finale. Il 13 luglio fu il giorno del trionfo per Frigerio, che ottenne il terzo successo olimpico, dominando la gara con il tempo di 47’49”0 e rifilando un distacco di 48”9 a Goodwin. Pavesi, quarto, fu preceduto al traguardo di 9 secondi dal sudafricano McMaster. Gli altri azzurri, Valente e Bosatra, conclusero al settimo e ottavo posto.

Quello che ormai era definito un anziano campione, il 20 luglio andò a vincere una 10 chilometri a Francoforte, una gara sui 15 chilometri a Milano il 31 agosto battendo Volpi, e il 14 settembre a Firenze al Campionato di maratona di marcia mise in fila alle sue spalle Brunelli, Giani e Rivolta. Seguì il successo nella maratona irpina, il 28 settembre, prevalendo su Umek, e al Giro di Padova il 5 ottobre davanti a Brunelli. Giani e Rivolta vennero sconfitti rispettivamente nella Milano-Antegnate del 4 novembre e nella 25 chilometri di Busto Arsizio il 16 dello stesso mese. Niente male per un vecchietto.

Il 23 novembre la presenza di Karl Hähnel, marciatore che avrebbe occupato il quarto posto alle Olimpiadi del 1932, diede una caratura internazionale alla «Cento Chilometri». Per il tedesco si trattava di una rivincita, essendo stato da poco battuto da Pavesi nella Berlino-Potsdam. La classifica finale decretò il primo posto di Hähnel e il secondo di Donato. Umek fu lo sfortunato protagonista della gara, ma entrò in crisi nelle fasi finali lasciando campo libero al tedesco, ritirandosi in vista del traguardo, permettendo a Pavesi di guadagnare la piazza d’onore.

Si prese la soddisfazione nel corso del 1925 di battere un po’ tutti i marciatori, emergenti e non: il 29 marzo nei 19 chilometri della Coppa Malvezzi superò Umberto Olivoni, al Meeting di Pasqua del 12 aprile fu la volta di Brunelli, poi toccò a Rivolta a Torino il 19 luglio. Il Campionato della maratona di marcia fu organizzato il 20 settembre a Macerata. Fu l’ultimo tricolore vinto da Pavesi, che all’arrivo precedette Brunelli, Callegari e Rivolta. Due settimane dopo, percorrendo i 54 chilometri della Milano-Antegnate distaccò Carlo Giani.

Nel frattempo aveva subito una squalifica di tre mesi, ma venne comunque invitato gareggiare nella «Cento Chilometri» per la pressione sugli organizzatori di tifosi e avversari. Il provvedimento gli impedì di figurare ufficialmente al secondo posto, ottenuto dopo esser stato protagonista della gara con Giani, il vincitore che era stato per lungo tempo in testa, poi vittima di una crisi che gli fece perdere posizioni, infine autore di un brillante recupero che lo portò alla vittoria. Per quanto riguarda la squalifica, erano sotto inchiesta anche Frigerio e Bosatra, rei di aver partecipato in settembre a una gara non approvata dalla Federazione a Villa d’Este, sul lago di Como. Il Comitato Regionale Lombardo aveva poi dichiarato infondati gli addebiti ai tre marciatori, ma permaneva la sospensione di Pavesi a causa del regolamento di disciplina militare della sua società, essendo in quell’anno tesserato per la Milizia Portuaria di Genova. Il 6 dicembre il Congresso della Federazione revocò il provvedimento di squalifica. Questa vicenda è stata ampiamente trattata nell’ultimo dei libri scritti da Carlo Monti “1909-2009: i Cento Anni della Cento km di Marcia”.

(segue)

Last Updated on Monday, 19 October 2020 17:10
 
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