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La supertecnologia ha fatto evaporare il fascino irresistibile dell'atletica PDF Print E-mail
Tuesday, 06 October 2020 15:20

La foto che pubblichiamo viene dalla Collezione personale di Luc Vollard, leader di quel gruppo di storici e statistici francesi che formano la Commissione Documentazione e Storia della Federazione atletica transalpina. Amici con i quali siamo in relazione da anni, con reciproca soddisfazione. Dagli scritti di Luc c'è sempre da imparare qualcosa. Stavolta ha suscitato tutta la nostra attenzione la foto che correda il suo «editoriale» che apre il numero 108 della Newsletter mensile stilata dal gruppo. Abbiamo fatto un rapido sondaggio fra i nostri soci più documentati per sapere se avessero visto questo documento prima d'oggi. Forse qualcuno troveremo, magari qualcun altro ce ne farà avere copia, ma, per adesso, abbelliamo il nostro sito con questa «primizia» di cui ci fa dono monsieur Vollard.

Vien fatto chiedersi: ma tutta 'sta tecnologia d'oggi (ormai gli strumenti, per esempio, possono leggere differenze al millesimo di secondo, e tante altre diavolerie) hanno reso più attraente l'atletica o ne hanno sminuito il fascino? E ci chiediamo ancora: che senso ha continuare a sviluppare sistemi sempre più sofisticati, e nel contempo togliere validità ai risultati cronometrici e metrici per sostituirli con l'assurdo papocchio dei cosiddetti «rankings» basati su degli astrusi punteggi? Stanno da tempo cercando di trasformare uno sport vero, reale, indiscutibile, in un pastrocchio affidato a calcoli cervellotici. Lasciamoli ad altri sport, validissimi per carità, che ne hanno bisogno per la loro intrinseca struttura. I nostri punti di riferimento son sempre stati il metro sigillato nella famosa Barra numero 27 (di platino-iridio) depositata al Bureau international des poids et des mesures a Sévres, nei pressi di Parigi, e il minuto-secondo, quello che da noi viene scandito dall'Istituto elettrotecnico nazionale Galileo Ferraris di Torino. Tutto il resto è noia, come cantava Franco Califano.

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L’athlétisme est un sport de précision par excellence. A tel point qu’il faut parfois recourir au millième de secondes pour départager des coureurs, organiser des barrages pour la victoire entre sauteurs ou prendre en compte une deuxième performance pour trouver le meilleur lanceur.

Depuis 1976, les records des épreuves de sprint sont homologués au centième, mais avant le dixième de seconde, la référence était le cinquième, bien sûr en chronométrage manuel ! Pourtant c’est en 1927 que la France testa pour la première fois un dispositif automatique. La précision était bien sûr recherchée, notamment pour éviter les palabres lors des arrivées serrées mais il fallait aussi répondre au besoin d’enregistrer tous les temps des décathloniens lors de leurs épreuves. En effet, pendant longtemps, seul le temps du vainqueur était relevé.

Le 16 octobre 1927,  un appareil développé par l’ingénieur allemand Loebner est ainsi installé au stade de Colombes et un curieux portique prend place sur la ligne d’arrivée. La distance choisie est le peu courant 50 m, ce qui garantit un test probant et deux manches sont organisées. Armand Crestois au couloir 3 s’impose à deux reprises en 6’’0 puis en 6’’1, à chaque fois devant Maurice Rousseau, couloir 2, André Cerbonney, couloir 1 et Marcel Sylvestre au 6, tous internationaux.

En parallèle d’essais dans les sports mécaniques, le cyclisme et la natation, l’expérience s’avéra concluante pour l’athlétisme et, en 1928, le décathlon des Jeux Olympiques d’Amsterdam bénéficia du matériel Loebner et de son fonctionnement automatique qui mettra cependant encore quarante ans à devenir la norme. Aujourd’hui, les chronométreurs manuels, juges aux arrivées et la joyeuse effervescence autour de l’échelle ont presque complètement disparu de nos compétitions, remplacés par la caméra et l’ordinateur, mais les entraîneurs et certains spectateurs prennent toujours les temps autour de la piste!

Crédit photo : collection Luc Vollard
Last Updated on Tuesday, 06 October 2020 19:26
 
Innalziamo vessilli e canti per una persona onesta: Rita Bottiglieri PDF Print E-mail
Thursday, 01 October 2020 07:27

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Spesso Gianni Brera concludeva così certi suoi «pezzi» di letteratura, non erano articoli di giornale seppure scritti su quotidiani: "innalziamo vessilli e canti" per qualcuno che voleva elevare all'onore delle cronache. Noi oggi usiamo - ci approppriamo - della stessa espressione per innalzare i nostri vessilli e i nostri canti (di ringraziamento) in onore di una persona onesta cui un manipolo di esagitati ha fatto vedere, per anni, il diavolo in un buco: Rita Bottiglieri. Il documento che alleghiamo ve lo potete leggere da soli, presumiamo che tutti i nostri utenti siano alfabetizzati: doppio click sulla immagine, questa si ingrandisce, meraviglia della tecnologia, e voi leggete. Se volete.

Dopo l'ennesimo conato di vomito di qualche giorno fa leggendo certi titoli di fogli (quando eravamo piccoli il nostro fruttivendolo li usava per avvolgerci la lattuga, le patate e le cipolle, dovremmo tornare a quei tempi), arriva una notizia, l'ennesima da qualche mese a questa parte, che rende giustizia ai giusti. Ancora una volta la Banda Bassotti aveva dato l'ennesimo colpo di coda, non contenta degli schiaffoni che aveva ricevuto in Tribunale. Ed ecco rispuntare la parola magica, una specie di Viagra che suscita erezioni tardive: complotto. E certi ominicchi e quaqquaraquà danno fiato alle loro trombe, stonate, e, con la faccia foderata di pelle di culo (copyright Ersilio Motta, giornalista bresciano grande esperto di rugby) tornano a rimestare nello sterco di trame oscure ai danni di...di chi? In questa storiaccia brutta se ne son dette di ogni, è venuta fuori perfino la mafia russa, che, come è a tutti noto, dedica un sacco di tempo ad analizzare i risultati delle gare di marcia. Un altro invece, tirando in ballo il Vangelo, si è schierato evangelicamente: solo chi cade può risorgere. Infatti si è visto. Lo vada a dire al Cardinale Becciu, ai preti (cardinaloni) pedofili, e ai custodi dei denari del Diavolo custoditi dal passato IOR. E a quelli che rubano, avete letto bene, rubano, l'Obolo di San Pietro, quello destinato (dovrebbe essere destinato) ai poveri. Invece, anche queste sante persone, come la mafia russa, si occupano di tacco-punta. E pensare che il Comitato olimpico internazionale vuol disfarsi della marcia.

Ulteriore perla: abbiamo letto in una «velina» federale che "noi - cioè loro - abbiamo il dovere di difendere il nostro patrimonio atletico», più o meno così. Chi difendono? Chi hanno difeso in questi anni? Avete presente gli struzzi? Aprite Wikipedia e leggete di certe loro abitudini.

Rita, la nostra piccola congregazione gioisce per te. Ma anche per Beppe Fischetto e Pier Luigi Fiorella, tuoi compagni di sventura in questi tormentati anni. Lascia che ti diciamo una cosa: siamo orgogliosi che tu e Beppe siate nostri soci. Speriamo fra poco di strappare i 50 Euro della quota annuale anche a Pier Luigi! Pier, sei dei nostri comunque.

Last Updated on Thursday, 01 October 2020 17:19
 
Vi raccontiamo Donato Pavesi, un campione rimasto senza medaglia (3) PDF Print E-mail
Tuesday, 29 September 2020 14:59

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Passano gli anni, e son anni di guerra, anzi di macelleria in nome di una Patria che era degli altri, di quelli che in trincea non ci andavano per farsi massacrare dalla mitragliatrice austriaca Maschinengewehr Patent Schwarzlose M.07/12 e che stavano a casa a far affari d'oro con il conflitto. Donato Pavesi al fronte non ci andò e continuò imperterrito a marciare, la cosa migliore che sapeva fare. Eccoci alla terza puntata del racconto che Alberto Zanetti Lorenzetti ha scritto per noi dopo attenta e documentata ricerca su questa affascinante e variegata figura di atleta della prima parte del Secolo XX. Stavolta Alberto prende in considerazione gli anni dal 1914 al 1918.

Nella prima foto: Donato dopo il successo nella «Cento Chilometri» del 1914; attorno al vincitore non mancano mai, ieri come oggi, le folle di tifosi. Le altre due immagini si riferiscono alla manifestazione «Scudo d’Italia», marcia e tiro, una specie di biathlon ante litteram: Pavesi, con occhiali, nella insolita veste di tiratore; la squadra dell'Unione Sportiva Milanese che si aggiudicò il trofeo a squadre

La “Cento” del record

Anche nel 1914 le cose migliori vennero nella seconda parte dell’anno. Donato andò a caccia di primati nazionali, collezionando in un colpo solo, il 27 ottobre a Milano, quelli delle 9 e 10 miglia, delle 2 ore con 22.828 metri, e delle 15 miglia, percorse in 2 ore 07’35”6. Pochi giorni dopo, sempre in un’unica gara, si impossessò delle migliori prestazioni dei 15, 20 e 25 chilometri, conclusi in 2 ore 12’06”6.

Dopo essere arrivato al secondo posto ai Campionati italiani nelle gare dei 1.500 metri e dei 10 chilometri, battuto da Nando Altimani e Giovanni Galli, si dedicò alla preparazione della «Cento Chilometri», prevalendo su Brunelli nella Coppa Minerva. Era l’8 novembre, una settimana prima dell’evento clou. Confidò quanto tenesse a questa gara allo «Sport Illustrato»: “Il mio sogno è sempre stato quello di vincere la 100 km, perché questa gara era quella che aveva la maggior eco all’estero. Questo mio desiderio però non era il parto di una guasconata, bensì la sicurezza che i decantati marciatori stranieri non erano e non potevano essere migliori di noi. (…) Le precedenti vittorie di Ross e Brockmann avevano troppo ferito il nostro amor proprio personale e nazionale”. Il confronto diretto con campioni delle altre nazioni venne a mancare: l’Europa era in guerra, per cui l’avversario da battere per dimostrare la propria classe non era tanto il gruppo di atleti italiani, ma il cronometro. L’impresa gli riuscì e il «Corriere della Sera» commentò: “Il coraggioso, modesto vincitore batte il record stabilito dal tedesco Brockmann l’anno scorso. Non risulta che altro tempo migliore esista per i 100 km di marcia: la performance di Pavesi è mondiale”. A ulteriore riprova dello splendido stato di forma, quindici giorni dopo vinse a Legnano il Campionato di maratona di marcia, precedendo Carlo Cattaneo.

Mentre l’Italia si stava avvicinando all’entrata in guerra, il 21 marzo 1915 la «Gazzetta dello Sport» fece disputare una di quelle gare che manifestavano il suo appoggio all’interventismo. Si trattava di una competizione di marcia e tiro a segno per l’assegnazione dello «Scudo d’Italia», con percorso di 42 chilometri, da Milano a Legnano e ritorno. Vinse la prima squadra dell’Unione Sportiva di Pavesi, una formazione costituita da valenti marciatori, ma che lasciavano a desiderare nel tiro – lo stesso Donato aveva dovuto mettersi gli occhiali – andando ad occupare una poco gloriosa settima piazza, che però non impedì la conquista del trofeo grazie alla prestazione nella marcia.

Nelle successive gare individuali seguirono il terzo posto nella «Coppa Minerva» e, otto giorni prima dell’inizio della guerra, la vittoria nella «Coppa Nazionale». Durante il conflitto scese in pista poche volte. Vinse il Meeting della Post Resurgo Libertas il 16 aprile 1916 e due mesi dopo venne battuto da Mario Vitali nella Coppa Malvezzi. Fu più attivo nel 1918, quando si impose nella 5 chilometri del Meeting dell’Esperia Sampierdarena ai primi di maggio, in una prova ad handicap nella Polisportiva di beneficenza a Milano il 30 giugno e nella Targa Lombarda il 28 luglio.

(segue)

Last Updated on Wednesday, 07 October 2020 09:48
 
Un ricordo di Marco Martini e della sua cultura per lo sport dei popoli indigeni PDF Print E-mail
Monday, 28 September 2020 15:06

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Il nostro vicepresidente Augusto Frasca è l'autore di un articolo sulle pagine della Rivista della Scuola dello Sport con l'intento di ricordare il nostro indimenticabile socio fondatore Marco Martini. L'articolo prende spunto da una pubblicazione che Marco si stampò in proprio nel 2009 e che «regalò» al nostro Archivio Storico, ponendo in copertina il nostro logo e facendolo entrare nel catalogo delle pubblicazioni da noi edite. Marco, da quel galantuomo che era, ha sempre mantenuto l'etichetta A.S.A.I. nei suoi lavori, che, tra l'altro, si pagava da sé senza elemosinare mai un aiuto a nessuno. E quando diciamo «nessuno» significa proprio «nessuno». Al contrario di tanti roditori che, di riffa o di raffa, riescono sempre a mettere le fatture a carico di altri. Inoltre Marco veniva alle Assemblee dell'Archivio e donava sempre un certo numero di copie agli altri soci. Signorilità, sostantivo in disuso.

«Ritorno alle tradizioni», questo il titolo del libro che Augusto ha rispolverato. Fu, in embrione, il punto di partenza di uno studio che Marco portava avanti, silenziosamente, da vero ricercatore qual era, da molti anni sullo sport dei popoli di interesse etnografico. Gigantesco, documentatissimo lavoro, di cui esistono alcuni edizioni «casalinghe» (fotocopie rilegate in copisteria) che poi ebbero la sorte di essere raccolte in un libro stampato, purtroppo modesto come realizzazione (solo testo, senza alcuna immagine), ma meglio di niente: «L'energia del sacro», con un chiaro riferimento alla interpretazione di Marco del legame fra celebrazioni religiose e espressioni ludiche.

Il testo pubblicato sulla Rivista della Scuola dello Sport è disponibile, in PDF, qui.

Last Updated on Monday, 28 September 2020 21:59
 
Yeman Crippa, Golden Gala, Palio della Quercia e il «Baldini Pensiero» PDF Print E-mail
Friday, 25 September 2020 08:41

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Nuovo numero di «Trekkenfild», siamo all'ottantaseiesimo. Gli argomenti son quelli indicati nel titolo. Buona lettura.

Last Updated on Friday, 25 September 2020 09:14
 
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